martedì 16 ottobre 2018

I vincenti (di oggi)

Ovviamente questi sono vincenti nei confronti delle mmmerde puddine, cioè sono quelli che meglio di tutti sono riusciti a combattere l'assurdo. Il che non significa che abbiano ragione su tutto. Ma oggi hanno vinto, dunque a loro l'onere e gli onori! Da queste parti, nei nostri limiti comunicativi,  cognitivi e morali, si continuerà a combatterli o a sostenerli se e quando ciò sarà conveniente per l'unica causa che riconosciamo: il diritto/dovere del popolo lavoratore a farsi Stato.

Comunque, se avete tempo, godeteveli. Sono davvero bravi, sia come contenuti che come comunicatori. Chapeau!



Le divergenze tra il compagno Pasquinelli e noi

La nuova sede della Link Campus University
Link correlati:
Mi è stato chiesto di fare un resoconto dei due incontri ai quali ho partecipato sabato 13 ottobre a Roma: il primo organizzato dal gruppo Patriottismo Costituzionale, il secondo da P101. Comincerò da quest'ultimo perché credo sia il più atteso, oltre ad averlo seguito integralmente. Il FQ ha dedicato all'evento un articolo, con un video di interviste ad alcuni dei relatori.

Susanna Turco
Il convegno, dal titolo ITALIA AL BIVIO, DA CHE PARTE VA LA SINISTRA, si è svolto nella nuova sede della Link Campus University - LCU in via Casale di Pio V.  Devo confessarvi, cari amici, che la scelta mi ha lasciato piuttosto perplesso poiché, nei giorni precedenti, in molti mi hanno riferito la circostanza per cui sarebbe notorio che la LCU sia, già dai tempi in cui si chiamava Università di Malta, una sorta di base operativa degli americani a Roma, utilizzata per incontri e convegni aventi ad oggetto analisi strategiche e geopolitiche. Non so che credito dare a queste voci ma certo, se esse fossero veritiere, costituirebbero un segnale politico molto chiaro di cui tener conto. A prescindere dalla veridicità o meno dell'informazione, essa mi appare coerente e consistente con l'idea che mi sono fatto, in questi ultimi anni, della natura e degli scopi del M5S. Per chi fosse interessato consiglio la lettura dei seguenti post, tutti della giornalista SUSANNA TURCO per la testata L'Espresso online.
Vi ricordo che non sono un giornalista investigativo ma un semplice sub-analista di campagna con sede al baretto di Castro dei Volsci. Questo significa che non sono in grado di valutare la qualità delle fonti citate da Susanna Turco, ma ciò non può impedirmi di avere una mia opinione, che è quella per cui il quadro che emerge dagli articoli è veritiero. Ma voi, come sempre, pensate con la vostra testa, anche a costo di sbagliare.

Il dato politico che è emerso, sia dalla scelta del luogo dell'incontro, sia dai nomi dei partecipanti come dalle tesi da essi sostenute, è che una parte del mondo politico in cui tutto nacque, sette anni fa, ha scelto una linea di sostegno critico al governo gialloverde, facendo sua la lettura dell'attuale fase come quella di uno scontro tra due visioni del capitalismo occidentale, l'una a guida americana, l'altra che ha il suo centro propulsore nel progetto di unificazione europea. Si tratta di una tesi abbastanza condivisa, in parte anche da me, ma ciò che colpisce, nel caso di P101, è un'enfasi eccessiva nello schierarsi dalla parte del governo gialloverde, unita alla evidente mancanza di consapevolezza del ruolo marginale cui questa organizzazione è destinata stante la sua inconsistenza numerica. Qualcuno definisce questa tattica come "entrismo", altri come "codismo". Sabato ho chiesto ad un dirigente di P101 di darmi una definizione di "codismo" e mi sono sentito rispondere (excusatio non petita accusatio manifesta) che loro non sono "codisti" perché mantengono autonomia di pensiero e azione.

Emiliano Brancaccio, in un breve intervento pubblicato sul sito Megachip, descrive lo scontro tra il liberismo di matrice americana e quello di matrice franco-tedesca nei termini di un processo di «centralizzazione dei capitali. La centralizzazione è l’esito di una incessante lotta tra capitali per la conquista dei mercati, che porta al fallimento dei più deboli o alla loro acquisizione da parte dei più forti, sfocia nella “espropriazione del capitalista da parte del capitalista” e alla fine determina una concentrazione del capitale in sempre meno mani».
Paolo Barnard, uno dei protagonisti di maggior rilievo del settennio passato, ha aspramente criticato la deriva di questa frazione di mondo (ex?) sovranista pubblicando un tweet al vetriolo:


Il cuore del problema politico è, in definitiva, il modo e il grado di vicinanza al tentativo del governo gialloverde di invertire una tendenza pluridecennale di assoluta adesione al progetto unionista da parte di tutti i governi precedenti, sia di centrosinistra che di centrodestra. Ciò che colpisce nella linea - che ormai possiamo considerare consolidata - scelta da P101, è la convinzione che questo governo abbia intenzione di fare di più ma che non può farlo a causa dei pericoli insiti in un'aperta ribellione all'Europa, ragion per cui, qualora si arrivasse ad uno scontro in campo aperto, sarà necessario sostenerlo senza esitazioni anche sollecitando una mobilitazione di piazza. Da ciò discende la costruzione di una narrazione politica, esplicitatasi nel corso di numerosi articoli pubblicati sul blog sollevazione, che pone in secondo piano le pur riconosciute perplessità sulla natura del m5s e della Lega, considerate secondarie rispetto a quello che viene considerato il fronte principale: lo scontro con Bruxelles.

Il dissenso rispetto a questa narrazione si sta sviluppando, per ora, sotto traccia, perché tutti condividono il timore di rafforzare il fronte eurista, che trarrebbe evidente giovamento da una spaccatura esplicita in quello eurocritico, o sovranista, o sovranista costituzionale. La critica più netta alla linea di P101 proviene da quanti sostengono che la reale intenzione del governo gialloverde non sia, come molti continuano a sperare, quella di agire seguendo una tattica prudente in attesa che le contraddizioni della costruzione unionista esplodano, bensì quella di rafforzare il processo unionista emendandolo dei suoi difetti più dannosi, soprattutto di natura economica, proseguendo al contempo la sua costruzione sul piano giuridico fino a realizzare una gabbia dalla quale sarà impossibile liberarsi. Il più noto e determinato nel sostenere quest'ultima lettura dei fatti è l'avv. Marco Mori il quale, però, predica da un pulpito screditato essendo entrato in CasaPound Italia, ragione per la quale paga uno stato di isolamento del quale può incolpare solo sé stesso. Per quanto mi riguarda considero questa tesi errata e, se non la sostengo, non è certamente perché è quella di Marco Mori iscritto a CPI. Come sa bene chi mi conosce da tempo, non avrei alcun timore a farla mia se la ritenessi corretta.

Il mio punto di vista è che il bivio davanti al quale ci troviamo è la scelta tra una trasformazione dell'eurozona nella direzione di una politica più espansiva sostenuta sia dalla BCE che da passi verso un maggior coordinamento fiscale, di cui la Germania però non vuol sentir parlare, e l'avvio di un processo di dissoluzione. In entrambi gli scenari gli opposti contendenti - centro e periferia per dirla in due parole - vorrebbero preservare il mercato unico. In estrema sintesi sia i governi del centro che quelli della periferia, tutti in mano a forze politiche liberiste e dunque antipopolari per definizione, hanno interesse ad attenuare le tensioni tra gli Stati dell'eurozona, mantenendo però intatta la natura classista del progetto unionista. Questo interesse comune, a mio parere preminente, mi porta a concludere che al momento, e fin quando non si imporranno nuove forze popolari dal basso, nessuno ha interesse a varcare il punto di rottura: non l'Italia, il cui sistema bancario sarebbe travolto col rischio che debba essere nazionalizzato, ma nemmeno la Germania che ha interesse a mantenere l'euro, che è una moneta per lei sottovalutata che ne sostiene le esportazioni; e tanto più vantaggiosa quanto più riesce a mantenere bassa la dinamica di crescita dei paesi dell'eurozona, in primis l'Italia, dalle cui importazioni a buon prezzo dipende la profittabilità complessiva della sua filiera produttiva.

Quello verso cui si sta andando, quindi, non è, come crede Marco Mori, la costruzione di un impossibile e altamente instabile superstato federale, bensì la correzione degli squilibri più macroscopici attraverso una trattativa certamente dura ma che esclude a priori,  salvo incidenti di percorso - ad esempio un grave shock esterno - la rottura dell'eurozona.

Il punto centrale è la teoria dei vantaggi comparati.

Da wikipedia: «La teoria dei vantaggi comparati (o modello ricardiano) è stata concepita a partire dai concetti essenziali dall'economista inglese David Ricardo e si inserisce nel contesto delle teorie riguardanti il commercio internazionale. L'assunto su cui si basa è che un paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un vantaggio comparato (cioè la cui produzione ha un costo opportunità, in termini di altri beni, minore che negli altri paesi)».

Sembra una constatazione di buon senso e in effetti lo è, ma solo a patto di intendersi sul significato di "vantaggio comparato". Se lo si intende nel senso, ad esempio, che la Sicilia si specializzerà nella filiera degli agrumi mentre la Norvegia in quella del salmone, allora non ci sono obiezioni. Ma il fatto è che la visione liberista non considera i "vantaggi comparati" nel senso di "costo opportunità", bensì quasi esclusivamente, e sempre di più, in quello di "costo del lavoro". Non è una differenza da poco. Una conseguenza, ad esempio, è che pur essendo sia la Sicilia che il Marocco dotati di risorse naturali equivalenti per la profittabilità della filiera degli agrumi, così non è dal punto di vista del costo del lavoro, ragion per cui gli accordi di libero scambio tra l'Unione Europea e il Marocco hanno determinato il collasso dei coltivatori di agrumi in Sicilia. Questi accordi di libero scambio non possono essere impugnati perché i trattati europei lo vietano. Dunque il Mercato Unico, che il governo gialloverde non contesta minimamente, anzi non ne parla proprio, è un "bene comune" di tutte le forze politiche liberiste - sia quelle eurocritiche che quelle eurofile - al potere in tutta l'Unione Europea.

Ebbene, sia il m5s che la Lega sono forze politiche liberiste, come si comprende bene non appena si guarda oltre la polemica sull'euro, una moneta disfunzionale che non potrà non essere corretta, per puntare l'attenzione verso altre questioni. Sorvoliamo sul fatto che il cosiddetto reddito di cittadinanza è la risposta italiana alle riforme hartz in Germania, oggi possibile grazie all'avanzo di partite correnti ottenuto con la cura Monti, e pensiamo alla proposta - già depositata - di ridurre di 345 unità il numero di parlamentari col pretesto di un risibile risparmio. Oppure facciamo mente locale al fatto che Salvini, dopo aver ridimensionato il flusso migratorio onde evitare che fosse solo il nostro paese ad accollarsi i costi di un'immigrazione che, in ogni caso, tutta l'Unione Europea a trazione liberista desidera, sebbene cercando di scaricarne i costi sociali e politici sui paesi vicini (ricordate il tentativo della Merkel di aprire le frontiere e il suo precipitoso dietrofront davanti alle proteste popolari) ben si guarda dal fare la dichiarazione più logica: la stretta si applica ai migranti, e non agli immigrati, per cui tutti quelli che sono già in Italia avranno gli stessi diritti e lo stesso trattamento di chi è italiano per nascita. Al contrario Salvini prosegue nella sua politica basata sulla paura, pur avendo già risolto l'ovviamente risolvibile problema dei migranti come il buon senso ha sempre saputo che fosse, a dispetto delle fanfaluche piddine sulla natura epocale e non contenibile del fenomeno; e lo fa sia perché questo gli rende elettoralmente ma, soprattutto, perché è perfettamente coerente con la natura liberista della Lega, quella per cui gli immigrati che sono già in Italia devono continuare a fare i domestici, le badanti, i braccianti nei campi, i lavoratori mal pagati e senza tutele, contribuendo non già alla crescita della ricchezza della Patria (ormai) comune, bensì a mantenere basso il costo del lavoro così come richiesto dalle compatibilità della filiera produttiva europea, sia quella dei paesi core che della periferia.

Tutto il quadro testé sommariamente descritto conduce ad una sola possibile conclusione: non c'è alcuno scontro in atto, al massimo una trattativa più o meno dura giocata sui decimali di deficit con in mente preoccupazioni propagandistiche in vista delle future elezioni, a partire da quelle europee del 2019, mentre prosegue indisturbata l'avanzata oligarchica a danno del principio democratico. Lo scontro, questo sì cruento, è lo stesso da millenni: oligarchia contro democrazia. Le carte pesanti del fronte oligarchico sono, come sempre, la libera circolazione dei fattori produttivi al riparo da ogni possibile condizionamento delle istanze del mondo del lavoro politicamente organizzate nella forma Stato, e dunque la riduzione, ovunque ciò sia possibile, degli spazi di partecipazione dal basso alla vita politica.

Sorprendentemente, però, P101 sta costruendo una narrazione in cui questi aspetti vengono ricordati in sordina, perlopiù con la ripetizione di giaculatorie tipo "Io sono vetero e penso invece che, per non farla troppo lunga, la soluzione sia non l'uscita dall'euro ma l'uscita dal capitalismo: non credo che questo sia nei pensieri nè di di Di Maio nè tantomeno di Salvini" cui fanno seguito, però, azioni e gesti politici come quello di organizzare un convegno nella sede della Link Campus University, invitando come relatori, nell'ordine:
  • Un funzionario del governo (LBC) il quale, non si sa se parlando a titolo personale o a nome del governo, ci ha ricordato la sua vecchia teoria frattalica secondo la quale oggi staremmo vivendo una replica delle vicende che sconvolsero l'Italia e l'Europa nel 1943, con lo sbarco degli americani e l'inizio del declino della potenza tedesca.
  • Uno dei fondatori di Euroexit, Francesca Donato, che ci ha allietati parlando dei suoi progetti di riforma istituzionale dell'UE.
  • Un politico, Stefano Fassina, eletto nelle file di LEU, che quando parla dice cose condivisibili ma non ha mai trovato il coraggio di agire di conseguenza.
  • Il teorico della Sollevazione, Moreno Pasquinelli, che sogna la discesa in campo di masse del tutto impreparate e prive di guida politica che, se chiamate in piazza, non potrebbero che realizzare lo scenario che egli stesso indicava ancora pochi anni fa, quello di una loro mobilitazione reazionaria, oggi all'insegna della caccia allo straniero e del grido honestà honestà.

Come se non bastasse in sala erano presenti, con un banchetto di pubblicazioni, esponenti dei Carc - aka nPCI - vale a dire gli stessi che, nei loro documenti strategici, parlano continuamente di "Repubblica Pontificia": «L’Italia non è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, ma una Repubblica Pontificia basata sulla commistione di affari e interessi e sugli intrighi di potere fra Vaticano, Organizzazioni Criminali (Mafia, Camorra, ‘ndrangheta, ecc.), imperialisti USA (e sionisti) e capitalisti». La circostanza potrebbe essere interpretata come un coraggioso atto di sfida, ma il fatto è che le loro posizioni politiche sono abbastanza simili a quelle che, da qualche tempo, sono state sposate da P101. Non so voi, ma io ho trovato bizzarra la loro presenza in quella che è una delle sedi in cui - voce de relato - si incontrano e collaborano a studi strategici, "Vaticano, Organizzazioni Criminali (Mafia, Camorra, ‘ndrangheta, ecc.), imperialisti USA (e sionisti) e capitalisti".

Mi è sembrato di capire che l'opzione politica preferenziale di P101 sia quella della costituzione di una lista patriottica e socialista, anche in vista delle prossime elezioni europee, il cui perno dovrebbe essere costituito dalla partecipazione di qualche esponente di calibro, ad esempio Stefano Fassina, Alfredo D'Attorre e, nel caso di una sua definitiva discesa in campo, l'illustre giurista Luciano Barra Caracciolo. Personalmente ne sarei ben lieto, ed anche disposto a dare una mano dall'esterno. Rigorosamente dall'esterno: parteciperei alle elezioni solo in una lista sovranista e costituzionale, oltre che costruita dal basso anche con il mio contributo. A proposito, mi piacerebbe si chiamasse "Assalto alla diligenza", ad indicare che la redistribuzione passa, inevitabilmente, attraverso una competizione tra forze politiche popolari che traggono linfa dalla partecipazione degli elettori alla vita politica, e dunque guidate da una molteplicità di capi che devono rispondere, concretamente, ai bisogni dei loro elettori.

Se leggete con attenzione uno degli articoli linkati (M5S, chi sono i nuovi grillini eletti: basta disoccupati, ecco notabili e professionisti) potrete constatare che il m5s sembra essersi avviato nella direzione di un'organizzazione di natura simile a quella che ho chiamato, scherzosamente ma non troppo, "Assalto alla diligenza", con la non lieve differenza di promanare dall'alto, non dal basso. Credete forse che i notabili citati da Susanna Turco si siano presentati agli incontri grillini senza alcuna chiamata preventiva da parte del misterioso staff, con tanto di rassicurazioni e garanzie sotto banco? L'operazione posta in campo dal m5s, sotto la guida di Di Maio, somiglia molto ad una versione ammodernata della vecchia DC dorotea, mentre la Lega, incassato l'appoggio di Confindustria, potrebbe puntare ad occupare lo spazio politico che le forze liberali italiane del dopoguerra tentarono, inutilmente, di costruire. Un'operazione che oggi sembra essere riuscita, grazie al carisma di Matteo Salvini e alla sua capacità di mobilitare rabbiosamente le masse elettorali.

Dalla Link Campus University, per ora, è tutto. Presto vi parlerò dell'altro convegno, quello organizzato dal movimento Patriottismo Costituzionale. Stay tuned e commenti liberi, anche ai vituperati anonimi, così diamo spazio a quelli del blog Sollevazione che parlano di politica senza farsi riconoscere da noi, mentre chi sono lo sa anche la più infima piattaforma di e-commerce.

giovedì 11 ottobre 2018

Quota 100, "i piddini" e il bunga bunga

Il PIL potenziale NON è, come si intende nel linguaggio comune, quello che un paese può produrre utilizzando al meglio le sue risorse, ma ciò che può produrre a patto di non far crescere l'inflazione (cioè i salari in ultima istanza) oltre la soglia di compatibilità. Una soglia che, ovviamente, è quella che andrebbe a disturbare la filiera dei paesi "core", in testa la Germania. Questa, non avendo più il marco che, rivalutandosi, permetteva alla sua struttura industriale "pesante", cioè quella che produce beni per l'esportazione poco sensibili al prezzo, di importare a buon prezzo, non può tollerare una crescita eccessiva dei prezzi nella periferia. In particolare nel paese da cui importa grossi volumi di beni industriali intermedi: l'Italia.

Questa riflessione spiega perché, nel grafico, l'OECD stima per la nostra Patria una crescita reale addirittura superiore a quella potenziale!

Lo so che non sono argomenti spendibili al baretto di Castro dei Volsci, tanto è vero che, recentemente, un commento a un mio video recitava: "Ti sei chiesto quanti riusciranno a capirlo questo video? Non è per niente alla portata di tutti". Gli ho risposto che "Non basta che milioni di persone abbiano una descrizione semplificata, serve che ce ne siano anche centinaia di migliaia con una conoscenza maggiore, e decine di migliaia con una ancora maggiore... e così via. Ognuno sceglie il proprio livello (di incompetenza?) e parla alla sua platea. Il tutto sarà, se le cose funzioneranno, maggiore della somma delle parti".

Questa è la ragione per cui, pur potendo esprimermi in modo molto più semplice e diretto, puntando alla pancia delle persone, preferisco farlo al mio livello di incompetenza, in ottemperanza del Principio di Peter:  «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza».

Al resto, cioè a contrastare le menzogne propalate a piene mani dai media liberisti, ci pensino Salvini e Di Maio, che sanno farlo molto meglio di me. Ma il problema è che c'è una vasta platea di persone mediamente acculturate che, pur avendo in potenza gli strumenti per leggere correttamente la realtà, continuano ad usarli come se fossero sotto l'effetto di un condizionamento mentale, rifiutandosi di effettuare anche il più semplice collegamento logico e pur in presenza di informazioni ufficialmente accreditate come quella riportata nel grafico dell'OECD. Sono quelli che chiamiamo da tempo "i piddini", categoria che solo casualmente fa riferimento agli elettori del PD, tra i quali tuttavia questa tipologia umana è endemicamente diffusa. In effetti di "piddini" ce ne sono a iosa anche tra gli elettori della Lega, del M5S e di tutti i partiti.

Il punto è riuscire a far capire, ai più acculturati tra costoro, prescindendo dal partito per cui votano o militano, che esistono dati di realtà ufficialmente accreditati la cui corretta interpretazione è assolutamente contraria ai loro interessi, mentre essi ne sposano altre che li penalizzano. Ecco dunque che, se fate vedere a un "piddino" qualsiasi il grafico dell'OECD, costui vi dirà che è la dimostrazione che le cose non vanno poi così male come continuiamo a strepitare noi sovranisti costituzionali. Sono come anguille sguscianti: credete di averli messi all'angolo (ad esempio spiegandogli il grafico dell'OECD) ed ecco che vi tirano fuori le pensioni baby di 30 anni fa. Non so a voi, ma a me vengono impulsi omicidi.

E a proposito di pensioni, è partita la caciara sui costi insostenibili (sic) per le future generazioni e bla-bla-bla della fin troppo moderata riforma della legge Fornero, che dovrebbe riportare la somma di età anagrafica e lavorativa a quota 100. E' addirittura intervenuto il Presidente della Repubblica, sproloquiando di "autorità indipendenti" (sic) poste a fondamento della democrazia, addirittura previste dalla Costituzione!

Il mio compito, quello che mi sono posto in capo nella battaglia in difesa della Patria e della vera democrazia, è quello di presidiare questo fronte, attaccando ogni qual volta vedo la minima possibilità di avanzare di un passo. Ma è una guerra dura, di trincea, perché dal fronte "piddino" si risponde a mitraglia, lanciando alla rinfusa ogni argomentazione a portata di mano. Tuttavia si tratta di un fronte fondamentale perché, se non lo si tiene, ogni mobilitazione di massa resterebbe a rischio di essere facilmente strumentalizzata e, Dio non voglia, rivolta contro gli interessi del popolo lavoratore. Un rischio che la popolarità del governo gialloverde potrebbe inverare, ritrovandoci così davanti alla scelta tra l'essere schiacciati subito... oppure dopo un po' di bunga bunga.


mercoledì 10 ottobre 2018

I "sollevatori"



Addendum delle ore 15:15 del 9 ottobre 2018

Germano Martelli ha così commentato su youtube: «Ciao Fiorenzo, cosa ne pensi dell'ultima "fatica letteraria" di Sergio Rizzo - la notte che uscimmo dall'euro-? Ovviamente è puro terrorismo, ma credo sia un po' il sentire generale, che abbandonando l'euro arriverebbero le cavallette carestie e pestilenze. Per questo ti faccio un'altra domanda: potresti linkarmi una pagina dove trovo quello che è il tuo pensiero su una eventuale italexit?
Grazie.»

Caro Germano, ti rispondo con una frase che tempo fa pubblicai su FB: dicono i ricchi che uscire dall'euro sarebbe un disastro per i poveri. Naturalmente era, ed è, una frase ad effetto, il cui compito è quello di indurre ad aprire la mente. La realtà effettiva di un'eventuale italexit deve essere valutata alla luce della domanda: cosa faranno gli interessi colpiti, e fin dove saranno disposti a spingersi, per scongiurarla?
Se gli interessi colpiti, diciamo i ricchi, accettassero le loro perdite con la stessa mansuetudine con cui gli interessi che sono stati colpiti dall'euro, diciamo i poveri, hanno accettato le loro, ebbene il gioco sarebbe sostanzialmente a somma zero: quello che perdono i ricchi sarebbe quel che guadagnano i poveri. Dubito però che ciò avverrà, anzi sono assolutamente certo che la reazione sarebbe estremamente forte e decisa. Il conflitto che si aprirebbe potrebbe avere un solo vincitore, con in più il rischio che anche costui, per prevalere, debba accettare delle perdite. Il risultato sarebbe così un impoverimento generale della Patria (non dico più "paese"), molto più forte per i perdenti e relativamente più contenuto per i vincitori.
La mia opinione, dunque, è che l'uscita dall'euro, se e quando ci sarà, comporterà inevitabilmente dei costi, da confrontare tuttavia con quelli che la parte oggi perdente, i poveri, dovrebbe comunque sostenere per conservare l'euro. Considerazioni geopolitiche a parte - le quali pure hanno la loro enorme importanza - il punto di rottura sarà determinato dalla soglia oltre la quale i perdenti con l'euro non potranno far altro che ribellarsi. Purtroppo è anche vero che questa parte, con il passare del tempo, si sta indebolendo sempre di più, e rischia di arrivare alla ribellione senza avere più nemmeno la forza sufficiente per sperare nel successo. Ed è questa la ragione di fondo per cui mi sono sforzato, in tutti questi anni, di favorire la massima e reale partecipazione dal basso, una posizione che è stata etichettata come "fraiolismo metodologico". A quanto pare ha vinto il "bagnaismo metodologico", ovvero la tesi che saranno i ricchi, quando dovranno pagare il costo dell'euro (e non si capisce perché) a mettere in campo l'italexit. Con un occhio di riguardo anche per i poveri? Permettimi di dubitarne.
Ciò detto, essendo io il perdente, che importanza può avere la mia opinione? La soddisfazione di aver avuto ragione? Mio padre mi diceva sempre che "la ragione è dei fessi", e chiamava questa affermazione "il teorema di Pirro".
Tanti cari saluti da un fesso.

giovedì 4 ottobre 2018

Il triorchidismo, malattia infantile del sovranismo

Premessa

Questo post perderebbe del tutto di senso se si verificasse, per iniziativa di questo governo, la mitica uscita dall'euro un venerdì sera. In tal caso chiederei umilmente scusa e, dal considerarmi una seconda fila, passerei alla terza o alla quarta, tra quelli che non capiscono una fava. Tuttavia non è neanche possibile continuare a tacere perché, forse, il governo farà la mitica uscita dall'euro un venerdì sera, correndo così il rischio che i peggiori timori di un salto della quaglia si avverino senza che ci sia una reazione. Serve qualcuno che, offrendosi come volontario, si metta a rischio. E siccome non mi considero un (as)soldato, ma un guerriero (addendum: italico), mi faccio avanti.

Élitismo e democrazia

Da molti anni mi sforzo di ricordare che l'essenza della democrazia consiste nella partecipazione militante alla vita politica, come ho ribadito ultimamente in occasione di un convegno al quale sono stato invitato dall'amico Ippolito Grimaldi. Partecipazione militante che implica, quando si è raggiunto l'obiettivo della conquista del potere, il cosiddetto assalto alla diligenza - o mercato delle vacche da fiera di strapaese - che tanto terrorizza, e ha terrorizzato in passato, i circoli liberali italiani culturalmente guidati dal gruppo editoriale l'Espresso, diretto quasi da subito da Carlo Caracciolo - 9º Principe di Castagneto e 4º Duca di Melito , fratello di Marella Caracciolo moglie di Gianni Agnelli, e oggi controllato attraverso la GEDI da Carlo De Benedetti

Costoro, insieme con altri, sono la controparte culturale - ispiratrice di quella politica - dunque di classe del popolo lavoratore, che riescono a controllare e manipolare grazie a un'indefessa azione che ha lo scopo ultimo di rafforzare, sempre di più, le loro organizzazioni politiche, demolendo, al contempo, quelle del popolo lavoratore. Questo avversario di classe è capace di agire con una sapienza e una capacità di coordinamento stupefacenti, tali da lasciarci sempre spiazzati. Anche quando crediamo di essere riusciti ad aprire un varco, ecco che, sistematicamente e regolarmente, ci ritroviamo ad essere nuovamente circondati e respinti nel recinto dell'ininfluenza.

Una delle tecniche di maggior successo è quella di incanalare il dissenso su un binario morto. Questa consiste nel fingere un ripiegamento per lasciare spazio alla crescita di movimenti di opposizione, all'interno dei quali vengono posti loro agenti i quali sono, successivamente, aiutati nella scalata ai vertici. Pian piano i movimenti di opposizione sono disattivati, e ricondotti ad un agire politico compatibile con i loro interessi.

Questo è accaduto in questi ultimi anni col M5S e con la Lega, ma anche con il movimento di opinione di quanti, avendo compreso la necessità di dotarsi delle conoscenze tecniche indispensabili per partecipare consapevolmente al dibattito politico, sono facilmente giunti alla conclusione che l'Italia debba recedere al più presto dal più importante e pervasivo progetto politico che l'élite politica e finanziaria italiana ed europea hanno perseguito da 40 anni a questa parte: l'euro e l'Unione Europea. Un progetto, per altro, accuratamente messo in sordina, del quale alle élites sarebbe piaciuto non si parlasse nemmeno e si continuasse invece ad ascrivere ai vizi italici il progressivo impoverimento del popolo lavoratore, onde rendere definitiva la marginalizzazione del suo peso politico.

Il solo modo per contrastare efficacemente la costante azione di infiltrazione e manipolazione di questo, come di ogni nuovo movimento di idee, sarebbe dovuto essere quello di renderlo il più possibile plurale, ma così non è stato. Fin dall'inizio, infatti, in esso è stato inoculato il veleno letale dell'élitismo nella sua forma più deteriore, che è quella tecnico-scientifica. La forzatura più palese è consistita nel far passare l'idea che l'economia sia una scienza, invece che sublime artigianato, con ciò ottenendo il duplice risultato di predisporre gli scranni da leader per soggetti facilmente ricattabili, in quanto appartenenti all'accademia, e di porre la vasta platea dei cittadini interessati al dibattito in una posizione subordinata.

E' così accaduto che i soggetti che sono stati capaci di conquistare il maggior seguito, diciamo le drag queens più arrapanti, sono diventati, per il popolo dei no-euro, gli unici e soli depositari della verità scientifica. A questo punto il compito per le élites è diventato semplice: gli è bastato intervenire su un numero limitato di caporioni per sviare e disattivare la potenzialità, questa sì rivoluzionaria, di una mobilitazione dal basso che poteva diventare estremamente pericolosa.

Blandire un numero ridotto di triorchidi, alias individui dotati di tre testicoli e dunque "credibili", è molto più semplice che farlo con una moltitudine di capi e capetti, ai quali sarebbe potuto venire in mente - non sia mai! - di organizzare un assalto alla diligenza, o mercato delle vacche da fiera di strapaese che dir si voglia. Il più noto dei triorchidi è un tipetto noto perché farebbe strame dei suoi nemici in progressione geometrica di ragione tre. E più non dimandate, perché non ho i soldi per rispondere a una querela.

Il triorchidismo è stato la malattia infantile del sovranismo, dal quale molti di voi devono ancora guarire. Io non l'ho presa perché, essendo nato in una casa con annessa stalla, in un paese che non aveva neanche le strade asfaltate, sono immunizzato dalla nascita. Voi, se volete immunizzarvi, mischiatevi col popolo lavoratore. Che poi, vedrete, mangerete bene e, se sarete fortunati, troverete anche moglie. 

martedì 2 ottobre 2018

I ladri di Pisa

Secondo un detto popolare i ladri di Pisa litigavano di giorno e poi andavano a rubare insieme di notte.

Il deficit del 2,4% previsto nel DEF sta suscitando le reazioni più diverse. A un estremo ci sono quelli secondo cui il governo gialloverde starebbe portando l'Italia fuori dall'euro e quindi alla bancarotta, dall'altro si comincia a sperare che, per l'appunto, si finirà con l'uscire dall'euro e quindi il paese sarà salvo.

Mi dispiace deludere gli estremisti dell'una e dell'altra sponda, ma credo che questo governo stia salvando l'euro. Stiamo ai fatti e prendiamo in considerazione i due punti qualificanti del programma di governo, flat-tax e reddito di cittadinanza. La flat-tax, seppure implementata inizialmente con cautela, avrà l'effetto di liberare risorse sgravando il peso fiscale a partire dalle fasce a reddito più alto. Queste risorse finiranno con l'essere spese, in parte direttamente dai beneficiati, in parte attraverso il sistema bancario qualora costoro decidessero di risparmiarle. Un aumento della capacità di spesa determinerà una crescita della domanda, e quindi del fatturato delle imprese. Poiché, come non si stanca di ricordare Paolo Savona, l'Italia ha un surplus commerciale di 50 mld, anche se una frazione di questo reddito aggiuntivo dovesse tradursi in un aumento delle importazioni, ciò non costituirebbe un problema immediato. Più serio è invece il pericolo di una dinamica in crescita dei salari (vedasi alla voce NAIRU) per scongiurare la quale, o almeno limitarla in modo sostanziale, si ricorrerà al reddito di cittadinanza.

Vi prego di far caso ai dettagli: Di Maio ha più volte chiarito che il reddito di cittadinanza non si farà subito, perché prima dovranno essere riformati i centri per l'impiego. Traduzione: i centri per l'impiego saranno operativi solo dopo che la domanda di lavoro da parte delle aziende sarà ripartita, e inoltre saranno aperti man mano a partire dalle regioni in cui tale domanda si manifesterà per prima.

Il risultato sarà che le imprese potranno disporre di forza lavoro a prezzo calmierato, poiché gli iscritti ai centri per l'impiego non potranno rifiutare le offerte di lavoro pena l'esclusione da un circuito che gli garantisce, comunque, una forma di sicurezza. In pratica il reddito di cittadinanza è l'equivalente delle riforme Hartz tedesche, finanziate col debito pubblico, che consentirono alla Germania di calmierare il costo del lavoro pur in presenza di una forte crescita economica, trainata dalle esportazioni grazie al cambio favorevole dell'euro rispetto al marco.

Come è noto e acclarato, la ragione di fondo della crisi dell'eurozona è stato proprio il differenziale di crescita dei salari tra la Germania e i paesi della periferia, cui si è posto rimedio con l'austerità - visto il fallimento del paradigma liberista secondo il quale i mercati si sarebbero autoregolati. Ritrovato un nuovo equilibrio dopo l'atroce stagione dell'austerità, oggi i regolatori di Bruxelles sono molto più attenti che in passato ai differenziali di crescita dei salari, aka inflazione, ragione per la quale guardano con sospetto alla manovra del governo gialloverde. Il rischio che temono è che alla fase espansiva, determinata dal taglio fiscale, non faccia seguito la necessaria compressione della dinamica salariale.

Quanto lo scenario testé descritto possa appassionare noi sovranisti costituzionali ve lo spiego con un'immagine.


lunedì 1 ottobre 2018

De imitatione Goofy

Crescita reale Inflazione Deficit Debito/Pil
«Quando verrà per noi il giorno del Giudizio, non ci sarà domandato che cosa avremo letto, ma che cosa avremo fatto, né con quanta dottrina o eleganza avremo parlato, ma quanto santamente avremo vissuto.» (Libro Primo del "De imitatione Christi").

Abbiamo la manovra coi suoi numeretti. Mi sono preso la briga di realizzare una simulazione della dinamica del rapporto debito/pil sulla base delle formule esposte da Goofy in questo post dell'otto gennaio 2013.
Il rapporto debito/pil (indicato con d) è calcolato a partire da quello dell'anno precedente, dal deficit f, e dalla crescita nominale gamma (in prima approssimazione somma di crescita reale e inflazione)
Potete divertirvi a modificare i parametri per vedere quel che succede. Tenete presente che si tratta di un modellino molto semplificato, che non tiene conto delle relazioni reciproche tra i diversi parametri, ma è utile per un'indicazione di massima.
Naturalmente noi sappiamo che il debito pubblico è un falso problema, mentre quelli veri sono la crescita reale e l'inflazione, in un sistema come l'UE basato sulla concorrenza tra sistemi nazionali in assenza di trasferimenti fiscali. Serve la crescita, ma questa ha due componenti: crescita reale e inflazione, che sommate ci danno in prima approssimazione la crescita nominale. Ebbene, per vincere la competizione tra stati, nel contesto dell'UE, occorre avere un'alta crescita reale e una bassa inflazione. Se manca la prima, le regole europee vietano di puntare sulla seconda, mentre in assenza di inflazione si può fare tutta la crescita reale che si vuole. La crescita reale può essere stimolata dagli investimenti, ma solo se privati, e comunque sempre con bassa inflazione, cioè aumentando i salari meno degli aumenti di produttività.
E' un sistema mostruosamente classista, perché il suo fine primario è quello di non consentire espropri di ricchezza da parte della maggioranza della popolazione a danno della minoranza più ricca. So di sconvolgere parecchi, ricordando che la redistribuzione è in ultima analisi un esproprio, ma non posso farci niente. Questo non è un blog per allodole.
Inoltre, il vincolo sull'inflazione discende dalla necessità, per la Germania che non ha più il marco, di preservare i costi relativi delle sue catene di valore quando importa dall'estero. Ho spiegato la questione in questo post: Perché la Francia può fare il 2,8% di deficit e noi no? Una spiegazione macroeconomica a cura del vostro subdivulgatore di paese.
Sono tutte cose arcinote, giocando sulle quali il m5s e la Lega hanno vinto le ultime elezioni idrauliche, cioè ad esito predeterminato. Molto utili sono state la caciara montata sul falso problema dell'immigrazione - i flussi che non si possono fermare... si è visto - e la campagna acquisti tra noi sovranisti costituzionali. Quest'ultima, assolutamente prevedibile, è una conseguenza del fatto che non siamo riusciti a far nascere un partito dal basso, di classe, democratico, con una classe dirigente vasta e diffusa che non sarebbe mai possibile ingaggiare tutta. 
Ormai il danno è fatto, l'elettorato è stanco e deluso e si accontenterà delle briciole che verranno lasciate cadere. Nel frattempo si provvederà a ridurre il numero dei parlamentari, ad introdurre la procura europea e a mettere in piedi un sistema di polizia interna comune. Non è solo il vostro sub divulgatore a dirvelo, ma anche il grande divulgatore Bagnai: "Il progetto europeo è un progetto politico, non economico, ed è dalla politica, non dai decimali, che dipendono la sua sostenibilità e la sua evoluzione."
Spiace che simili evidenze sfuggano agli amici del blog statebbòni.blogspot.com, sul quale continuano ad apparire articoli, come quest'ultimo firmato da Leonardo Mazzei, in cui si dà un'importanza straordinaria all'operato di questo governo per il solo fatto di ever messo in cantiere una manovra con qualche decimale in più di quanto, falsamente e furbescamente, preventivato dall'esecutivo Gentiloni. Come se non sapesse, il Gentiloni, che le elezioni le avrebbe perse, e, anche fosse andata diversamente, avrei proprio voluto vederlo mettere in pratica un deficit dello 0,8%!

sabato 29 settembre 2018

In vino veritas

Premessa: scrivo questo post in stato di alterazione alcolica, come penso molti in questo sabato sera ma con la differenza che, per fortuna e grazia di Dio, sono nella quiete della mia casa. Per di più nella meravigliosa campagna ciociara. Sono felice, soddisfatto e tranquillo, non vorrei essere in nessun altro posto (oddio, in riva al mare sotto la luna con la Penelope Cruz di dieci anni fa, prima della plastica, sarebbe un'altra storia...).

Si vede che sono su di giri? Direi di sì.

Dunque, si è conclusa la pubblicazione dei video del primo incontro, in quel di Casale Monferrato, delle 50 sfumature di sovranismo, al quale sono stato invitato come relatore dall'amico Ippolito. Ho esposto la mia, di sfumatura, nella quale ho posto al centro la questione della democrazia, per me intimamente collegata all'idea di conflitto distributivo, aka lotta di classe. Questione fondamentale, che a mio avviso fa premio su ogni altra. Passano gli anni, i secoli, i millenni, tutto cambia ma, alla fine, stiamo sempre lì: da una parte il principio oligarchico, dall'altra quello democratico.

Io sono per il principio democratico, e non sento il bisogno di spiegare perché. E' così, è nella mia natura, io sono fatto così. Lo sono da quando camminavo traballando sulle gambette, lo sarò fino all'ultimo respiro della mia vita. Qualche sciocchino potrebbe eccepire: se sei democratico, perché sei contro la democrazia diretta? Oh sciocchino, è semplice: la misura della democrazia non sta nei principi astratti e perfettini, ma nei risultati misurabili, ovvero nel livello di redistribuzione della ricchezza che un sistema o l'altro ha dimostrato di favorire. Ad esempio la quota salari. Tutto il resto è noia.

Occorre quindi individuare il contesto nel quale il principio democratico, che infallantemente coincide con il grado di redistribuzione della ricchezza prodotta, è favorito nella lotta di classe, e nel far questo bisogna essere pratici e concreti. Ebbene, dopo un'approfondita riflessione durata molti anni, nel corso dei quali ho anche conosciuto e frequentato anche alcuni simpatici protogrillini fanatici della democrazia diretta (uno dei quali è attualmente deputato al parlamento europeo..) sono giunto alla conclusione che il campo da gioco più favorevole al principio democratico, in lotta perenne col principio oligarchico, è quello della democrazia rappresentativa con sistema elettorale proporzionale nel contesto di uno Stato nazionale. Se poi, in questo Stato nazionale, è in vigore una Costituzione che contempla, tra l'altro, il secondo comma dell'art. 3:

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Allora bingo!

Noi democratici che abbiamo capito tutto ciò ci siamo definiti sovranisti. Si può essere d'accordo, o eccepire, ma questo noi siamo.

O credevamo di essere.

Houston abbiamo un problema.



Poi sono arrivati i media, che hanno detto che sovranista è Salvini, sovranista è il m5s, sovranista è FDI, sovranista è Minniti, e Berlusconi, e Renzi, e Paolo Savona. Poi ci hanno detto che anche i LeUcemici (sto 'mbriaco, scusatemi) sono sovranisti... ma euroooooopeeeei.

Io aspetto i sovranisti mondiali. Vedrete che arriveranno: un bellissimo new world order mondialista per difenderci dagli alieni. Per il momento siamo fermi ai sovranisti amerikani, cioè Steve Bannon e metà del mondo, quello che fa perno sugli USA e gli UK con tanto di commonwealth, contro la Cina, la Turchia e l'Iran. La Russia? Trattative in corso.

La capite la differenza tra un'idea e un brand? Ebbene il sovranismo è diventato un brand, sul quale milioni di persone discettano senza avere la minima cognizione delle idee sottostanti. La potenza mistificatoria della comunicazione è ormai tale che il senso reale delle parole è un valore che può essere modificato a piacimento secondo le convenienze di lor signori. Ed è per questo che ho concluso la mia partecipazione al primo incontro delle 50 sfumature di sovranismo con queste parole:



Ma abbiate fiducia perché la realtà, se la butti fuori dalla porta, rientra dalla finestra. La battaglia è sempre la stessa: democrazia contro oligarchia. E non c'è tradimento che possa offuscare questo dato di fatto. Certo, vedere Bagnai che, davanti a Vespa che afferma che lo Stato è come una famiglia,  resta muto, fa male. C'è chi dice che si tratta di alta strategia, ma il vostro umile sub-divulgatore, nella sua ingnoranzità, nutre qualche dubbio. Come dice un marxista dell'Illinois: "chi vivrà vedrà", che è già un buon augurio perché significa che chi non si allinea potrà vivere. Della qual cosa, scusate se è poco, non sono poi così sicuro.

Ahò, sto 'mbriaco. In vino veritas.

venerdì 28 settembre 2018

Back to Mesopotamia?

Link correlato: Back to Mesopotamia?

Questo intervento di Guido Grossi è un po' tecnico e potrebbe spaventare molti. Dico potrebbe, ma non è detto, perché sono convinto che chiunque abbia un po' di risparmi, davanti al rischio di vederseli rubare per coprire i buchi delle grandi imprese finanziarie troverà certamente l'energia e l'attenzione necessarie per capire la questione. Avete a cuore i vostri soldi? Avete almeno 100.000 euro? E allora guardate con attenzione, anche se siete del PD o, Dio non voglia, di +Europa. Sono soldi vostri, vero? Li volete perdere per fedeltà al partito? Non credo...

martedì 25 settembre 2018

In viaggio con Goofy (il IX episodio - inedito)

Spulciando tra i video non in elenco del mio canale YT mi sono imbattuto nella IX puntata del viaggio con Goofy, che non avevo mai pubblicato. Non ne ricordo la ragione, forse una dimenticanza dovuta a un grave lutto familiare che mi aveva colpito.

lunedì 24 settembre 2018

Perché la Francia può fare il 2,8% di deficit e noi no? Una spiegazione macroeconomica a cura del vostro subdivulgatore di paese

Volete capire perché la Francia può fare deficit e l'Italia no? Guardate la tabella (fonte Ministero dello sviluppo economico)


Esportiamo quasi 56 mld verso la Germania e 46 verso la Francia, in totale più di 100 mld. I due dati sono simili ma nascondono un'enorme differenza, perché la Francia ha un passivo commerciale di 60 mld, la Germania un attivo di 280 mld. Noi abbiamo un attivo di 50 mld, conseguenza della cura Monti-Renzi-Gentiloni che, abbassando il costo del lavoro, ci ha consentito di tornare in surplus. Perché alla Francia è consentito di fare deficit, e ancor di più alla Spagna e ad altri paesi, mentre a noi è vietato? Per via del debito pubblico? Suvvia.

Il punto è che la Germania ha accettato di entrare nell'euro rinunciando con fatica al suo marco forte. Ma come, diranno i cultori della illoeconomics, non sapeva la signora bionda che ci avrebbe guadagnato dal cambio dell'euro, più debole del marco? Eh no, perché la Germania non vende scarpe e magliette, prodotti molto sensibili al prezzo e dunque che si vendono meglio con un cambio debole, la Germania vende prodotti industriali per i quali il prezzo è relativamente importante. Col marco forte la Germania acquistava i semilavorati di cui la sua industria aveva bisogno in marchi (quindi comprava bene) e vendeva altrettanto bene in marchi, cioè in moneta "pesante", perché quello che produceva era roba che si vendeva comunque.

Accettando di entrare nell'euro la Germania (sapete: quella che stava segando il ramo su cui era seduta) si è ritrovata a vendere in euro, una moneta più debole del suo marco. Quindi da questo lato ci ha perso. Ma il fatto è che, poiché importava, e importa, una quota rilevante di semilavorati industriali proprio dai paesi dell'eurozona, in primis l'Italia, ovviamente non ha mai visto di buon occhio una crescita dei prezzi di tali importazioni. Il paese critico per la Germania è l'Italia, a seguire tutti gli altri, per cui il primo paese la cui dinamica dei prezzi essa ha interesse a comprimere è proprio il nostro. Il debito pubblico è un pretesto per boccaloni.

In sostanza la Germania (sì, proprio lei, la signora bionda) poiché perde nel vendere i suoi prodotti in una moneta più debole del marco, non può accettare di perdere anche per il fatto che il paese da cui principalmente la sua industria si approvvigiona, per i semilavorati industriali, abbia un'eccessiva dinamica dei prezzi.

Voi direte: ma la signora bionda potrebbe acquistarli altrove. Per cominciare non è così semplice, ma poi c'è il fatto che l'Unione Europea è ordoliberista, cioè nelle mani di una cricca di esaltati che hanno tanta fiducia nel mercato da sentire il bisogno di controllarlo fino alla curvatura delle zucchine.

La soluzione, per accontentare la signora bionda e placare le sue angosce, è quella di deflazionare i paesi dell'eurozona da cui la sua industria si approvvigiona, per prima l'Italia e a seguire tutti gli altri. Di poco la Spagna, da cui la signora bionda importa beni di consumo il cui prezzo non ha impatto sulla competitività della sua industria, e infatti le ha concesso deficit fino all'11% senza batter ciglio. Alla Francia, considerando anche altre non secondarie faccenduole, si può concedere un 2,8% che desta da noi maraviglia, ma all'Italia no, proprio no, decisamente no!

Perché la Lega di Salvini è la longa manus della signora bionda


Dispongo di una ramificata rete di agenti nella padania (si noti la minuscola) i quali mi informano che da quelle parti c'è una forte ripresa. Tutte i CEO delle aziende che, agganciate alla filiera produttiva tedesca, la riforniscono di semilavorati industriali, si stanno stropicciando le mani. Infatti a fronte di una domanda costante, la dinamica dei loro costi di produzione è ampiamente sotto controllo grazie all'abbattimento del costo del lavoro. Il risultato è il saldo record della nostra bilancia commerciale: oltre 50 mld di euro, secondi in Europa solo alla signora bionda.

Il guaio è che, per favorire un'area geografica e alcune categorie socio-economiche, il resto del paese è costretto a far vita grama, col rischio che le predicazioni di brutti ceffi come il vostro umile reporter prendano piede. Servono contromisure, che sono state trovate.

La Lega di Salvini, cresciuta dal 3% al 30% in pochi anni, è la risposta. E come è cresciuto questo partito? Semplice, andando a prendere voti al centro e al sud, cioè proprio nelle regioni che meno si avvantaggiano della ripresa dell'export verso la Germania, o non se ne avvantaggiano affatto, ma sono chiamate a fornire lavoro a basso costo a sostegno dello sforzo produttivo del segmento industriale che si sta integrando sempre di più con quello germanico. Il risultato è un'Italia sottoposta a una tensione nord-sud che finirà col dividerla, e tenuta momentaneamente insieme (ma solo fino a quando servirà) dalla speculazione sulla crescita del fenomeno migratorio e dagli allarmi securitari di Matteo Salvini. Viene quasi il sospetto che l'aumento degli arrivi dall'Africa negli ultimi anni, oltre che da ragioni economiche (abbattere in prospettiva il costo del lavoro) sia stato anche un'arma politica per favorire il cambio di regime che dovrà consegnare l'Italia a Salvini.

Il quadro non è completo perché non tiene conto del ruolo del m5s, che il vostro unile reporter di paese continua a ritenere una rivoluzione colorata esodiretta, eppure potrebbe essere, nella fase attuale e prima che prenda forza una forza popolare e costituzionale, un argine contro il nuovo tentativo confindustriale di mantenere la sua presa sulla nostra Patria. La Lega non sarà fascista, ma dietro la Lega io vedo l'ombra degli  stessi poteri che consegnarono il potere ai fascisti.

50 sfumature di sovranismo

Si è svolto a Casale Monferrato il primo incontro del programma 50 sfumature di sovranismo, organizzato dal CDIM (Comitato per la Democrazia e l'Indipendenza Monetaria). Quelli che seguono sono i primi 6 video, gli altri seguiranno a breve.




















giovedì 20 settembre 2018

I nazionalpopulisti (NAZIPOP)

Tutti i media concordano nel definire il M5S come una forza politica populista e la Lega di Salvini come sovranista. Ma davvero la lega è sovranista? Stiamo parlando di pubblicità, dove si ragiona per brand, o di politica dove contano le idee? La Lega, con la complicità dei media tutti, si è appropriata della parola sovranismo, rubandola a chi l'aveva introdotta nel dibattito politico fin dal 2012 e le aveva attributo il significato di istanza di riconquista della sovranità nazionale in un quadro di rigoroso rispetto della Costituzione del 1948.

Forse non esiste, nel vocabolario politico, una parola che possa etichettare correttamente la linea politica della Lega di Salvini? Certo che sì, questa parola esiste, ed è nazionalismo.

Però i media all'unisono, e la stessa Lega, hanno rubato una parola non loro, cogliendo così i classici due piccioni con una fava: evitare l'uso della parola nazionalismo, troppo screditata in Italia, e togliere a noi sovranisti l'uso di una parola che potesse identificare le nostre posizioni. Che sono, lo ripeto, quelle esposte con mirabile sintesi nella carta costituzionale del 1948.

Se la Lega di Salvini è venuta a rubare in casa nostra, cosa si fa in questi casi, come ci insegna lo stesso Matteo Salvini? Si spara, ovviamente con le armi della polemica politica! Che sono le parole.

Ecco allora che è giusto, non solo politicamente ma anche moralmente, etichettare questo governo come nazionalpopulista, abbreviando quando serve in...

NAZIPOP

La cosa vi turba? E perché, io non mi turbo quando mi dichiaro sovranista e mi sento rispondere che sono leghista? D'altronde sfido chiunque a negare che la Lega sia nazionalista, e che l'unico punto di contatto con noi sovranisti è l'ovvia e scontata difesa dei confini e del principio di cittadinanza. Un principio che tutti gli stati sovrani del mondo - vi ricordo che non sono molti, tutti gli altri essendo di fatto delle colonie - difendono a spada tratta. Ma quanto al resto tutto, nella Lega, sa di nazionalismo, il caro vecchio nazionalismo liberale col quale noi sovranisti non abbiamo nulla a che fare.

Perché noi sovranisti siamo, tutti e senza eccezioni, socialisti e patrioti. Chi non lo è non è un sovranista.


lunedì 17 settembre 2018

La proposta indecente dei sovranari di lotta e di governo

Se il ministro agli Affari Europei, un uomo del calibro di Paolo Savona, comunica di aver inoltrato a Bruxelles un documento intitolato "Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa", ciò significa che in quel documento è delineata la posizione del governo sull'UE e sull'euro. Non è dunque più necessario aspettare i numeretti del DEF per capirne le intenzioni. Una versione in formato testo dello stesso documento è reperibile su scenarieconomici.it.

Il documento non è di facile lettura, non solo e non tanto per i temi trattati ma anche per lo stile di scrittura di Paolo Savona, piuttosto involuto. L'incipit non è dei più felici:

«L’Europa unita trova il suo fondamento nel principio affermatosi nella convivenza civile tra i popoli che se si muovono le merci non si muovono le armi. L’esperienza dell’abbattimento delle barriere doganali vissuta dal Trattato di Roma in poi è stata altamente positiva per la pace e il benessere delle popolazioni europee.»

Una minima conoscenza della storia ci informa esattamente del contrario: quasi tutte le guerre dell'età moderna, e molte (ma in misura inferiore) del passato, hanno avuto origine in contrasti per la spartizione dei mercati.

Dopo una diagnosi dei mali dell'UE e dell'euro Savona accenna ai comportamenti poco cooperativi di alcuni paesi:

«Per agevolare l’adesione di paesi, come l’Italia, desiderosi di entrare nell’euro fin dall’inizio, fu introdotta la “clausola della convergenza”. I paesi che all’epoca della decisione già superavano il 60% nel rapporto debito pubblico/PIL avrebbero dovuto crescere a saggi più elevati degli altri per validare la solvibilità del loro debito sovrano. Ciò sarebbe potuto accadere se i paesi eccedentari avessero espanso la domanda aggregata – una necessità che la basa crescita media sperimentata negli anni 1990 ha reso più pressante – ma il rispetto dei due parametri fiscali restrittivi ha imposto politiche deflattive, peggiorando la sostenibilità del loro debito.»

Capite cosa intendo quando parlo di stile involuto? In sostanza Savona ci dice che la soluzione, per un paese come l'Italia che è entrato con un debito al 113%, sarebbe dovuta essere la crescita, ma questa non c'è stata in misura sufficiente sia perché i paesi in surplus non hanno espanso la loro domanda aggregata, sia perché oltre al parametro del 60% sul debito l'Italia doveva rispettare anche quello del 3% sul deficit. La tesi dominante è stata che, in mancanza di una sufficiente domanda aggregata, si dovesse agire sul lato dell'offerta, ma queste politiche, è sotto gli occhi di tutti, non hanno sortito gli effetti desiderati. A questo punto Savona lancia l'allarme:

«Gli enti pubblici e privati di ricerca avanzano previsioni di una caduta generalizzata del saggio di crescita reale, per ora stimata in lieve misura, in una situazione in cui l’inflazione, avendo raggiunto il tetto del 2% programmato, induce la politica monetaria ad avviare un’azione di rientro nella normalità che coinvolge i tassi dell’interesse e le quantità di base monetaria.»

Insomma il QE sta per finire mentre le politiche tariffarie degli USA cominciano ad avere effetti, e da ciò emerge per Savona la necessità di agire subito, di fare presto.

«Per una nuova politica economica basta rendere espliciti gli strumenti da attivare per raggiungere gli obiettivi indicati nei Trattati esistenti, mentre per le modifiche di architettura istituzionale occorrono nuovi accordi, anche se più difficili da attuare. Si inizi quindi dalle prime e le seconde verranno di conseguenza.»

Sul piano metodologico siamo alla riedizione di una scelta già fatta, prima la moneta e poi le istituzioni politiche, i cui esiti non sono stati particolarmente felici. Una confessione:

«Vi era coscienza delle profonde diversità allora esistenti tra i paesi firmatari, che si sono accresciute con l’ingresso dei paesi liberatisi dal vincolo sovietico, ma si riteneva che criteri così rigidi avrebbero costretto le economie dei paesi membri a convergere. Queste aspettative non si sono realizzate per alcuni paesi membri, nonostante la flessibilità nell’applicazione;»

e l'augurio di un "vaste programme":

«Affinché questa unione si possa realizzare in futuro, è necessario educare i giovani, oltre che istruirli, dando vita a una scuola europea di ogni ordine e grado nella quale trovi spazio una comune cultura, mantenendo viva la coscienza dell’immenso patrimonio culturale di cui dispongono tutti i paesi membri, come stabilisce il Trattato. Fatta l’Europa si devono fare gli europei. Il perno essenziale è la scuola, come testimonia il successo presso i giovani, gli abitanti dell’Europa futura, del progetto Erasmus.»

Savona prosegue esponendo una critica ben nota:

«Per quanto concerne l’esercizio della funzione di lender of last resort, la BCE è vincolata dalla proibizione di creare base monetaria attraverso il canale Tesoro e da altri condizionamenti, ai quali essa aggiunge quello di sottoporre i suoi interventi a vincoli sull’esercizio della sovranità fiscale nazionale in linea con l’impostazione della politica economica dell’Unione Se i poteri di intervento contro la speculazione fossero veramente pieni, gli spread tra rendimenti dei titoli sovrani si dovrebbero azzerare.»

Si tratta del divieto alla BCE di finanziare direttamente gli Stati (divieto aggirato da Draghi ricorrendo ad acrobazie che hanno profondamente irritato i paesi core) con l'aggravante che le condizionalità fiscali imposte agli Stati in deficit hanno agito in direzione opposta agli stimoli monetari.

«Molto più delicato da trattare sul piano della politica monetaria è lo svolgimento degli interventi da lender of last resort se si vuole che lo strumento risponda veramente all’istanza di essere non solo whatever it takes, ma anche operi in time... I vincoli di quantità, di proporzionalità tra paesi membri (la capital key che immette base monetaria anche dove non è necessario, come acquistando titoli di Stato olandesi e tedeschi) e di qualità delle attività finanziarie oggetto di intervento sono il risultato dello Statuto posto a base della sua azione. Sarebbe pertanto necessaria una razionalizzazione dei poteri sul piano istituzionale per fronteggiare i futuri attacchi speculativi in maniera più tempestiva ed efficiente

Giustamente Savona osserva che gli acquisti di titoli di Stato operati dalla BCE non seguono, per i vincoli presenti nei Trattati, il criterio di essere orientati agli Stati che più ne hanno bisogno, ma rispondono a quello della "capital key", ossia sono proporzionali ai pesi relativi delle singole economie nazionali, col risultato che si crea poca base monetaria dove è necessaria e troppa dove non è necessaria. Una disfunzione di grande importanza, alla cui correzione si oppongono ovviamente i paesi fratelli della zona core. I quali, anzi, premono affinché l'azione di creazione di base monetaria aggiuntiva, e necessaria ad evitare la recessione nei paesi in deficit, abbia termine. Il problema qui è la competizione per la conquista dei mercati (ricordate? se si muovono le merci non si muovono le armi):

«Non vi sarà mai competizione corretta (fair competition) nell’eurozona finché le imprese di un paese avranno un costo del danaro permanentemente più elevato rispetto a quelle di un altro paese per motivi diversi dalle loro specifiche inefficienze, ma derivanti semplicemente dall’essere uno Stato membro la cui denominazione del debito sovrano non è nella moneta che esso crea ed è quindi esposta al rischio sovrano.»

Savona critica anche la proposta di creare un fondo europeo per gli interventi, essendo anch'essa sottoposta a un vincolo analogo alla capital key, in quanto «... oltre a disporre di risorse insufficienti, ha il duplice difetto di riproporre la parametrizzazione degli interventi, invece di valutare caso per caso secondo una visione politica comune.»

Inoltre, essendo tali interventi sottoposti alla condizione di attuare politiche di drenaggio fiscale, si avrebbe un «meccanismo rigido nell’applicazione e con effetti deflazionistici.». Preoccupato per la possibilità di una dissoluzione dell'eurozona, Savona propone di «creare un meccanismo che non abbia implicazioni deflazionistiche»

Dopo altre ridondanti riflessioni, in sostanza ripete quanto ha già scritto, Savona arriva al dunque: servono investimenti:

«Lo strumento principale di una politica della domanda coerente con quella dell’offerta a livello UE è quella degli investimenti infrastrutturali di interesse comune. Lo stesso vale per gli investimenti di interesse nazionale.»

Tuttavia, prosegue Savona, «Se l’UE non intende, né può decidere a causa di vincoli politici, una guida fattiva di questi investimenti debbono farlo tempestivamente i paesi membri».

Condizione per la loro efficacia è «1. un’esatta conoscenza dei moltiplicatori della spesa di questo tipo, 2. una diversa considerazione temporale dei due parametri fiscali e 3. una diversa registrazione contabile rispetto a quella vigente.»

Insomma si devono scegliere gli investimenti che producono alti moltiplicatori keynesiani (il reddito generato deve essere molto maggiore della spesa), si deve consentire un maggiore deficit in attesa che il ritorno degli investimenti produca il reddito atteso che permetterà il rientro, infine la registrazione contabile degli investimenti deve scorporare il loro valore patrimoniale (se spendo per acquistare una casa non è che sono più povero) dall'ammortamento (la casa col tempo perde valore per invecchiamento) iscrivendo a deficit solo quest'ultimo: «Solo una quota parte di questa spesa, pari all’ammortamento del bene investito, dovrebbe confluire nel conto entrate e spese dello Stato, come parte rilevante del disavanzo corrente di bilancio.»

Secondo Savona «A tal fine non è necessaria una modifica del Trattato, perché, come si è già indicato, è sufficiente una più attenta interpretazione degli accordi di Maastricht, peraltro già praticata in casi nazionali, come quello seguito per agevolare l’unificazione tedesca e altri casi come quelli affrontati nel corso della recente Grande Recessione.»


Nascosto tra le righe segue un attacco al Fiscal Compact:

«Siffatta impostazione comporta che l’iniziativa sulla domanda aggregata deve essere guidata dalla regola aurea di un sistema di crescita stabile: la percentuale di disavanzo del bilancio non deve essere superiore al saggio di crescita nominale del PIL che ne risulta. Se si pone a carico dell’applicazione di questa regola il principio di produrre avanzi di bilancio per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL con effetti deflazionistici, la divaricazione degli itinerari di sviluppo dei paesi che si trovano al di sotto della soglia del 60% del rapporto debito pubblico/PIL e di quelli che si trovano al di sopra comporta conseguenze pericolose per la stabilità dell’euro e la coesione socio-politica.»

Tradotto dal savonese: nell'UE non si possono fare politiche keynesiane (investimenti in deficit ad alto moltiplicatore) e contemporaneamente ridurre il debito (fiscal compact), perché ciò creerebbe una forte e pericolosa asimmetria tra i paesi con basso debito pubblico e paesi con alto debito pubblico. 

Ma per disinnescare il fiscal compact il problema è convincere la Germania, e qui arriva l'alzata di ingegno di Savona (grassetto aggiunto):

«Se i timori dei paesi membri creditori che ostacolano la definizione di una politica fiscale fossero dovuti al rischio temuto da alcuni paesi di doversi accollare il debito altrui, esistono le soluzioni tecniche per garantire che ciò non avvenga. Si tratta di attivarle in pratica effettuando scelte politiche, come quelle di concordare un piano di rimborsi a lunghissima scadenza e ai tassi ufficiali praticati, fornendo una garanzia della BCE fino al rientro nel parametro del 60% rispetto al PIL, in contropartita di una ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche in caso di mancato rimborso di una o più rate. Ossia decidere quello che si sarebbe dovuto fare prima dell’avvio dell’euro. Ovviamente tra le clausole di un siffatto accordo vi sarebbe anche quella che il disavanzo di bilancio pubblico si collochi in modo dinamico entro la regola indicata di coerenza rispetto al saggio di crescita nominale del PIL e quindi non comporti un nuovo superamento del rapporto debito pubblico/PIL.»

Che dire di una proposta simile? Credo che un buon commento, temo purtroppo parziale, possano essere le seguenti parole di Federico Caffè:

«Vorrei aggiungere che, se per miracolo qualche risultato si dovesse raggiungere, ma andasse nel senso di un avvicinamento della nostra situazione a quella, poniamo, della Germania, non è questo il destino che augurerei al mio paese. Si tratta, infatti, di una situazione in cui i lavoratori, pur godendo di un certo benessere, sono in una posizione fortemente subalterna. Non credo, in altri termini, che il risanamento della bilancia dei pagamenti e un riassetto dell’economia, senza l’introduzione di veri elementi di socialismo, sia qualcosa che vale, un traguardo degno di essere indicato alla società italiana. Se ci mettessimo su questa strada, tradiremmo per la seconda volta gli ideali della Resistenza. Non vorrei apparire retorico. Ma tradiremmo l’ideale di costruire un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.»

Parziale perché (ma di ciò parlerò in altra occasione) anche ammesso che la Germania acconsenta al piano di Savona, possiamo star certi che ci chiederà un prezzo altissimo, avendo al suo arco lo strumento per ricattarci in ogni momento. Le basterebbe frenare la sua già stitica crescita per mandarci in crisi e passare all'incasso dell'«ipoteca sul gettito fiscale futuro o di proprietà pubbliche» A quel punto sarebbero guai seri, ma qualcuno potrebbe esserne contento: avrebbe, finalmente, la sua agognata Sollevazione!

Solo col rischio di esserne il bersaglio. 

domenica 16 settembre 2018

Lettera ai miei amici piddini frusinati e non

Cari amici piddini frusinati e non - intendo anche quelli di voi che sono andati sotto le bandiere dei cespugli sorti durante l'agonia del vostro partito - ho deciso di scrivervi dopo aver sentito la proposta di sciogliervi e rifondarvi avanzata da Orfini.

Cari amici, sono più di dieci anni che vi ripeto che sareste scomparsi, mi è testimone l'amico Benny - il mio piddino preferito - se non aveste cambiato radicalmente le vostre politiche. Su una cosa però mi sono sbagliato, perché credevo che la vostra scomparsa sarebbe stata causata dalle scelte di politica economica, e invece che avete combinato? Vi siete fatti strapazzare da un Salvini qualunque sul problema migratorio! Ma come, dopo aver danzato giulivi per l'arrivo di Monti, che ha fatto nel vostro nome il lavoro sporco e veramente importante, senza che ciò vi penalizzasse e anzi arrivando al 41% alle ultime elezioni europee, vi siete sentiti così sicuri di voi che, invece di fermarvi per consolidare il risultato, vi siete dapprima avventurati sul terreno minato della riforma costituzionale e, soprattutto, avete continuato con la politica dell'accoglienza ai migranti, questione che poteva tranquillamente essere riproposta dopo un momentaneo stop? Dopo, appunto, aver consolidato il vostro successo.

Come pensate di recuperare, forse ciarlando di più Europa? Proprio adesso che al governo sono arrivate due forze più europeiste di voi che si apprestano a farci compiere decisivi, e temo irreversibili, passi avanti nella costruzione degli USE (Stati Uniti Europei) forti del consenso che vi hanno strappato giocando abilmente sull'inquietudine degli elettori per l'arrivo di centinaia di migliaia di immigrati in pochi anni? La cosa mi appare così inverosimile che mi viene il sospetto che sia stata tutta una sceneggiata, che ai piani alti si sia deciso di farvi scomparire proprio perché il lavoro sporco necessario a far nascere gli USE possono farlo solo forze politiche apparentemente eurocritiche. Come disse una volta un caro amico, era il 29 novembre 2011, "gli schizzi di sangue stonano meno sul grembiule rosso". E anche su quello verde.

Guardate questo video e ascoltate con attenzione le parole di Antonio Scurati:

Scurati vs Borgonovo (La Verità): “Orban non rispetta diritti”. “Falso, cambierà lui l’Europa. E interviene Lilli Gruber - Il FQ online 16 settembre 2018

Chi è Antonio Scurati, direte voi. E' questo signore qua (17 lug 2015):


Non è straordinario? In appena tre, dicasi tre anni, il buon Scurati passa dall'apologia del Risorgimento alla rivendicazione appassionata dell'identità europea! Come se i milanesi delle cinque giornate si fossero ribellati perché gli austriaci non rispettavano i diritti civili!

Per me è tutto chiaro, cari amici, il vostro nuovo compito è quello di stare all'opposizione ciarlando di identità europea, mentre il lavoro importante per costruire gli USE lo faranno i cosiddetti sovranisti di Lega e 5S. The show is going on, as usual.

Eppure io so che il vostro problema, cari amici piddini frusinati e non, è un altro: voi, che di mutazione in mutazione da comunisti siete diventati liberali, semplicemente avete perso la capacità di comprendere la politica economica e la geopolitica. Siete così diventati simili al pubblico degli studi televisivi che applaude a comando ora questo ora quello dei personaggi invitati, tutti rigorosamente scelti dai padroni del discorso. Più di questo non sapete fare. La politica, miei cari amici, è un'arte difficile, che richiede preparazione e anche conoscenza profonda dell'animo umano, una qualità quest'ultima della quale io stesso difetto. Come vedete non mi ergo a giudice infallibile, perché ammetto di avere anch'io almeno uno dei vostri limiti: mi sono documentato studiando le tematiche macroeconomiche e geopolitiche - come si faceva un tempo alle Frattocchie, fatevelo raccontare dai vostri padri ancora in vita - ma non ho avuto l'arguzia o la malizia di riconoscere per tempo gli ambiziosi che si presentavano come sovranisti mentre già trattavano in segreto per indossare il grembiulino verde.

Ora siamo fregati, per colpa della vostra incompetenza e della nostra ingenuità. Tutto il parlamento è europeista, lo sarà anche il parlamento europeo che eleggerete fra un anno (io non andrò a votare) e a voi è stata assegnata una nuova parte in commedia. La interpreterete con la necessaria inconsapevolezza, continuando ad ingannare il popolo italiano al pari di Salvini, dei grillini e dei tanti che hanno indossato, o si accingono a farlo, il grembiulino verde.

Io non lo farò, sono troppo vecchio per avere ambizioni personali così forti da indurmi a tradire le mie convinzioni, mentre l'unica cosa che mi interessa è vivere in pace con la mia coscienza. Continuerò a scrivere, a fare video, talvolta parlerò in pubblico, ma sono e sarò irrilevante. Il mio massimo piacere sarà quello di disturbare la vostra coscienza sporca, come una zanzara molesta che non vi sarà mai possibile schiacciare perché è troppo veloce per le vostre mani appesantite. Il mio corpo sta invecchiando, ma il mio spirito è, e resterà, quello di un giovane ribelle.

Ciao Benny, amico mio piddino preferito.