martedì 16 ottobre 2018

I vincenti (di oggi)

Ovviamente questi sono vincenti nei confronti delle mmmerde puddine, cioè sono quelli che meglio di tutti sono riusciti a combattere l'assurdo. Il che non significa che abbiano ragione su tutto. Ma oggi hanno vinto, dunque a loro l'onere e gli onori! Da queste parti, nei nostri limiti comunicativi,  cognitivi e morali, si continuerà a combatterli o a sostenerli se e quando ciò sarà conveniente per l'unica causa che riconosciamo: il diritto/dovere del popolo lavoratore a farsi Stato.

Comunque, se avete tempo, godeteveli. Sono davvero bravi, sia come contenuti che come comunicatori. Chapeau!



Le divergenze tra il compagno Pasquinelli e noi

La nuova sede della Link Campus University
Link correlati:
Mi è stato chiesto di fare un resoconto dei due incontri ai quali ho partecipato sabato 13 ottobre a Roma: il primo organizzato dal gruppo Patriottismo Costituzionale, il secondo da P101. Comincerò da quest'ultimo perché credo sia il più atteso, oltre ad averlo seguito integralmente. Il FQ ha dedicato all'evento un articolo, con un video di interviste ad alcuni dei relatori.

Susanna Turco
Il convegno, dal titolo ITALIA AL BIVIO, DA CHE PARTE VA LA SINISTRA, si è svolto nella nuova sede della Link Campus University - LCU in via Casale di Pio V.  Devo confessarvi, cari amici, che la scelta mi ha lasciato piuttosto perplesso poiché, nei giorni precedenti, in molti mi hanno riferito la circostanza per cui sarebbe notorio che la LCU sia, già dai tempi in cui si chiamava Università di Malta, una sorta di base operativa degli americani a Roma, utilizzata per incontri e convegni aventi ad oggetto analisi strategiche e geopolitiche. Non so che credito dare a queste voci ma certo, se esse fossero veritiere, costituirebbero un segnale politico molto chiaro di cui tener conto. A prescindere dalla veridicità o meno dell'informazione, essa mi appare coerente e consistente con l'idea che mi sono fatto, in questi ultimi anni, della natura e degli scopi del M5S. Per chi fosse interessato consiglio la lettura dei seguenti post, tutti della giornalista SUSANNA TURCO per la testata L'Espresso online.
Vi ricordo che non sono un giornalista investigativo ma un semplice sub-analista di campagna con sede al baretto di Castro dei Volsci. Questo significa che non sono in grado di valutare la qualità delle fonti citate da Susanna Turco, ma ciò non può impedirmi di avere una mia opinione, che è quella per cui il quadro che emerge dagli articoli è veritiero. Ma voi, come sempre, pensate con la vostra testa, anche a costo di sbagliare.

Il dato politico che è emerso, sia dalla scelta del luogo dell'incontro, sia dai nomi dei partecipanti come dalle tesi da essi sostenute, è che una parte del mondo politico in cui tutto nacque, sette anni fa, ha scelto una linea di sostegno critico al governo gialloverde, facendo sua la lettura dell'attuale fase come quella di uno scontro tra due visioni del capitalismo occidentale, l'una a guida americana, l'altra che ha il suo centro propulsore nel progetto di unificazione europea. Si tratta di una tesi abbastanza condivisa, in parte anche da me, ma ciò che colpisce, nel caso di P101, è un'enfasi eccessiva nello schierarsi dalla parte del governo gialloverde, unita alla evidente mancanza di consapevolezza del ruolo marginale cui questa organizzazione è destinata stante la sua inconsistenza numerica. Qualcuno definisce questa tattica come "entrismo", altri come "codismo". Sabato ho chiesto ad un dirigente di P101 di darmi una definizione di "codismo" e mi sono sentito rispondere (excusatio non petita accusatio manifesta) che loro non sono "codisti" perché mantengono autonomia di pensiero e azione.

Emiliano Brancaccio, in un breve intervento pubblicato sul sito Megachip, descrive lo scontro tra il liberismo di matrice americana e quello di matrice franco-tedesca nei termini di un processo di «centralizzazione dei capitali. La centralizzazione è l’esito di una incessante lotta tra capitali per la conquista dei mercati, che porta al fallimento dei più deboli o alla loro acquisizione da parte dei più forti, sfocia nella “espropriazione del capitalista da parte del capitalista” e alla fine determina una concentrazione del capitale in sempre meno mani».
Paolo Barnard, uno dei protagonisti di maggior rilievo del settennio passato, ha aspramente criticato la deriva di questa frazione di mondo (ex?) sovranista pubblicando un tweet al vetriolo:


Il cuore del problema politico è, in definitiva, il modo e il grado di vicinanza al tentativo del governo gialloverde di invertire una tendenza pluridecennale di assoluta adesione al progetto unionista da parte di tutti i governi precedenti, sia di centrosinistra che di centrodestra. Ciò che colpisce nella linea - che ormai possiamo considerare consolidata - scelta da P101, è la convinzione che questo governo abbia intenzione di fare di più ma che non può farlo a causa dei pericoli insiti in un'aperta ribellione all'Europa, ragion per cui, qualora si arrivasse ad uno scontro in campo aperto, sarà necessario sostenerlo senza esitazioni anche sollecitando una mobilitazione di piazza. Da ciò discende la costruzione di una narrazione politica, esplicitatasi nel corso di numerosi articoli pubblicati sul blog sollevazione, che pone in secondo piano le pur riconosciute perplessità sulla natura del m5s e della Lega, considerate secondarie rispetto a quello che viene considerato il fronte principale: lo scontro con Bruxelles.

Il dissenso rispetto a questa narrazione si sta sviluppando, per ora, sotto traccia, perché tutti condividono il timore di rafforzare il fronte eurista, che trarrebbe evidente giovamento da una spaccatura esplicita in quello eurocritico, o sovranista, o sovranista costituzionale. La critica più netta alla linea di P101 proviene da quanti sostengono che la reale intenzione del governo gialloverde non sia, come molti continuano a sperare, quella di agire seguendo una tattica prudente in attesa che le contraddizioni della costruzione unionista esplodano, bensì quella di rafforzare il processo unionista emendandolo dei suoi difetti più dannosi, soprattutto di natura economica, proseguendo al contempo la sua costruzione sul piano giuridico fino a realizzare una gabbia dalla quale sarà impossibile liberarsi. Il più noto e determinato nel sostenere quest'ultima lettura dei fatti è l'avv. Marco Mori il quale, però, predica da un pulpito screditato essendo entrato in CasaPound Italia, ragione per la quale paga uno stato di isolamento del quale può incolpare solo sé stesso. Per quanto mi riguarda considero questa tesi errata e, se non la sostengo, non è certamente perché è quella di Marco Mori iscritto a CPI. Come sa bene chi mi conosce da tempo, non avrei alcun timore a farla mia se la ritenessi corretta.

Il mio punto di vista è che il bivio davanti al quale ci troviamo è la scelta tra una trasformazione dell'eurozona nella direzione di una politica più espansiva sostenuta sia dalla BCE che da passi verso un maggior coordinamento fiscale, di cui la Germania però non vuol sentir parlare, e l'avvio di un processo di dissoluzione. In entrambi gli scenari gli opposti contendenti - centro e periferia per dirla in due parole - vorrebbero preservare il mercato unico. In estrema sintesi sia i governi del centro che quelli della periferia, tutti in mano a forze politiche liberiste e dunque antipopolari per definizione, hanno interesse ad attenuare le tensioni tra gli Stati dell'eurozona, mantenendo però intatta la natura classista del progetto unionista. Questo interesse comune, a mio parere preminente, mi porta a concludere che al momento, e fin quando non si imporranno nuove forze popolari dal basso, nessuno ha interesse a varcare il punto di rottura: non l'Italia, il cui sistema bancario sarebbe travolto col rischio che debba essere nazionalizzato, ma nemmeno la Germania che ha interesse a mantenere l'euro, che è una moneta per lei sottovalutata che ne sostiene le esportazioni; e tanto più vantaggiosa quanto più riesce a mantenere bassa la dinamica di crescita dei paesi dell'eurozona, in primis l'Italia, dalle cui importazioni a buon prezzo dipende la profittabilità complessiva della sua filiera produttiva.

Quello verso cui si sta andando, quindi, non è, come crede Marco Mori, la costruzione di un impossibile e altamente instabile superstato federale, bensì la correzione degli squilibri più macroscopici attraverso una trattativa certamente dura ma che esclude a priori,  salvo incidenti di percorso - ad esempio un grave shock esterno - la rottura dell'eurozona.

Il punto centrale è la teoria dei vantaggi comparati.

Da wikipedia: «La teoria dei vantaggi comparati (o modello ricardiano) è stata concepita a partire dai concetti essenziali dall'economista inglese David Ricardo e si inserisce nel contesto delle teorie riguardanti il commercio internazionale. L'assunto su cui si basa è che un paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un vantaggio comparato (cioè la cui produzione ha un costo opportunità, in termini di altri beni, minore che negli altri paesi)».

Sembra una constatazione di buon senso e in effetti lo è, ma solo a patto di intendersi sul significato di "vantaggio comparato". Se lo si intende nel senso, ad esempio, che la Sicilia si specializzerà nella filiera degli agrumi mentre la Norvegia in quella del salmone, allora non ci sono obiezioni. Ma il fatto è che la visione liberista non considera i "vantaggi comparati" nel senso di "costo opportunità", bensì quasi esclusivamente, e sempre di più, in quello di "costo del lavoro". Non è una differenza da poco. Una conseguenza, ad esempio, è che pur essendo sia la Sicilia che il Marocco dotati di risorse naturali equivalenti per la profittabilità della filiera degli agrumi, così non è dal punto di vista del costo del lavoro, ragion per cui gli accordi di libero scambio tra l'Unione Europea e il Marocco hanno determinato il collasso dei coltivatori di agrumi in Sicilia. Questi accordi di libero scambio non possono essere impugnati perché i trattati europei lo vietano. Dunque il Mercato Unico, che il governo gialloverde non contesta minimamente, anzi non ne parla proprio, è un "bene comune" di tutte le forze politiche liberiste - sia quelle eurocritiche che quelle eurofile - al potere in tutta l'Unione Europea.

Ebbene, sia il m5s che la Lega sono forze politiche liberiste, come si comprende bene non appena si guarda oltre la polemica sull'euro, una moneta disfunzionale che non potrà non essere corretta, per puntare l'attenzione verso altre questioni. Sorvoliamo sul fatto che il cosiddetto reddito di cittadinanza è la risposta italiana alle riforme hartz in Germania, oggi possibile grazie all'avanzo di partite correnti ottenuto con la cura Monti, e pensiamo alla proposta - già depositata - di ridurre di 345 unità il numero di parlamentari col pretesto di un risibile risparmio. Oppure facciamo mente locale al fatto che Salvini, dopo aver ridimensionato il flusso migratorio onde evitare che fosse solo il nostro paese ad accollarsi i costi di un'immigrazione che, in ogni caso, tutta l'Unione Europea a trazione liberista desidera, sebbene cercando di scaricarne i costi sociali e politici sui paesi vicini (ricordate il tentativo della Merkel di aprire le frontiere e il suo precipitoso dietrofront davanti alle proteste popolari) ben si guarda dal fare la dichiarazione più logica: la stretta si applica ai migranti, e non agli immigrati, per cui tutti quelli che sono già in Italia avranno gli stessi diritti e lo stesso trattamento di chi è italiano per nascita. Al contrario Salvini prosegue nella sua politica basata sulla paura, pur avendo già risolto l'ovviamente risolvibile problema dei migranti come il buon senso ha sempre saputo che fosse, a dispetto delle fanfaluche piddine sulla natura epocale e non contenibile del fenomeno; e lo fa sia perché questo gli rende elettoralmente ma, soprattutto, perché è perfettamente coerente con la natura liberista della Lega, quella per cui gli immigrati che sono già in Italia devono continuare a fare i domestici, le badanti, i braccianti nei campi, i lavoratori mal pagati e senza tutele, contribuendo non già alla crescita della ricchezza della Patria (ormai) comune, bensì a mantenere basso il costo del lavoro così come richiesto dalle compatibilità della filiera produttiva europea, sia quella dei paesi core che della periferia.

Tutto il quadro testé sommariamente descritto conduce ad una sola possibile conclusione: non c'è alcuno scontro in atto, al massimo una trattativa più o meno dura giocata sui decimali di deficit con in mente preoccupazioni propagandistiche in vista delle future elezioni, a partire da quelle europee del 2019, mentre prosegue indisturbata l'avanzata oligarchica a danno del principio democratico. Lo scontro, questo sì cruento, è lo stesso da millenni: oligarchia contro democrazia. Le carte pesanti del fronte oligarchico sono, come sempre, la libera circolazione dei fattori produttivi al riparo da ogni possibile condizionamento delle istanze del mondo del lavoro politicamente organizzate nella forma Stato, e dunque la riduzione, ovunque ciò sia possibile, degli spazi di partecipazione dal basso alla vita politica.

Sorprendentemente, però, P101 sta costruendo una narrazione in cui questi aspetti vengono ricordati in sordina, perlopiù con la ripetizione di giaculatorie tipo "Io sono vetero e penso invece che, per non farla troppo lunga, la soluzione sia non l'uscita dall'euro ma l'uscita dal capitalismo: non credo che questo sia nei pensieri nè di di Di Maio nè tantomeno di Salvini" cui fanno seguito, però, azioni e gesti politici come quello di organizzare un convegno nella sede della Link Campus University, invitando come relatori, nell'ordine:
  • Un funzionario del governo (LBC) il quale, non si sa se parlando a titolo personale o a nome del governo, ci ha ricordato la sua vecchia teoria frattalica secondo la quale oggi staremmo vivendo una replica delle vicende che sconvolsero l'Italia e l'Europa nel 1943, con lo sbarco degli americani e l'inizio del declino della potenza tedesca.
  • Uno dei fondatori di Euroexit, Francesca Donato, che ci ha allietati parlando dei suoi progetti di riforma istituzionale dell'UE.
  • Un politico, Stefano Fassina, eletto nelle file di LEU, che quando parla dice cose condivisibili ma non ha mai trovato il coraggio di agire di conseguenza.
  • Il teorico della Sollevazione, Moreno Pasquinelli, che sogna la discesa in campo di masse del tutto impreparate e prive di guida politica che, se chiamate in piazza, non potrebbero che realizzare lo scenario che egli stesso indicava ancora pochi anni fa, quello di una loro mobilitazione reazionaria, oggi all'insegna della caccia allo straniero e del grido honestà honestà.

Come se non bastasse in sala erano presenti, con un banchetto di pubblicazioni, esponenti dei Carc - aka nPCI - vale a dire gli stessi che, nei loro documenti strategici, parlano continuamente di "Repubblica Pontificia": «L’Italia non è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, ma una Repubblica Pontificia basata sulla commistione di affari e interessi e sugli intrighi di potere fra Vaticano, Organizzazioni Criminali (Mafia, Camorra, ‘ndrangheta, ecc.), imperialisti USA (e sionisti) e capitalisti». La circostanza potrebbe essere interpretata come un coraggioso atto di sfida, ma il fatto è che le loro posizioni politiche sono abbastanza simili a quelle che, da qualche tempo, sono state sposate da P101. Non so voi, ma io ho trovato bizzarra la loro presenza in quella che è una delle sedi in cui - voce de relato - si incontrano e collaborano a studi strategici, "Vaticano, Organizzazioni Criminali (Mafia, Camorra, ‘ndrangheta, ecc.), imperialisti USA (e sionisti) e capitalisti".

Mi è sembrato di capire che l'opzione politica preferenziale di P101 sia quella della costituzione di una lista patriottica e socialista, anche in vista delle prossime elezioni europee, il cui perno dovrebbe essere costituito dalla partecipazione di qualche esponente di calibro, ad esempio Stefano Fassina, Alfredo D'Attorre e, nel caso di una sua definitiva discesa in campo, l'illustre giurista Luciano Barra Caracciolo. Personalmente ne sarei ben lieto, ed anche disposto a dare una mano dall'esterno. Rigorosamente dall'esterno: parteciperei alle elezioni solo in una lista sovranista e costituzionale, oltre che costruita dal basso anche con il mio contributo. A proposito, mi piacerebbe si chiamasse "Assalto alla diligenza", ad indicare che la redistribuzione passa, inevitabilmente, attraverso una competizione tra forze politiche popolari che traggono linfa dalla partecipazione degli elettori alla vita politica, e dunque guidate da una molteplicità di capi che devono rispondere, concretamente, ai bisogni dei loro elettori.

Se leggete con attenzione uno degli articoli linkati (M5S, chi sono i nuovi grillini eletti: basta disoccupati, ecco notabili e professionisti) potrete constatare che il m5s sembra essersi avviato nella direzione di un'organizzazione di natura simile a quella che ho chiamato, scherzosamente ma non troppo, "Assalto alla diligenza", con la non lieve differenza di promanare dall'alto, non dal basso. Credete forse che i notabili citati da Susanna Turco si siano presentati agli incontri grillini senza alcuna chiamata preventiva da parte del misterioso staff, con tanto di rassicurazioni e garanzie sotto banco? L'operazione posta in campo dal m5s, sotto la guida di Di Maio, somiglia molto ad una versione ammodernata della vecchia DC dorotea, mentre la Lega, incassato l'appoggio di Confindustria, potrebbe puntare ad occupare lo spazio politico che le forze liberali italiane del dopoguerra tentarono, inutilmente, di costruire. Un'operazione che oggi sembra essere riuscita, grazie al carisma di Matteo Salvini e alla sua capacità di mobilitare rabbiosamente le masse elettorali.

Dalla Link Campus University, per ora, è tutto. Presto vi parlerò dell'altro convegno, quello organizzato dal movimento Patriottismo Costituzionale. Stay tuned e commenti liberi, anche ai vituperati anonimi, così diamo spazio a quelli del blog Sollevazione che parlano di politica senza farsi riconoscere da noi, mentre chi sono lo sa anche la più infima piattaforma di e-commerce.

giovedì 11 ottobre 2018

Quota 100, "i piddini" e il bunga bunga

Il PIL potenziale NON è, come si intende nel linguaggio comune, quello che un paese può produrre utilizzando al meglio le sue risorse, ma ciò che può produrre a patto di non far crescere l'inflazione (cioè i salari in ultima istanza) oltre la soglia di compatibilità. Una soglia che, ovviamente, è quella che andrebbe a disturbare la filiera dei paesi "core", in testa la Germania. Questa, non avendo più il marco che, rivalutandosi, permetteva alla sua struttura industriale "pesante", cioè quella che produce beni per l'esportazione poco sensibili al prezzo, di importare a buon prezzo, non può tollerare una crescita eccessiva dei prezzi nella periferia. In particolare nel paese da cui importa grossi volumi di beni industriali intermedi: l'Italia.

Questa riflessione spiega perché, nel grafico, l'OECD stima per la nostra Patria una crescita reale addirittura superiore a quella potenziale!

Lo so che non sono argomenti spendibili al baretto di Castro dei Volsci, tanto è vero che, recentemente, un commento a un mio video recitava: "Ti sei chiesto quanti riusciranno a capirlo questo video? Non è per niente alla portata di tutti". Gli ho risposto che "Non basta che milioni di persone abbiano una descrizione semplificata, serve che ce ne siano anche centinaia di migliaia con una conoscenza maggiore, e decine di migliaia con una ancora maggiore... e così via. Ognuno sceglie il proprio livello (di incompetenza?) e parla alla sua platea. Il tutto sarà, se le cose funzioneranno, maggiore della somma delle parti".

Questa è la ragione per cui, pur potendo esprimermi in modo molto più semplice e diretto, puntando alla pancia delle persone, preferisco farlo al mio livello di incompetenza, in ottemperanza del Principio di Peter:  «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza».

Al resto, cioè a contrastare le menzogne propalate a piene mani dai media liberisti, ci pensino Salvini e Di Maio, che sanno farlo molto meglio di me. Ma il problema è che c'è una vasta platea di persone mediamente acculturate che, pur avendo in potenza gli strumenti per leggere correttamente la realtà, continuano ad usarli come se fossero sotto l'effetto di un condizionamento mentale, rifiutandosi di effettuare anche il più semplice collegamento logico e pur in presenza di informazioni ufficialmente accreditate come quella riportata nel grafico dell'OECD. Sono quelli che chiamiamo da tempo "i piddini", categoria che solo casualmente fa riferimento agli elettori del PD, tra i quali tuttavia questa tipologia umana è endemicamente diffusa. In effetti di "piddini" ce ne sono a iosa anche tra gli elettori della Lega, del M5S e di tutti i partiti.

Il punto è riuscire a far capire, ai più acculturati tra costoro, prescindendo dal partito per cui votano o militano, che esistono dati di realtà ufficialmente accreditati la cui corretta interpretazione è assolutamente contraria ai loro interessi, mentre essi ne sposano altre che li penalizzano. Ecco dunque che, se fate vedere a un "piddino" qualsiasi il grafico dell'OECD, costui vi dirà che è la dimostrazione che le cose non vanno poi così male come continuiamo a strepitare noi sovranisti costituzionali. Sono come anguille sguscianti: credete di averli messi all'angolo (ad esempio spiegandogli il grafico dell'OECD) ed ecco che vi tirano fuori le pensioni baby di 30 anni fa. Non so a voi, ma a me vengono impulsi omicidi.

E a proposito di pensioni, è partita la caciara sui costi insostenibili (sic) per le future generazioni e bla-bla-bla della fin troppo moderata riforma della legge Fornero, che dovrebbe riportare la somma di età anagrafica e lavorativa a quota 100. E' addirittura intervenuto il Presidente della Repubblica, sproloquiando di "autorità indipendenti" (sic) poste a fondamento della democrazia, addirittura previste dalla Costituzione!

Il mio compito, quello che mi sono posto in capo nella battaglia in difesa della Patria e della vera democrazia, è quello di presidiare questo fronte, attaccando ogni qual volta vedo la minima possibilità di avanzare di un passo. Ma è una guerra dura, di trincea, perché dal fronte "piddino" si risponde a mitraglia, lanciando alla rinfusa ogni argomentazione a portata di mano. Tuttavia si tratta di un fronte fondamentale perché, se non lo si tiene, ogni mobilitazione di massa resterebbe a rischio di essere facilmente strumentalizzata e, Dio non voglia, rivolta contro gli interessi del popolo lavoratore. Un rischio che la popolarità del governo gialloverde potrebbe inverare, ritrovandoci così davanti alla scelta tra l'essere schiacciati subito... oppure dopo un po' di bunga bunga.


mercoledì 10 ottobre 2018

I "sollevatori"



Addendum delle ore 15:15 del 9 ottobre 2018

Germano Martelli ha così commentato su youtube: «Ciao Fiorenzo, cosa ne pensi dell'ultima "fatica letteraria" di Sergio Rizzo - la notte che uscimmo dall'euro-? Ovviamente è puro terrorismo, ma credo sia un po' il sentire generale, che abbandonando l'euro arriverebbero le cavallette carestie e pestilenze. Per questo ti faccio un'altra domanda: potresti linkarmi una pagina dove trovo quello che è il tuo pensiero su una eventuale italexit?
Grazie.»

Caro Germano, ti rispondo con una frase che tempo fa pubblicai su FB: dicono i ricchi che uscire dall'euro sarebbe un disastro per i poveri. Naturalmente era, ed è, una frase ad effetto, il cui compito è quello di indurre ad aprire la mente. La realtà effettiva di un'eventuale italexit deve essere valutata alla luce della domanda: cosa faranno gli interessi colpiti, e fin dove saranno disposti a spingersi, per scongiurarla?
Se gli interessi colpiti, diciamo i ricchi, accettassero le loro perdite con la stessa mansuetudine con cui gli interessi che sono stati colpiti dall'euro, diciamo i poveri, hanno accettato le loro, ebbene il gioco sarebbe sostanzialmente a somma zero: quello che perdono i ricchi sarebbe quel che guadagnano i poveri. Dubito però che ciò avverrà, anzi sono assolutamente certo che la reazione sarebbe estremamente forte e decisa. Il conflitto che si aprirebbe potrebbe avere un solo vincitore, con in più il rischio che anche costui, per prevalere, debba accettare delle perdite. Il risultato sarebbe così un impoverimento generale della Patria (non dico più "paese"), molto più forte per i perdenti e relativamente più contenuto per i vincitori.
La mia opinione, dunque, è che l'uscita dall'euro, se e quando ci sarà, comporterà inevitabilmente dei costi, da confrontare tuttavia con quelli che la parte oggi perdente, i poveri, dovrebbe comunque sostenere per conservare l'euro. Considerazioni geopolitiche a parte - le quali pure hanno la loro enorme importanza - il punto di rottura sarà determinato dalla soglia oltre la quale i perdenti con l'euro non potranno far altro che ribellarsi. Purtroppo è anche vero che questa parte, con il passare del tempo, si sta indebolendo sempre di più, e rischia di arrivare alla ribellione senza avere più nemmeno la forza sufficiente per sperare nel successo. Ed è questa la ragione di fondo per cui mi sono sforzato, in tutti questi anni, di favorire la massima e reale partecipazione dal basso, una posizione che è stata etichettata come "fraiolismo metodologico". A quanto pare ha vinto il "bagnaismo metodologico", ovvero la tesi che saranno i ricchi, quando dovranno pagare il costo dell'euro (e non si capisce perché) a mettere in campo l'italexit. Con un occhio di riguardo anche per i poveri? Permettimi di dubitarne.
Ciò detto, essendo io il perdente, che importanza può avere la mia opinione? La soddisfazione di aver avuto ragione? Mio padre mi diceva sempre che "la ragione è dei fessi", e chiamava questa affermazione "il teorema di Pirro".
Tanti cari saluti da un fesso.

giovedì 4 ottobre 2018

Il triorchidismo, malattia infantile del sovranismo

Premessa

Questo post perderebbe del tutto di senso se si verificasse, per iniziativa di questo governo, la mitica uscita dall'euro un venerdì sera. In tal caso chiederei umilmente scusa e, dal considerarmi una seconda fila, passerei alla terza o alla quarta, tra quelli che non capiscono una fava. Tuttavia non è neanche possibile continuare a tacere perché, forse, il governo farà la mitica uscita dall'euro un venerdì sera, correndo così il rischio che i peggiori timori di un salto della quaglia si avverino senza che ci sia una reazione. Serve qualcuno che, offrendosi come volontario, si metta a rischio. E siccome non mi considero un (as)soldato, ma un guerriero (addendum: italico), mi faccio avanti.

Élitismo e democrazia

Da molti anni mi sforzo di ricordare che l'essenza della democrazia consiste nella partecipazione militante alla vita politica, come ho ribadito ultimamente in occasione di un convegno al quale sono stato invitato dall'amico Ippolito Grimaldi. Partecipazione militante che implica, quando si è raggiunto l'obiettivo della conquista del potere, il cosiddetto assalto alla diligenza - o mercato delle vacche da fiera di strapaese - che tanto terrorizza, e ha terrorizzato in passato, i circoli liberali italiani culturalmente guidati dal gruppo editoriale l'Espresso, diretto quasi da subito da Carlo Caracciolo - 9º Principe di Castagneto e 4º Duca di Melito , fratello di Marella Caracciolo moglie di Gianni Agnelli, e oggi controllato attraverso la GEDI da Carlo De Benedetti

Costoro, insieme con altri, sono la controparte culturale - ispiratrice di quella politica - dunque di classe del popolo lavoratore, che riescono a controllare e manipolare grazie a un'indefessa azione che ha lo scopo ultimo di rafforzare, sempre di più, le loro organizzazioni politiche, demolendo, al contempo, quelle del popolo lavoratore. Questo avversario di classe è capace di agire con una sapienza e una capacità di coordinamento stupefacenti, tali da lasciarci sempre spiazzati. Anche quando crediamo di essere riusciti ad aprire un varco, ecco che, sistematicamente e regolarmente, ci ritroviamo ad essere nuovamente circondati e respinti nel recinto dell'ininfluenza.

Una delle tecniche di maggior successo è quella di incanalare il dissenso su un binario morto. Questa consiste nel fingere un ripiegamento per lasciare spazio alla crescita di movimenti di opposizione, all'interno dei quali vengono posti loro agenti i quali sono, successivamente, aiutati nella scalata ai vertici. Pian piano i movimenti di opposizione sono disattivati, e ricondotti ad un agire politico compatibile con i loro interessi.

Questo è accaduto in questi ultimi anni col M5S e con la Lega, ma anche con il movimento di opinione di quanti, avendo compreso la necessità di dotarsi delle conoscenze tecniche indispensabili per partecipare consapevolmente al dibattito politico, sono facilmente giunti alla conclusione che l'Italia debba recedere al più presto dal più importante e pervasivo progetto politico che l'élite politica e finanziaria italiana ed europea hanno perseguito da 40 anni a questa parte: l'euro e l'Unione Europea. Un progetto, per altro, accuratamente messo in sordina, del quale alle élites sarebbe piaciuto non si parlasse nemmeno e si continuasse invece ad ascrivere ai vizi italici il progressivo impoverimento del popolo lavoratore, onde rendere definitiva la marginalizzazione del suo peso politico.

Il solo modo per contrastare efficacemente la costante azione di infiltrazione e manipolazione di questo, come di ogni nuovo movimento di idee, sarebbe dovuto essere quello di renderlo il più possibile plurale, ma così non è stato. Fin dall'inizio, infatti, in esso è stato inoculato il veleno letale dell'élitismo nella sua forma più deteriore, che è quella tecnico-scientifica. La forzatura più palese è consistita nel far passare l'idea che l'economia sia una scienza, invece che sublime artigianato, con ciò ottenendo il duplice risultato di predisporre gli scranni da leader per soggetti facilmente ricattabili, in quanto appartenenti all'accademia, e di porre la vasta platea dei cittadini interessati al dibattito in una posizione subordinata.

E' così accaduto che i soggetti che sono stati capaci di conquistare il maggior seguito, diciamo le drag queens più arrapanti, sono diventati, per il popolo dei no-euro, gli unici e soli depositari della verità scientifica. A questo punto il compito per le élites è diventato semplice: gli è bastato intervenire su un numero limitato di caporioni per sviare e disattivare la potenzialità, questa sì rivoluzionaria, di una mobilitazione dal basso che poteva diventare estremamente pericolosa.

Blandire un numero ridotto di triorchidi, alias individui dotati di tre testicoli e dunque "credibili", è molto più semplice che farlo con una moltitudine di capi e capetti, ai quali sarebbe potuto venire in mente - non sia mai! - di organizzare un assalto alla diligenza, o mercato delle vacche da fiera di strapaese che dir si voglia. Il più noto dei triorchidi è un tipetto noto perché farebbe strame dei suoi nemici in progressione geometrica di ragione tre. E più non dimandate, perché non ho i soldi per rispondere a una querela.

Il triorchidismo è stato la malattia infantile del sovranismo, dal quale molti di voi devono ancora guarire. Io non l'ho presa perché, essendo nato in una casa con annessa stalla, in un paese che non aveva neanche le strade asfaltate, sono immunizzato dalla nascita. Voi, se volete immunizzarvi, mischiatevi col popolo lavoratore. Che poi, vedrete, mangerete bene e, se sarete fortunati, troverete anche moglie. 

martedì 2 ottobre 2018

I ladri di Pisa

Secondo un detto popolare i ladri di Pisa litigavano di giorno e poi andavano a rubare insieme di notte.

Il deficit del 2,4% previsto nel DEF sta suscitando le reazioni più diverse. A un estremo ci sono quelli secondo cui il governo gialloverde starebbe portando l'Italia fuori dall'euro e quindi alla bancarotta, dall'altro si comincia a sperare che, per l'appunto, si finirà con l'uscire dall'euro e quindi il paese sarà salvo.

Mi dispiace deludere gli estremisti dell'una e dell'altra sponda, ma credo che questo governo stia salvando l'euro. Stiamo ai fatti e prendiamo in considerazione i due punti qualificanti del programma di governo, flat-tax e reddito di cittadinanza. La flat-tax, seppure implementata inizialmente con cautela, avrà l'effetto di liberare risorse sgravando il peso fiscale a partire dalle fasce a reddito più alto. Queste risorse finiranno con l'essere spese, in parte direttamente dai beneficiati, in parte attraverso il sistema bancario qualora costoro decidessero di risparmiarle. Un aumento della capacità di spesa determinerà una crescita della domanda, e quindi del fatturato delle imprese. Poiché, come non si stanca di ricordare Paolo Savona, l'Italia ha un surplus commerciale di 50 mld, anche se una frazione di questo reddito aggiuntivo dovesse tradursi in un aumento delle importazioni, ciò non costituirebbe un problema immediato. Più serio è invece il pericolo di una dinamica in crescita dei salari (vedasi alla voce NAIRU) per scongiurare la quale, o almeno limitarla in modo sostanziale, si ricorrerà al reddito di cittadinanza.

Vi prego di far caso ai dettagli: Di Maio ha più volte chiarito che il reddito di cittadinanza non si farà subito, perché prima dovranno essere riformati i centri per l'impiego. Traduzione: i centri per l'impiego saranno operativi solo dopo che la domanda di lavoro da parte delle aziende sarà ripartita, e inoltre saranno aperti man mano a partire dalle regioni in cui tale domanda si manifesterà per prima.

Il risultato sarà che le imprese potranno disporre di forza lavoro a prezzo calmierato, poiché gli iscritti ai centri per l'impiego non potranno rifiutare le offerte di lavoro pena l'esclusione da un circuito che gli garantisce, comunque, una forma di sicurezza. In pratica il reddito di cittadinanza è l'equivalente delle riforme Hartz tedesche, finanziate col debito pubblico, che consentirono alla Germania di calmierare il costo del lavoro pur in presenza di una forte crescita economica, trainata dalle esportazioni grazie al cambio favorevole dell'euro rispetto al marco.

Come è noto e acclarato, la ragione di fondo della crisi dell'eurozona è stato proprio il differenziale di crescita dei salari tra la Germania e i paesi della periferia, cui si è posto rimedio con l'austerità - visto il fallimento del paradigma liberista secondo il quale i mercati si sarebbero autoregolati. Ritrovato un nuovo equilibrio dopo l'atroce stagione dell'austerità, oggi i regolatori di Bruxelles sono molto più attenti che in passato ai differenziali di crescita dei salari, aka inflazione, ragione per la quale guardano con sospetto alla manovra del governo gialloverde. Il rischio che temono è che alla fase espansiva, determinata dal taglio fiscale, non faccia seguito la necessaria compressione della dinamica salariale.

Quanto lo scenario testé descritto possa appassionare noi sovranisti costituzionali ve lo spiego con un'immagine.


lunedì 1 ottobre 2018

De imitatione Goofy

Crescita reale Inflazione Deficit Debito/Pil
«Quando verrà per noi il giorno del Giudizio, non ci sarà domandato che cosa avremo letto, ma che cosa avremo fatto, né con quanta dottrina o eleganza avremo parlato, ma quanto santamente avremo vissuto.» (Libro Primo del "De imitatione Christi").

Abbiamo la manovra coi suoi numeretti. Mi sono preso la briga di realizzare una simulazione della dinamica del rapporto debito/pil sulla base delle formule esposte da Goofy in questo post dell'otto gennaio 2013.
Il rapporto debito/pil (indicato con d) è calcolato a partire da quello dell'anno precedente, dal deficit f, e dalla crescita nominale gamma (in prima approssimazione somma di crescita reale e inflazione)
Potete divertirvi a modificare i parametri per vedere quel che succede. Tenete presente che si tratta di un modellino molto semplificato, che non tiene conto delle relazioni reciproche tra i diversi parametri, ma è utile per un'indicazione di massima.
Naturalmente noi sappiamo che il debito pubblico è un falso problema, mentre quelli veri sono la crescita reale e l'inflazione, in un sistema come l'UE basato sulla concorrenza tra sistemi nazionali in assenza di trasferimenti fiscali. Serve la crescita, ma questa ha due componenti: crescita reale e inflazione, che sommate ci danno in prima approssimazione la crescita nominale. Ebbene, per vincere la competizione tra stati, nel contesto dell'UE, occorre avere un'alta crescita reale e una bassa inflazione. Se manca la prima, le regole europee vietano di puntare sulla seconda, mentre in assenza di inflazione si può fare tutta la crescita reale che si vuole. La crescita reale può essere stimolata dagli investimenti, ma solo se privati, e comunque sempre con bassa inflazione, cioè aumentando i salari meno degli aumenti di produttività.
E' un sistema mostruosamente classista, perché il suo fine primario è quello di non consentire espropri di ricchezza da parte della maggioranza della popolazione a danno della minoranza più ricca. So di sconvolgere parecchi, ricordando che la redistribuzione è in ultima analisi un esproprio, ma non posso farci niente. Questo non è un blog per allodole.
Inoltre, il vincolo sull'inflazione discende dalla necessità, per la Germania che non ha più il marco, di preservare i costi relativi delle sue catene di valore quando importa dall'estero. Ho spiegato la questione in questo post: Perché la Francia può fare il 2,8% di deficit e noi no? Una spiegazione macroeconomica a cura del vostro subdivulgatore di paese.
Sono tutte cose arcinote, giocando sulle quali il m5s e la Lega hanno vinto le ultime elezioni idrauliche, cioè ad esito predeterminato. Molto utili sono state la caciara montata sul falso problema dell'immigrazione - i flussi che non si possono fermare... si è visto - e la campagna acquisti tra noi sovranisti costituzionali. Quest'ultima, assolutamente prevedibile, è una conseguenza del fatto che non siamo riusciti a far nascere un partito dal basso, di classe, democratico, con una classe dirigente vasta e diffusa che non sarebbe mai possibile ingaggiare tutta. 
Ormai il danno è fatto, l'elettorato è stanco e deluso e si accontenterà delle briciole che verranno lasciate cadere. Nel frattempo si provvederà a ridurre il numero dei parlamentari, ad introdurre la procura europea e a mettere in piedi un sistema di polizia interna comune. Non è solo il vostro sub divulgatore a dirvelo, ma anche il grande divulgatore Bagnai: "Il progetto europeo è un progetto politico, non economico, ed è dalla politica, non dai decimali, che dipendono la sua sostenibilità e la sua evoluzione."
Spiace che simili evidenze sfuggano agli amici del blog statebbòni.blogspot.com, sul quale continuano ad apparire articoli, come quest'ultimo firmato da Leonardo Mazzei, in cui si dà un'importanza straordinaria all'operato di questo governo per il solo fatto di ever messo in cantiere una manovra con qualche decimale in più di quanto, falsamente e furbescamente, preventivato dall'esecutivo Gentiloni. Come se non sapesse, il Gentiloni, che le elezioni le avrebbe perse, e, anche fosse andata diversamente, avrei proprio voluto vederlo mettere in pratica un deficit dello 0,8%!