giovedì 30 luglio 2015

Se il coraggio non ce l'ha, Fassina non se lo può dare!

Mi dispiace soprattutto di averci perso tempo. Dopo aver letto il manifesto del gruppo parlamentare che si formerà intorno a Fassina e altri (deputati e senatori provenienti da diverse esperienze politiche - cit.) sono giunto alla desolata conclusione che non ci siamo. Basta leggere il capoverso dedicato all'Europa (grassetto aggiunto): "Un'iniziativa parlamentare - attraverso la presentazione di mozioni, ordini del giorno e proposte di legge - rivolta al governo italiano perché intraprenda in Europa una battaglia contro le politiche di austerità e per la revisione dei trattati e del ruolo della BCE al fine di favorire politiche di investimenti pubblici, politiche attive per il lavoro, la riconversione ecologica dell'economia, la democratizzazione delle istituzioni europee. In questo contesto ci impegniamo affinché nel nostro ordinamento costituzionale sia abrogato il principio del pareggio di bilancio e sia reso possibile lo svolgimento di referendum anche sui trattati."

Eppure ci avevo sperato!


Che Stefano Fassina "sappia" è cosa di cui tutti noi siamo consapevoli; che abbia timore a muoversi è comprensibile, ma la prospettiva che suggerisce con il manifesto è al di sotto del minimo sindacale. A partire dal linguaggio, un sinistrese bolso e senza forza che non trasmette alcuna emozione, frutto evidente di un compromesso, pesato fino alle virgole, con forze che ancora credono nella riformabilità dell'Unione Europea. La ciliegina sulla torta sarà, immagino e scommetto, la partecipazione di Sergio Cofferati, il "federalista" europeista a lungo segretario del sindacato più entusiasta nell'accettare quel "vincolo esterno" che è all'origine della perdita di oltre dieci punti di quota salario dal 1975 ad oggi: la CGIL.

Dunque siamo soli. Il circo mediatico, al servizio del potere finanziario europeo, darà voce anche a Fassina e ai suoi, oltre che a Salvini e Grillo, i quali tutti insieme appassionatamente occuperanno ogni spazio di visibilità della montante protesta antiunionista, depotenziandola e addomesticandola. Fino a metterla, in casi estremi, al servizio di "questa Europa", come la vicenda del referendum greco dimostra ormai senza ombra di dubbio.

Siamo soli, ma forse è un bene. Vedremo Fassina e i suoi partecipare ai talk show, in quota rigorosamente controllata; finiranno con l'occupare l'ala sinistra dello schieramento eurista conquistando qualche seggio in parlamento; l'Unione europea guadagnerà un altro po' di tempo.

Quel tempo che serve anche a noi sovranisti per crescere, radicarci, continuare a smontare pezzo per pezzo la gabbia di falsità che imprigiona i lavoratori italiani. Stefano Fassina avrebbe potuto scegliere di essere una bandiera, se avesse avuto il coraggio di osare, ma così non è stato: un altro che ha preferito passare all'incasso piuttosto che alla storia. Dimentichiamolo.

mercoledì 29 luglio 2015

Crazy talk


Vi invito a guardare questo video (con Toni Negri, Ugo Mattei, Laura Pizzirani, Sandro Mezzadra e Guido de Togni. Conduce Lorenzo Marsili). Questi dementi, che si autodefiniscono "de sinistra", non sono nemmeno degni di essere considerati avversari. Sono scemi, punto.

martedì 28 luglio 2015

Los Calimeros - Le mani sulle terme di Frosinone

Fa un caldo boia! Los Calimeros si accomiatano da amici e nemici con il tradizionale saluto urbi et orbi di mezza estate. Non si offendano coloro che sono stati dimenticati - ad esempio Fil - ci ricorderemo anche di loro alla prossima occasione. Capito Fil, renziano di ferro ed €uropeista convinto? Tra un po' ti privatizzano sai, e per quanto tu possa essere bravo a stirare la pelle dei vecchiacci come noi ricordati che non sei un imprenditore, ma solo un professionista. Non te l'ha detto la mamma che il Capitalismo si chiama così perché ci vogliono i capitali? Noooo? Non ti preoccupare, sei giovane e hai tempo per imparare...

Nota: La seconda parte del video è dedicata alla vicenda delle terme di Frosinone. A settembre, tanto per tentare di far ragionare un po' di gente, organizzeremo una proiezione pubblica del film "Le mani sulla città". Sapete, i tempi cambiano, prima c'era il bianco e nero e oggi il 3D (oltre alla Ciiiiinaaaa!) ma il teorema di Pirro è sempre lì: la ragione è dei fessi! L'ovvio corollario è che se non ci si organizza per vincere le battaglie politiche non resta che accettare la derisione di chi ha vinto. E' accaduto nell'ultimo consiglio comunale, ad opera di Nicola Ottaviani, sindaco di Frosinone, la città che è in serie Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... Ah!... 

lunedì 27 luglio 2015

La me-mmt e il "Non ora" di Alberto Bagnai

Link correlato: MMT? No grazie (per ora) - Goofynomics 1 marzo 2012


Tanto per ribadire la mia, copio&incollo il mio commento al post su Sollevazione dal titolo "USCIRE DALL'EURO COME? (1) Note sul seminario teorico di Castiglione del Lago: le tesi della me-mmt 25-07-2015":

«25 luglio 2015 18:59
Dicono i memmettari: "Lo Stato allo stesso tempo accetterà come valuta per l’estinzione degli obblighi fiscali soltanto le NL (soltanto le NL verranno accettate come mezzo di pagamento per le tasse). Ciò determinerà una crescente domanda di NL anche nel settore privato - dipendenti privati ed imprese chiederanno di essere pagati in NL perché soltanto con queste potranno pagare le tasse. La crescente domanda di NL in una fase in cui questa sarà ancora scarsa nel sistema difenderà il valore della valuta."

Osservo: il tasso di cambio di una moneta viene determinato sui mercati internazionali, e non dipende dalla richiesta interna.

Aggiungo che un cittadino italiano che avesse il suo conto in banca in euro, con quei soldini non ci può fare acquisti all'estero. Potrebbe spenderli solo sul mercato interno, nel quale li cambierebbe al tasso determinato dai mercati internazionali. Pertanto ridenominare il 30% o il 100% non cambia nulla.

Gli unici eurini che un cittadino italiano potrebbe spendere all'estero sarebbero quelli che effettivamente detiene in forma cartacea. Infatti l'uscita dall'euro avrebbe come conseguenza l'uscita dal SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali), con il che l'acquisto all'estero di una mercedes, ad esempio, non potrebbe avvenire con gli eurini che lo Stato italiano continua (illegalmente perché fuori dal SEBC) ad accreditare in euro sotto forma del famoso click del mouse, per la semplice, banale, ovvia, elementare (e quello che vi pare) ragione che tale accreditamento è possibile solo se si sta nel SEBC. Pertanto la BCE imporrebbe (e sennò la mercedes te la scordi) di trattare gli eurini sul conto corrente del cittadino italiano come se fossero NL, al cambio determinato in quel momento dai mercati internazionali.
In definitiva, tutta questa fuffa sarebbe solo una bugia, buona per non spaventare troppo i depositanti nelle settimane precedenti l'uscita. Ma si tratta, con evidenza, di una bugia dalle gambette così corte da non poter durare più di mezza giornata. Verrebbe subito rubricata per quello che è: una bufala.»

Uscendo dall'euro - Mario Volpi (me-mmt)

Le modalità di uscita dall'euro, secondo la me-mmt, presentate da Mario Volpi. Il punto di vista della me-mmt è stato oggetto di serrate critiche da parte dei presenti, in particolare per quanto riguarda il vincolo del saldo della bilancia commerciale. Personalmente condivido tali critiche, ma siamo esseri dotati di parola e dunque del diritto/dovere di farne buon uso. La discussione è aperta.


domenica 26 luglio 2015

Uscendo dall' euro - risposte alle domande

Microfonare il popolo

Prendo spunto per questo post da una battuta, e da un articolo di Peter Yanez sul blog sarcastico gufinomics.

La battuta deriva dal fatto che, avendo effettuato le riprese di una rappresentazione teatrale a Frosinone utilizzando l'uscita audio del mixer, i figuranti che rappresentavano il popolo romano e quello della città di Corioli nel video non hanno voce. Orbene, all'osservazione di una delle organizzatrici (suppongo) che osservava su FB: "I microfoni erano stati tutti ben tarati...non capisco...", io rispondevo con questa immortale battuta:

Il popolo non era microfonato. Come al solito!

Il succitato post di Peter Yanez (il cui blog seguo pur intervenendo poco), che affronta la questione dell'effettivo seguito di Alberto Bagnai, è invece un ottimo spunto per affrontare un tema più generale, quello della consistenza dei gruppi che si battono per l'uscita dall'euro e il recupero della sovranità monetaria e nazionale.

Partirò dall'ovvio ed evidente dato di fatto che il blog di Bagnai, pur essendo molto seguito, è tuttavia anch'esso poco più di una piccola voce incapace di incidere nella realtà politica. Ci sono però esempi di iniziative politiche "dal basso" che hanno avuto maggior successo: i gruppi mmt e i meetup di Beppe Grillo. Nel ragionamento che farò voglio inserire anche un esempio di organizzazione politica dal basso che, a dispetto degli sforzi, della passione e dell'ottima (a mio avviso) piattaforma che propone, non riesce a decollare: l'ARS. La scelgo perché, avendone fatto parte, la conosco abbastanza bene.

Se tiriamo una linea nel mezzo abbiamo due modelli: il blog di Bagnai e l'ARS da una parte, i gruppi mmt e i meetup dall'altra. A questi due modelli corrispondono diversi livelli di "successo", minore per il primo e maggiore per il secondo. Per procedere argomenterò dapprima sul fatto che siamo in presenza di due, e non quattro, modelli.

Due modelli

Bagnai e ARS hanno costruito entrambi una struttura gerarchica. Non con le stesse modalità, ma qui sto ragionando da ingegnIere sistemista qual io sono, cercando di cogliere la struttura e trascurando la sovrastruttura (cioè l'immagine di sé come gruppo, la cifra espressiva e quant'altro). Una struttura gerarchica è un po' come un esercito, nel quale ciò che più conta è non solo e non tanto l'obbedienza alla linea, cioè il condividere l'impostazione ideologica, quanto il riconoscimento di una gerarchia all'interno della quale ognuno deve trovare la giusta collocazione. Quest'ultima, a sua volta, è determinata dalla stessa gerarchia, salvo lievi scostamenti determinati dalle preferenze del militante/attivista, che tuttavia sono spesso sufficienti per creare tensioni con il livello superiore.

Ho sperimentato di persona le tensioni cui si viene sottoposti quando non si accetta la gerarchia e, pertanto, la collocazione che questa impone, perché sono stato a lungo nel cerchio magico di Bagnai e, successivamente, nel direttivo di ARS. Nel caso di Bagnai, ad esempio, con cui si verificò una clamorosa rottura alla fine del 2012, la ragione vera non fu tanto la lettera privata nella quale, dietro sua sollecitazione, delineavo un modello di divulgazione del Tramonto dell'euro, quanto piuttosto il fatto che, essendo vicine le elezioni politiche, mi feci promotore di un'iniziativa che egli non approvava: la solitudine dei numeri reali, la "mission" della quale è riportata nel sito linkato in home-page sulla colonna di sinistra. Fu la mia rivendicazione di autonomia operativa, e non un dissenso ideologico, la vera causa della rottura con Bagnai! Tant'è vero che in seguito ho dovuto ripetutamente ribadire il fatto che sono molto spesso in accordo con le sue posizioni su moltissime questioni, nonostante il "litigio".

Qualcosa di simile è avvenuto con l'ARS, sebbene con tutt'altro stile. Che è una cosa, lo stile, che se uno non ce l'ha non se lo può dare.

Sia i gruppi territoriali della mmt, sia i meetup, erano e sono organizzati secondo un modello non gerarchico bensì reticolare, ed hanno avuto indubitabilmente un successo maggiore. Peccato che i modelli organizzativi gerarchici scelti da Bagnai e ARS poggino su solide basi tecniche/ideologiche, mentre (opinione personale) quelli reticolari dei gruppi mmt e dei meetup no.

Si potrebbe obiettare che sia proprio la mancanza di una solida ideologia la ragione per cui si adotta un modello reticolare, ma ciò non è vero per i gruppi mmt, che un'ideologia ce l'hanno seppure a mio avviso gravemente lacunosa. Qualcuno potrebbe sostenere che senza una forte struttura gerarchica l'ideologia sottostante rischia di essere "annacquata", e questo è vero. Si possono dire tante cose, e se ne può discutere, ma quel che mi preme adesso è argomentare sul perché una struttura reticolare sia la scelta migliore quando la priorità è quella di crescere. Se questo verrà compreso, allora si potrà passare alla fase successiva, cioè come correggere le pur necessarie strutture gerarchiche. E' ovvio che gli eventuali suggerimenti sono rivolti all'ARS perché, come sanno anche gli ossiuri, a'r cavajere nero nun je devi romp'er cazzo!

Megafoni più potenti o microfonare il popolo?

Se si osservano le dinamiche delle grandi rivoluzioni ideologiche, ad esempio quella cristiana e quella francese, salta agli occhi un dato inconfutabile: c'è un'ideologia molto forte, che viene man mano affinata e corretta, la quale funge da collante per iniziative che si sviluppano in tempi e luoghi diversi in modo del tutto autonomo. I vescovi cristiani avevano un'autonomia pressoché totale nei territori di competenza, anche per la difficoltà delle comunicazioni. Lo stesso può dirsi dei rivoluzionari francesi, che mai risposero ad una centrale unica. Un'eccezione può sembrare la rivoluzione russa guidata da Lenin, ma vanno dette due cose: si trattò di una circostanza unica e, soprattutto, questa era stata preceduta da quasi un secolo nel corso del quale le organizzazioni socialiste in Europa si erano diffuse in modo coerente con il modello reticolare. Anche in quel caso c'era un testo che fungeva da riferimento ideologico forte: il Capitale di Karl Marx.

Da ciò emerge, a mio avviso, che la strada migliore, quando la priorità è crescere, non è dotarsi di megafoni più potenti, bensì microfonare il popolo.

La citazione è d'obbligo (Bagnai "Oggi arriveremo a cinque milioni di contatti."): «E allora, quando i ceti medio alti hanno capito che toccava anche a loro, è stato relativamente facile trovare la strada verso megafoni più potenti (anche se il fatto che ci siamo riusciti noi ma non altri, e avendo fra l'altro molti meno mezzi di altri - perché non vi ho mai chiesto nulla - indica chiaramente che noi siamo migliori di altri: il mercato, a modo suo, funziona)»

Microfonare il popolo

Un aspetto che distingue una rivoluzione ideologica da un pur radicale cambio di assetto all'interno di un sistema di potere è il fatto, secondo me troppo sottaciuto, che le rivoluzioni ideologiche fungono da incubatrici per una nuova classe dirigente. Si può condividere l'esito di una rivoluzione ideologica, o se ne può dissentire, ma credo che il segnale che si è verificata una rivoluzione ideologica sia proprio nel fatto che una parte importante, se non la totalità della vecchia classe dirigente viene sostituita. Il che implica che, quando si verifica il cambiamento, una nuova classe dirigente si sia già formata. 

Ebbene, la formazione di una classe dirigente è molto facilitata, IMHO, dall'adozione di un modello reticolare piuttosto che gerarchico. Non che le strutture gerarchiche non si formino negli eventi rivoluzionari, ma queste emergono nella fase finale, quando cioè il "movimento" è già abbastanza esteso e forte per sfidare il potere costituito. In altre parole, le strutture gerarchiche si formano quando la nuova classe dirigente è già pronta a sostituirsi alla vecchia, e sente quindi la necessità di organizzarsi in vista della presa del potere.

Poiché siamo ancora lontani da questa situazione, e dal momento che la strutturazione finale in forma gerarchica è in fin dei conti un fenomeno "naturale" che si verificherà sotto la spinta di ragioni endogene, una sorta di geodedica nella traiettoria che conduce al cambio di regime, oggi è molto importante porre l'enfasi sulla necessità di crescere. Il limite del modello adottato da Bagnai e da ARS consiste nel supporre che tale crescita possa verificarsi nell'ambito di una struttura rigida, di natura teleologica. 

"Microfonare il popolo" significa invece prendere atto del fatto che le persone si attivano non solo per rabbia, indignazione, spirito di rivolta, ma anche (ciò che viene troppo spesso sottaciuto) in vista di una possibile presa del potere e delle ricompense, morali e materiali, che ne deriverebbero. Si tratta cioè, dal punto di vista psicologico, di "combattenti" che non possono essere costretti nei ranghi di una catena di comando, tale per cui il ruolo che dovesse spettar loro in futuro venga deciso dall'alto, a prescindere dalla forza politica che essi sono riusciti a conquistare nel corso della lotta. Non capire ciò, per quanto cinica possa apparire una simile argomentazione, significa non capire l'animo umano.

Sia i gruppi mmt che i meetup hanno svolto egregiamente la funzione di offrire una prospettiva di potere autonomo a quelli che si sono impegnati, spesso con grande dispendio di energie. Non deve quindi sorprendere il fatto che, sia all'interno dei meetup che - in misura minore - dei gruppi mmt, si siano sviluppate polemiche talvolta feroci tra correnti che si contrapponevano su questioni che, agli animi più portati all'idealismo, sembravano incomprensibili. Quando ero un "grillino" sono stato diretto testimone di ciò in numerosi casi, sebbene abbia sempre evitato di partecipare a tali scontri. Anch'io però, e intendo confessarlo perché è giusto riconoscere una pulsione che è in tutti gli esseri umani salvo (forse) rare eccezioni, nutrivo delle speranze in merito al ruolo che avrei potuto svolgere nel MoV quando questo si fosse affermato. Sto parlando, nel mio caso, di soddisfazioni morali, che per me sono molto più importanti del denaro, di cui non sono mai stato schiavo (forse perché non mi è mai mancato l'essenziale). Ebbene, quando nel 2009 Beppe Grillo lanciò l'idea di liberarsi dei "vecchi" per dare spazio ai "giovani", confesso che ci rimasi male, perché facevo parte della prima categoria. Quando poi mi resi conto che la Fatwa contro i vecchi nascondeva anche, e soprattutto, la volontà di Grillo di tirare su le reti di un movimento che era cresciuto sul lavoro dei meetup per prenderne il controllo dall'alto, come poi è effettivamente avvenuto, pur continuando a dichiararmi ancora per un po' di tempo "grillino" abbandonai il movimento. Fu la mia fortuna perché la vicenda mi aiutò a conoscermi meglio e mi indusse a un girovagare che, nel tempo, è stato molto proficuo per la crescita delle mie conoscenze.

"Microfonare il popolo" dunque significa adottare un modello di crescita di tipo reticolare, in cui coloro che si impegnano per il cambiamento abbiano la possibilità di aspirare a un ruolo che non possa essere messo in discussione dall'alto. Esattamente il contrario di quanto è avvenuto ai "vecchi" dei primi meetup (molti dei quali, non a caso, sono migrati verso altre organizzazioni), come pure a quelli che hanno osato "sfidare Bagnai" o polemizzare con D'Andrea, a prescindere dal merito delle questioni perché non è di questo che sto parlando. Non è un caso che una delle ragioni di dissidio tra me e D'Andrea verteva sulla mia proposta di organizzare, in modo sistematico, incontri pubblici regionali nei quali fossero chiamati a parlare relatori dell'ARS di città vicine, così da favorire l'emergere di personalità locali e stemperare l'assetto gerarchico dell'organizzazione. Esattamente l'opposto del modello che invece è stato promosso, consistente in incontri tra amici, familiari o ex compagni di scuola, nel chiuso di abitazioni private, nell'idea che l'evocazione di un sentimento patriottico possa bastare a mobilitare le forze migliori. Anche con Bagnai, vale la pena ribadirlo, il dissidio nacque quando gli proposi, nella famosa lettera privata, un modello di tipo reticolare. Le cose poi precipitarono quando gli dimostrai, nei fatti, che intendevo seguire quella strada: è così che sono stato ornato dell'etichetta "movimentodalbassista", per non parlare di quelle di "cialtronismo" e "quattrogattismo".

E' un fatto però che sia i "grillini" che i "memmettari" siano molto più numerosi dei followers di Bagnai e dei soci dell'ARS! Una cosa che continua ad irritarmi non poco perché non riesco a rassegnarmi all'idea che alcuni abbiano la capacità di organizzare movimenti su idee sbagliate e/o carenti, mentre altri non sono capaci di organizzare il consenso intorno a idee valide. Per questo non mi stanco di ripetere che il Popolo deve essere microfonato...

Dalla teleologia alla complessità

Uno dei primi libri che ha profondamente influenzato il mio modo di pensare è stato "Il caso e la necessità" di Jaques Monod. Ricordo ancora le lunghe discussioni pomeridiane con l'amico Achille Taggi, prematuramente scomparso, portate avanti con le nostre scarse conoscenze di adolescenti! E' un ricordo lancinante, che ancora oggi mi fa venire le lacrime agli occhi. Seguirono, all'università, la scoperta della termodinamica, della meccanica quantistica e dei limiti del determinismo, il teorema di Godel (ne ho studiato una dimostrazione "semplificata" di 130 pagine... e all'epoca la capii pure - potenza di una mente giovane!). Infine Prygogine e il caos deterministico, e ancora la meccanica quantistica con il teorema di Bell, che studiai in età più tarda, quando la feroce creatività della gioventù si era acquietata, ragion per cui mi risultò piuttosto ostico... e vorrei vedere! E' una cosa che fa venire le traveggole!

E' con questo armamentario che mi sono avvicinato, passati i cinquanta, alla politica. Ho voluto riepilogarlo perché chi ha qualche contezza di queste cose può ben capire perché io sia un #movimentodalbassista: abbiamo a che fare con sistemi di incredibile complessità nei quali agisce un numero incredibile di oscillatori, e il problema, se si vuole favorire un cambiamento, è quello di metterli in risonanza. Alcuni pensano che questa risonanza possa essere forzata dando più energia a uno o a un gruppo di essi, altri invece, e io tra loro, ritengono che ciò che è necessario sia aumentare il raggio del sistema favorendo al massimo gli scambi di energia tra gli oscillatori, lasciando ad essi il compito di mettersi in risonanza. Fuor di metafora, quello che voglio dire è che i gruppi, e perfino i singoli individui, devono essere messi in condizione di dialogare, rimuovendo tutti gli ostacoli che si frappongono a ciò. Chi invece pensa di poter determinare l'evoluzione del sistema imponendo la sua propria frequenza di oscillazione, per quanto precisa e monocromatica questa sia, lavora magari senza volerlo affinché non si instauri una nuova frequenza di risonanza. 

Volo pindarico

Ora, siccome fa caldo e un mezzo bicchiere di vino mi ha già stonato, consentitemi a conclusione un volo pindarico. La rivoluzione è amore! Coloro che vogliono la rivoluzione, cioè sentono la necessità di un profondo cambiamento, devono abbandonarsi all'amore, devono volersi bene. Il modo migliore per amare gli altri è ricordarsi di quello che siamo: piccoli oscillatori in mezzo a un numero impensabile di altri, ognuno dei quali, anche il più forte, in possesso di un'energia infinitesima. Non vincerà nessuno! A un certo punto ci sarà un cambio di fase e una nuova frequenza di risonanza si instaurerà. Qualche piccolo oscillatore verrà ricordato per un po'... ma non si sa chi, magari qualcuno di cui ignoriamo l'esistenza. Poi il nulla.

venerdì 24 luglio 2015

DEMOS

Link correlato: DISCUTENDO, DOPO ATENE, DI CLN E COSTITUZIONE… di Mimmo Porcaro

Mimmo Porcaro
«Il CLN del passato fu convergenza di forze politiche preesistenti; quello del futuro sarà analogo, oppure l’assenza di precedenti (e forti) soggetti politici farà sì che esso si costituisca da subito come partito unitario, pur se inevitabilmente attraversato da correnti? Il problema non è di poco conto, e bisogna pensarci da subito…ma se potessimo già discutere concretamente di questo saremmo già ad un punto molto avanzato. E purtroppo non ci siamo ancora. - Mimmo Porcaro»

Lo dicono le parole: Comitato di Liberazione Nazionale - CLN. Dunque un Comitato (cioè un accordo tra parti) per la Liberazione (dal nazifascismo) Nazionale (cioè di... chi?). Di queste tre parole l'ultima, "Nazionale", non so perché resta un tabù.

La domanda che vorrei fare a Mimmo Porcaro è netta: sarebbe mai stato possibile un Comitato di Liberazione Nazionale senza il soggetto che doveva essere "liberato"? E cosa mai può essere questo soggetto che deve essere liberato se non il DEMOS, cioè il Popolo, evocato dal termine "Nazionale"?

Orbene può un Popolo, che vuole liberarsi, costituire un partito unitario al fine di esercitare l'azione necessaria a tal fine? Cioè un'organizzazione che, nel cuore della lotta, abbia già risolto le contraddizioni di classe che necessariamente esistono in seno al Demos e, anzi, ne definiscono l'essenza? Forse che "Demos" è un concetto che rimanda a un'unità che comporta una pacificazione sociale già conseguita, in cui tutti i conflitti sono stati risolti, e non invece una realtà dinamica da questi definita, che vengono messi momentaneamente da parte per affrontare, e vincere, una battaglia che è nell'interesse di tutti?

Da wikipedia: Durante la Repubblica romana il dictator era un magistrato straordinario che, in tempi di eccezionale pericolo per la patria, era investito di pieni poteri politici e militari per un periodo non superiore a sei mesi, con garanzie particolari atte a impedire una perpetuazione dell'incarico.

Ebbene, il CLN altro non può essere che un dictator. Cioè una magistratura che, in tempi di eccezionale pericolo per la Patria, sia investita di pieni poteri politici e militari.

Se così non fosse, un tale soggetto finirebbe rapidamente con l'essere una delle parti in competizione per il potere nell'ambito degli equilibri esistenti, cioè un partito. La conseguenza logica di un tale approccio sarebbe quella di ridurre la lotta di liberazione a quella per il potere in una Nazione sottomessa. Un tale "partito" potrebbe, al limite, vincere, senza che la sovranità sia effettivamente restituita al Demos.

Dunque un CLN  deve essere costituito da partiti, ovvero da organizzazioni di parte che rappresentano i diversi corpi sociali della Nazione. Il problema nasce, come sembra suggerire Mimmo Porcaro, dalla constatazione che non esistono oggi forze politiche, in rappresentanza dei diversi corpi sociali, su cui contare per costituirlo. Osservazione veritiera, che tuttavia non ci consente di aggirare il problema.

Non v'è che una strada, che non ammette scorciatoie, ovvero ricostruire il sentimento del Demos. Se preferite il concetto di interesse nazionale.

La lotta per restituire al popolo italiano la libertà e il diritto di esistere come soggetto nella storia del mondo sarà lunga, non saranno ammesse scorciatoie e comporterà grandi sacrifici. Questo, signori, è il Sovranismo.

Frosinone - Il sindaco Ottaviani non deve essere rieletto

Nicola Ottaviani (sindaco una tantum di Frosinone)
«Riceviamo e pubblichiamo un comunicato a firma "Il cittadino Volsco" che commenta l'esito del consiglio comunale di Frosinone di mercoledì 22 luglio 2015. Poiché questo post è indirizzato ai cittadini di Frosinone, che ben conoscono la vicenda delle terme romane, non la riassumo. Mi limito ad osservare che la misura è colma! Questo sindaco e questa maggioranza consiliare devono essere battuti alle prossime elezioni. La risposta politica della città dovrà essere devastante, e rappresentare un monito per tutte le future maggioranze: non si calpesta così il sentimento di un'intera città. - Fiorenzo Fraioli»

Che la delibera di spregio per le terme romane e di indifferenza verso un desiderio di appartenenza storica della città fosse approvata, non era scontato, ma certamente prevedibile. Che a tale approvazione seguissero da parte dei consiglieri di maggioranza la derisione del pubblico presente, questo sicuramente era impensabile.

Una serie di cartelli con scritto “le terme romane voi le abbelate noi le scropriamo” sono stati agitati da una serie di consiglieri, assessori e anche dal sindaco, subito dopo l’atto finale della votazione  di approvazione dello scempio di 35 mila mc in località via De Matthaeis nell’area dove i cittadini di Frosinone avevano pensato e sperato ad un parco archeologico senza che si ripetesse la costruzione sull’anfiteatro romano di viale Roma di 47 anni fa.

Ciò invece non è stato, nonostante in alcuni punti della discussione le ragioni e lo spirito con il quale stavolta l’opposizione si è battuta sia stato encomiabile e addirittura trascinante. La forza del ragionamento sia tecnico sia generale sembrava potesse scalfire quella che veramente appariva ignoranza crassa o indifferenza o pervicace perseguimento di interessi che non coincidevano con quelli pubblici. Lo stesso Marzi si è lasciato trasportare dall’impeto della difesa di un futuro che non sia riservato solo al cemento (sigh!), proponendo una rivisitazione dell’area dal punto di vista archeologico – la famosa particella 159 che la sopraintendenza ha dichiarato non setacciata sufficientemente. Nella stessa direzione andavano i ragionamenti accalorati di Raffa, le prese di posizione della Martini, i contributi di Galassi, finanche l’intervento di Marini, per ultimo, lasciavano cadere quei dubbi che pure in altre epoche li avevano visti protagonisti in negativo, quando anche loro erano favorevoli all’edificazione in quell’area.

 Niente da fare. Il pilone centrale, come suo fare, non ha mai indietreggiato. Ha tenuto la posizione anche con argomentazioni spesso fantasiose ed effimere; con ragionamenti che si sovrapponevano in miscugli inintellegibili, facendo apparire la votazione un atto dovuto; un’opera privata come se fosse pubblica; il costruttore improvvisamente preso dall’amore per l’archeologia; lo sconto sugli oneri concessori come favori al territorio; e, appunto, la cementificazione dell’area come la rivalutazione delle terme.

Qualche “ala” ha cercato di portare punti, non con la costruzione di un gioco proprio ma tentando di rubare il pallone e proporre un contrattacco improvviso. In questo si è distinto Ferrara che è stato decisivo per la meta finale quando ha provato a respingere le argomentazioni relative leggendo la delibera del 2004 di approvazione del permesso a costruire nella stessa area, credendo, mentre invocava a voce altisonante i nomi dei consiglieri che votarono favorevolmente, di trovare quelle uniche ragioni oppositive che lo sorreggono nella decisioni della cementificazione oggi. Purtroppo però due errori non fanno una ragione.

L’argomentazione massima della maggioranza, dunque, non è stato suffragare le motivazioni che spingevano a consentire la convenzione, ma solamente quella di trovare conferma nelle (disastrose) scelte delle amministrazioni Marzi e Marini, tacciando le argomentazioni come opposizione retorica, continuando a fare quello che anche le amministrazioni precedenti facevano: gli interessi dei privati.

Il tutto farcito da volgari, ripetuti, insolenze del primo cittadino contro le associazioni e i loro membri colpevoli di opporsi, semplicemente di opporsi, ad un disastroso disegno cementizio. Le associazioni a cui è stato negata: l’esposizione dei cartelli (!?!); l’intervento pubblico in consiglio; così come è stato negata in questi anni sia, formalmente sia informalmente, una audizione con l’amministrazione per un confronto sul progetto; hanno subito quel modo di far politica tipico di questa amministrazione che può trovare agio solo nella polarizzazione delle posizioni e non nel confronto, nella discussione ovviamente povera e non confacente con gli interessi della cittadinanza. E proprio per sostenere gli interessi di pochi il governo della città non può che essere in mano a pochi, mentre il codazzo segue e obbedisce e la popolazione subisce, spesso con cattiveria e risentimento.

Peccato che stavolta, l’insulto finale dei cartelli agitati istintivamente contro la cittadinanza, ancora presente in gran numero alla mezzanotte, e non contro l’armata brancaleone dell’opposizione a cui forse erano indirizzati, è rivolto tristemente proprio alla città, che in larga parte ha sposato la causa delle terme come un appiglio davanti ad un degrado verticale sia economico che sociale del tessuto cittadino.

La lotta e l'impegno dei cittadini per salvare le terme e l'area archeologica, contro la Convenzione della cementificazione continua. I BECCHINI delle terme e della nostra storia non vinceranno. L'ignoranza e l'oscurantismo saranno battuti.

Il cittadino Volsco

mercoledì 22 luglio 2015

Il keynesismo in un paese solo


Link correlati:
Guardate i video e seguite i link correlati. 

Fatto? Bravi! Seguiranno altri video sul tema "Il keynesismo in un solo paese". Tradotto per i sognatori: è impossibile convincere un paese come la Germania, tradizionalmente mercantilista, a fare politiche espansive di stampo keynesiano, specie se le uniche armi sono le buone intenzioni e il ditino alzato

lunedì 20 luglio 2015

"Possibile" è possibile?

E' meglio avere nemici intelligenti che amici sciocchi


La fronda nel PD renziano sta generando due diaspore, quella dei civatiani e quella dei fassiniani. La prima si muove nell'alveo dell'europeismo, la seconda lo mette decisamente in discussione. I civatiani si sono dati appuntamento, questo fine settimana, a Firenze, per il loro PolitiCamp. I fassiniani, per il momento, mantengono un basso profilo sul piano dell'aggregazione del consenso e sembrano più concentrati su quello della formazione di un quartier generale politico capace di dare sostanza alle loro posizioni.

I transfughi piddini si trovano, pertanto, davanti a una scelta: Civatiani o Fassiniani.

I primi non mostrano alcuna intenzione di abbandonare la narrazione favolistica dell'Europa unita fondata sulla narrazione spinelliana secondo la quale all'origine dei conflitti che hanno devastato l'il continente nel XX secolo ci sarebbero gli Stati nazione, curiosamente ignorando che l'inizio del conflitto europeo non è stato il 1914 bensì la guerra franco-prussiana del 1870 (per non dire della guerra, che noi chiamiamo di indipendenza, tra la Prussia e l'Austria del 1866). Questi conflitti misero fine a un lungo periodo di pace in Europa che risaliva al trattato di Parigi del 1815

Quello che emerge, anche da una superficiale lettura dei fatti storici, è che in realtà le tre guerre europee non sono state il frutto di conflitti tra Stati che successivamente, degenerando, hanno coinvolto tutti gli altri, bensì tra imperi o coalizioni di imperi. 

Oggi, ancora una volta, l'Europa vive un periodo di gravi tensioni generate dal fallito tentativo di unificazione su base monetaria. E' proprio il fallimento di questo tentativo che è all'origine delle tensioni tra i paesi del centro e della periferia. Se non si fosse tentato di mettere insieme interessi contrastanti, sulla base di una lettura superficiale e fallace quanto interessata delle ragioni dei precedenti conflitti, non si sarebbero creati i presupposti dei contrasti odierni. 

Occorre dare atto a Wolfgang Schaeuble, se non a tutta la dirigenza tedesca, di aver fatto un tentativo per indicare una soluzione razionale: l'uscita della Grecia dall'euro, e probabilmente a seguire di altri paesi, tra cui l'Italia. Questa proposta è stata respinta con sdegno, soprattutto in Italia perché il suo prezzo politico interno sarebbe altissimo per le nostre classi politiche. Queste, escluse di fatto dall'asse franco-tedesco, hanno puntato tutto sulla retorica della narrazione federalista europea, nel tentativo di sopperire alla mancanza di peso economico con un protagonismo politico fondato su questa ideologia. Una visione miope che si è infranta contro il muro della realpolitik.

Uno dei principali esponenti italiani del federalismo europeo è Sergio Cofferati, di cui è bene ricordare i trascorsi al vertice della CGIL dal 1994 - ben due anni dopo le dimissioni di Bruno Trentin in seguito all'accordo sulla politica dei redditi nel 1992 che pose fine alla scala mobile - al 2002.

Wolfgang Schaeuble è un nemico intelligente, i civatiani sono amici sciocchi. Il federalista Sergio Cofferati non vede le lancette dell'orologio della SStoria. Quello che segue è il suo intervento al PolitiCamp 2015, che mi sono preso la briga di commentare.

domenica 19 luglio 2015

Lettera aperta agli amici sonnambuli (di Marino Badiale e Fabrizio Tringali)

È evidente a tutti che la fine drammatica dell'esperienza del governo Syriza è uno spartiacque. Essa infatti rappresenta la verifica concreta, l'experimentum crucis che decide se una strategia politica sia valida oppure no. Non è difficile, se si ha onestà intellettuale, trarne le necessarie conseguenze. Proviamo a farlo in questa lettera aperta. Gli “amici sonnambuli” ai quali è indirizzata sono le tante persone del mondo “antisistemico” che in questi anni hanno protestato contro le politiche autoritarie e di austerità dei ceti dominanti, rifiutando però di porre la questione politica dell'uscita dell'Italia dal sistema euro/UE. La proposta dell'uscita veniva tacciata in questi ambienti di “nazionalismo”, e contro di essa veniva evocata la necessità della lotta unitaria dei ceti popolari europei.
Speriamo che la triste vicenda greca serva almeno a favorire un'ampia presa di coscienza su quali siano i nodi politici reali da affrontare in questo momento storico, se non si vuole soccombere.

Cerchiamo di riassumere i punti fondamentali della questione.... [Continua qui]

venerdì 17 luglio 2015

Resoconto del seminario «Europa, sovranità democratica e interesse nazionale» organizzato da "ideecontroluce"

Buonumore

Cosacchi a san Pietro

Ce l'hanno fatta, i temibili marxisti dell'Illinois sono entrati in Parlamento! Sia pure da un ingresso secondario, e grazie alle giacche gentilmente messe a disposizione dal servizio accoglienza visitatori, è tuttavia un fatto che ieri, 16 luglio 2015, una pattuglia di marxisti dell'Illinois ha stazionato per alcune ore in una dependance di Montecitorio! Infiltrato tra loro il sottoscritto, nell'abituale veste di spia al servizio dei movimenti dal basso (che nun pagheno). Purtroppo non ho potuto effettuare riprese perché mi sono fatto beccare come un dilettante da uno dei promotori, tale Alfredo D'Attorre, che mi ha imposto di spegnere la telecamera. Sono però riuscito a registrare l'audio dell'intervento (che non pubblicherò) di uno dei convenuti, uno sconosciuto professoruccio di un'università di provincia abruzzese, un certo Alberto Bagnai (chi lo conosce è pregato di fornirmi ragguagli sulla sua persona e sul suo ruolo). Pare che questo Bagnai, che quando ha preso la parola tutti lo ascoltavano come fosse chissà chi, sia un tipo strano. Boh! Io so solo che ha salutato tutti tranne me. Eppure da qualche parte io questo l'ho già visto...

Il seminario


Al seminario, organizzato da ideecontroluce, erano presenti quasi tutti i soggetti che, da un quinquennio a questa parte, stanno alimentando la polemica contro l'euro e l'Unione Europea, sia pure con diverse declinazioni che, talvolta, sono state all'origine di polemiche molto dure. Gli ultimi avvenimenti in Grecia stanno - io credo - mettendo in secondo piano le divergenze, suscitando non dico un moto unitario, ma almeno una spinta al dialogo. Se questa lettura è corretta, allora il seminario di ieri potrebbe avere un'importanza maggiore di un semplice incontro in cui ci si scambiano idee e punti di vista, ed essere invece il punto di inizio di una fase più o meno lunga in cui i principali protagonisti della battaglia per la democrazia in Italia e in Europa, minacciata dal collasso dell'euro e dalla sua sottostante ideologia, potrebbero ricominciare a dialogare.

Consentitemi di tornare alla chiave goliardica con cui ho aperto questo post (poi ci do un taglio, prometto): se ieri i commessi di Montecitorio avessero ricevuto l'ordine di sequestrare i convenuti per scaraventarli nelle segrete del Palazzo, ebbene avrebbero messo a tacere buona parte della centrale ideologica da cui promanano le idee antieuriste e antiliberiste che stanno demolendo, giorno dopo giorno, sistematicamente e con la forza congiunta della ragione e della passione, la narrazione tossica messa in campo dalle élites finanziarie per giustificare la loro azione. 

Tra i relatori c'erano dei grandi assenti, questo è vero, ma le loro posizioni erano tuttavia rappresentate tra gli astanti. Poiché non intendo nascondevi nulla faccio i nomi: i sovranisti dell'ARS e i memmettari (per essi Mario Volpi). Mancavano anche Nino GalloniAntonio Maria Rinaldi (che pure abbiamo incontrato all'ingresso, ma che non ha partecipato ai lavori - #nonsoperché).

Non c'erano, a dire il vero, nemmeno rappresentanti della Lega Nord e del M5S, ma non credo che ad alcuno passi per la testa l'idea che costoro abbiano titolo per essere inclusi nel concetto di "centrale ideologica" testé citato. Presenti invece alcuni rappresentanti della cosiddetta sinistra internazionalista (o #altreuropeista che dir si voglia): Franco Giordano (ex-segretario del PRC), Alfonso Gianni (ex-SEL) e l'economista Salvatore Biasco

Promotori dell'incontro Alfredo D'Attorre (PD) e Stefano Fassina (ex-PD - qui il suo intervento). Hanno preso la parola tra gli altri, (oltre a Fassina e D'Attorre) Sergio Cesaratto, Luciano Barra Caracciolo, Emiliano Brancaccio (qui il suo intervento), Vladimiro Giacchè, Moreno Pasquinelli, Alberto Bagnai. Alcuni interventi (Giacchè, Cesaratto, Brancaccio) hanno avuto al centro tematiche macroeconomiche, soprattutto in riferimento al caso greco; Barra Caracciolo ha trattato gli aspetti giuridici relativi alla rottura (sic stantibus rebus) dei trattati europei.

Gli interventi eminentemente politici sono stati quelli di Fassina, Pasquinelli e Bagnai. 

Sostiene Fassina: «Che fare? Siamo a un bivio sto­rico. Da una parte, la strada della con­ti­nuità vin­co­lata all’euro, ossia della ras­se­gna­zione alla fine delle demo­cra­zia delle classi medie oppure dell’illusione di "svol­te­buone": un equi­li­brio pre­ca­rio di sot­tooc­cu­pa­zione e di rab­bia sociale, minac­ciato da rischi ele­va­tis­simi di rot­tura. Dall’altra, il supe­ra­mento con­cor­dato, senza atti uni­la­te­rali, della moneta unica e del con­nesso assetto isti­tu­zio­nale, innan­zi­tutto per il recu­pero dell’accountability demo­cra­tica della poli­tica mone­ta­ria: un per­corso imper­vio, incerto, dalle con­se­guenze dolo­rose almeno nel periodo iniziale... La scelta è dram­ma­tica. Fare l’euro è stato un errore di pro­spet­tiva poli­tica. Siamo stati inge­nui o, peg­gio, incon­sa­pe­voli degli effetti di mar­gi­na­liz­za­zione della poli­tica impli­cati nei Trat­tati... La strada della discon­ti­nuità può essere l’unica per ten­tare di costruire una forza poli­tica in grado di ria­ni­mare la Costi­tu­zione della "Repub­blica demo­cra­tica, fon­data sul lavoro"».

Gli ha fatto eco Pasquinelli, che ha ricordato i concetti gramsciani di “senso comune”, di “egemonia” e di "politica nazional-popolare”.

Per Gramsci (Quaderno 21) «In Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla "nazione", e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso». Questo, per Pasquinelli, è il peccato originale della moderna sinistra italiana la quale, caduta nella trappola di un “cattivo universalismo”, non solo ha rifiutato di coniugare le istanze di classe con quelle della sovranità nazionale, ma ha aderito ad un globalismo astratto e parolaio che ha finito con l'essere funzionale agli interessi del grande capitale, questo sì genuinamente internazionalista, cioè globalista. Una sinistra che voglia realmente difendere gli interessi del lavoro deve quindi, per Pasquinelli, recuperare l'orizzonte dell'interesse nazionale, ponendosi l'obiettivo concreto di costruire il socialismo nello spazio dove la dialettica dei rapporti di forza è più favorevole agli interessi del mondo del lavoro. Per Pasquinelli la condizione necessaria, seppure non sufficiente, per costruire il socialismo è l'esistenza di un'identità nazionale, cioè di una coscienza di popolo, mentre l'internazionalismo è il luogo del confronto nel quale gli Stati socialisti possono giocare la propria partita. Pertanto, conclude Pasquinelli, è necessario respingere la costruzione europea, a partire dalla moneta unica e fino al recesso dai trattati neoliberisti che disegnano l'assetto dell'Unione Europea. Pertanto è necessario, in questa fase, dare vita a un nuovo partito che si apra a una forte partecipazione dal basso chiamando a raccolta il mondo del lavoro e le classi medie devastate dall'assetto neoliberista dei trattati e dalle conclamate disfunzionalità della moneta unica, senza escludere alleanze con tutte quelle forze democratiche che rivendicano la riconquista della sovranità e la difesa della Costituzione.

Alberto Bagnai ha ricordato che l'euro è uno strumento del capitale, come dimostrato da un dibattito durato decenni al quale ha contribuito la stessa Barbara Spinelli che, in un articolo sul Corriere della Sera del 1996, si preoccupava della possibile involuzione democratica che la moneta unica avrebbe provocato. Per Bagnai Tsipras, e chiunque sostenga di voler combattere l'austerità restando nell'euro, ad esempio Podemos, è un illuso. C'è un problema comune a molti esponenti della sinistra italiana ed europea, ed è l'impreparazione in campo economico che conduce molti suoi esponenti, anche quando sono in buona fede e ammesso che lo siano, a considerare come possibili soluzioni che, per banali ragioni tecniche, tali non sono. I cosiddetti "Stati Uniti d'Europa" implicano necessariamente la devoluzione del potere politico a élites non elette, dunque non democratiche. Non vi è, per Bagnai, altro modo possibile di gestire la moneta unica nel quadro degli attuali e concreti interessi in gioco, sia nazionali che di classe. E' necessario recuperare il senso della realtà dei fatti economici e politici, anche riappropriandoci di alcune verità della scienza economica che ci venivano insegnate a scuola, che oggi sono negate e sostituite da narrazioni fantasiose come quella per cui l'inflazione sarebbe creata da un eccesso di emissione da parte di una Banca Centrale (che ovviamente, secondo la stessa narrazione, deve essere "indipendente", cioè sottratta al controllo democratico degli elettori). L'aver accettato, da parte della sinistra, questa narrazione, ha comportato e comporta una paradossale inversione delle priorità, per cui viene pacificamente accettato che l'Unione Europea ponga al primo posto il contenimento dell'inflazione, anche a scapito della difesa dei livelli occupazionali. Questa è una visione intrinsecamente fascista, sostenuta da un Einaudi, elevato al rango di Padre della Patria attraverso percorsi "che non voglio capire", il quale era il Giavazzi di Mussolini quando il Corriere della Sera era con Mussolini! 

E per finire... bunga! bunga!


Per dovere di cronaca tento di riportarvi anche l'intervento dell'ex-segretario del PRC Franco Giordano... Anzi no, ci rinuncio. La verità è che proprio non sono riuscito a capire cosa volesse dire. Sarò io che non sono preparato, sarà che lui, Franco Giordano, proprio parlava per dar fiato alla bocca, sarà quel che sarà ma io non ci ho capito gnente! E dire che sono il Magnifico Rettore della facoltà di gnentologia dell'Università di Castro dei Volsci!

Dice: ma che è la gnentologia? Ah ragazzi, adesso vi spiego. Avete presente Bastiano, il pastore ciociaro interpretato da Nino Manfredi? Ebbene Bastiano, quando il signorotto locale gli faceva un bel discorsetto per convincerlo che a pagargli di più il latte e le marzoline ne sarebbe derivato un danno per l'intera nazione, lui si grattava la testa e gli rispondeva: ma gnente gnente me voi 'ncula'?

Invece il "compagno" Alfonso Gianni, quando gli hanno detto che per stare in Europa bisognava contenere i salari, ha risposto: che bella l'Europa!

mercoledì 15 luglio 2015

AVLIS (Atomic Vapor Laser Isotope Separation)

Post correlato: La memoria dell'acqua - L'ego della rete 10-06-2015

Link correlato: AVLIS (Wikipedia)

Un dettaglio scientifico sull'accordo nucleare tra gli USA e l'Iran. Quando Obama dichiara “Russia determinante per l’accordo” si riferisce alla tecnologia AVLIS, che l'Iran stava sviluppando grazie all'aiuto dei russi?

Un bagliore di luce nella notte buia

Speriamo che il Parlamento di Atene dica no (di Stefano Fassina - link)


«La totale solidarietà umana e politica a Alexis Tsipras non può portare a disconoscere che l’accordo sottoscritto stamattina a Bruxelles nell’Eurosummit determina il soffocamento economico e democratico della Grecia e avvicina il naufragio del Titanic Europa.
Le misure previste su finanza pubblica e mercato del lavoro continuano a essere brutalmente regressive e recessive e, dopo la ristrutturazione promessa, richiederanno ulteriori ristrutturazioni.
Più che irrealistico è ridicolo il fondo di 50 miliardi da alimentare con asset pubblici che, in rapporto al Pil italiano, equivarrebbe a 500 miliardi di euro da rendere disponibili per privatizzazioni. Non viene neanche nominato il problema di fondo: l’insostenibilità della rotta mercantilista dell’euro fondata sulla svalutazione del lavoro.
Purtroppo l’uscita cooperativa della Grecia dall’eurozona e conseguentemente il superamento cooperativo dell’euro è il minore dei mali possibili, l’unica strada da percorrere per evitare crescenti conflitti tra i popoli europei.
Speriamo che il voto del Parlamento greco sull’accordo sia coerente con la scelta chiaramente espressa dal popolo greco.»

martedì 14 luglio 2015

Dov'è la razionalità?

Wikipedia: «Wolfgang Schäuble (Friburgo in Brisgovia18 settembre 1942) è un politico tedesco. Dopo le elezioni federali del 2009 che hanno portato alla formazione di una coalizione di governo tra CDU/CSU e FDP, è stato nominato Ministro delle Finanze nel secondo governo Merkel.»

Ieri sera parlavo al telefono con una consulente finanziaria. Costei si mostrava sconcertata da quella che le appare come una mancanza di razionalità da parte della Germania, sia sotto l'aspetto dell'arroganza, per le sue conseguenze politiche, che sotto quello macroeconomico. E' ovvio, argomentava, che l'economia greca non potrà che colare a picco, e dunque la Grecia uscirà dall'euro. Dunque che senso ha ciò che è stato fatto?

Sul momento non le ho risposto perché volevo rifletterci un po', cosa che ho fatto in questa notte, insonne a causa del gran caldo.

Credo che si debba partire dall'inizio dell'avventura della moneta unica, quando cioè il governo Prodi, nel 1996, impose l'eurotassa. Il problema, apparentemente, era convincere i paesi con moneta forte, soprattutto i tedeschi, della capacità dell'Italia di adeguarsi alla disciplina economica necessaria per aderire e restare nella moneta unica. In realtà è lecito dubitare di questa interpretazione, sebbene non abbiamo la controprova. Molti, infatti, sostengono che all'astuzia puramente contabile del governo italiano, tutto proteso nello sforzo di dimostrare significative riduzioni del deficit e aumenti del saldo primario, si sia contrapposta una ben più profonda astuzia dei tedeschi i quali, secondo questa lettura, mai avrebbero iniziato l'avventura dell'euro se non vi fosse entrata anche l'Italia. Il nostro paese, con una forte base industriale, rischiava infatti di diventare una spina nel fianco della pur poderosa macchina industriale tedesca, grazie alla competitività delle sue merci i cui prezzi sarebbero stati espressi in una lira debole.

L'atteggiamento della Francia era più politico, legato alla necessità di avere dentro l'Italia per bilanciare il peso della Germania. Gli inglesi erano invece favorevoli al non ingresso dell'Italia, per rafforzare il fronte dei paesi che, pur aderendo all'UE, non avrebbero adottato l'euro.

Sulla stampa tedesca ci fu, tra la fine del 1996 e l'inizio del 1997, una dura offensiva, a base di dichiarazioni pubbliche da parte di esponenti di peso dell'establishment tedesco, contro l'ingresso dell'Italia. L'esclusione dell'Italia, uno dei paesi fondatori della CEE, veniva descritta come problematica sul piano politico ma necessaria su quello economico. Si giunse a sostenere che la Spagna avrebbe potuto farcela, ma non l'Italia, e che un modo per tenerci fuori potesse essere quello di escludere anche la Spagna, così da rendere la decisione meno irriguardosa per noi.

Saranno gli storici a chiarire, in futuro, se la classe politica che ha governato il nostro paese sia riuscita nell'impresa di farsi giocare dai tedeschi. Se ciò risultasse vero, la vergogna sarebbe imperitura.

Vi è, a onor del vero, anche un'altra possibilità, quella del tradimento. Ovvero che la nostra classe politica fosse sì cosciente dei problemi che la moneta unica avrebbe comportato, ma che la scelta sia stata influenzata, più che da considerazioni inerenti l'interesse nazionale, da altre relative a quelli di una parte della Nazione: il Capitalismo delle grandi famiglie del cosiddetto "salotto buono"! Anche in questo caso, la parola agli storici.

Sia come sia, siamo entrati nell'euro per gentile concessione della Germania, con l'assenso della Francia, tra manifestazioni di gioia e orgoglio nazionale ampiamente pompate dai giornali di proprietà del grande Capitale italiano. Ovvio che a comandare fossero soprattutto i tedeschi, in coabitazione con i francesi. Altrettanto ovvio che, quando la Germania lanciò la sua offensiva competitiva con le riforme Hartz, finanziate a spese del debito pubblico (loro potevano farlo, noi no), la nostra classe politica (all'epoca regnava Berlusconi) non abbia avuto la forza per protestare ma anzi, al contrario, cercò di imitarla.

Fin dall'inizio, dunque, si è imposta una visione competitiva, di cui oggi il principale interprete è il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, il quale grosso modo così argomenta: le regole dell'euro sono queste, fin dall'inizio, e chi vuole stare dentro deve rispettarle. Punto.

La domanda è: questo atteggiamento è razionale? Dipende dal punto di vista.

Dal punto di vista della Germania e dei suoi satelliti sì, è perfettamente razionale. In pratica si tratta di questo: noi non intendiamo in nessun caso procedere verso un'unione di trasferimento, le regole dell'euro le avete sottoscritte e avete fatto carte false per farne parte, quindi adesso o ci state o uscite.

Lo è anche dal punto di vista delle classi politiche dei paesi mediterranei caduti nella trappola tedesca, quindi in primis noi, ma anche spagnoli, francesi, portoghesi e greci. L'uscita dall'euro significherebbe l'apertura, a quel punto non più contenibile, di un processo alle loro responsabilità, il cui esito, nella migliore delle ipotesi, sarebbe l'emarginazione. Attenzione, ho detto "nella migliore delle ipotesi"...

Lo è, infine, anche dal punto di vista dei Capitali nazionali, soprattutto dei paesi più deboli, dunque ancora noi e gli spagnoli, ma anche i greci. Costoro non ragionano in termini di contabilità nazionale, ma in termini di contabilità aziendale. Non hanno di che lamentarsi: piena libertà di licenziare, salari calanti, libera circolazione, Mercato Unico, cosa potrebbero desiderare di più? Un taglio delle tasse? Bazzecole, e soprattutto fandonie! La pressione fiscale, in Italia, è in linea con quella dei paesi più industrializzati, e soprattutto, grazie al Mercato Unico, possono andare dove vogliono! Forse che FCA e Ferrari sono ancora italiane? I problemi, eventualmente, sono delle PMI, le cui palle, però, sono saldamente nelle loro mani. Suvvia ragazzi!

In definitiva l'uscita dall'euro da parte di un paese del sud non preoccupa minimamente i tedeschi, i quali in questi tre lustri di moneta unica hanno incassato grandi vantaggi e immensamente ampliato la loro base industriale, mentre terrorizza le classi politiche che del sud che, nella migliore delle ipotesi, si sono fatte turlupinare dai tedeschi, nella peggiore hanno tradito il loro paese a vantaggio dei settori forti del Capitale nazionale. Anche quest'ultimo, ovviamente, è lievemente preoccupato, ma non come le classi politiche che ha foraggiato e sostenuto mediaticamente.

In queste condizioni Wolfgang Schäuble può fare la voce grossa. Lui conduce un gioco in cui, comunque vada a finire, la Germania - la classe politica ma soprattutto il grande Capitale renano - esce vincente. La prima ha incassato la riunificazione della Germania in cambio dell'euro, il secondo è oggi forte come non mai. Il vaso di coccio siamo noi: il paese è sempre più spaccato, con il nord che potrebbe essere tentato dalla secessione, il sud che sprofonda verso l'irrilevanza economica e il grande Capitale dei salotti buoni che sta mettendo in campo tutta la sua potenza mediatica pur di restare agganciato alla Germania. Anche al costo di fare strame dei valori liberali.

Se questo è il quadro, e nell'assenza di qualsiasi sussulto di vitalità da parte dei ceti sociali devastati dalla scelta eurista, è ovvio che la posizione dura della Germania è razionale. C'è sempre tempo per ammorbidirsi, perché farlo prima? Solo la forza può fermare la forza, questo è vero in guerra come in politica.

A proposito! Siamo già in guerra, o è ancora solo una questione politica?

lunedì 13 luglio 2015

domenica 12 luglio 2015

[PopulPost] Quattro guerre al prezzo di un euro (perché sono un Sovranista)

Post correlatoANEL e il tabù dell'unione di trasferimento [L'Ego della rete - 7 luglio 2015]

La scelta di imporre una moneta unica emessa da una banca indipendente a 19 paesi diversissimi tra loro ha provocato l'insorgere di quattro guerre:
  1. La guerra del Capitale al Lavoro
  2. La guerra tra Lavoratori
  3. La guerra tra Capitali
  4. La guerra tra Stati prossima ventura

La guerra del Capitale al Lavoro


Senza l'euro, se i capitalisti di un paese "forte" (mettiamo la Germania) avessero deciso di aumentare la loro competitività comprimendo i salari si sarebbe innescato il seguente processo:
  • Avrebbero depresso il mercato interno
  • Avrebbero esportato di più e, con ciò, la moneta si sarebbe rivalutata
  • Di conseguenza le esportazioni sarebbero scese e le importazioni aumentate
  • Il paese sarebbe andato in deficit commerciale costringendo le autorità monetarie ad operare una stretta
  • Un nuovo "punto di equilibrio" sarebbe stato raggiunto, ma con un output più basso
Questa era la condizione in cui si trovava la Germania fino alla fine degli anni novanta. Ovviamente ciò che sarebbe stato impossibile per un paese "forte", ancor più lo sarebbe stato per paesi più "deboli". 

Con l'euro, al contrario, una compressione dei salari in un paese "forte" (mettiamo la Germania) avrebbe sì depresso il mercato interno, ma in assenza di rivalutazione della moneta. Infatti l'euro è la stessa moneta per tutti, con un valore di cambio basso per i paesi "forti" e alto per i paesi "deboli", ed in più, essendo condivisa da molti paesi, meno soggetta ad oscillazioni di cambio (che pure ci sono state) delle singole monete nazionali. Di conseguenza le esportazioni sarebbero aumentate senza un corrispondente aumento delle importazioni mandando in surplus il paese "forte" che aveva compresso i salari dei lavoratori. Che è quello che ha fatto la Germania con le riforme del suo mercato del lavoro ai tempi del governo Schroeder.

In definitiva l'euro ha consentito al Capitale di dichiarare guerra ai lavoratori. L'attacco è partito dal paese più forte (la Germania) e si è esteso a tutti gli altri. In assenza del meccanismo riequilibratore del cambio l'unico modo per contrastare un aumento della competitività delle merci tedesche, conseguenza della compressione salariale colà effettuata, è stato quello di fare altrettanto in ogni paese aderente all'euro. Chi non lo ha fatto si è trovato ben presto in deficit commerciale, al quale ha potuto far fronte, per qualche anno, grazie ai prestiti dei paesi in surplus, quelli cioè in cui i Capitalisti avevano scatenato la guerra ai Lavoratori comprimendone i salari.

Tutto questo è ormai accademia, per cui non mi attarderò a spiegare ciò che altri possono fare molto meglio di me.

La guerra tra Lavoratori


La guerra tra Lavoratori, già insita nel meccanismo della moneta unica per le ragioni su esposte, è stata ulteriormente facilitata dalla rimozione di ogni ostacolo ai movimenti di Capitali, Merci, Servizi e Persone. Si chiama Liberismo. Il Trattato di Maastricht è il suggello posto in Europa al dominio del Neoliberismo.

La guerra tra Capitali


I Capitali Nazionali, che prima di Maastricht erano parzialmente disciplinati dalle autorità statali, hanno fatto quello che è nella loro natura: competere senza freni. Ne sono emersi, come è ovvio, vincitori e vinti. Alla resa dei conti i Capitali perdenti hanno chiesto aiuto agli Stati, ottenendolo. Si sono così avuti massicci salvataggi bancari in tutti i paesi, anche quelli più forti. 

La guerra tra Stati


Salvate le banche a spese dei contribuenti dei rispettivi paesi, la palla è tornata agli Stati. Il Nazionalismo, che nei sogni dei fessi avrebbe dovuto essere scacciato dall'euro e dall'Unione Europea, sta risorgendo in forme aggressive, al punto che nemmeno l'intervento del grande protettore d'oltre oceano sembra avere effetto nello stemperarlo. 

Una previsione


Il pericolo maggiore è rappresentato, ancora una volta, dalla Germania. Se questo paese troverà la forza di opporsi agli Stati Uniti, che le chiedono di fare qualche passo verso un'unione di trasferimento (questo è il senso dell'haircut chiesto dalla Grecia e sostenuto da Obama), allora assisteremo all'uscita dall'euro di altri paesi e a un nuovo indirizzo di politica estera più orientato verso una collaborazione con la Russia, seguita in ciò da quelli che riusciranno a restarle sulla scia sia pure in posizione subordinata. Se, invece, lo zio Sam riuscirà a costringere la Germania a condonare una parte del debito della Grecia, l'opzione più probabile potrebbe essere l'uscita dall'euro della stessa Germania, seguita dai paesi dell'ex area del marco.

In ogni caso la Germania, che in tre lustri di moneta unica si è notevolmente rafforzata sia sul piano industriale che finanziario, potrebbe essere tentata dall'idea di riarmarsi. Lo ha già fatto nel secolo scorso, in soli sei anni dal 1933 al 1939, perché oggi dovrebbe impiegarci più tempo? 

In definitiva coloro che hanno voluto l'euro e l'Unione Europea rischiano di ripetere le gesta delle classi politiche che, negli anni venti del XX secolo, condussero alla definitiva rottura dell'equilibrio europeo e alla fine della centralità del continente, per non parlare dell'orribile tributo di sangue conseguenza di quelle scelte scellerate. 

In entrambi i casi si è trattato di scelte politiche che sono state totalmente in capo alle classi dirigenti espressioni del grande Capitale, mentre l'unico periodo di pace che l'Europa ha conosciuto è stato quello che ha coinciso con un maggiore equilibrio di forze tra il Capitale e il Lavoro: il trentennio d'oro che va dalla fine della II guerra mondiale alla metà degli anni settanta.

Questa è la ragione per cui penso, fortissimamente penso, che la cosa più urgente da fare per scongiurare esiti disastrosi sia lavorare per un risveglio politico del Lavoro, il quale può aver luogo solo a condizione che nascano dal basso nuovi partiti, che siano espressione genuina dei suoi interessi. Questo è il senso del mio essere un Sovranista!

venerdì 10 luglio 2015

Gennarino Scaccia a tribuna elettorale nel maggio 2007


Elezioni comunali del 2007 a Frosinone: 21 liste per 5 candidati a sindaco. C'era anche Gennarino Scaccia, da poco scomparso. Per ricordarlo noi Calimeros abbiamo tirato fuori dal nostro archivio la registrazione di una tribuna elettorale del 9 maggio 2007 alla quale Gennarino prese parte insieme con il sottoscritto Fiorenzo Fraioli, Maurizio Ciotoli, Andrea Turriziani, Pietro Grande, Luigi Aluigi, Fabio Dialmi, Ivano Alteri, Stefania Martini.

Come andò a finire lo sapete. Gennarino prende la parola, per la prima volta, a 10'18''. Enjoy it.

p.s. l'archivio video dei Calimeros è molto ricco. Nulla resterà impunito.

giovedì 9 luglio 2015

Il punto sull'Europa tra sogno e realtà: Alberto Bagnai


Nota per i diversamente trogloditi: se pensate che, siccome io con questo qua ci ho litigato, per questo e solo per questo possa adottare idee contrarie alle sue, allora non avete capito niente. Questo hombre è quello che è, io sono quello che sono, le idee sono idee, che quando coincidono coincidono... Non al ciento pi' ciento però....

mercoledì 8 luglio 2015

Adesso esco, e al primo di questi piddini scemi che mi costringono a dare ragione a questo stronzo gli sputo in faccia!

[PopulPost] Il monumento ai caduti (dal pero)

Il monumento ai caduti dal pero


spenti
dalla televisione
sepolti
nei centri commerciali
si erge in/ piazza
della sconfitta
Piazza
la bomba
carica 
di VIn i TA’
Spiazza la piazza
Rialzati caduto
Re-suscita
in-forma
tenace
il reale
Torna in te
Spiazzala
con la tua esistenza.
[Eresia minimale]

Nel verdeggiante parco della villa comunale di Frosinone sorge il monumento ai caduti dal pero. A volerlo, con tutte le loro forze, due anziani blogger, tali F.F. e C.M., che sono riusciti a sensibilizzare le autorità e l'opinione pubblica circa la necessità di ricordare i tanti concittadini caduti dal pero con la crisi dell'Unione Europea. Quante belle speranze politiche improvvisamente venute meno! Quante sofferenze, quanto dolore! Come restare insensibili davanti al crudo destino dei Benny, dei Fil, delle Anna Rosa, degli Armando... e con loro tanti altri, improvvisamente scomparsi perfino dalla scena dei social? Alcuni tentarono, è vero, di sopravvivere, con sommo sforzo rialzandosi in piedi e cercando sostegno nell'ora della vergogna, ma i nuovi vincitori furono spietati. Servirà un nuovo Gianpaolo Pansa, un giorno, per descrivere il dramma di questi nostri concittadini, oggi perseguitati ed evitati da tutti. Il titolo potrebbe essere "Il sandwich dei tonti".

€urociclista ciociaro attaccato da una mucca
Fino all'ultimo essi credettero che potesse esserci difesa dei beni comuni, consumo a chilometro zero, crescita, buona scuola, sanità e acqua pubblica e, contemporaneamente, l'€urone dei loro fogni; Uno dopo l'altro caddero dal pero. Furono così vittime di una stagione di sandwich e costretti a nascondersi agli occhi del mondo, pena il rischio, per coloro che osarono sfidare l'ira di una mandria spogliata di ogni bene, di essere attaccati non appena si facevano vedere in strada.

Ma i due anziani blogger non si fermano a questo primo risultato. E' loro intenzione avviare una campagna di raccolta firme per indire un referendum propositivo per una legge che riservi, ai caduti dal pero, una quota minima di seggi nelle elezioni circoscrizionali. "Un così grande patrimonio di fogni", sostengono i due anziani blogger, "non può andare perduto! E' necessario conservare la memoria di una generazione di fognatori, che hanno saputo sfidare il becero buon senso e la squallida realtà dei fatti con supremo sprezzo del ridicolo, fino all'ultimo giorno!".

Sarà questa l'ultima battaglia dei due anziani blogger, F.F. e C.M.? A noi piace ricordarli così, belli e splendidi nei primi giorni della loro lunga e infruttuosa lotta per salvare i caduti dal pero. Era il 27 giugno 2006...


martedì 7 luglio 2015

ANEL e il tabù dell'unione di trasferimento

Link correlatoPerché Syriza deve cadere? - L'ego della rete 2 luglio 2015

La lettura di un articolo sul blog di Luciano Barra Caracciolo (EURO ALLA FRUTTA E TTIP ALLE PORTE. E IL REFERENDUM BOOMERANG ALLA FINE TUTELERA' I CREDITORI) mi apre una prospettiva che non avevo considerato, costringendomi così a tornare sulla tesi che avevo esposto nell'articolo linkato per affinarla.

Avevo infatti sostenuto che "Essi sanno che altre crisi arriveranno; Essi sanno che l'architettura monetaria dell'euro prevede che, quando un'area va in crisi, i salari debbano scendere rapidamente per ripristinarne la competitività. Se ciò non accade con la sufficiente velocità (Essi sostengono), allora la crisi può auto-alimentarsi e propagarsi".

Nell'articolo di LBC è però riportata una considerazione di Krugman secondo la quale ciò che viene effettivamente chiesto al governo greco è un aumento del saldo primario. Krugman dimostra (prendo per valide le sue argomentazioni) che, per ogni aumento del saldo primario di 1 punto di PIL, quest'ultimo scenderebbe di ben 3 punti percentuali, con una conseguente crescita del rapporto debito/PIL di 5 punti. Inoltre, la deflazione dei prezzi che ne seguirebbe causerebbe un'ulteriore aumento del rapporto debito/PIL di circa 1 punto percentuale l'anno. In sintesi, secondo Krugman, l'austerità di bilancio che viene chiesta alla Grecia ingloba, in ogni caso, la necessità di futuri haircut periodici del suo debito pubblico.

Vengo alla domanda che l'articolo di LBC mi ha suscitato: perché la Germania ha rotto le trattative? Non so a voi, ma a me viene da pensare che il fatto che in Grecia ci sia, al governo, una forza di sinistra, sia solo uno dei motivi per cui ciò è avvenuto. Syriza, infatti, non è sola al governo della Grecia, ma è alleata con ANEL. Questo partito fa parte, al parlamento europeo, del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, nel quale troviamo anche il Partito Conservatore del Regno Unito, oggi al governo con David Cameron.

Cosa hanno in comune i "comunisti" di Syriza con i conservatori di ANEL? Certo, possiamo immaginare che ci sia un elemento patriottico, ma francamente questo mi sembra un valore che può avere importanza a livello popolare, dunque propagandistico, ma sono scettico sulla possibilità che il patriottismo abbia un peso di rilievo nelle contrapposizioni tra le classi dirigenti.

Credo invece che sia ben più importante lo scontro tra il liberismo in versione angloamericana e l'ordoliberismo tedesco, e che il motivo del contendere sia la netta e storica opposizione tedesca ad ogni ipotesi di unione di trasferimento. Cos'altro sarebbero dei periodici, e necessari (se Krugman ha ragione), haircut al debito della Grecia, se non una forma non convenzionale di trasferimenti monetari, i quali sarebbero soprattutto a carico della Germania?

E poiché l'ipotizzata flessibilità verso il basso dei salari (tesi da me sostenuta nell'articolo linkato), prevista dall'architettura dell'euro, è nei fatti impraticabile, ecco che il vero obiettivo della politica della Merkel (e soprattutto del falco Schauble) potrebbe essere l'espulsione della Grecia dall'eurozona. Il che è motivo di preoccupazione per gli angloamericani - che temono un avvicinamento della Grecia alla Russia - ma non necessariamente per la Germania che, in prospettiva, ha interesse ad affrancarsi dalla tutela angloamericana e ad aprirsi in direzione dell'Eurasia.

Sul piano geopolitico, allora, la partita giocata dagli angloamericani potrebbe essere quella di forzare la Germania ad accettare un primo passo verso l'unione di trasferimento, e questo potrebbe spiegare la "strana coabitazione" nel governo greco di un partito "comunista" come Syriza con un partito "atlantico" come ANEL. Se questa lettura è corretta sul fronte opposto - quello degli interessi raccolti intorno al grande capitale renano - l'obiettivo non potrebbe non essere quello di liberarsi dei pesi morti, cioè dei paesi che non riescono ad integrarsi e a tenere il passo con la disciplina tedesca.

In sintesi: la partita che la Germania sta giocando potrebbe essere quella di espellere dall'eurozona i paesi per il cui mantenimento sarebbe chiamata a pagare di tasca propria, i quali resterebbero però di fatto suoi satelliti. Uno scenario che, se si avverasse, segnerebbe una sconfitta storica per i sogni dei federalisti europei, e potrebbe tramutarsi in un incubo per un paese come il nostro per il quale potrebbe prendere seriamente forma il rischio di una secessione del nord.

En passant: niente a che vedere con l'ipotesi accarezzata dagli estensori del Manifesto di solidarietà europea, secondo i quali avrebbe dovuto essere la Germania a lasciare l'eurozona.