domenica 29 giugno 2014

L'ovetto di Colombo

Furio Colombo
Il signore qui a fianco è Furio Colombo, per cinque anni (dal 2001 al 2005) direttore dell'Unità. Oggi ha scritto nel suo blog sul FQ un articolo dal titolo "Europa, piccoli uomini contro il resto del mondo".

E' un uomo anziano Furio Colombo, e solo per questo dovrebbe essere trattato con rispetto. Sono un tipo all'antica (lo siamo tutti, noi ciociari di Castro dei Volsci), per cui vorrei tanto essere rispettoso nei confronti di Furio Colombo.

Solo che non ci riesco.

Non ci riesco perché una frase come "Fra gli uomini-numero del cosiddetto rigore, e i nani delle frontiere chiuse, mancano i testimoni del percorso grandioso da cui l’Europa ha deragliato, e per la quale alcuni grandi esuli e confinati avevano a lungo lavorato e testimoniato" mi manda letteralmente in bestia.

Già, perché questo signore, che è stato direttore dell'Unità per cinque anni, e dunque ha avuto il privilegio e il potere di poter spiegare ai suoi lettori la sostanza reale del processo di unificazione europea, oggi altro non sa fare che dare un colpetto al cerchio e uno alla botte, di fatto lavandosi le mani del casino immenso nel quale ci ritroviamo. Questo signore è oggi, per me, un esemplare stupendo di narratore di frottole, alle quali ha anche (purtroppo) la colpa di credere. Eppure è stato, per cinque anni, il direttore dell'Unità!

Ha raccontato, e continua a raccontare a coloro che gli prestano ascolto, favolette per bambini. Allude ai cosiddetti fondatori del sogno europeo contrapponendoli ai protagonisti del presente, equamente divisi in uomini-numero e nani delle frontiere.

E mi domando: perché un essere così banale è stato il direttore di un giornale come L'Unità per ben cinque anni, mentre tanti blogger, di ben altro spessore e qualità, non sono neppure giornalisti? C'è un nesso tra le carriera di Furio Colombo (e di tanti come lui) e la vacuità di ciò che scrive? Eppure, a ben pensarci, Furio Colombo è stato perfino un direttore scomodo del giornale fondato da Gramsci! Pensate, osava chiamare "guerre" le "missioni di pace"! E allora? Chi è veramente Furio Colombo, uno scribacchino al servizio del potere, o egli stesso una vittima?

Poiché è un uomo ormai anziano, e anche pensando al fatto che io stesso porto su di me una parte della responsabilità della sua carriera, avendo letto e trovato interessanti, nel passato, tanti suoi articoli, sposo la seconda tesi: Furio Colombo è, anch'egli, una vittima dell'enorme inganno del quale tutti noi siamo stati vittime. Un inganno la cui natura non consiste tanto nel fatto di averci propinato una narrazione di parte della realtà, quanto nell'averci indotto ad accettare, e prendere per buono, un modo di raccontare gli eventi vacuo e favolistico: è questa la vera colpa di Furio Colombo, che egli condivide con tutti noi!

Una colpa dalla quale possiamo emendarci solo riconoscendo noi stessi, per primi, la responsabilità di essere stati ingannati. Per questo penso che sia ingiusto prendersela con Furio Colombo...

Solo che non ci riesco.

sabato 28 giugno 2014

Davanti al corteo degli antagonisti la polizia si dilegua...

...per meglio prepararsi alla sceneggiata davanti alla sede dell'UE.

Sono arrivato in Piazza della Repubblica intorno alle due di pomeriggio, trovandola presidiata da almeno una decina di grossi blindati. Segno che perfino la questura si aspettava un'adesione più nutrita alla manifestazione dei cosiddetti antagonisti dell'Unione Europea. Verso le tre, davanti a non più di mille manifestanti (che sarebbero diventati circa 1500 un'ora dopo, alla partenza del corteo), i blindati si sono dileguati. Cosa potevano mai combinare 1500 persone, più della metà delle quali canute?

Foto - Video 1 - 2 [da Repubblica.it]

Un po' più tardi, davanti alla sede dell'Unione Europea difesa da un sottile schieramento di polizia, la tradizionale gazzarrella stile centri sociali. Fine.

Quello che penso di pirsona pirsonalmente


Va tenuto presente che, dei 1500 partecipanti, solo una esigua minoranza era costituita da gruppi che hanno adottato in modo chiaro e inequivoco la parola d'ordine "fuori dall'UE", e solo uno di essi lo fa da anni: MPL. Con loro mi sono aggregato, non avendo incontrato nessun altro della mia associazione, l'ARS. E anche questa è una circostanza, seppur minima, che fa riflettere.

Mancavano, è ovvio, anche tutti gli altri gruppi, come anche i partiti che pure hanno fatto, almeno della lotta contro il solo euro, una loro bandiera alle ultime elezioni europee. E questa è un'altra circostanza che fa riflettere.

Considerate il 42% di Renzi, l'inconsistenza del M5S, e agitate bene prima della somministrazione. Cosa vien fuori? Ma è semplice! Il grande risultato ottenuto dalla delegazione italiana al vertice europeo: l'anticipo al 2015 del Fiscal Compact!

Conoscete la legge fondamentale della politica? Ve la ricordo: in politica si avanza finché l'avversario non oppone resistenza.

E allora, cari italiani, preparatevi a ciucciarvi una manovrina da 25 miliardi alla fine dell'estate, preludio al ben più gravoso esproprio che subiremo tra un anno, quando si dovranno reperire 50 miliardi aggiuntivi, ogni anno, per onorare il Fiscal Compact.

Vi è giunta all'orecchio la notizia che le rendite catastali saranno quasi decuplicate? Credo di no, siete troppo impegnati a seguire i mondiali...

mercoledì 25 giugno 2014

Chi ha più filo tesserà - Stefano D'Andrea (III assemblea ARS)


E Berta filava e filava con Mario 
e filava con Gino 
e nasceva il bambino che non era di Mario 
che non era di Gino 

martedì 24 giugno 2014

Pane e politica: la via dell'ARS

Ser Niccolò Machiavelli
L'Associazione Riconquistare la Sovranità, di cui sono socio, è un ancor piccolo movimento sovranista. Il nostro scopo sociale è contribuire alla ri-nascita di una forza politica, popolare e dal basso, che ponga al primo punto la riconquista della piena sovranità, non solo monetaria ma anche politica e, in prospettiva, militare del nostro paese. Sovranità militare significa, a scanso di equivoci, la piena indipendenza dell'Italia da condizionamenti geostrategici di qualsiasi natura, e dunque la possibilità di adottare una politica estera di neutralità e non ingerenza. L'obiettivo della piena indipendenza è massimamente ambizioso, anche per un paese estremamente coeso (e l'Italia è lungi dall'esserlo), ragion per cui esso viene concepito "in prospettiva", come linea di tendenza, e non come un obiettivo realisticamente perseguibile a breve, come immediata conseguenza dell'auspicata riconquista della sovranità monetaria, e perfino politica.

Tutti noi dell'ARS condividiamo l'idea che la sovranità implica l'esistenza di un popolo, cioè una collettività che al sentimento di appartenenza all'intera umanità affianchi, in posizione appena subordinata, quello di esserne una parte specifica e unica, desiderando altresì di potersi governare in libertà e autonomia.

La sovranità popolare non deve essere confusa con la democrazia. Questa è il governo del 50% più uno degli elettori, mentre la sovranità popolare implica l'adesione unanime (o pressocché unanime) della popolazione a un "me stesso" collettivo che trova forma giuridica in un atto costituente. Da questo punto di vista è possibile distinguere le Costituzioni che possiamo definire "popolari" da tutte le altre.

Una Costituzione è "popolare", e tale rimane a prescindere dai suoi contenuti, quando viene adottata con la partecipazione di tutte le classi di cui è composto il popolo, attraverso il loro coinvolgimento, alla pari, in un processo costituente mediato dai partiti che le rappresentano. In altre parole, una Costituzione può essere "popolare" pur non essendo "sociale", tale cioè che preveda obblighi di natura sociale da parte dello Stato. Viceversa, una Costituzione "sociale" eventualmente ed eccezionalmente concessa, per benevolenza e spirito illuminato, da un potere precostituito che rappresenta solo una parte minoritaria del popolo, non è tuttavia una Costituzione "popolare".

Ciò che rende straordinaria la Costituzione italiana del 1948, a prescindere dalle critiche che pure è possibile rivolgere ad ogni costruzione umana, è il fatto che essa è sia "popolare" che "sociale". Essa fu il prodotto di un momento assolutamente particolare, una finestra di opportunità che i nostri padri costituenti seppero cogliere prima che lo scenario politico, interno e internazionale, cominciasse a mutare. Un evento, per certi versi, simile alla finestra di opportunità che il Conte Camillo Benso di Cavour seppe cogliere a metà dell'ottocento, allorché riuscì, manovrando con abilità tra gli interessi delle grandi potenze, a far nascere la nazione italiana.

La differenza più evidente tra lo Statuto Albertino del 1848, che sarebbe diventato la Costituzione del neo nato Stato italiano nel 1861 rimanendo in vigore fino al 1946, e la Costituzione repubblicana del 1948, è costituita dal fatto che mentre nel 1848 il "popolo" era costituito da un'esigua minoranza, nel 1948, grazie ai partiti di massa, la situazione era radicalmente diversa.

La guerra, la resistenza armata alle forze di occupazione tedesche, l'esistenza di due grandi ideologie popolari, quella cattolica e quella socialista, e perfino l'esperienza del fascismo, pur responsabile di atti vergognosi (in primis le leggi razziali) e di scelte politiche che avevano tradito gli ideali sbandierati davanti a una popolazione prostrata dalle difficoltà del primo dopoguerra, avevano fatto sì che la platea dei cittadini politicamente coinvolti fosse enormemente maggiore che non un secolo prima.

Questo insieme di condizioni rese possibile la stesura della Costituzione del 1948, che è sia "popolare", in quanto al suo concepimento parteciparono tutte le classi sociali attraverso i partiti che le rappresentavano, sia "sociale", per effetto del particolare equilibrio nei rapporti di classe che sussisteva in quella, ahimè momentanea, finestra storica. Non va dimenticato, ad esempio, che Togliatti accettò di disarmare i centomila partigiani armati che operavano in Italia, ottenendo, in cambio di ciò, che la nuova carta costituzionale fosse particolarmente avanzata sul piano dei diritti sociali che vi erano riconosciuti.

Gli avvenimenti immediatamente successivi, in particolare l'esplodere della guerra fredda, causata dalla volontà degli Stati Uniti di valorizzare in massimo grado il loro importante ma non principale ruolo nella lotta al nazifascismo, cambiarono lo stato delle cose. Si cominciò così a parlare di Costituzione tradita, sebbene, a ben vedere, per un trentennio la politica economica dei governi che si susseguirono fu sostanzialmente conforme al dettato costituzionale, in particolare al titolo III che regola i rapporti economici.

Purtroppo interessi sostanziosi si stavano riorganizzando. Canta Rino Gaetano:

"Aida, la costituente
la democrazia,
e chi ce l'ha?
E i tuoi trent'anni
di safari
tra antilopi e giaguari
sciacalli e lapin"

Alla fine degli anni settanta, nel clima di stanchezza e rifiuto della politica generato dal combinato disposto del terrorismo e della crisi dei partiti di massa, una minoranza del paese, riconducibile agli interessi della finanza e della grande industria privata, diede inizio a un lento quanto nascosto processo di revisione costituzionale, scandito da atti di importanza decisiva come l'adesione allo SME, il divorzio Tesoro - Banca d'Italia e lo smantellamento dei vincoli alla circolazione dei capitali, il cui esito fu la ratifica del trattato di Maastricht nel 1992.

Tutto ciò è potuto avvenire, senza che gli interessi che venivano pesantemente danneggiati da quelle scelte fossero in grado di organizzarsi, perché la partecipazione attiva alla vita politica degli italiani era venuta meno. E' stato il sonno dei cittadini a permettere che tutto quello che è avvenuto potesse verificarsi, non la volontà perversa di chissà quali circoli complottisti! Questi, senza il progressivo e pochi anni prima impensabile disinteresse del popolo, sarebbero stati facilmente fermati! Per questa ragione l'ARS, pur avendo un suo programma, giudica comunque positiva ogni azione che favorisca il ritorno alla partecipazione politica dei cittadini italiani.

Noi chiamiamo tutto ciò "militanza", per distinguerlo dall'attivismo. Essere militanti, e non semplici "cittadini attivi", significa andare oltre le pur nobili ragioni che inducono molti a darsi da fare per salvare un parco, difendere l'acqua pubblica, mobilitarsi contro le mille speculazioni private che intaccano i beni comuni. Essere militanti significa fare un passo ulteriore, che consiste nell'inquadrare queste pur benemerite lotte in un contesto più ampio. Dunque nel vederle come aspetti parziali, e spesso solo locali, di uno scontro più ampio che investe tutto il paese, e chiama il popolo alla partecipazione e alla lotta in difesa dei propri interessi. Questi devono, per forza di cose, essere unificati e resi coerenti nei programmi di nuovi partiti che si oppongano a quelli esistenti, ormai semplici articolazioni esecutive degli interessi privatistici che hanno lentamente, ma inesorabilmente, stravolto la Costituzione del 1948.

Che cento fiori fioriscano, che cento scuole gareggino, soltanto col metodo della discussione e del ragionamento [Mao]


Leggete le proposte dell'ARS e, se vi convincono, aderite! Se, al contrario, non vi convincono, scegliete altre strade, ma militate!

venerdì 20 giugno 2014

Vecchietti alla Riscossa

Link correlati: xxx

Link correlati? Maddeké? Qua c'è tutta una storia correlata, una lunga storia. Peccato che, dopo la vittoria di Renzi, le vicende interne al variegato e tumultuoso mondo che si batte contro l'Unione Europea (=euro+liberismo+austerità) siano entrate in una fase di confusione e disordine. Vale la pena raccontarla mentre tutto è ancora in divenire? Troppo presto per farlo. Diciamo, allora, che chi può capire capirà. Gli altri aspettino. Per molti, ma non per tutti, ecco l'ultima dei Calimeros. 


p.s. Lasciamo una traccia: senilità (...lungo è il viaggio a ritroso...)

martedì 17 giugno 2014

Geworfenheit

Scrive un utente di YT commentando l'intervento di Leonardo Mazzei a Chanciano il 31 maggio 2014: "Ottimo discorso. Analisi lucide. Ma vi prego non sperperate questo capitale di buone idee e lucide visioni con un'etichetta perdente che vi condennerà ad una perpetua irrilevanza! Sinistra no euro è una deiezione". 

Colpiti dall'evidente contraddizione del commento siamo andati a verificare chi fosse costui. Abbiamo così scoperto che è un nostro grande ammiratore, perché dei circa 120 filmati "che gli sono piaciuti" una trentina sono stati da noi realizzati, e molti vedono proprio los Calimeros (io e il socio Claudio Martino) come protagonisti.

Una googlata ci ha aiutato a capire meglio. Commentando una dichiarazione di Bersani ("Bersani a Monti: non fa bene costruire partiti intorno al nome di una persona"), il nostro scrive: "Un altro caso esemplare di sostenitore del PD cerebralmente morto. Parce sepultis".

Più oltre, nella stessa pagina, scrive: "Ahahahah Ve la fate sotto, eh? Un anno a servire l’eurocrazia per ricevere brandelli si potere e ora vi candidano contro Monti. Non cambierà nulla per l’Italia perché in caso di vittoria avreste solo preso ordini ma sarei molto contento se la latrina della Storia vi accogliesse per l’ennesima volta.".

Trattasi con tutta evidenza (al netto di qualche errore tipografico), di persona dotata di buona cultura e padronanza del linguaggio, addirittura capace di citare frasi latine! Questo ha indotto il calimero diversamente magro a ipotizzare che il termine "deiezione", usato nel primo commento, non alluda alle "feci", come da me ignorantemente inteso, bensì a un più profondo concetto filosofico contenuto nell'opera del filosofo tedesco Martin Heidegger. Così intesa, la frase può addirittura essere interpretata come un omaggio a Leonardo Mazzei, in una parafrasi del titolo con cui il "Sein und Zeit" di Heidegger fu pubblicato, per la prima volta, nell'annuario di Husserl  ("Dedicato a Leonardo Mazzei in Rispetto e Amicizia").

Nel video l'animata discussione tra il calimero quasi magro e il calimero diversamente magro (o magrone, che dir si voglia).


La riforma degli enti territoriali in Italia

Luca Cancelliere espone il documento "La riforma degli enti territoriali in Italia" alla III assemblea nazionale dell'ARS (Ciampino 8 giugno 2014).

lunedì 16 giugno 2014

Estiqaatsi?

Concordo con Mimmo Porcaro quando afferma che è necessario mettere da parte "l’idea che in questa fase le differenze teoriche e culturali debbano tradursi immediatamente in antagonismo politico".
Verissimo e giustissimo. Occorre però ricordare che la reazione di Bagnai è stata innescata da un post su Sollevazione pubblicato il 16 aprile 2014 (che riprendeva il mio post "Spigolantibus" su Egodellarete del 14 aprile 2014), mentre il cosiddetto "convegno fantasma" è stato annunciato solo il 30 maggio 2014. Era cioè posteriore a queste polemiche.
Aggiungo che il mio post, ripreso da Sollevazione, era motivato dalla volontà di stimolare una riflessione sull'idolatria, verso chiunque questa sia diretta. L'idolatria, che consente agli "idoli" di farsi beffe e deridere chi gli aggrada, tra gli applausi dei fans, è un atteggiamento a mio parere da stigmatizzare. Una posizione, la mia, più culturale che politica, visto che chiunque sa (ed è dimostrabile per tabulas) che, a dispetto dei modi poco urbani (eufemismo) di Bagnai nei miei confronti, non ho mai rinnegato il debito di riconoscenza intellettuale che ho nei suoi confronti. Ma, naturalmente, io resto "il traditore", nonché icona del "fraiolismo metodologico"...
Vi fornisco, con l'occasione, l'ermeneutica del "fraiolismo metodologico". Che non è quella propalata dal Bagnai (come universalmente noto: c'ero io travestito, non Bagnai, ai comizi elettorali di Borghi...!), ma consiste in un'apodissi: siccome sono libero (enunciato noetico) allora faccio il caxio che mi pare (enunciato dianoetico).
Anche a costo di essere un "perdente compulsivo". Estiqaatsi?

domenica 15 giugno 2014

La montagna verrà da Maometto

Il centro commerciale della Bufalotta è enorme. Ci sono stato oggi, rimanendone impressionato. Una cosa normale per un ciociaro come me, abituato alla quiete del paesello e al silenzio dei boschi. A un certo punto mi è venuto da pensare (anche noi ciociari pensiamo, anzi penZiamo) che noi di ARS, e più in generale tutti noi sovranisti, non riusciremo mai a parlare a tutta questa gente, che ogni nostro sforzo è inutile, che davvero siano indispensabili i famosi "megafoni più potenti". Ai quali, però, non abbiamo accesso.

Più tardi, in macchina, ho ri-penZato (è un vizio). Mi sono detto: cosa accadrebbe se un giorno fossero proprio tutte quelle persone a mettersi in cerca di una risposta, e non trovassero nessuno se non i "megafoni più potenti"? In un lampo ho capito che nulla può accadere per volontà di una minoranza, ma, quando le cose accadono, le minoranze possono dare la risposta che milioni di persone cercano.

E dunque, se e quando milioni di persone, nel pieno della crisi politica ed economica verso la quale stiamo correndo, cercheranno una risposta, esse dovranno trovare migliaia di militanti che sappiano offrire un'alternativa e un orizzonte possibile. Ecco perché quello che stiamo facendo può non solo non essere inutile, ma addirittura prezioso e vitale per il futuro di tutti noi.

Il movimento sovranista, di cui l'ARS è una frazione, deve dunque crescere numericamente e in qualità. Oggi siamo un migliaio, tra qualche anno saremo qualche decina di migliaia: numeri comunque piccoli e insignificanti, meno delle persone che oggi erano al centro commerciale della Bufalotta, per di più sparsi in tutta Italia. Possiamo essere noi la causa della Rivoluzione Italiana? Certo che no, ma se la Rivoluzione Italiana ci sarà, allora avrà bisogno di un partito. Il Partito della Rivoluzione Italiana saremo noi. Non serve essere milioni, basta essere profeti.

Se la montagna resterà ferma avremo comunque ben speso il nostro tempo, obbedendo alla legge morale. Se la montagna si muoverà, allora troverà i suoi profeti.

E il cielo stellato? Ah beh, quello sta sempre sopra di noi. Io a Castro dei Volsci lo vedo, alla Bufalotta non so...

L'impero del Male (in 60 secondi)

sabato 14 giugno 2014

E poi piangete, se avete un cuore!

Dopo l'intervento del socio Aaron Paradiso ascoltate Rino Gaetano.

E poi piangete, se avete un cuore! 



giovedì 12 giugno 2014

Polillino

Leggo questo articolo di Gianfranco Polillo su Huffington Post del 10 giugno 2014 e resto trasecolato. Il soggetto sostiene quanto segue: "Avevo proposto, in passato, di ridurre di una settimana le ferie garantite dal contratto. Leggiamo, insieme, il testo dell'ultimo accordo dei metalmeccanici. Si trova su Internet. Non perché voglio criminalizzare una categoria benemerita, cui si deve tanto se in Italia ancora esiste una base industriale. Ma quell'accordo è il basamento di tutte le altre relazioni sindacali. Articolo 10, comma 1: le ferie sono pari a 4 settimane. Diventano cinque se l'anzianità (comma 2) supera i 18 anni. Grazie all'articolo 5, vi sono poi 13 permessi retribuiti di 8 ore. Infine le festività civili e religiose (articolo 9): altri 13 giorni. Tirate le somme e vedrete che il tempo di lavoro supera di poco i nove mesi all'anno. Senza contare il sabato e la domenica. Una condizione che difficilmente trova riscontro in qualsiasi altro Paese a economia avanzata."

Una condizione che difficilmente trova riscontro in qualsiasi altro Paese a economia avanzata? Ho letto bene?

Ho letto bene?

Sul sito fanpage.it trovo questa tabella (dati ONS - l'ISTAT inglese)

Tabella: ore di lavoro in Europa

Paese
Tutte le
tipologie
di lavoro
 Lavoro
full-time 
 Indice di
produttività per
ora di lavoro
(EU=100)
FONTE: ONS
EU37.441.6100
Austria37.843.7115
Belgium36.941.7134.7
Bulgaria40.941.341.7
Cyprus4042.180
Czech Republic41.242.370.1
Denmark33.839.1119.2
Estonia38.640.861.1
Finland37.440.3111.3
France3841.1132.7
Germany35.642123.7
Greece42.243.776.3
Hungary39.440.659.2
Ireland3539.7125.6
Italy37.640.5101.5
Latvia39.240.847.1
Lithuania38.339.755.7
Luxembourg3740.5189.2
Malta38.841.481.9
Netherlands30.540.9136.5
Poland40.642.253.9
Portugal39.142.365.4
Romania40.54141.7
Slovakia40.541.578.4
Slovenia39.641.880.2
Spain38.441.6107.9
Sweden36.540.9115.5
UK36.342.7107.2
Quali sono i paesi nei quali l'orario settimanale è minore e inferiore che in Italia? Prendendo la colonna che considera tutte le tipologie di lavoro la risposta è la seguente:


  • Gruppo A (meno dell'Italia): Inghilterra, Svezia, Olanda, Lussemburgo, Irlanda, Germania, Finlandia, Danimarca, Belgio.


  • Gruppo B (più che in Italia): Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Francia, Grecia, Ungheria, Latvia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna.


La media europea è 37,4 contro le 37,6 dell'Italia.

Qualcuno dirà: ah, ma quello che conta è l'orario annuale. Eccolo servito!

CountryAverage hours worked per person
Mexico 2226
Korea 2163
Greece 2034
Chile 2029
Russian Federation 1982
Poland 1929
Estonia 1889
Hungary 1886
Turkey 1855
United States 1790
Slovak Republic 1785
Czech Republic 1784
OECD Total 1769
Italy 1752
Japan 1745
New Zealand 1739
Canada 1711
Iceland 1706
Portugal 1691
G7 countries 1691
Australia 1685
Finland 1679
Spain 1666
United Kingdom 1654
Sweden 1621
Switzerland 1619
Austria 1576
Belgium 1572
Euro area 1557
Slovenia 1537
Ireland 1529
Luxembourg 1509
France 1479
Denmark 1430
Norway 1418
Germany 1393
Netherlands 1384

Dice: ah, ma dove li hai presi questi dati? Dalla PFSO (ove PFSO sta per Pizza&Fichi Statistical Organization)? No bello de mamma, li ho presi dall'OECD! Che poi sarebbe questa, per quelli che non parlano la lingua ufficiale dell'Unione Europea, l'inglese. Oh ragassi, è quella di cui è stato capo economista Pier Carlo Padoan, mica un ingegnere ciociaro!

Come fa allora il buon Polillo a dichiarare che "l'incongruenza era ed é talmente evidente da togliere il fiato"?

E avete notato dove sta la Germania? Al penultimo posto, polillino bello, seguita dall'Olanda.

Ora però dobbiamo guardare un altro dato, quello della produttività. Sempre dal sito dell' OECD, la stessa tabella di prima ma con una colonna in più, quella della produttività del lavoro riferita agli USA (=100).

Country Average hours worked per person  GDP per hour worked as % of USA (USA=100)
Norway 1418 135.1
Luxembourg 1509 128
Ireland 1529 111
United States 1790 100
Belgium 1572 96.4
Netherlands 1384 93.8
Denmark 1430 92.9
France 1479 92.8
Germany 1393 90.9
G7 countries 1691 86
Switzerland 1619 85.9
Sweden 1621 85.3
Austria 1576 83.7
Australia 1685 82.7
Euro area 1557 82.5
Spain 1666 78
Finland 1679 76.4
United Kingdom 1654 75.7
Canada 1711 73.8
OECD Total 1769 72.9
Italy 1752 72.8
Iceland 1706 65.1
Japan 1745 62.5
Slovenia 1537 61.1
New Zealand 1739 58.9
Slovak Republic 1785 54.1
Greece 2034 53.7
Portugal 1691 53
Czech Republic 1784 48.3
Korea 2163 45
Turkey 1855 45
Hungary 1886 44.1
Poland 1929 43.8
Estonia 1889 43.4
Chile 2029 42.5
Russian Federation 1982 37.4
Mexico 2226 29.9

Guardiamo la colonna più a destra, quella che riporta la produttività riferita agli USA dei diversi paesi. Si potrebbero fare tante considerazioni, ma una cosa salta agli occhi: la Germania, il penultimo paese per ore di lavoro annuale, è però nella parte alta della classifica in termini di produttività del lavoro. L'Italia, dove si lavora più che in Germania, ha una produttività più bassa.

Allora lavoriamo di più ma produciamo di meno? Che dice l'antiitaliano? Dice che siamo scemi, che siamo una razza inferiore, che siamo gente che fa finta di lavorare. Ma allora, caro Polillino, perché vuoi far lavorare di più gente che non lavora? Che invece di lavorare dorme?

E daje, dillo quello che veramente vuoi! Dillo!

Lo dici?

No vero?

E allora ti traduco io: vuoi la frusta sul posto di lavoro!

Perché in alcuni paesi, ad esempio Germania e Olanda, si lavora di meno ma la produttività, cioè il costo del lavoro per unità di prodotto, è più bassa?

Lo dico?

Lo dico per i diversamente intelligenti?

Ve lo spiego con un esempio che anche un ciociaro può capire (guai a chi, non ciociaro di sangue, osi fare allusioni simili!): se chiami un greco con la pala a mano a fare uno scavo, o un tedesco con la pala meccanica, chi ci mette più ore e chi è più produttivo? Ci arrivi Polillino bello de mamma?

Ma allora, caro il mio Polillino, perché avete dato la stessa moneta ai tedeschi, agli italiani e ai greci?


Ah già, ce lo ha detto la fassina, quello "flessibile": se non è flessibile la moneta, allora deve essere flessibile il lavoro. E oplà: il greco e l'Italiano diventano produttivi come il tedesco! C'est facile...

Fascisti, siete fascisti! Siete i degni eredi di quelli che mandarono migliaia di italiani a combattere in Russia con gli scarponi di cartone.

Sai una cosa caro Polillino? Sai come andrà a finire questa storia? C'è una sola alternativa: o noi in un campo di calcio, o tu e quelli come te a fumare l'ultima sigaretta davanti a un plotone di esecuzione armato di fucili a tocchetti di merda! Tertium non datur.

p.s. ma secondo te, Polillino bello de mamma, noi italiani siamo un popolo di camerieri? Tranquillo, l'ultima sigaretta sarà a gratisse, ma la camicia te la dovrai lavare da solo, perché i soldini per la camarera non te li potrai permettere.
La ricarica prima della farsa esecuzione

mercoledì 11 giugno 2014

III assemblea ARS - La prolusione del presidente Stefano D'Andrea


Il presidente dell'Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS) relaziona ai soci in merito alle attività svolte nell'ultimo anno. 

Nota: i commenti su questo video sono disabilitati sulla piattaforma youtube, che è troppo aperta alle incursioni dei trolls. Si prega di commentare in questo blog o nei blog e social network dove sarà ripubblicato.

I dantisti dell'Illinois su Farinata degli Uberti

«Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
"A ciò non fu’ io sol", disse, "né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto



martedì 10 giugno 2014

Rottamopolis



L'alibi della corruzione


L'alibi della corruzione è l'efficace, e già collaudato nel 1992, strumento con il quale nascondere agli elettori gli errori di governo. Inoltre, esso consente di aprire una fase di rottamazione del ceto politico esistente, in vista della costruzione di nuovi e più stabili equilibri. Ne abbiamo visto gli effetti già subito dopo l'investitura di Von Renzyek a segretario del PD, e ancor più dopo l'esito delle europee. Queste, sebbene la vittoria del PD sia meno ampia di quanto appaia, hanno però consegnato il partito nelle sue mani. 

Accade così che le indagini giudiziarie svolgano un duplice compito: distrarre gli elettori dai veri problemi del paese per impedirgli di scorgere gli errori di politica economica accumulatisi in un ventennio, e consegnare nelle mani del nuovo ipnotizzatore di masse uno strumento utile a ridurre all'obbedienza eventuali dissensi interni. Improvvisamente, nel PD, sono diventati tutti "flessibili", anche l'eroica fassina che, ancora un anno fa, osava dire la verità.

Il M5S, a prescindere dalla sua vera natura e dagli intenti dei suoi attivisti, appare sempre più funzionale a questa strategia. Con buona pace di quanti (tra questi gli amici del Movimento Popolare di Liberazione) si ostinano nell'illusione che così non sia. 

Rinfrescare la memoria


Rinfrescare la memoria non guasta. L'ing. Mario Chiesa fu arrestato il 17 febbraio 1992, colto in flagrante con una mazzetta di 7 mln di lire (3500 euro) su un appalto di 140 mln di lire: il 5% dell'importo. Lo scandalo che ne seguì contribuì a nascondere un dato ben più importante: le crescenti difficoltà della lira a rimanere nella banda stretta del Sistema Monetario Europeo (SME), nel quale eravamo trionfalmente entrati l'8 gennaio 1990 (poco più di due anni prima). La permanenza della lira nella banda stretta era considerata essenziale in ragione della ratifica del trattato di Maastricht, avvenuta il 7 febbraio 1992, dunque appena 10 giorni prima dell'arresto di Mario Chiesa.

La ratio del crescendo di attenzione di cui furono oggetto le indagini del pool mani pulite può essere individuata nel combinato disposto di tre fattori. Da un lato la convinzione, allora come oggi, che forzando il paese a diventare più "virtuoso", questo potesse aumentare i suoi margini di efficienza e produttività; dall'altro alzare un polverone onde porre in ombra scelte politiche fondamentali che si stavano rivelando sbagliate, e svantaggiose soprattutto per il mondo del lavoro oltre che per l'economia italiana nel suo complesso. Infine, rottamare la classe politica che, nel bene e nel male, aveva governato l'Italia nel solco dei princìpi economici sanciti nel titolo III della Costituzione del 1948.

In effetti a partire dal 1986 si era verificata un'inversione di tendenza nel regime di circolazione dei capitali italiano ed europeo. Quell'anno la Commissione europea presentò al Consiglio dell’UE un programma per la liberalizzazione dei movimenti di capitali nella Comunità. Questa prevedeva due fasi. La prima fissava l’obiettivo della liberalizzazione incondizionata ed effettiva in tutta la Comunità delle operazioni sui capitali, prevedendo la completa integrazione dei mercati nazionali di titoli finanziari. In questa prospettiva la Comunità emanò la direttiva 566/1986. Due anni dopo, con la direttiva direttiva 61/1988, il processo poteva dirsi concluso. Il parlamento italiano avrebbe recepito entrambe le direttive nel 1990. Il passo successivo, l'ingresso della lira nella banda stretta di oscillazione dello SME, aveva rappresentato il coronamento di un percorso che la crisi del settembre 1992, i cui primi segnali erano avvertibili già ad inizio anno, avrebbe bruscamente interrotto.

La legislazione europea sulla liberalizzazione dei movimenti di capitali è stata successivamente recepita nel "Trattato di Maastricht" e infine raccolta nel Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE), altrimenti noto come "Trattato di Lisbona", ed anzi in questo resa più incisiva nella forma di esplicito divieto di imporre restrizioni di sorta.

Art. 63 TFUE: 
  • Nell'ambito delle disposizioni previste dal presente capo sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri e paesi terzi.
  • Nell'ambito delle disposizioni previste dal presente capo sono vietate tutte le restrizioni sui pagamenti tra Stati membri, nonché tra Stati membri e paesi terzi.
L'art. 63 del TFUE rappresenta una netta inversione di tendenza rispetto a quanto sancito nel Trattato di Roma del 1956. In questo, infatti, si distinguevano i movimenti di capitali per fini speculativi (movimento di capitale: operazioni finanziarie che si traducono in un investimento o allocazione di risorse senza alcun collegamento con una prestazione o scambio di beni e servizi) da quelli legati al pagamento di merci e servizi (pagamento: controprestazioni in denaro degli scambi di beni o servizi).

La libera circolazione dei capitali impone, come ovvia conseguenza, un controllo sui cambi delle monete, al fine di evitare flussi eccessivi in funzione delle fluttuazioni reciproche. Da ciò l'esigenza, per l'Italia, di entrare nella banda stretta di oscillazione. Non un successo, dunque, come propagandato dalla stampa mainstream, ma la conseguenza obbligata di scelte di politica economica che non furono chiarite agli elettori.

Un articolo di Repubblica del 16 dicembre 1989, dunque appena tre settimane prima che la lira adottasse la banda stretta, è emblematico del grado di instabilità monetaria di cui soffriva il nuovo sistema basato sulla libera circolazione dei capitali: «CARLI E CIAMPI SULLA LIRA 'PRESTO LA BANDA STRETTA'».

E' interessante notare come le difficoltà descritte nell'articolo citato fossero solo un assaggio di quello che sarebbe accaduto di lì a un anno, allorché la Bundesbank, dopo la riunificazione con la DDR, alzò il suo tasso di sconto con l'obiettivo di limitare le spinte inflazionistiche interne in seguito al cambio con il marco dell'est effettuato 1 a 1 (invece che 1 a 4 come era la quotazione di mercato).

I veri costi della politica


I veri costi della politica sono le decisioni sbagliate. La decisione più sbagliata che sia stata presa in Europa e in Italia negli ultimi trenta anni (meglio: quella più contraria agli interessi generali) è stata la completa liberalizzazione dei movimenti di capitali, di cui lo SME prima, e l'euro dopo, altro non sono che un banale e conseguenziale lemma. Il che non significa, sia ciò chiaro ai diversamente sagaci, che l'euro sia un problema secondario, quasi un epifenomeno del quale non valga la pena occuparsi perché "altri sono i problemi". L'euro, cioè la stabilità dei cambi, è indispensabile quando i capitali sono liberi di muoversi; viceversa, in regime di controllo dei movimenti di capitali, sarebbe uno strumento insensato. Eliminare l'euro, dunque, significa rendere impraticabile il regime di libera circolazione dei capitali, cioè Maastricht.

Ciò significa che le forze politiche che si mostrano incerte nella battaglia contro l'euro sono ambigue sul tema della libera circolazione dei capitali. Il M5S è una di queste forze!

L'unico argomento, apparentemente sensato, per sfuggire all'evidente contraddizione in cui si trovano quelle forze politiche di sinistra che vogliono l'euro ma si dichiarano avversarie dello strapotere del capitale, è quello di invocare i mitici Stati Uniti d'Europa. SEL, Rifondazione Comunista, Tsipras, i compagnucci del fu Manifesto(.info) costituiscono questa imbarazzante congrega. La loro ragione sociale è quella di alleati di complemento del PD di Von Renzyek, nel tentativo di ingannare gli elettori sulle reali cause del disastro di un intero continente.

Se il compito del PD di Von Renzyek è quello di continuare ad ingannare gli elettori, è ovvio che l'unico strumento disponibile è quello dell'autoflagellazione. E' necessario convincere gli italiani che la colpa non è delle scelte politiche sbagliate, ma della corruzione del sistema, proponendosi al contempo come il rottamatore della cosiddetta casta. Ciò assicura il necessario consenso, rafforzato per di più dal terrore, mediaticamente diffuso, sulle conseguenze di un'inversione di rotta. Questa viene presentata nella versione semplificata dell'uscita dall'euro, e mai in quella, ben più coerente, di un ripensamento radicale del regime di libera circolazione dei capitali in vigore dalla fine degli anni ottanta. Inoltre, la minaccia della "rottamazione" funziona come ottimo deterrente nei confronti di quanti, in quel partito, osassero mai opporsi alla linea.

Siamo così giunti alla replica, per certi versi farsesca, della mazzetta da 3500 euro di Mario Chiesa: lo scandalo del Mose. Un'opera da 5500 mln di euro sulla quale sarebbe stata accertata una mazzetta di 21 mln, pari allo 0,38% dell'importo d'opera, da spartire presumibilmente tra i 35 indagati su un periodo temporale di diversi anni! Un episodio certamente da stigmatizzare, le cui dimensioni devono però essere valutate nella giusta prospettiva.

Il piacere dell'autoflagellazione


Per quale ragione l'opinione pubblica è così propensa ad accettare la spiegazione della corruzione piuttosto che interrogarsi sull'esistenza di ragioni più profonde? E soprattutto: perché questa spiegazione continua a raccogliere consensi anche davanti a fatti e dati oggettivi inoppugnabili quanto solari ed autoevidenti? Come fanno gli italiani a credere che un aumento così repentino della disoccupazione, soprattutto giovanile, della caduta del PIL e della produzione industriale, delle tasse, dell'incertezza generale, per di più su scala europea, sia l'improvvisa conseguenza delle tensioni accumulatesi nel tempo per colpa della corruzione? Penso che ricondurre tutto alla disinformazione sia un errore, c'è sicuramente dell'altro.

E' una domanda sulla quale sto riflettendo da tempo, ma con insuccesso e crescente frustrazione. E' una domanda alla quale è importante dare una risposta, se non vogliamo rassegnarci alla sconfitta nonostante la mole di validi argomenti che tutti noi possiamo opporre alla falsa narrazione mainstream.


lunedì 9 giugno 2014