giovedì 20 settembre 2018

I nazionalpopulisti (NAZIPOP)

Tutti i media concordano nel definire il M5S come una forza politica populista e la Lega di Salvini come sovranista. Ma davvero la lega è sovranista? Stiamo parlando di pubblicità, dove si ragiona per brand, o di politica dove contano le idee? La Lega, con la complicità dei media tutti, si è appropriata della parola sovranismo, rubandola a chi l'aveva introdotta nel dibattito politico fin dal 2012 e le aveva attributo il significato di istanza di riconquista della sovranità nazionale in un quadro di rigoroso rispetto della Costituzione del 1948.

Forse non esiste, nel vocabolario politico, una parola che possa etichettare correttamente la linea politica della Lega di Salvini? Certo che sì, questa parola esiste, ed è nazionalismo.

Però i media all'unisono, e la stessa Lega, hanno rubato una parola non loro, cogliendo così i classici due piccioni con una fava: evitare l'uso della parola nazionalismo, troppo screditata in Italia, e togliere a noi sovranisti l'uso di una parola che potesse identificare le nostre posizioni. Che sono, lo ripeto, quelle esposte con mirabile sintesi nella carta costituzionale del 1948.

Se la Lega di Salvini è venuta a rubare in casa nostra, cosa si fa in questi casi, come ci insegna lo stesso Matteo Salvini? Si spara, ovviamente con le armi della polemica politica! Che sono le parole.

Ecco allora che è giusto, non solo politicamente ma anche moralmente, etichettare questo governo come nazionalpopulista, abbreviando quando serve in...

NAZIPOP

La cosa vi turba? E perché, io non mi turbo quando mi dichiaro sovranista e mi sento rispondere che sono leghista? D'altronde sfido chiunque a negare che la Lega sia nazionalista, e che l'unico punto di contatto con noi sovranisti è l'ovvia e scontata difesa dei confini e del principio di cittadinanza. Un principio che tutti gli stati sovrani del mondo - vi ricordo che non sono molti, tutti gli altri essendo di fatto delle colonie - difendono a spada tratta. Ma quanto al resto tutto, nella Lega, sa di nazionalismo, il caro vecchio nazionalismo liberale col quale noi sovranisti non abbiamo nulla a che fare.

Perché noi sovranisti siamo, tutti e senza eccezioni, socialisti e patrioti. Chi non lo è non è un sovranista.


lunedì 17 settembre 2018

La proposta indecente dei sovranari di lotta e di governo

Se il ministro agli Affari Europei, un uomo del calibro di Paolo Savona, comunica di aver inoltrato a Bruxelles un documento intitolato "Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa", ciò significa che in quel documento è delineata la posizione del governo sull'UE e sull'euro. Non è dunque più necessario aspettare i numeretti del DEF per capirne le intenzioni. Una versione in formato testo dello stesso documento è reperibile su scenarieconomici.it.

Il documento non è di facile lettura, non solo e non tanto per i temi trattati ma anche per lo stile di scrittura di Paolo Savona, piuttosto involuto. L'incipit non è dei più felici:

«L’Europa unita trova il suo fondamento nel principio affermatosi nella convivenza civile tra i popoli che se si muovono le merci non si muovono le armi. L’esperienza dell’abbattimento delle barriere doganali vissuta dal Trattato di Roma in poi è stata altamente positiva per la pace e il benessere delle popolazioni europee.»

Una minima conoscenza della storia ci informa esattamente del contrario: quasi tutte le guerre dell'età moderna, e molte (ma in misura inferiore) del passato, hanno avuto origine in contrasti per la spartizione dei mercati.

Dopo una diagnosi dei mali dell'UE e dell'euro Savona accenna ai comportamenti poco cooperativi di alcuni paesi:

«Per agevolare l’adesione di paesi, come l’Italia, desiderosi di entrare nell’euro fin dall’inizio, fu introdotta la “clausola della convergenza”. I paesi che all’epoca della decisione già superavano il 60% nel rapporto debito pubblico/PIL avrebbero dovuto crescere a saggi più elevati degli altri per validare la solvibilità del loro debito sovrano. Ciò sarebbe potuto accadere se i paesi eccedentari avessero espanso la domanda aggregata – una necessità che la basa crescita media sperimentata negli anni 1990 ha reso più pressante – ma il rispetto dei due parametri fiscali restrittivi ha imposto politiche deflattive, peggiorando la sostenibilità del loro debito.»

Capite cosa intendo quando parlo di stile involuto? In sostanza Savona ci dice che la soluzione, per un paese come l'Italia che è entrato con un debito al 113%, sarebbe dovuta essere la crescita, ma questa non c'è stata in misura sufficiente sia perché i paesi in surplus non hanno espanso la loro domanda aggregata, sia perché oltre al parametro del 60% sul debito l'Italia doveva rispettare anche quello del 3% sul deficit. La tesi dominante è stata che, in mancanza di una sufficiente domanda aggregata, si dovesse agire sul lato dell'offerta, ma queste politiche, è sotto gli occhi di tutti, non hanno sortito gli effetti desiderati. A questo punto Savona lancia l'allarme:

«Gli enti pubblici e privati di ricerca avanzano previsioni di una caduta generalizzata del saggio di crescita reale, per ora stimata in lieve misura, in una situazione in cui l’inflazione, avendo raggiunto il tetto del 2% programmato, induce la politica monetaria ad avviare un’azione di rientro nella normalità che coinvolge i tassi dell’interesse e le quantità di base monetaria.»

Insomma il QE sta per finire mentre le politiche tariffarie degli USA cominciano ad avere effetti, e da ciò emerge per Savona la necessità di agire subito, di fare presto.

«Per una nuova politica economica basta rendere espliciti gli strumenti da attivare per raggiungere gli obiettivi indicati nei Trattati esistenti, mentre per le modifiche di architettura istituzionale occorrono nuovi accordi, anche se più difficili da attuare. Si inizi quindi dalle prime e le seconde verranno di conseguenza.»

Sul piano metodologico siamo alla riedizione di una scelta già fatta, prima la moneta e poi le istituzioni politiche, i cui esiti non sono stati particolarmente felici. Una confessione:

«Vi era coscienza delle profonde diversità allora esistenti tra i paesi firmatari, che si sono accresciute con l’ingresso dei paesi liberatisi dal vincolo sovietico, ma si riteneva che criteri così rigidi avrebbero costretto le economie dei paesi membri a convergere. Queste aspettative non si sono realizzate per alcuni paesi membri, nonostante la flessibilità nell’applicazione;»

e l'augurio di un "vaste programme":

«Affinché questa unione si possa realizzare in futuro, è necessario educare i giovani, oltre che istruirli, dando vita a una scuola europea di ogni ordine e grado nella quale trovi spazio una comune cultura, mantenendo viva la coscienza dell’immenso patrimonio culturale di cui dispongono tutti i paesi membri, come stabilisce il Trattato. Fatta l’Europa si devono fare gli europei. Il perno essenziale è la scuola, come testimonia il successo presso i giovani, gli abitanti dell’Europa futura, del progetto Erasmus.»

Savona prosegue esponendo una critica ben nota:

«Per quanto concerne l’esercizio della funzione di lender of last resort, la BCE è vincolata dalla proibizione di creare base monetaria attraverso il canale Tesoro e da altri condizionamenti, ai quali essa aggiunge quello di sottoporre i suoi interventi a vincoli sull’esercizio della sovranità fiscale nazionale in linea con l’impostazione della politica economica dell’Unione Se i poteri di intervento contro la speculazione fossero veramente pieni, gli spread tra rendimenti dei titoli sovrani si dovrebbero azzerare.»

Si tratta del divieto alla BCE di finanziare direttamente gli Stati (divieto aggirato da Draghi ricorrendo ad acrobazie che hanno profondamente irritato i paesi core) con l'aggravante che le condizionalità fiscali imposte agli Stati in deficit hanno agito in direzione opposta agli stimoli monetari.

«Molto più delicato da trattare sul piano della politica monetaria è lo svolgimento degli interventi da lender of last resort se si vuole che lo strumento risponda veramente all’istanza di essere non solo whatever it takes, ma anche operi in time... I vincoli di quantità, di proporzionalità tra paesi membri (la capital key che immette base monetaria anche dove non è necessario, come acquistando titoli di Stato olandesi e tedeschi) e di qualità delle attività finanziarie oggetto di intervento sono il risultato dello Statuto posto a base della sua azione. Sarebbe pertanto necessaria una razionalizzazione dei poteri sul piano istituzionale per fronteggiare i futuri attacchi speculativi in maniera più tempestiva ed efficiente

Giustamente Savona osserva che gli acquisti di titoli di Stato operati dalla BCE non seguono, per i vincoli presenti nei Trattati, il criterio di essere orientati agli Stati che più ne hanno bisogno, ma rispondono a quello della "capital key", ossia sono proporzionali ai pesi relativi delle singole economie nazionali, col risultato che si crea poca base monetaria dove è necessaria e troppa dove non è necessaria. Una disfunzione di grande importanza, alla cui correzione si oppongono ovviamente i paesi fratelli della zona core. I quali, anzi, premono affinché l'azione di creazione di base monetaria aggiuntiva, e necessaria ad evitare la recessione nei paesi in deficit, abbia termine. Il problema qui è la competizione per la conquista dei mercati (ricordate? se si muovono le merci non si muovono le armi):

«Non vi sarà mai competizione corretta (fair competition) nell’eurozona finché le imprese di un paese avranno un costo del danaro permanentemente più elevato rispetto a quelle di un altro paese per motivi diversi dalle loro specifiche inefficienze, ma derivanti semplicemente dall’essere uno Stato membro la cui denominazione del debito sovrano non è nella moneta che esso crea ed è quindi esposta al rischio sovrano.»

Savona critica anche la proposta di creare un fondo europeo per gli interventi, essendo anch'essa sottoposta a un vincolo analogo alla capital key, in quanto «... oltre a disporre di risorse insufficienti, ha il duplice difetto di riproporre la parametrizzazione degli interventi, invece di valutare caso per caso secondo una visione politica comune.»

Inoltre, essendo tali interventi sottoposti alla condizione di attuare politiche di drenaggio fiscale, si avrebbe un «meccanismo rigido nell’applicazione e con effetti deflazionistici.». Preoccupato per la possibilità di una dissoluzione dell'eurozona, Savona propone di «creare un meccanismo che non abbia implicazioni deflazionistiche»

Dopo altre ridondanti riflessioni, in sostanza ripete quanto ha già scritto, Savona arriva al dunque: servono investimenti:

«Lo strumento principale di una politica della domanda coerente con quella dell’offerta a livello UE è quella degli investimenti infrastrutturali di interesse comune. Lo stesso vale per gli investimenti di interesse nazionale.»

Tuttavia, prosegue Savona, «Se l’UE non intende, né può decidere a causa di vincoli politici, una guida fattiva di questi investimenti debbono farlo tempestivamente i paesi membri».

Condizione per la loro efficacia è «1. un’esatta conoscenza dei moltiplicatori della spesa di questo tipo, 2. una diversa considerazione temporale dei due parametri fiscali e 3. una diversa registrazione contabile rispetto a quella vigente.»

Insomma si devono scegliere gli investimenti che producono alti moltiplicatori keynesiani (il reddito generato deve essere molto maggiore della spesa), si deve consentire un maggiore deficit in attesa che il ritorno degli investimenti produca il reddito atteso che permetterà il rientro, infine la registrazione contabile degli investimenti deve scorporare il loro valore patrimoniale (se spendo per acquistare una casa non è che sono più povero) dall'ammortamento (la casa col tempo perde valore per invecchiamento) iscrivendo a deficit solo quest'ultimo: «Solo una quota parte di questa spesa, pari all’ammortamento del bene investito, dovrebbe confluire nel conto entrate e spese dello Stato, come parte rilevante del disavanzo corrente di bilancio.»

Secondo Savona «A tal fine non è necessaria una modifica del Trattato, perché, come si è già indicato, è sufficiente una più attenta interpretazione degli accordi di Maastricht, peraltro già praticata in casi nazionali, come quello seguito per agevolare l’unificazione tedesca e altri casi come quelli affrontati nel corso della recente Grande Recessione.»


Nascosto tra le righe segue un attacco al Fiscal Compact:

«Siffatta impostazione comporta che l’iniziativa sulla domanda aggregata deve essere guidata dalla regola aurea di un sistema di crescita stabile: la percentuale di disavanzo del bilancio non deve essere superiore al saggio di crescita nominale del PIL che ne risulta. Se si pone a carico dell’applicazione di questa regola il principio di produrre avanzi di bilancio per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL con effetti deflazionistici, la divaricazione degli itinerari di sviluppo dei paesi che si trovano al di sotto della soglia del 60% del rapporto debito pubblico/PIL e di quelli che si trovano al di sopra comporta conseguenze pericolose per la stabilità dell’euro e la coesione socio-politica.»

Tradotto dal savonese: nell'UE non si possono fare politiche keynesiane (investimenti in deficit ad alto moltiplicatore) e contemporaneamente ridurre il debito (fiscal compact), perché ciò creerebbe una forte e pericolosa asimmetria tra i paesi con basso debito pubblico e paesi con alto debito pubblico. 

Ma per disinnescare il fiscal compact il problema è convincere la Germania, e qui arriva l'alzata di ingegno di Savona (grassetto aggiunto):

«Se i timori dei paesi membri creditori che ostacolano la definizione di una politica fiscale fossero dovuti al rischio temuto da alcuni paesi di doversi accollare il debito altrui, esistono le soluzioni tecniche per garantire che ciò non avvenga. Si tratta di attivarle in pratica effettuando scelte politiche, come quelle di concordare un piano di rimborsi a lunghissima scadenza e ai tassi ufficiali praticati, fornendo una garanzia della BCE fino al rientro nel parametro del 60% rispetto al PIL, in contropartita di una ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche in caso di mancato rimborso di una o più rate. Ossia decidere quello che si sarebbe dovuto fare prima dell’avvio dell’euro. Ovviamente tra le clausole di un siffatto accordo vi sarebbe anche quella che il disavanzo di bilancio pubblico si collochi in modo dinamico entro la regola indicata di coerenza rispetto al saggio di crescita nominale del PIL e quindi non comporti un nuovo superamento del rapporto debito pubblico/PIL.»

Che dire di una proposta simile? Credo che un buon commento, temo purtroppo parziale, possano essere le seguenti parole di Federico Caffè:

«Vorrei aggiungere che, se per miracolo qualche risultato si dovesse raggiungere, ma andasse nel senso di un avvicinamento della nostra situazione a quella, poniamo, della Germania, non è questo il destino che augurerei al mio paese. Si tratta, infatti, di una situazione in cui i lavoratori, pur godendo di un certo benessere, sono in una posizione fortemente subalterna. Non credo, in altri termini, che il risanamento della bilancia dei pagamenti e un riassetto dell’economia, senza l’introduzione di veri elementi di socialismo, sia qualcosa che vale, un traguardo degno di essere indicato alla società italiana. Se ci mettessimo su questa strada, tradiremmo per la seconda volta gli ideali della Resistenza. Non vorrei apparire retorico. Ma tradiremmo l’ideale di costruire un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.»

Parziale perché (ma di ciò parlerò in altra occasione) anche ammesso che la Germania acconsenta al piano di Savona, possiamo star certi che ci chiederà un prezzo altissimo, avendo al suo arco lo strumento per ricattarci in ogni momento. Le basterebbe frenare la sua già stitica crescita per mandarci in crisi e passare all'incasso dell'«ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche» A quel punto sarebbero guai seri, ma qualcuno potrebbe esserne contento: avrebbe, finalmente, la sua agognata Sollevazione!

Solo col rischio di esserne il bersaglio. 

domenica 16 settembre 2018

Lettera ai miei amici piddini frusinati e non

Cari amici piddini frusinati e non - intendo anche quelli di voi che sono andati sotto le bandiere dei cespugli sorti durante l'agonia del vostro partito - ho deciso di scrivervi dopo aver sentito la proposta di sciogliervi e rifondarvi avanzata da Orfini.

Cari amici, sono più di dieci anni che vi ripeto che sareste scomparsi, mi è testimone l'amico Benny - il mio piddino preferito - se non aveste cambiato radicalmente le vostre politiche. Su una cosa però mi sono sbagliato, perché credevo che la vostra scomparsa sarebbe stata causata dalle scelte di politica economica, e invece che avete combinato? Vi siete fatti strapazzare da un Salvini qualunque sul problema migratorio! Ma come, dopo aver danzato giulivi per l'arrivo di Monti, che ha fatto nel vostro nome il lavoro sporco e veramente importante, senza che ciò vi penalizzasse e anzi arrivando al 41% alle ultime elezioni europee, vi siete sentiti così sicuri di voi che, invece di fermarvi per consolidare il risultato, vi siete dapprima avventurati sul terreno minato della riforma costituzionale e, soprattutto, avete continuato con la politica dell'accoglienza ai migranti, questione che poteva tranquillamente essere riproposta dopo un momentaneo stop? Dopo, appunto, aver consolidato il vostro successo.

Come pensate di recuperare, forse ciarlando di più Europa? Proprio adesso che al governo sono arrivate due forze più europeiste di voi che si apprestano a farci compiere decisivi, e temo irreversibili, passi avanti nella costruzione degli USE (Stati Uniti Europei) forti del consenso che vi hanno strappato giocando abilmente sull'inquietudine degli elettori per l'arrivo di centinaia di migliaia di immigrati in pochi anni? La cosa mi appare così inverosimile che mi viene il sospetto che sia stata tutta una sceneggiata, che ai piani alti si sia deciso di farvi scomparire proprio perché il lavoro sporco necessario a far nascere gli USE possono farlo solo forze politiche apparentemente eurocritiche. Come disse una volta un caro amico, era il 29 novembre 2011, "gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso". E anche su quello verde.

Guardate questo video e ascoltate con attenzione le parole di Antonio Scurati:

Scurati vs Borgonovo (La Verità): “Orban non rispetta diritti”. “Falso, cambierà lui l’Europa. E interviene Lilli Gruber - Il FQ online 16 settembre 2018

Chi è Antonio Scurati, direte voi. E' questo signore qua (17 lug 2015):


Non è straordinario? In appena tre, dicasi tre anni, il buon Scurati passa dall'apologia del Risorgimento alla rivendicazione appassionata dell'identità europea! Come se i milanesi delle cinque giornate si fossero ribellati perché gli austriaci non rispettavano i diritti civili!

Per me è tutto chiaro, cari amici, il vostro nuovo compito è quello di stare all'opposizione ciarlando di identità europea, mentre il lavoro importante per costruire gli USE lo faranno i cosiddetti sovranisti di Lega e 5S. The show is going on, as usual.

Eppure io so che il vostro problema, cari amici piddini frusinati e non, è un altro: voi, che di mutazione in mutazione da comunisti siete diventati liberali, semplicemente avete perso la capacità di comprendere la politica economica e la geopolitica. Siete così diventati simili al pubblico degli studi televisivi che applaude a comando ora questo ora quello dei personaggi invitati, tutti rigorosamente scelti dai padroni del discorso. Più di questo non sapete fare. La politica, miei cari amici, è un'arte difficile, che richiede preparazione e anche conoscenza profonda dell'animo umano, una qualità quest'ultima della quale io stesso difetto. Come vedete non mi ergo a giudice infallibile, perché ammetto di avere anch'io almeno uno dei vostri limiti: mi sono documentato studiando le tematiche macroeconomiche e geopolitiche - come si faceva un tempo alle Frattocchie, fatevelo raccontare dai vostri padri ancora in vita - ma non ho avuto l'arguzia o la malizia di riconoscere per tempo gli ambiziosi che si presentavano come sovranisti mentre già trattavano in segreto per indossare il grembiulino verde.

Ora siamo fregati, per colpa della vostra incompetenza e della nostra ingenuità. Tutto il parlamento è europeista, lo sarà anche il parlamento europeo che eleggerete fra un anno (io non andrò a votare) e a voi è stata assegnata una nuova parte in commedia. La interpreterete con la necessaria inconsapevolezza, continuando ad ingannare il popolo italiano al pari di Salvini, dei grillini e dei tanti che hanno indossato, o si accingono a farlo, il grembiulino verde.

Io non lo farò, sono troppo vecchio per avere ambizioni personali così forti da indurmi a tradire le mie convinzioni, mentre l'unica cosa che mi interessa è vivere in pace con la mia coscienza. Continuerò a scrivere, a fare video, talvolta parlerò in pubblico, ma sono e sarò irrilevante. Il mio massimo piacere sarà quello di disturbare la vostra coscienza sporca, come una zanzara molesta che non vi sarà mai possibile schiacciare perché è troppo veloce per le vostre mani appesantite. Il mio corpo sta invecchiando, ma il mio spirito è, e resterà, quello di un giovane ribelle.

Ciao Benny, amico mio piddino preferito.

Lascienza

venerdì 14 settembre 2018

Il colore del gatto


"Non importa di che colore sia il gatto, l'importante è che prenda i topi" è una frase di Confucio, ripresa da Mao Tse Tung e Deng Xiaoping. Sembra che oggi venga adottata da molti sovranisti costituzionali in relazione alla politica del governo gialloverde. E' tanta la voglia di liberarsi dalle catene dell'UE che a molti va bene anche un gatto di razza inglese o uno di razza padana, o un incrocio tra i due. Un atteggiamento comprensibile, a condizione di non dimenticare il rischio ricordato da un proverbio popolare, quello di cadere dalla padella nella brace.

Pare che il governo intenda emettere, già dall'asta di novembre quando il QE sarà chiuso, BTP in dollari, assicurandoli contro il rischio di un'eventuale svalutazione con delle swap options. Probabilmente c'è lo zampino del navigato Borghi. Forse è questo il motivo delle rabbiose esternazioni di questi giorni da parte dei Commissari europei Gunther Oettinger e Pierre Moscovici, perché la mossa segnala un ulteriore avvicinamento del governo all'amministrazione Trump e, più in generale, alla fazione del fronte anglosassone ostile alla globalizzazione finanziaria, che non gradisce un'Unione Europea a guida franco-tedesca ma non è detto sia disposta ad accettare una sua dissoluzione, quanto piuttosto un riequilibrio dei rapporti di forza al suo interno, così da smorzarne la spinta verso la costruzione di un polo geopolitico fortemente centralizzato e sempre più indipendente. Insomma gli USE.

Ho più volte ricordato, sul mio blog, quello che mi sembra essere stato il passaggio cruciale che ha segnato l'inizio dell'avventura unionista: il vertice di Rambouillet nel 1975.

«Il vertice di Rambouillet del 1975 (Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone) poneva momentaneamente in secondo piano il processo di integrazione europea, sia economica che politica, promuovendo una strategia trilaterale mirante a coordinare le politiche delle aree industrializzate (USA, Europa e Giappone). La partecipazione dell’Italia (che inizialmente era stata esclusa) rappresentata da Aldo Moro, fu infine accolta perché il nostro Paese aveva, in quel momento, la Presidenza di turno della Comunità Europea, e anche per volontà degli Stati Uniti, ben al corrente del sostanziale disinteresse della DC dell’epoca, e in particolare proprio di Moro, per un’accelerazione del processo di integrazione europea. Ciò nonostante, per volontà della Francia e della Germania, il progetto non venne abbandonato.  Le ragioni furono di natura sia politica che economica. L’interesse politico era soprattutto dalla Francia, un paese che non si rassegnava al ruolo subalterno assunto dopo la fine della guerra mondiale, mentre la Germania coltivava un interesse soprattutto economico

Se questa chiave di lettura è corretta allora stiamo assistendo - mutatis mutandis - alla riproposizione di un conflitto antico, nel quale al nostro paese viene chiesto, ancora una volta, di prendere posizione. E' un conflitto tutto interno all'occidente (comprendendo in questa dizione anche la Russia) come è ovvio che sia perché tutto il resto del mondo, messo insieme, non può competere né sul piano economico né su quello politico e militare. Ed è anche un conflitto che, se dovesse conflagrare in tutta la sua forza, potrebbe segnare la fine del predominio mondiale di questo mondo, aprendo le porte ad uno nuovo. Sempre ammesso che, dopo lo scontro, esista ancora il mondo.

Mettiamo tuttavia da parte le ipotesi apocalittiche e prendiamo in esame la possibilità, molto più concreta, di un conflitto a bassa intensità militare, seppure con molti pericolosi focolai, ma violento sul piano economico e politico. Le classi dirigenti italiane appaiono divise in due blocchi, euristi e cosiddetti sovranisti - moderna riedizione dei guelfi e ghibellini - mentre la gran parte della popolazione è oggetto di una contesa tutta basata sull'uso, sempre più spregiudicato, della comunicazione politica. Da una parte i messaggi terroristici della fazione eurista, dall'altra la propaganda del combinato disposto dei cosiddetti sovranisti gialli e verdi, basato sulla denuncia della corruzione e sull'allarme immigrazione. Queste tematiche, e altre ancora, sono dibattute con spirito irrazionale facendo largo ricorso alla menzogna: dalle apocalittiche previsioni di aumento dell'inflazione in caso di uscita dall'euro a quelle, non meno gridate, dell'invasione, contrastate dagli euristi con l'argomento farlocco dell'impossibilità di fermare le migrazioni. Una scemenza, quest'ultima, che è sotto gli occhi di tutti, non meno delle nudità del Re che tutti vedevano ma solo un bambino ebbe l'impudenza di segnalare.

Da ultimo, in questi giorni, lo stupefacente dietro front del governo in tema di vaccinazioni, le cui ragioni restano ancora da esplorare ma stanno creando sconcerto in una parte dell'elettorato poco politicizzato che aveva votato per i gialloverdi proprio perché, in questi, aveva creduto di trovare una sponda.

Vi è poi una piccola parte molto politicizzata dell'elettorato, formata dai sovranisti costituzionali, dai socialisti patriottici, dai keynesiani cultori della mmt, da una parte dei grillini e degli stessi leghisti, che si ritrova completamente spiazzata sul piano della comunicazione politica perché è stata abbandonata dalle sue voci più note arruolatesi nella fazione anglosassone, in alcuni casi entrate nella compagine governativa. Come se ciò non bastasse, alcuni noti blogger hanno sospeso la loro attività o sembrano sul punto di farlo.

Inoltre anche una piccola ma incisiva organizzazione politica, P101, pur nello sforzo di puntualizzare ogni sua presa di posizione, sembra aver fatto la scelta di considerare la fazione anglosassone un male minore rispetto a quella eurista, con ciò invitando alla mobilitazione in favore del governo qualora ciò fosse necessario. Il più noto esponente di P101, Moreno Pasquinelli, sembra aver fatto sua la massima di Confucio, già adottata da Mao Tse Tung e Deng Xiaoping: "Non importa di che colore sia il gatto, l'importante è che prenda i topi". Questo atteggiamento lascia perplessi molti, ed io tra questi, per i quali più che preoccuparsi di prendere posizione tra le due fazioni in lotta è necessario, anzi ineludibile, sforzarsi di costruire almeno un embrione di organizzazione politica genuinamente popolare. Questo sforzo è già fallito in occasione delle politiche di marzo 2018, anche per responsabilità di molti che, inspiegabilmente, hanno scelto di saltare quell'appuntamento per concentrarsi sulle elezioni europee del 2019, senza per altro fornire una spiegazione razionale di ciò visto che le difficoltà nella raccolta firme per le europee sono di gran lunga maggiori rispetto alle politiche. Per non dire della contraddizione di dichiararsi sovranisti costituzionali e poi partecipare all'elezione di un parlamento europeo privo di potere legislativo, misera parodia di un vero parlamento democratico. Il mio sospetto è che una parte di costoro sia già arruolata nella fazione anglosassone, e ansiosa di giocare la partita al suo fianco sul piano europeo; un'altra sia composta da personaggi in cerca di cadrega, pronti a vendersi al miglior offerente. Vedremo se i fatti mi daranno ragione.

Il rischio di non badare al colore del gatto pur di sbarazzarsi dell'UE è duplice. Non solo quello di trovarsi in una nuova prigione, magari meno dura e demente di quella europea ma pur sempre una prigione, ma anche l'aver perso un'opportunità storica per conseguire un obiettivo anche minimo ma in prospettiva di fondamentale importanza: quello di riuscire a ridar voce agli interessi popolari chiamandoli all'impegno politico diretto non solo nel corso di una breve fase rivoluzionaria (la mitica "sollevazione" dei sogni pasquinelliani) ma in modo duraturo, organizzato e strutturale. Contro questo rischio entrambe le fazioni che si danno battaglia, nello scenario politico italiano e in tutta Europa, hanno messo in campo tutte le loro armi di disinformazione, inquinamento del dibattito, infiltrazione e corruttive, ostacolando la diffusione delle verità fattuali, favorendo la nascita di nuovi movimenti o sostenendo la ricostituzione di altri. Tutto pur di riuscire - cito l'amico Enea Boria - a "sgambettare velleità/speranze di auto organizzazione su basi autonome, lavoro da spin doctors, che non lavorano solo sui media ma, ne sono convinto, hanno le proprie diramazioni e i propri agenti anche nella società".

Un amico socialista una volta mi disse: caro Fiorenzo, oggi un patriota non fa in tempo ad uscire per strada che si ritrova circondato dai nemici! Temo che abbia ragione.