venerdì 22 marzo 2019

Rapporti tra dominanti e dominati, e rapporti tra pari

Devo dirvi la verità: non sono molto interessato al destino dei dominati, salvo quando lottano per non esserlo più. Vi dirò di più: chi non si rassegna mai al fatto di essere dominato è sempre, anche quando è sconfitto e in catene, o davanti a un plotone d'esecuzione, alla pari con i vincitori del momento. Questo è vero soprattutto, e forse esclusivamente, nei rapporti fra gruppi comunque organizzati, siano essi nazioni, regni, gruppi industriali, associazioni di categoria o altro, perché in questo genere di relazioni viene a mancare l'elemento umano che invece caratterizza l'interazione tra singoli individui, a maggior ragione se integrati all'interno di un gruppo. Penso, in definitiva, che tutte le relazioni tra gruppi comunque organizzati siano, oltre che conflittuali, permeate dalla violenza, e che esse possano risolversi in due soli modi: o il rapporto diventa quello tra dominanti e dominati, oppure è un rapporto fra pari.

Il fatto che tra due gruppi esista un rapporto tra pari non implica necessariamente che essi siano di pari forza, perché ogni conflitto ha un costo che deve essere confrontato con i benefici derivanti dalla possibilità di ottenere l'asservimento, nonché coi rischi possibili. La Storia ci insegna che i rapporti alla pari, tra Stati pure di forza diseguale, non sono un'eccezione. Anzi, essi sono la normalità.

L'asservimento è possibile, e relativamente facile da ottenere, quando vi è una grande sproporzione di forze. Quando invece esiste un equilibrio di forze allora gli esiti possibili, al netto della vittoria di una delle parti, sono sostanzialmente due: o si assiste a una lunga frizione, alternata da periodi più pacifici, che durano fino a quando il continuo mutare delle cose del mondo cambia totalmente lo scenario (è il caso del confronto tra l'impero romano e i parti) oppure la parte vittoriosa si spinge fino ad annichilire totalmente quella sconfitta, facendola scomparire dalla Storia (Roma e Cartagine).

In ogni caso quello che dovrebbe essere chiaro, e purtroppo non lo è, è che lo stato di guerra è la condizione naturale dei rapporti tra gruppi organizzati, in particolare tra nazioni. Quando la guerra giunge al suo epilogo definitivo, quando cioè una delle due nazioni risulta totalmente sconfitta, essa scompare dalla Storia diventando una colonia della nazione vincitrice. Quando, invece, l'esito del conflitto non è definitivo, il che accade nella maggioranza dei casi, la nazione vincitrice guadagna una quota di egemonia a scapito dell'altra, ma il rapporto tra di esse rimane tra pari, sia pure con un parziale aggiustamento dei rapporti di forza.

I grandi imperi si costruiscono distruggendo le nazioni sconfitte; talvolta riducendole a colonie che, successivamente, diventeranno province dell'impero.

Se guardiamo alla Storia europea degli ultimi mille anni, salta subito agli occhi un fatto di grande importanza. Nella maggioranza dei casi non si assiste all'occupazione permanente della o delle nazioni sconfitte, al massimo alla cessione di territori di confine o di pezzi dell'impero coloniale. Oppure, in epoche meno recenti, alla rinuncia di una casa regnante alle pretese di successione su una qualche corona.

Con due eccezioni: l'Italia e la Germania. Entrambe queste nazioni, che in passato erano pur state il centro di due grandi imperi, quello romano e il sacro romano impero, sono state sbriciolate nel confronto con e tra le grandi potenze europee, Spagna, Francia, Inghilterra, e i loro territori sono stati frammentati politicamente quando non occupati militarmente. Se esse non sono diventate province di un impero è solo perché il confronto tra le potenze dominanti europee non è mai giunto al suo epilogo definitivo, per cui i loro rapporti reciproci, anche all'esito di conflitti in cui emergeva un vincitore, sono sempre rimasti rapporti tra pari, la qual cosa non ha consentito la nascita di un impero.

Eppure oggi la Germania, a dispetto di due clamorose sconfitte militari dopo l'ultima delle quali è stata occupata militarmente e divisa, è la potenza dominante in Europa, mentre l'Italia sembra sul punto di scomparire come nazione. Sappiamo come ciò sia avvenuto, attraverso quali avvenimenti storici, ma dobbiamo ancora chiederci perché. Questa è una domanda alla quale è stata data, sicuramente a livello di cultura di massa in Italia, una risposta che mi appare ampiamente insufficiente, e che suona pressappoco così: l'Italia è una nazione povera, priva di materie prime che deve importare, e questo ha fatto sì che essa fosse strutturalmente debole; al contrario la Germania, ricca di materie prime in particolare il carbone, su questa base si è rapidamente risollevata giungendo a imporre di nuovo la sua forza in Europa.

Non so voi, ma a me questa spiegazione suonava falsa già dai tempi delle elementari. E quando dico falsa, intendo dire alla Fantozzi:



Vi offro allora la mia spiegazione. Ci sono stati due uomini, Camillo Benso di Cavour e Otto Eduard Leopold von Bismarck-Schönhausen, due grandi statisti, ai quali l'Italia e la Germania devono molto, ma che furono trattati in modo completamente diverso dalle rispettive classi dirigenti. Il primo morì in età relativamente giovane e al culmine del successo della sua politica, quasi certamente avvelenato, il secondo conservò il potere fino al 1890, certamente contrastato politicamente dagli Hohenzollern e dal parlamento, ma non fatto fuori. Non è una differenza da poco. Il filmato embedded inizia al minuto 28'56'', quando si comincia a parlare di Cavour, ma merita di essere visto dall'inizio.



Dunque la morte di Cavour, meglio il suo assassinio, sembra emergere come risultante di interessi della grande finanza inglese dominata dalla famiglia Rothchild e il tradimento di forze interne alla corte piemontese. Il tradimento, una costante della nostra storia nazionale fin dall'unità. Ma Cavour è solo l'inizio, perché è tutta la nostra storia nazionale ad essere intrisa del veleno del tradimento, perpetrato da una parte delle classi dirigenti in intesa con potentati finanziari internazionali.

Ma se è così, allora tutta la travagliata storia della nazione italiana dall'unità ad oggi può avere spiegazioni diverse che non la debolezza strutturale del paese a causa della mancanza di materie prime! Tanto è vero che quando, per una quasi miracolosa combinazione di eventi, abbiamo avuto una classe dirigente degna di questo nome, mi riferisco al trentennio tra la fine dell'ultima guerra e il colpo di stato di tangentopoli, questa nostra italietta si era ben risollevata, arrivando ad essere la quinta economia del mondo, come pure a svolgere un ruolo politico da media potenza regionale che giunse fino al punto di sfidare gli Stati Uniti in occasione della vicenda dell'Achille Lauro.

Ben diversa la storia della Germania, ben altro lo spirito nazionale di questo paese, ovvero la sostanziale compattezza della sua classe dirigente, addirittura eccessiva fino a livelli patologici essendosi spinta fino al punto di intraprendere un confronto con la potenza angloamericana chiaramente superiore. Un azzardo folle e dagli esiti criminali che però non deve nascondere un dato essenziale: non sono le materie prime e le condizioni geografiche, o almeno non solo esse, a decidere del destino di una collettività nazionale, ma soprattutto la qualità, la determinazione, unitamente all'equilibrio e al senso del limite delle sue classi dirigenti. La fragilità dell'Italia come nazione deriva soprattutto da ciò: non abbiamo più una classe dirigente degna di questo nome perché quella che abbiamo avuto per quasi tutta la nostra storia, ad eccezione di quella della prima repubblica sostenuta dalla partecipazione al potere del popolo organizzato nei grandi partiti di massa, dal colpo di stato di tangentopoli è tornata a trarre origine dagli ambienti della borghesia finanziaria, e da ciò che resta delle classi nobiliari che per secoli hanno dominato la penisola piegandosi agli eserciti stranieri. Questa classe dirigente ha occupato lo Stato dall'unità d'Italia, era stata messa ai margini nella prima repubblica, ed è tornata ad occuparlo dopo tangentopoli.

Questa classe dirigente, compradora e cosmopolita quanto intimamente servile, possiede tuttavia un'abilità diabolica nel dissimularsi, e riesce a conciliare con raffinata abilità l'equilibrio tra i suoi interessi di classe e la necessità di piegarsi alla forza dello straniero scaricando il costo di questo compromesso sull'intera nazione. Le sue armi sono, da sempre, il tradimento, l'uso dei servizi segreti deviati, il terrorismo, gli accordi con la malavita, la capacità di infiltrarsi nei movimenti popolari con la corruzione e la minaccia, quando è necessario con l'assassinio, deviandoli per porli al suo servizio.

Questa classe dirigente, in conclusione, ha ampiamente dimostrato di non essere degna di guidare la nazione, e deve essere messa da parte. Non è un compito facile perché, al fine di consolidare la sua presa sulla nazione, questa spregevole classe dirigente compradora e cosmopolita non si è fatta scrupolo di minare alle sue basi financo la struttura morale e mentale del popolo italiano, attraverso una costante e pervasiva azione mediatico-culturale che ha sovvertito, nel breve volgere di tre decenni, il senso comune, i valori e la percezione di sé stessi degli italiani. Per far ciò ha infiltrato, e corrotto, i partiti della prima repubblica, come fa ancora oggi con la complicità di stati esteri i quali, sebbene non siano certo guidati da forze popolari, tuttavia sono dominanti, mentre l'Italia è ridotta al rango di espressione geografica.

Vi sottopongo una delle tante pistole fumanti che solo chi è definitivamente accecato può non comprendere al volo. E' uno stralcio di un'intervista di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer. Correva l'anno 1979.

 

Serve aggiungere altro? E adesso andate a guardarvi carta bianca, la trasmissione della figlia...

giovedì 21 marzo 2019

Invertendo l'ordine delle priorità il risultato cambia!

Vi porto tre esempi del fatto che invertendo l'ordine delle priorità il risultato cambia. I primi due sono auto evidenti, per cui non meritano una discussione.

I esempio: si pone al primo posto, tra i compiti di una BC, quello di perseguire la stabilità, e solo in secondo ordine la piena occupazione.

II esempio: si pongono al primo posto i diritti civili invece che quelli sociali.

Il III esempio è abbastanza nuovo e sarà discusso.

Dovete sapere che in un articolo recente (Il sapore della verità) ho inserito un passaggio un po' forte (lo riconosco) scrivendo di compagni di strada che "si stanno avventurando per sentieri che non porteranno a nulla, se non in qualche caso a un ristoro personale, comunque sempre a caro prezzo sul piano morale". Qualcuno si è risentito, e spero che qualcun altro non stia pensando di chiamare l'avvocato per replicare a un giudizio che è solo ed esclusivamente politico. Rinnovo la mia stima personale verso tutti, anche quelli che la pensano diversamente da me, ma ricordo che in politica la parola "ristoro" non significa necessariamente "poltrona" bensì, in generale, ritrarsi da una lotta senza speranza per raggiungere obiettivi ormai ritenuti impossibili, e dunque trarre "ristoro" dal fatto di raggiungerne di minori, in grado di assicurare almeno una parte della soddisfazione che l'agire politico riserva quando si vince qualche battaglia. Chi pensasse che io volessi dire altro dimostrerebbe, con ciò solo, di essere un malpensante: honni soit qui mal y pense!

Prenderò spunto, invece che dai documenti di Patria&Costituzione, da un articolo di Mimmo Porcaro: Se cominciamo a fare sul serio (Mar 20, 2019).

Nel suo pezzo Porcaro sostiene (grassetto aggiunto) "il limite maggiore del sovranismo storico (un termine con cui non indico questa o quella organizzazione, ma una cultura, uno stile di pensiero ed un insieme di riflessi mentali che sono anche in me) sta nel presentarsi di fatto come il partito del “No Ue – No euro”, esaltando più il mezzo che il fine e presentando all’esterno il lato più complicato e problematico della propria proposta: cosa che può concorrere a spiegare il minoritarismo di quest’area, nonostante la ricchezza delle intuizioni e delle analisi."

Dunque Porcaro opera una sorta di inversione delle priorità, considerando l'uscita dall'UE non come un fine dell'azione politica di P&C, bensì come un mezzo. Ciò al fine di indicare, nell'azione di proselitismo, obiettivi più facilmente spendibili. Sostiene Porcaro, dopo aver elencato una serie di azioni che lo Stato dovrebbe intraprendere ("creare occupazione non semplicemente attraverso il rilancio della domanda, ma attraverso investimenti produttivi diretti..." etc.) che ciò avrebbe l'effetto di essere più facilmente comprensibile e che, inoltre, finirebbe col far emergere ed accettare ciò che sappiamo già oggi, ma è difficile comunicare, ovvero che queste politiche sono impossibili dentro la gabbia dell'UE. Sostiene Porcaro ("E veniamo ora all’Ue, sulla quale si deve avere una posizione netta comprensibile a tutti, e nello stesso tempo priva di tratti avventuristici") che è necessario porre in essere una strategia comunicativa che non spaventi gli elettori ("Dobbiamo tener presente che anche se i sentimenti antiunionisti sono significativamente cresciuti rispetto al passato, il terrorismo mediatico e finanziario sarebbe, in caso di scelte più radicali, notevolmente maggiore a quello a cui abbiamo assistito nella recente querelle su qualche punto percentuale, e quindi dobbiamo giungere a tali scelte col massimo di consenso possibile. Tenendo conto del fatto che alla crescita della rabbia sociale (e quindi del radicalismo) fanno da contraltare paure diffuse ('e che succede poi?', 'ma cosa può fare l’Italia da sola?') che non sono occasionali, ma derivano da esperienze storiche severe (Grecia) o dalla 'lunga durata' delle abitudini geopolitiche del paese.").

Oltre a ciò, Porcaro si inoltra in un esame della complessità geopolitica di un'operazione di uscita unilaterale dall'UE esprimendo considerazioni e valutazioni che, a prescindere dal fatto che le si condivida o meno, rivelano tuttavia una postura da statista che mal si concilia col suo ruolo politico effettivo e con quello di un piccolo gruppo come P&C. Evidentemente Porcaro deve sentirsi come un nuovo Cavour, il quale seppe manovrare tutte le forze presenti sullo scenario italiano ed europeo al fine di raggiungere l'unità d'Italia. E davvero, se Porcaro fosse oggi primo ministro, prenderei in seria considerazione le cose che scrive, ma così non è. Porcaro, e con lui P&C,  è solo un esponente di una piccola e minoritaria fazione politica; una di quelle che, se ci fosse al governo un nuovo Cavour, sarebbero da questi manovrate per raggiungere l'obiettivo di restituire sovranità all'Italia.

Ma allora perché Mimmo Porcaro, e con lui P&C, ragiona da "statista" quale non è, e non invece da militante e patriota come dovrebbe, dando così vita a una formazione politica che faccia dell'intransigenza la sua ragion d'essere, come è ancora possibile quando si è agli inizi? Non è forse vero che Cavour seppe utilizzare perfino i mazziniani più accesi per tessere la sua tela diplomatica, e anzi senza le forze più estreme avrebbe probabilmente trovato maggiori difficoltà o forse fallito?

Poiché non riesco a credere che P&C possa coltivare l'illusione di diventare in tempi ragionevoli una forza di governo, né che Porcaro possa immaginare di esserne il Presidente del Consiglio, sono costretto a cercare altre spiegazioni. Una di queste, suggerita anche dalle amare delusioni che tanti ci hanno offerto negli ultimi anni, è che gli uomini e le donne di P&C abbiano scelto di non dedicarsi all'umile ma indispensabile lavoro di costruire un fronte di opposizione radicale nel nome dell'obiettivo primario della nostra collettività nazionale: la riconquista del potere di auto determinarsi sul piano interno, per il diritto di adottare senza vincoli esterni tutte le soluzioni di politica economica e sociale volute dalla maggioranza degli elettori. La nascita di una siffatta forza politica sarebbe, a mio avviso, molto più importante del fatto di costituirne una che, per quanto potrà tenersi lontana da posizioni esplicitamente radicali sulla necessità di uscire dall'UE, non sarà mai accolta in nessun governo! Cosa resterebbe da fare a questa forza, se non riuscire, nella migliore delle ipotesi, a conquistare qualche scranno, ma al prezzo di non dire la verità? Per non parlare del fatto che, ove mai riuscisse a ottenere qualche scranno, i suoi rappresentanti eletti sarebbero sempre a rischio di essere cooptati dal PD o da qualche altra formazione politica falsamente socialisteggiante, come spesso è avvenuto in passato.

Ognuno di noi, in quanto parte della collettività nazionale che chiamiamo Patria, ha l'obbligo morale di fare la sua parte nel luogo e nelle circostanze in cui lo ha messo la vita: chi insegnando a scuola, chi lavorando nella pubblica amministrazione, chi facendo l'imprenditore, e anche ricoprendo un ruolo da intellettuale. Ma sempre dicendo la verità.

Ora invertire l'ordine delle priorità, cioè indicare agli elettori un obiettivo di equità sociale che si sa non essere perseguibile perché si è persa la libertà, è una menzogna; e come tale non può essere agìta (nemmeno a fin di bene) da chi non ha ancora, e non potrà avere in tempi ragionevoli, una posizione di governo in un paese veramente libero. Scegliere di seguire una linea politica fondata sulla menzogna, per calcoli elettoralistici o superbia intellettuale, è come minimo un errore politico. Talmente evidente che, nello sforzo di trovare una spiegazione, può affacciarsi alla mente di molti, come in effetti è, il sospetto che chi lo fa si stia costruendo uno scenario di comodo, all'interno del quale provare a dare concretezza alle proprie ambizioni.

Mi dispiace che qualcuno se la sia presa, ne sono afflitto, ma credo di aver solo dato voce a un pensiero che è nella mente di molti. Tuttavia sono libero di farlo perché non conto niente, sono solo un professore di provincia che sogna la pensione ma, proprio per questa ragione, non devo preoccuparmi di altro che dire la verità. Lo stesso atteggiamento, io credo fermamente, che dovrebbe essere fatto proprio da qualsiasi forza minoritaria che si sforza di nascere e crescere. Verrà il tempo della diplomazia, delle mezze verità, e financo, se e quando si sarà al governo, quello di praticare la menzogna come è obbligo di chi serve il suo paese da statista. Ma chi parla da statista quando non lo è, ed è solo un militante o un intellettuale, o entrambe le cose, non la racconta dritta. Oppure ha completamente sbagliato l'analisi.

mercoledì 20 marzo 2019

Le treccine di Greta e il metodo scientifico


Premessa


Ho fatto vedere questo documentario ai miei studenti del IV anno. L'ho fatto per insegnare loro come funziona il metodo scientifico, in particolare il suo primo assioma che consiste nel dubitare di qualsiasi teoria. Gli ho detto che non è vero che vi sia consenso unanime sulla teoria del riscaldamento globale, visto che il governo del più potente paese del mondo, e il più tecnologicamente avanzato, gli USA, lo ha rinnegato. La risposta a ciò non può essere quella di demonizzare quel governo sulla base di un preconcetto politico che, ovviamente, non rientra nel metodo scientifico.

Gli ho anche ricordato che, quando avevo la loro età, ero bombardato da un messaggio diametralmente opposto: che fosse in atto un processo di raffreddamento globale che avrebbe reso le regioni più vicine ai poli progressivamente meno abitabili. Ciò avveniva come conseguenza del fatto che dal 1940 al 1975 le temperature medie del pianeta erano scese, nonostante proprio in quegli anni la produzione di co2 da attività antropiche stesse crescendo con rapidità. Non solo! Prima del 1940, quando le emissioni di co2 erano trascurabili, le temperature erano invece aumentate, cosicché si può sostenere che la relazione causale tra aumento della concentrazione di co2 e delle temperature viene smentita, solo negli ultimi 150 anni, per ben due volte su tre.

Gli ho anche fatto notare come l'ultima campagna mediatica sul riscaldamento globale, che ha adottato la giovane Greta come testimonial, possieda tutte le caratteristiche della propaganda. Dopo averli avvertiti che questa circostanza, da sola, non basta per considerare falsa la teoria del riscaldamento globale, poiché è sempre possibile che la propaganda venga usata per sostenere una teoria vera per rafforzarne l'assimilazione presso grandi masse al fine di sensibilizzarle, ho sottolineato che l'esistenza di una chiara propaganda è però un fatto innegabile.

L'insieme delle suddette considerazioni impone, pertanto, di prendere in considerazione ogni possibilità: sia il fatto che la teoria del riscaldamento globale sia scientificamente fondata e che la si propagandi per sensibilizzare le popolazioni; sia che sia falsa e che dietro la propaganda si celino interessi di natura politica. Infine, ho sottolineato con convinzione che un corretto approccio scientifico deve considerare anche altre possibilità: 
  1. Il riscaldamento globale è solo una fase di un continuo cambiamento climatico le cui cause non sono riconducibili all'attività antropica
  2. Il riscaldamento globale è causato dall'attività antropica ma non è la co2 l'agente responsabile
  3. Il riscaldamento globale è la conseguenza di esperimenti su larga scala per il controllo del clima a fini bellici
  4. Il riscaldamento globale è causato dalle flatulenze dei puffi
  5. ... etc. etc. etc...
Insomma, serve apertura mentale e umile applicazione della metodologia scientifica.

Dati di partenza


Se il riscaldamento globale è causato dalla presenza della co2 nell'atmosfera dobbiamo conoscerne la concentrazione. Secondo gli ultimi dati questa è di 410 ppm, ovvero per ogni milione di molecole di tutti i gas presenti in atmosfera - Vapore acqueo (H2O), anidride carbonica (CO2), protossido di azoto (N2O), metano (CH4) ed esafluoruro di zolfo (SF6) - quelle di co2 sono 410, cioè lo 0,041%. In figura la concentrazione in ppm di co2 dal 1982 al 2017:


L'aumento è del 20% in 36 anni. In realtà la concentrazione è solo in parte conseguenza di attività antropiche, per cui si dovrebbe indagare la possibilità che questo aumento sia stato influenzato, ad esempio, da anomalie nell'attività vulcanica.

https://ingvvulcani.wordpress.com/2018/07/13/lattivita-vulcanica-della-terra-sta-aumentando-no-e-tutto-nella-normalita/
In effetti (scontando il fatto che nei secoli passati molti vulcani attivi non erano conosciuti) è innegabile che negli ultimi decenni l'attività vulcanica sia in crescita. Il fenomeno viene considerato nella regola dagli esperti, però dal punto di vista dell'aumento della co2 in atmosfera esso ha sicuramente contribuito. E' però necessario sapere che le emissioni di co2 di origine antropica superano quelle da attività vulcanica di almeno un fattore 10. Le prime generano 26Gt/anno (miliardi di tonnellate) le seconde circa 2GT/anno. Pertanto ogni critica alla validità della teoria del riscaldamento globale che tiri in ballo l'attività vulcanica è da ritenersi scarsamente fondata. Oltre a ciò, è bene tener presente che non tutta la co2 prodotta ogni anno da attività antropiche, da vulcani o altre fonti deve essere semplicemente sommata a quella già esistente, perché la co2, oltre che creata da una molteplicità di fonti, viene anche distrutta, realizzandosi così un ciclo della co2 che, negli ultimi decenni, ne ha visto crescere la concentrazione.

Ma allora perché parlo dei vulcani? Perché nel filmato presentato agli studenti al minuto 24'37'' viene affermato che i vulcani producono più co2 di tutte le attività antropiche, il che è falso.

Questa bufala sui vulcani, insieme alle treccine di Greta, dimostra in modo lampante che tutta la questione si riduce, dal punto di vista della comunicazione pubblica, a pura propaganda!

A maggior ragione è necessario ogni possibile sforzo per occuparsi del problema in modo metodologicamente corretto dal punto di vista scientifico. Un mio modesto contributo consiste nel calcolare, sulla base dei dati disponibili e universalmente accettati, la sensibilità delle variazioni della temperatura media rispetto a quelle della concentrazione di co2, e nel trarre da ciò alcune considerazioni generali. Il tutto, ovviamente, nell'ipotesi che sia vera la relazione di causalità tra aumento della concentrazione di co2 e della temperatura, e non il contrario: ovvero che siano gli aumenti di temperatura legati a fattori esogeni, ad esempio l'attività solare, a determinare gli aumenti della concentrazione di co2. Una tesi, quest'ultima, che personalmente mi appare più convincente, sebbene non la consideri provata oltre ogni ragionevole dubbio.
Fig. 1
Dalla figura si vede come la temperatura media globale sia aumentata dal 1980 di 0,4 gradi, mentre nello stesso periodo la concentrazione di co2 è passata da 340 a 410 ppm. Il che significa che negli ultimi 30 anni la temperatura media globale è aumentata mediamente di meno di 0,6 centesimi di grado per ogni aumento di co2 di 1 ppm.

Il grafico qui sotto completa i dati sui quali proverò a ragionare.
Fig. 2
Il grafico di fig.2 ci mostra che nel periodo dal 1910 al 1940 la temperatura media globale è aumentata di 0,5 gradi, mentre nel frattempo la concentrazione di co2 passava da circa 300 ppm a 305 ppm. In quel periodo, dunque, la sensibilità della temperatura alla concentrazione di co2 è stata decisamente maggiore: 8 centesimi di grado/ppm, ovvero più di 130 volte maggiore che nel periodo tra il 1980 e il 2010. Si potrebbe invocare una sorta di "effetto non lineare", in base al quale la sensibilità della temperatura all'aumento di concentrazione di co2 varierebbe in funzione del suo livello. 

Se tale effetto non lineare fosse una realtà, ciò significherebbe che ci troviamo in presenza di un sistema instabile nel quale, in funzione di non ben identificate soglie critiche di co2 che potremmo raggiungere nei prossimi decenni, si possono innescare comportamenti non lineari. Se questo effetto non lineare esiste davvero, allora saremmo nella condizione per cui in circostanze avverse uno sbuffo di co2 in Alabama potrebbe generare una fornace a Bruxelles. Un esito certamente da non augurarci, ma che qualche risvolto positivo potrebbe anche averlo! 

Il fatto che il coefficiente di proporzionalità tra concentrazione di co2 e aumento della temperatura media globale sia diminuito all'aumentare della concentrazione di co2 non deve trarre in inganno. Come ben sa chiunque si occupi di scienza, gli effetti di non linearità, spesso chiamati "condizioni di risonanza" possono emergere al raggiungimento di soglie diverse, tra le quali il sistema si comporta in modo lineare. A titolo di esempio vi mostro questa figura, che rappresenta la caratteristica di emissione di un diodo laser al variare della frequenza:


Quanto ne sappiamo del sistema climatico per poter escludere la possibilità che si verifichino effetti di risonanza qualora la concentrazione di co2 raggiunga alcune soglie critiche?

Esaminiamo ora un grafico che riporta la concentrazione di co2 e la temperatura media globale negli ultimi 400.000 anni. 


Credo che, sul fatto che concentrazione di co2 e temperatura media globale sono in qualche modo correlate non possano esserci dubbi. Resta però da interrogarsi sulla questione fondamentale: sono le variazioni di co2 a causare quelle di temperatura, oppure sono le variazioni di temperatura a causare quelle di co2?

Il ragionamento, se i dati sono sostanzialmente corretti come credo, è piuttosto semplice. Se il rapporto di causalità è quello per cui le variazioni di co2 determinano quelle di temperatura, allora si può e deve fare qualcosa, atteso che vi è anche la possibilità del verificarsi di un temuto effetto di non linearità tale che, raggiunta una soglia critica, l'intero sistema subisca una transizione non lineare dagli effetti potenzialmente catastrofici. Viceversa, se il rapporto di causalità è quello per cui sono le variazioni di temperatura - che si verificano per ragioni esogene, ad esempio l'attività solare - a causare quelle di co2, allora non solo non vi è molto che possiamo fare, ma anzi, agendo sugli effetti (le variazioni di co2) e non sulle cause - sulle quali non abbiamo potere alcuno, rischiamo di combinare l'ulteriore disastro di impoverire economicamente l'intero pianeta, colpendo così soprattutto le sue aree più povere che hanno estremo bisogno di svilupparsi.

I sostenitori della teoria per cui il driver fondamentale dei cambiamenti climatici è il sole hanno dalla loro solide argomentazioni. La prima di esse è la mancata correlazione, negli ultimi secoli, tra aumenti della concentrazione di co2 e della temperatura globale, ma si tratta di un'argomentazione che, se si rivelasse inesatta perché questa è una conseguenza del fatto che il sistema climatico è non lineare, avrebbe l'effetto di nascondere un problema ben più grave: ovvero il rischio di un effetto valanga col raggiungimento di una soglia critica, oltre la quale si scatenerebbe la fine del mondo. Un indizio a favore di questo grave pericolo è rappresentato proprio dal cambio del coefficiente di proporzionalità tra concentrazione di co2 e temperatura, che è anche uno dei punti di forza degli scettici.

Conclusioni


Come vedete, e come ho spiegato ai miei studenti, il tema dei cambiamenti climatici è estremamente complesso e potenzialmente molto pericoloso, chiunque abbia ragione. E poiché esso riguarda tutti noi, la prima esigenza è quella di liberarlo dalla propaganda politica: non contrastare l'aumento della concentrazione di co2 potrebbe rivelarsi catastrofico, ma altrettanto può esserlo frenare lo sviluppo, soprattutto dei paesi poveri, in base a timori infondati alimentati da una teoria farlocca.

Ho cercato, nel mio piccolo, di essere onesto coi miei studenti e con voi pochi lettori. Quello che mi dispiace, più di tutto, è vedere le truppe di fans che si azzuffano, ancora una volta comandate a bacchetta dalle centrali di condizionamento che obbediscono alle menti raffinatissime di questa o quella fazione del grande capitale privato. Io sbaglio spesso perché sono un essere limitato, ma vi assicuro che lo faccio sempre e solo con la mia testa, dopo aver dedicato ai problemi che mi si pongono l'attenzione e l'energia che giudico necessaria e sufficiente in base alla loro priorità. In questo penso di non sbagliare.

martedì 19 marzo 2019

Il sapore della verità

Il video incorporato è un assaggio, il resto potete trovarlo qui.


L'incontro è stato organizzato da:  Associazione Socialismo, Federazione Giovani Socialisti, Mondoperaio, Partito Socialista Europeo, Partito Socialista Italiano; in pratica dai socialisti che considerano l'Unione Europea un progetto sostanzialmente positivo i cui ideali sono stati deviati e, dunque, che sia nell'Unione Europea che si deve organizzare la battaglia ideale e politica per rimetterli al loro posto. Tra gli invitati anche Stefano D'Andrea, fondatore e Presidente del Fronte Sovranista Italiano, che ha discusso la tesi oppostal'Unione Europea, oltre che irriformabile, è un disegno politico strutturalmente opposto agli ideali socialisti, oltre che politicamente ed economicamente insostenibile; a meno di mettere nel conto, al fine di imporlo, un'azione basata sull'uso esplicito della forza. Ma, comunque, destinato alla rapida dissoluzione.

Vi invito a trovare il tempo per ascoltarlo tutto, con particolare attenzione gli interventi di SdA. Emerge dal dibattito un "sapore di verità" che cattura i palati in grado di apprezzarlo, soprattutto nel contrasto tra l'irenica narrazione di Giulio Saputo (segretario del Movimento Federalista Europeo della Toscana) e quella concreta e razionale di SdA.

Purtroppo il FSI è rimasto l'unico gruppo politico organizzato a difendere la linea del recesso dai trattati europei come unica strada percorribile, mentre moltissimi altri compagni di strada (faccio alcuni nomi: Bagnai, LBC, Moreno Pasquinelli, Enea Boria, Marco Mori, Fassina, Mimmo Porcaro, Ugo Boghetta...) si stanno avventurando per sentieri che non porteranno a nulla, se non in qualche caso a un ristoro personale, comunque sempre a caro prezzo sul piano morale. La sola cosa che mi sento di dir loro è "fermatevi! siete ancora in tempo". Naturalmente «Faber est suae quisque fortunae», e chi è un povero cristo come il sottoscritto per dare lezioni in tal senso? 

Potrei anche disinteressarmi del destino spirituale e morale, prima ancora che politico, dei sempre più timidi oppositori dell'Unione Europea che ho citato, ma il fatto è che vedo un pericolo all'orizzonte. Cari amici, supponete per un istante che SdA e il FSI abbiano ragione, e cioè che l'Unione Europea sia un progetto, oltre che di ispirazione liberale, anche insostenibile (nel senso letterale del termine) ovvero destinato a crollare catastroficamente: vi rendete conto della responsabilità che vi assumete lasciando sulle spalle del solo FSI e di SdA il ruolo di soli e veri oppositori? Lo volete capire che il vostro vero compito è, soprattutto, quello di impedire che sia un solo raggruppamento politico, certo oggi molto minoritario ma domani chissà, a potersi fregiare del merito di essere sempre stato coerentemente un nemico del folle progetto unionista? Vi rendete conto di quanto pericoloso ciò potrebbe essere, al netto delle ottime intenzioni democratiche degli uomini e delle donne del FSI nelle quali possiamo pur credere?

Ecco, passatevi una mano sulla coscienza, e soprattutto sforzatevi di guardare la realtà in modo concreto: abbiamo una sola possibilità di contare qualcosa, e questa risiede nel fatto che il progetto unionista crolli per le sue irrimediabili tare congenite. Se questo non accadrà, allora ogni cosa che possiamo fare sarà inutile; ma se questo dovesse accadere, tutti noi saremo chiamati a rispondere per quello che non avremo fatto. Ebbene, quello che non dobbiamo fare è lasciare solo il FSI sulla linea della fermezza e dell'intransigenza. Non per aiutare il FSI, ma per impedire che esso, rimasto solo, possa soccombere sotto il peso degli impegni, per trasformarsi in qualcosa che oggi non è, che spero ardentemente non diventi mai, ma in cui potrebbe trasformarsi

La linea del recesso dai trattati europei deve essere sostenuta da una molteplicità di piccole - oggi - organizzazioni, essa deve essere corale. 

domenica 17 marzo 2019

La magna carta - ovvero la democrazia è sempre tra pari

La democrazia è sempre l'esito di un conflitto tra pari. Per ritrovare il filo conduttore della grande storia dell'occidente basta sostituire la pretesa del potere assoluto delle case regnanti del passato con quella odierna della commissione europea: dai greci ai romani, passando per il medioevo e fino all'era moderna e alla contemporaneità, la democrazia non è un valore, ma una conquista. Al più, è un valore ex-post: che si impone, dopo il conflitto, come nuovo equilibrio. Ma chi non ha la forza per parteciparvi semplicemente non esiste: è uno schiavo.

venerdì 15 marzo 2019

Il gretinismo

Vieni avanti Gretina!
Greta Thunberg, la novella Giovanna D'arco svedese, è riuscita là dove milioni di ambientalisti hanno fallito per anni. Deve essere una santa, ispirata dallo spirito globale dei nostri tempi. Pensateci, una ragazzina di quindici anni che per un anno è andata a protestare davanti al parlamento svedese, e nessuno che sia intervenuto davanti a un comportamento così strano per una quindicenne, anzi quattordicenne quando ha cominciato. La madre? Forse troppo impegnata per occuparsene, ma in fondo che rischi correva a star seduta davanti al parlamento? Un miracolo, qui c'è la mano della Provvidenza, chi siamo noi per dubitare? Mica Rita Pavone!

La bimbetta è ora giustamente, sacrosantemente e non qualunquemente candidata al Nobel per la pace, sapete quello che è stato assegnato anche a personaggi del calibro di Kissinger e Obama, nonché all'Unione Europea (“per oltre sei decenni ha contribuito all'avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa”). Niente male per un'adolescente che invece di giocare, studiare e fare sport ha trascorso un anno seduta per terra circondata di cartelloni.

Ma è giusto che sia così perché Greta ha fatto quello che andava fatto: puntare l'attenzione sulla sola cosa veramente importante per l'umanità, notoriamente minacciata dai cambiamenti climatici di cui nessuno si occupa. Non un giornale, telegiornale, nessuna figura pubblica ci parla mai del vero grave e improrogabile problema che incombe sulla vite del pianeta: l'aumento delle emissioni pro-capite di CO2. Ed è giusto indicare i responsabili!



Minchia, i cattivi sono i cinesi! I quali dal 1970 hanno aumentato le loro emissioni pro-capite del 700% (da 1 a 8), mentre gli USA le hanno diminuite (fino all'arrivo di Trump, ovvio) del 27%, da 22 a 16. Bravi gli europei, invece: Francia -44% (da 9 a 5), Regno Unito - 50% (da 12 a 6). Noi italiani? Stabili, salvo un breve periodo dal 2000 al 2008: poi per fortuna siamo rinsaviti.

Se ne deduce che la guerra ambientalista deve essere combattuta contro i cinesi e gli americani, prima di tutto. E i russi e gli indiani? Andiamo a vedere.

Un paese che nel 1998 sembrava ben avviato sulla via della virtù, improvvisamente è ricaduto nel vizio. Salvo un bel periodo nel 2009, ma una rondine non fa primavera, si sa.

Diamo un'occhiata all'India:

Veramente pazzesco, un aumento del 500%. 

Signori, se vogliamo evitare la guerra serve un governo mondiale che imponga un livello di emissioni di co2 al quale tutti dovranno convergere. Si potrebbe adottare lo standard medio della santa Unione Europea, che è a 3 tonnellate annue pro-capite. Dunque gli USA dovrebbero scendere da 16 pari al -80%, la Germania da 8,92 pari al -66%, la Francia da 5,19 pari a -42%. Al contrario l'India potrebbe crescere da 1,66 pari a +44%. 

Possiamo far leva sul movimento gretino che tanto entusiasmo sta suscitando. 

O no? Mi sfugge qualcosa? Vediamo, pare che le emissioni di co2 di tutte le flotte mercantili del mondo siano equivalenti a un consumo di 2 miliardi di tonnellate di gasolio al giorno, mentre quello di tutte le automobili a uno di 7 mln di tonnellate al giorno, cioè 285 volte in meno. Pare che riducendo dell'1% i consumi delle flotte mercantili si risparmierebbe più gasolio di quanto ne consumino tutte le automobili del mondo...

E allora che aspettiamo? Diventiamo tutti gretini! Siamo già sulla buona strada, ne vedo molti in giro.

giovedì 14 marzo 2019

Il contributo scolastico "volontario" e una proposta per la costituzione dei "soviet di classe"



Io sono un prof.

Ogni anno, di questi tempi, si aprono le iscrizioni all'anno successivo e le famiglie si trovano davanti alla richiesta di versare un contributo "volontario" di entità variabile da alcune decine di euro fino a qualche centinaio, spesso presentato, in modo più o meno subdolo, come obbligatorio.

Io credo che gli studenti e le famiglie dovrebbero organizzarsi per lanciare un'iniziativa del tipo "no taxation without representation" il cui fine sia la richiesta, tassativa e non negoziabile, che i proventi di questo contributo, che comunque deve restare volontario, siano totalmente sotto il controllo delle assemblee di classe degli studenti, delle famiglie attraverso i rappresentanti eletti, e con il coinvolgimento a titolo esclusivamente consultivo del consiglio di classe degli insegnanti.

Spesso vediamo in televisione film o serie sulla scuola che si sviluppano in ambienti che nulla hanno a che vedere, nemmeno lontanamente, con i locali degradati in cui studenti e insegnanti trascorrono oltre 200 giorni all'anno: muri scrostati, finestre con vetri pericolosi per l'incolumità degli studenti, finestre senza tapparelle, interruttori luce sfondati, Lim non funzionanti, lavagne tradizionali inadeguate, riscaldamento invernale insufficiente, banchi e sedie rotti, cattedre senza cassetti, mancanza perfino di attaccapanni, e molto altro, sono la quotidianità per centinaia di migliaia di studenti e insegnanti. Dopo la propria casa, le aule scolastiche sono il luogo dove i nostri studenti trascorrono più tempo per tutta la durata del loro periodo di apprendimento, dalle elementari alle medie superiori.

Considerando una media di 25 alunni per classe, un contributo di 100 € (ma si arriva anche a diverse centinaia di € nelle scuole frequentate dai figli della classe medio alta) significano una cifra di 2500 €/anno, i quali, per le sole superiori che durano cinque anni, sommano 12500 €. Se questa cifra, che è assolutamente volontaria, e non obbligatoria come molti dirigenti scolastici si sforzano di far credere, fosse interamente spesa per l'allestimento delle aule in cui gli alunni trascorrono almeno 200 giorni l'anno, in totale 1000 giorni sui cinque anni delle superiori pari al 55% dei giorni, le cose potrebbero cambiare radicalmente. Purtroppo non è così, perché i ricavi di questo contributo "volontario" vengono utilizzati in funzione sussidiaria rispetto ad altre attività che, invece, dovrebbero essere a totale carico dello Stato; e spesso per finanziare iniziative astruse che hanno un impatto minimo, quando non nullo, sulla qualità della vita degli studenti a scuola.

Ma se questo contributo è "volontario", e dunque non obbligatorio (chi provasse a comunicare a studenti e famiglie il contrario incorrerebbe in un reato penalmente perseguibile) allora vi è la possibilità di aprire un confronto con le istituzioni scolastiche che lo chiedono, al fine di imporre che il suo utilizzo sia sotto il controllo diretto delle famiglie che "volontariamente" scelgono di versarlo. Infatti, essendo il contributo "volontario", le famiglie possono ben decidere di non farlo se non viene accolta la più che giusta richiesta di controllarne l'uso. No taxation without representation, per l'appunto!

L'iniziativa dovrebbe nascere dagli stessi studenti, coadiuvati dalle famiglie, ma ritengo che a noi insegnanti spetti il diritto-dovere di chiarire la circostanza sia agli studenti che alle loro famiglie. Si tratta, semplicemente, di dire la verità, e cioè che il contributo è "volontario", cioè non dovuto in base a nessuna legge dello Stato, e che al suo eventuale mancato versamento non può in alcun modo corrispondere alcuna conseguenza per gli studenti le cui famiglie decidano di non effettuarlo!

Chiedo scusa se insisto sul concetto di non obbligatorietà del contributo volontario, ma purtroppo ho potuto verificare come questa semplice circostanza sia tenuta nascosta, e anzi come la comunicazione posta in essere da molte scuole tenda a spacciarlo come obbligatorio. Si tratta, ci tengo a ribadirlo, di una circostanza che potrebbe avere rilievi anche penali per i dirigenti scolastici e, più in generale, per l'intero corpo docente chiamato a legiferare sulla vita scolastica nel collegio docenti, e dunque responsabile delle decisioni qui assunte.

Sottomettere il contributo volontario, che in quanto tale dovrebbe assumere un carattere di soglia di riferimento, lasciando alle famiglie che possono permetterselo anche la libertà di contribuire con cifre maggiori (ovviamente in forma anonima) e a quelle in difficoltà di versare somme minori o addirittura nulla, al controllo degli studenti e delle loro famiglie, coinvolgendo il consiglio di classe degli insegnanti in funzione consultiva e propositiva ma senza diritto di voto sulle scelte ultime, avrebbe l'effetto di responsabilizzare gli studenti.

In tal modo le assemblee di classe cesserebbero di essere quel rituale stanco e privo di sostanza al quale siamo abituati da decenni, potendo gli studenti, finalmente, deliberare non sul nulla ma su cifre che cominciano ad avere una qualche rilevanza.

La democrazia sostanziale è anche un'abitudine mentale, il cui esercizio deve essere praticato fin dall'adolescenza e su questioni che abbiano sostanza. Non v'è un'età, come l'adolescenza, in cui i giovani abbiano le antenne più drizzate per capire in che razza di mondo sono capitati! Concedere loro assemblee di classe in cui non possono decidere su nulla di concreto e reale è un inganno, le cui conseguenze la società pagherà nel tempo.

Dunque che i nostri giovani studenti siano responsabilizzati sull'uso del contributo volontario che le loro famiglie sono invitate ad erogare. Che questo contributo sia da essi gestito, in collaborazione con le loro famiglie e con l'ausilio del corpo insegnante di classe, che vive con loro nelle aule per almeno 200 giorni all'anno.

Insomma, si costituiscano i soviet di classe!