venerdì 19 giugno 2015

Also sprach Egothustra

Ma vi pare che... per dare retta a quelli che dicono che sono un'amante tradita con l'ossessione di Bagnai io non debba più parlarne e/o dargli spazio sul mio blogghettino de paese? Come sempre: passato remoto del verbo masticare.


Naturalmente, sempre in omaggio alla coniugazione del verbo "masticare", mi prendo la libertà di commentare la previsione di Illo.

Il quale argomenta che la Grecia verrà fatta rimanere nell'euro per non creare un pericoloso precedente politico. Io la penso diversamente: se la Grecia verrà fatta restare nell'euro, ciò avverrà non per evitare un precedente politico, ma per non innescare un cataclisma geopolitico. Il che implica che, subito dopo la semi ristrutturazione del debito, avranno inizio le grandi manovre che condurranno a un colpo di stato. 

La partita dell'euro, quella decisiva, si giocherà invece in Italia, tra qualche anno. Also sprach Egothustra!

Los Calimeros e il Frosinone in serie A

giovedì 18 giugno 2015

Umberto Ego e i social


Credo che Umberto Eco abbia ecceduto nel dire “I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”. Credo che la ragione di questo eccesso polemico sia da imputare a qualche disavventura occorsagli sulla rete, ad esempio essersi trovato a discutere con qualche soggetto la cui imbecillità gli è esplosa davanti in modo inaspettato. Capita, è capitato a tutti, e magari anche lo stesso Umberto Eco qualche volta, dialogando su Internet, ha detto qualche sciocchezza. Capita. Los Calimeros, però, hanno deciso di prendere per buone le sue parole, anche in mancanza, finora, di una rettifica, e le hanno commentate così come sono state espresse.

De reddito

Link risonante: DE REDITU - IL RITORNO (FILM COMPLETO)
Link correlati:

Fury, o dell'eccezionalismo americano

Los Calimeros hanno visto, entrambos, l'ultimo film di Brad Pitt, Fury. Ecco a voi la nostra recensione.


nota: nella stessa serata los Calimeros hanno registrato altri tre video, sui temi:
  1. Umberto Eco e gli imbecilli dei social
  2. Ecce reddito (sulle proposte di Reddito di Cittadinanza e/o Reddito Minimo Universale)
  3. Il Frosinone Calcio in serie A
Todos Estós vídeos se publicarán en los próximos días.

martedì 16 giugno 2015

REDDITO DI SUDDITANZA (Il Pedante)

Un articolo firmato "Il Pedante" che approvo, sottoscrivo e ripubblico.



Tra i tanti eventi che certificano la morte della "sinistra" ce ne sono pochi di così simbolicamente potenti come il passaggio dalla battaglia per la piena occupazione a quella per il reddito o elemosina universale. La svolta è epocale ma consequenziale. Una comunità falsamente convinta che il denaro preceda la ricchezza non può che vedere nella disoccupazione un problema di mancato reddito e non - quale è - di mancata produzione, e quindi un impoverimento collettivo in termini reali.
Sul piano pratico le domande da porsi sono semplici. Se la produttività - cioè il rapporto tra output produttivo e costo - è tra le ossessioni principi dei tempi moderni, che senso avrebbe azzerarla per via istituzionale? E se la spesa pubblica improduttiva è l'incubo e lo spauracchio dei salotti contemporanei, che cosa c'è di più improduttivo di uno stipendio dato a chi non produce nulla? Poi dicono i forestali calabresi.
Ma soprattutto: perché uno Stato che lamenta carenze di risorse umane in settori vitali - sanitàgiustiziasicurezzaistruzione e uffici pubblici a ogni livello - adducendo l'impossibilità di pagarle, dovrebbe adesso distribuire stipendi senza chiedere in cambio le prestazioni lavorative di cui ha (cioè abbiamo) disperato bisogno? I 7.200 euro netti annui citati ad esempio nella proposta di legge del Movimento 5 Stelle corrisponderebbero a una decente retribuzione part-time. Chi la percepisce potrebbe riparare strade, argini e scuole cadenti, rimuovere discariche abusive, piantare alberi, custodire edifici pubblici, senza dire dei profili più qualificati: infermieri, geometri, giuristi, educatori ecc. Invece no. Ci teniamo il settore pubblico sotto organico («non ci sono i soldi!») e paghiamo i disoccupati per non far nulla («troveremo i soldi!»). Una proposta troppo folle per essere frutto (solo) della stupidità.
In realtà se i poveri bramano il reddito garantito per disperazione, i ricchissimi (come un Casaleggio, per dire) avrebbero ottimi e più ragionati motivi per desiderarlo. Molto è stato giustamente scritto sulla necessità di salvaguardare un livello minimo di sopravvivenza tra le masse per scoraggiarne le rivolte - che ricordiamolo, non si fanno né per le bandiere colorate né per la democrazia, ma per fame. Celebre è la formulazione di un padre spirituale dell'assetto economico comunitario europeo, Friedrich von Hayek (The Constitution of Liberty, cap. 19):
Occorre qualche forma di aiuto per chi versa nella povertà estrema o nella fame, anche solo nell'interesse di coloro che devono essere protetti dai gesti di disperazione dei bisognosi.
A sostegno di questo cinico ma centralissimo movente - in una civiltà in preda al caos il ricco non potrebbe godersi la ricchezza - altri aspetti concorrono a sposare felicemente il reddito senza lavoro con gli interessi di una ristretta classe dominante.
Compressione dei salari. Come ogni altro bene, anche la forza-lavoro risponde alla legge della domanda e dell'offerta, cioè si deprezza quando è più abbondante e si apprezza quando è più rara. Se tante persone si contendono pochi posti di lavoro vince chi, a parità di competenze, è disposto a farsi pagare di meno. Nello scenario opposto (tanto lavoro per pochi lavoratori) i datori di lavoro dovrebbero invece contendersi l'un l'altro i lavoratori offrendo compensi sempre più alti. La celebre curva di Phillips esprime questo fenomeno mostrando una relazione empirica di proporzionalità inversa tra disoccupazione e livello dei salari (all'aumentare della disoccupazione diminuiscono i salari). Ora, che nel nostro Paese la disoccupazione non sia una sciagura, ma uno strumentodeliberato, cioè lucidamente perseguito, di compressione salariale (altrimenti detta "competitività") e deflazione via curva di Phillips, è stato recentemente denunciato persino da un esponente del PD, Alfredo D'Attorre. In quanto al reddito di cittadinanza, versare un'elemosina di sopravvivenza ai disoccupati senza impiegarli consentirebbe di salvaguardare l'ordine sociale mantenendo al contempo alta la disoccupazione, cioè quell'esercito industriale di riserva che garantisce la disponibilità di lavoro a basso costo e a bassi diritti. Il vero capolavoro è che questa soluzione, a beneficio di pochissimi, sarebbe in carico alla fiscalità generale cioè ai "privilegiati" che, avendo un reddito da lavoro, dovrebbero cederne una parte per finanziare un meccanismo infallibilmente destinato a comprimere i loro stipendi e a minacciare la sicurezza stessa del loro impiego.
Privatizzazioni. Che lo Stato crei lavoro - unica ricetta anti-crisi ad oggi collaudata con pieno successo, quella keynesiana - è una bestemmia da non pronunciare nei consessi politici contemporanei. Piuttosto, al reddito senza lavoro si contrappone il lavoro senza reddito. Ma pagare i propri cittadini per lavorare, giammai! Perché? Perché di norma i settori in cui opera lo Stato sono quelli potenzialmente più lucrosi: sia perché coprono bisogni vitali e irrinunciabili - salute, energia, sicurezza, giustizia, infrastrutture - sia perché intrinsecamente universali. Se lo Stato assorbisse la disoccupazione in modo diretto assumendo i lavoratori di cui ha bisogno, toglierebbe ai privati la possibilità di lucrare nei settori di sua competenza tramite privatizzazioni e appalti. Il reddito di cittadinanza scongiura efficacemente questo pericolo e fa sì che le casse pubbliche, cioè i cittadini, paghino tre volte: l'obolo ai disoccupati + il servizio pubblico ai privati + il relativo lucro.
Domanda interna. Come è noto, la "distruzione della domanda interna" è un obiettivo orgogliosamente rivendicato da Mario Monti e diligentemente perseguito dai suoi successori. Occorre tuttavia preservare un lumicino di domanda diffusa a beneficio delle élite industriali transnazionali senza minacciarne il primato economico. Come? L'importo esiguo del reddito di cittadinanza consente di foraggiare un mercato di consumatori low cost inevitabilmente orientati all'acquisto di merci seriali, di bassa qualità e di importazione: cioè esattamente il segmento produttivo delle industrie multinazionali. Gli eventuali produttori nazionali e di piccole dimensioni sono esclusi dal beneficio di uno stimolo economico di così bassa entità, avverando così la definizione lepeniana: «La mondialisation, c'est faire fabriquer par des esclaves pour vendre à des chômeurs». E che cos'è il reddito di cittadinanza se non appunto uno strumento per «vendre [pattumiera] à des chômeurs»?
Controllo sociale. Se il lavoro garantisce dignità e indipendenza, l'assistenzialismo crea schiavi. La condizionalità del beneficio è uno strumento di governo degli ultimi dove alla partecipazione democratica si sostituisce il ricatto. Non è certo un caso che fin dall'inizio il dibattito sul reddito di cittadinanza sia stato caratterizzato da letture "meritocratiche", cioè moralistiche e punitive: chi rifiuta un lavoro - qualunque lavoro, a discrezione del proponente - perde il diritto all'elemosina. Chi non dimostra di cercare lavoro, idem. Chi fa lavoretti in nero, pure. La definizione e il controllo dei requisiti apre orizzonti illimitati di potere per il dominus, che può imporre il proprio modello etico-politico e i propri interessi mediante la carota (cioè il bastone) dell'obolo. 

Andrebbe fatto sommessamente notare che, se l'elemosina non è un diritto, lo sono invece il lavoro (Costituzione, art. 4), la sua retribuzione dignitosa (art. 36) e la salute (art. 32). Il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, di cui l'Italia è parte e che ha - ci piace dimenticarlo - la stessa obbligatorietà di Maastricht, riprende e amplia i diritti costituzionali includendo il diritto di ogni individuo "alla sicurezza sociale" (art. 9), "ad un livello di vita adeguato per sé e per la sua famiglia, che includa alimentazione, vestiario, ed alloggio adeguati" (art. 11), "alla libertà dalla fame" (ibidem), "a godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale che sia in grado di conseguire" (art. 12). La revoca del reddito di cittadinanza, per qualsiasi motivo e in assenza di misure sostitutive a garanzia dei succitati diritti, non è uno stimolo per costringere i "fannulloni" alla virtù paventando miseria, ma un crimine contro l'umanità: che è poi l'esito puntuale di ogni forma di moralismo collettivo.
Ma non solo. Lo stesso Patto sancisce "il diritto di ogni individuo di ottenere la possibilità di guadagnarsi la vita con un lavoro liberamente scelto od accettato" (art. 6). Comunque la si metta, il reddito di cittadinanza non è compatibile con il diritto umanitario, il quale infatti individua il veicolo di realizzazione dei diritti fondamentali nel lavoro e nella sua "decorosa" remunerazione (art. 7), non nell'assistenzialismo in conto capitale. Se gli Stati devono prendere "misure appropriate per garantire" il diritto al lavoro (art. 6), uno Stato che versa salari senza creare lavoro è inadempiente.
Il reddito di cittadinanza è uno strumento di controllo e sottomissione sociale, repressione dei salari e favoreggiamento dei grandi gruppi privati. Il fatto che sia invocato dal movimento politico personale di due milionari è perfettamente coerente con le premesse, mentre è patologico il sostegno dei cosiddetti, residui ed eventuali compagni. Un tempo difendevano le ragioni del lavoro contro il capitale. Oggi di quel capitale, bramato e quindi legittimato, chiedono le briciole per alimentare e sedare le fila di un gregge inerte, obbediente e ricattabile. Da proletari senza prole a lavoratori senza lavoro. Un bijou.

lunedì 15 giugno 2015

Il "piccolo Eco" e il "grande Eco"


Scusate ma vorrei tornare sulla dichiarazione di Umberto Eco, ”I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli“, analizzando quello che ha detto allorché, intervistato (in pompa magna) sull'Europa ha sciorinato le seguenti amenità (si veda il filmato per verificare la corrispondenza):
  1. Mi sono sempre sentito europeo nel senso che parlo e scrivo in almeno tre lingue... viaggio...
  2. La sensazione di essere europeo l'ho sentita ogni volta che sono stato oltre oceano... soprattutto dopo una serata passata coi colleghi americani... ma c'era poi lì un francese o finlandese e, dopo mezzanotte, si riusciva a parlare meglio col finlandese che con l'americano... per infinite ragioni, ma ce ne rendiamo conto solo quando siamo da un'altra parte.
  3. Mi ha sempre colpito una bellissima pagina di Proust... dove racconta la Parigi durante la I guerra mondiale... e c'era questo odio furibondo...e nessuno diceva più tedesco ma soltanto "bosch", che sarebbe crucchi da noi, ebbene lui parlava coi suoi amici, con Saint Luc che muore eroicamente ehh e parlavano di letteratura e di musica tedesca. Cioè stavano ammazzandosi a vicenda ma riuscivano a parlare degli altri come se fosse una cosa loro, e dice anche ironicamente che si riusciva in un giornale a recensire il libro di un grande autore tedesco dicendo "questo è un grande bosch". Questo brano mi ha sempre colpito, anche attraverso le guerre e le tragedie c'è un'identità di spirito europeo... forse perché, è stato detto numerose volte, tutta la storia del pensiero occidentale non è altro che un commento a Platone.
  4. Mi hanno raccontato che esiste un "comune sentire" svizzero... cioè si può essere un paese e avere un'identità anche con lingue diverse... non voglio dire l'India che ne ha quaranta, però c'è un'identità che è l'India, diversa dal Pakistan. La soluzione non mi pare quella che fatalmente si deve adottare oggi, con 27 traduzioni simultanee eccetera eccetera, sarà il lento diffondersi di un polilinguismo. 
  5. Polilinguismo non vuol dire che ognuno parla tutte le lingue, ma che se la cava a capire un po' tutte le altre. Succede per le persone colte che ci si trova intorno a un tavolo e ciascuno parla la propria lingua e un pochino ci si capisce. Un mio illustre collega francese parla sempre di questo polilinguismo come il destino dell'Europa.
  6. E qual è una delle molle per arrivarci? L'erasmus! 
  7. L'erasmus, io l'ho sempre detto, ha due funzioni, una linguistica e una sessuale. La maggior parte dei giovani che vanno a fare l'erasmus si sposano all'estero. Questo vuol dire che nel giro di trent'anni viene fuori una generazione bilingue... quindi già questa è una cosa molto importante...i ragazzi che vanno a fare l'erasmus finiscono magari in Spagna, senza sapere la lingua all'inizio, e poi si aggiustano. Naturalmente stiamo parlando dell'élite, non stiamo ancora parlando delle grandi masse dove può succedere che c'è persino qualcuno che non parla neanche l'italiano, succede anche in Parlamento, però nel lungo periodo tanto più emergeranno le altre potenze, dall'oriente..., tanto più l'Europa si sentirà assediata ma unita

Il "piccolo Eco" al "grande Eco"


Vedi caro Umberto, il cuore del tuo argomentare è profondamente elitario e antidemocratico. Il che non è necessariamente un male sul piano pratico, sebbene ciò non ne cancelli la natura antidemocratica. Non voglio fare la parte dell'anima bella e democratica, anzi a me piace talvolta essere crudo e diretto, ragion per cui ti dico che comprendo, e in qualche modo accetto, il ruolo delle élites nella storia, a patto però che la loro azione abbia un esito che avvantaggi anche la maggioranza, oltre che loro stesse. Può accadere che le élites, promuovendo un assetto sociale funzionale alla loro visione del mondo, producano qualcosa che, alla fine, avvantaggia tutti? Sì, può accadere, è accaduto. I guai nascono quando le cosiddette élites falliscono, cioè quando, perseguendo come è loro uso il proprio interesse, sbagliano clamorosamente i loro progetti.

Il filmato che hai registrato risale al maggio del 2014. Non è un dettaglio, perché a maggio del 2014 i segnali che denunciavano il disastroso fallimento del progetto di unificazione europea erano ormai conclamati, e dunque è difficile sostenere che le tue parole siano state pronunciate in un momento in cui le cose sembravano andare per il meglio, il che giustificherebbe, almeno in parte, il tono "leggero" con cui ti sei espresso. Hai parlato del fatto che ti senti europeo perché viaggi, hai citato Proust, infine ti sei soffermato sul problema della lingua. Cioè proprio sul terreno in cui sei più ferrato.

E hai detto che la soluzione sarebbe il polilinguismo. Vorrei farti una domanda: quanto tempo dovrebbe trascorrere, secondo te, affinché questa capacità dei cittadini di capirsi vicendevolmente attraverso la pratica del polinguismo possa giungere fino al punto di poter comprendere ciò che dicono i candidati durante una campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo? Vent'anni? Cinquanta? Cento? Ma soprattutto domando a te, che sei un grande esperto del settore: ci credi veramente?

Mi sembra evidente che, se l'Unione Europea sarà il quadro nel quale ci troveremo a vivere per almeno (almeno?!) mezzo secolo, ciò implicherà, di necessità, una sostanziale sospensione della democrazia. Pensaci! Mezzo secolo durante il quale al popolo dovrà essere sottratto il potere di decidere. Lievemente inquietante.

Ma sia! Le élites, che sanno quel che si deve fare, un giorno dovranno cedere il potere, volenti o nolenti, ma a quel punto avremo un'Europa unita! Una grande cosa, sebbene raggiunta attraverso una sospensione della democrazia. Esaminiamo allora questo progetto di Unione Europea.

Sbaglio, o la strada che si è deciso di seguire è quella di un'unione monetaria nella quale ogni Stato conserva la sua contabilità nazionale, restandone responsabile in solido? Vale a dire: una moneta unica che definisce un campo di gioco nel quale i diversi Stati dovrebbero, allo stesso tempo, competere e cooperare. Un ossimoro dal sapore vagamente darwiniano.

Ah, dimenticavo, le leve dell'economia sono saldamente nelle mani di un'istituzione privata, la BCE, la quale ha il divieto di finanziare i deficit statali, cioè non può soccorrere gli stati che, per qualsiasi ragione, si trovano in difficoltà. Difficoltà che possono emergere sia a causa di shock esterni, sia come conseguenza di comportamenti predatori da parte di gruppi privati e/o di Stati in posizione di forza.

Però ci dici, e tu sei un uomo di grande cultura, che tutto ciò ha un'importanza relativa perché, e qui citi l'erasmus, le dinamiche sociali convergono nella direzione di formare un'identità europea seppure, lo riconosci, tale processo procederà dall'alto verso il basso. Saranno le élites, per prime, a costruire l'identità europea, l'intendance suivrà.

Caro Umberto, io appartengo a quella legione di imbecilli che affolla i social sforzandosi, ognuno con i propri limiti, di capire quello che voi élites state preparando per noi. Fammi capire, ti prego. Mi stai dicendo che dobbiamo cedere sovranità e potere a voi, che dobbiamo fidarci, che dobbiamo sopportare per molti lunghi anni di non contare nulla perché "nel lungo periodo tanto più emergeranno le altre potenze, dall'oriente..., tanto più l'Europa si sentirà assediata ma unita". Cioè stai dicendo che, per rompere il culo - perdonami, io sono un imbecille avvinazzato - a quegli asiatici dagli occhi oblunghi che lavorano 16 ore al giorno in condizioni sub-umane, noi dobbiamo, per così dire, "allenarci" facendo altrettanto? Mi stai dicendo, Umberto, che siamo in guerra coi disperati operai cinesi, pakistani, indiani? Gli stessi ai quali noi occidentali permettiamo di "crescere" commissionandogli la produzione di ciò che non conviene più produrre da noi... perché farlo implicherebbe spartire a casa nostra la torta tra capitale e lavoro?

Perdonami Umberto, ma io è così che la vedo. Sicuramente mi sbaglio perché sono un imbecille avvinazzato, un "piccolo Eco" mentre tu sei il "grande Eco". Ma se io sono un piccolo Eco, un uomo senza qualità, allora è giusto che mi si tolga la parola per impedirmi di far danni!

Mi sorge però un sospetto: che sia tu, caro Umberto, il vero Uomo senza qualità. Ti lascio, grande Eco, alla tua Azione Parallela. Penso che tu sia sia una delle grandi menti impegnate nella costruzione di idee e visioni brillantissime capaci di catturare l'attenzione di noi sudditi, al fine di celebrare la superiorità della cultura occidentale (un lungo commento a Platone, parole tue) e la sua indubitabile supremazia politica, culturale e filosofica.

Riuscirai a portare a compimento la tua missione prima che l'Unione Europea, questa piccola Austria moderna, crolli sotto il peso delle sue ambizioni?