sabato 22 agosto 2015

[PopulPost] L'impossibile quadratura del cerchio

Ovvero l'incompatibilità fra la libertà di circolazione dei capitali, l'autonomia della politica monetaria e la stabilità dei tassi di cambio.

Se l'Italia uscisse dall'euro potrebbe svalutare e recuperare competitività. Questo è quanto è entrato nella testa di un certo numero di persone, ed è corretto, ma non è tutta la storia. Tra l'altro ci sono anche quelli che sostengono che, in caso di uscita, la nuova lira potrebbe addirittura rivalutarsi: sono los memmetaros, per i quali l'applicazione della medicina miracolosa C&P (Click&Pay) darebbe un tale slancio alla nostra ripresa che... eccetera eccetera.

Naturalmente io non sono un economista, dunque non dovrei parlare di queste cose. Francamente me ne infischio.

L'uscita dall'euro comporterebbe, svalutazioni a parte, il recupero di una preziosa leva di controllo: la politica monetaria. Questa consiste sostanzialmente di due strumenti:

  1. la possibilità di stabilire il prime rate, il tasso privilegiato di interesse che le banche praticano nei prestiti ai loro clienti più solidi e per depositi di una certa entità. Questo parametro viene determinato dalla Banca Centrale che, a sua volta, presta alle banche private. 
  2. la possibilità per lo Stato di spendere a deficit. Cioè, in definitiva, di emettere moneta con la certezza che questa venga spesa.

Quando il prime rate viene alzato il costo del denaro cresce, con la conseguenza di raffreddare l'economia. Quando scende... non è detto che l'economia riparta: forse sì, forse no. In questo secondo caso l'esito dipende dalle scelte degli investitori i quali possono anche decidere, in base alle loro valutazioni, che un tasso di interesse più basso non basta a indurli a correre rischi imprenditoriali. Pertanto la politica monetaria viene spesso descritta come una corda, tirando la quale (alzando il prime rate) si può "strozzare" la crescita economica, mentre spingendola non succede niente, a meno che gli investitori non si diano una mossa.

Diversamente dalla determinazione del prime rate, la spesa a deficit dello Stato non soffre della seconda limitazione (pur conservando la capacità di raffreddare l'economia, quando questa si surriscalda, riducendo il deficit) perché la moneta "emessa" dallo Stato viene spesa con certezza.

Ora immaginiamo di uscire dall'euro, dunque di riappropriarci della leva monetaria, e domandiamoci: possiamo avere anche un cambio della nuova lira stabile mantenendo la libertà di circolazione dei capitali? La risposta è no! Proviamo a capire perché, non è difficile. I casi sono due: o l'economia è in un ciclo espansivo, oppure è in una fase recessiva. Tertium non datur perché l'economia altro non è che la contabilizzazione delle attività umane nella sfera della vita economica, e la vita non è una linea piatta.

Se siamo in una fase espansiva, ciò vuol dire che c'è molta richiesta di lavoro per cui i salari tendono a crescere e, con essi, i prezzi, cioè l'inflazione. Se i prezzi aumentano troppo rapidamente le merci esportate diventano troppo costose, dunque si deve intervenire. Per non dire del fatto che, con i soldi in tasca, la gente compra di più aumentando le importazioni e la bilancia commerciale va in passivo. La conseguenza sarebbe una svalutazione della nuova lira, meno domandata all'estero perché esportiamo poco e molto offerta perché spendiamo troppo. E' chiaro che, a un certo punto, si deve fare qualcosa, perché l'inflazione ci mette poco a trasformarsi da benefico incentivo per gli investitori a non tenere i soldi a riposo, in un meccanismo infernale che si autoalimenta. In queste condizioni, se voi aveste un gruzzoletto in nuove lire, non sareste tentati dall'idea di cambiarli in nuovi marchi per preservarne il valore? Certo che sì, anche perché, in regime di libera circolazione dei capitali potete farlo legalmente.

Una soluzione è un intervento della BC che, alzando il prime rate, raffreddi l'economia. Le aziende chiudono, i lavoratori si disciplinano un po', si spende di meno per cui la bilancia commerciale si raddrizza e i capitali smettono di fuggire, anzi magari affluiscono dall'estero. Certo, il prezzo da pagare è la disoccupazione, ma dovete scegliere: volete il cambio stabile (cioè poca inflazione, non deprezzamento della nuova lira) o la libera circolazione dei capitali? Gesù o Barabba?

Lo stesso risultato, cioè "raffreddare" l'economia, può essere perseguito anche riducendo la spesa dello Stato, cioè diminuendo il deficit, ma ci sono alcuni problemi. Primo, i governi rispondono agli elettori, i quali non sono contenti di guadagnare di meno; secondo, non è facile tagliare il deficit perché la spesa statale ha una notevole inerzia. Sindacati a parte, la spesa statale, per essere davvero efficace, deve essere orientata verso investimenti infrastrutturali di lunga durata che non possono essere frenati per gestire una fase congiunturale, e inoltre presenta il non trascurabile effetto secondario di sottrarre interi grandi mercati all'iniziativa privata (istruzione, trasporti, energia, telecomunicazioni...). Non è un caso che "La Repubblica", il giornale di piddinia, da decenni scriva contro gli sprechi dello Stato...

Guardate che la situazione opposta non è simmetrica. Immaginate che si sia in una fase recessiva del ciclo. La BC può rispondere abbassando il prime rate, così da invogliare gli investitori a lanciarsi, ma ci sono due problemi: per quanto detto prima, non è detto che questi rispondano con il dovuto entusiasmo, e inoltre i capitali esteri, vedendo che i tassi di interesse scendono, se ne vanno via nel tempo di un click. In sintesi:

L’autonomia della politica monetaria e la stabilità dei tassi di cambio necessitano di limitazioni alla libertà di movimento dei capitali.

Questa, cioè un regime che limitava la libertà di circolazione dei capitali, era la situazione prima del nostro ingresso nello SME. L'Italia poteva condurre una sua autonoma politica monetaria e mantenere sufficientemente stabile il cambio (si era nell'era dei cambi fissi) proprio perché Barabba, scusate i capitali, erano vincolati. Se non ci credete leggetevi questo:

REPRIMERE LA RENDITA FINANZIARIA E INSTAURARE UN SISTEMA FINANZIARIO NAZIONALE (ARS)

Con l'ingresso nello SME si adottò una linea di politica economica che preservava il controllo della leva monetaria (determinazione del prime rate) essendo ancora in regime di parziale, seppur progressivamente allentato, vincolo alla libera circolazione dei capitali. Permaneva però la possibilità per lo Stato di fare deficit, cioè emettere moneta in surroga al sistema bancario privato. Il risultato, come sappiamo, fu una successione di svalutazioni del cambio, culminate in quella del 1992 quando dovemmo uscire dallo SME svalutando del 28% nel giro di pochi mesi. Altro effetto collaterale: l'esplosione del debito pubblico, che passò dal 59% del 1981 al 123% nel 1993. In sintesi:

La libertà di movimento dei capitali e l’autonomia della politica monetaria implicano la rinuncia alla stabilità dei tassi di cambio.

Siccome ci era andata bene (applausi di gente intorno a me, applausi tu sola non ci sei...) la "nuova" classe dirigente, dopo essersi sbarazzata dei politici della prima Repubblica, pensò bene di tentare la terza combinazione: vuoi vedere che, se rinunciamo all'autonomia della politica monetaria (cioè diamo alla BCE il compito di farlo per noi) e soprattutto togliamo allo Stato il potere di fare spesa a deficit, possiamo tenerci anche la libertà di movimento dei capitali e il cambio fisso che più fisso non si può, cioè l'euro?



Come potete vedere siamo stati addirittura più bravi della Germania. Peccato che l'euro abbia avuto due effetti opposti, seppur traslati in scala temporale:
  1. nella prima fase ha surriscaldato l'economia
  2. alla prima congiuntura, l'ha portata nella più grande recessione del secolo
Questo perché:

La libertà di movimento dei capitali e la stabilità dei tassi di cambio necessitano di restrizioni alla politica monetaria.

Il che implica che, se siete disoccupati, vi attaccate perché la politica espansiva della BCE non ha effetto (vi ricordo che la leva monetaria è una corda: non si può spingere), e lo Stato (che per altro non esiste, altro che Stati Uniti d'Europa!) non solo non può spendere a deficit (pareggio di bilancio in Costituzione), ma addirittura, con il fiscal compact, è chiamato nei prossimi due decenni a mantenere avanzi primari da record.

Brevi considerazioni finali


Io non sono un economista.

EcceZZZiunalmente per questo post, ma solo per questo post, sono ammessi i commenti degli anonimi (anche Yanez può farlo), con l'unico vincolo (rigorosamente interno) che chi offende (non me, ma gli altri commentatori) non sarà pubblicato.

Infine...

ce lo vogliamo mettere in testa che il problema è politico, solo politico, esclusivamente politico? Lo vogliamo capire che non ci sono ricette economiche miracolose per uscire dal disastro dell'euro e dell'Unione Europea, ma serve un radicale cambiamento degli equilibri politici, il che implica la necessità di riorganizzare dal basso, e partendo praticamente da zero, la rappresentanza politica delle classi sociali che hanno subito, senza ribellarsi, l'avvento dell'era della libera circolazione dei capitali?

L'unica combinazione che conviene, alle suddette classi sociali, è questa: autonomia della leva monetaria, stabilità del cambio, e dunque limitazioni alla libertà di circolazione dei capitali.

Insomma: il liberismo è contrario agli interessi dei lavoratori. La politica opposta al liberismo è il sovranismo (ovviamente non quello farlocco di Salvini).

Se sbalio mi corigerete. Tanto io non sono un economista...

Il conflitto è endogeno, la lotta di classe esiste e l'interclassismo è una boiata pazzesca.

venerdì 21 agosto 2015

I "bravi compagni" della sinistra cosiddetta radicale

Nella quiete della mia camera, dopo una giornata di fuoco passata a trattare con i fornitori presso i quali mi reco per l'acquisto di quanto necessario per portare a termine la ristrutturazione della mia casetta di campagna (sono tra i pochi che stanno investendo).

E' un pianto generale. Ed è anche un buon momento per acquistare perché la carenza di domanda fa sì che i prezzi, per l'acquirente oculato, siano buoni. Parlo con molti di loro, e il refrain è sempre lo stesso: le tasse che si mangiano l'utile, il fatto che la gente non abbia soldi per comprare e, a seguire, quella che per loro sarebbe la cura: tagliare la spesa pubblica e combattere la corruzione. Più la prima che la seconda, in verità, forse perché di impicci ne fanno anche loro, per sopravvivere, e lo sanno, ah se lo sanno! Il finale di queste discussioni è quasi una costante: la colpa è della sinistra (quale sinistra?) e dei sindacati. Perché dei sindacati? Incredibile ma vero: perché non hanno difeso i lavoratori! Uno di loro si è mostrato preoccupato dall'idea di una possibile patrimoniale e ho dovuto dirgli che questa c'è già, e si chiama IMU sui fabbricati strumentali. Gli ho anche spiegato che sì, quella è una patrimoniale, ma del genere "diluito", mentre ciò di cui si vocifera è la patrimoniale secca, un colpo e via. Un lampo di inquietudine nei suoi occhi.

Ecco, questa è la situazione, e noi sappiamo quali ne sono le cause vere e profonde, tali da costituire un formidabile insieme di argomenti da utilizzare per mettere sotto accusa, facilmente e senza alcuna pietà, l'ideologia liberista in salsa eurista. Eppure ciò non accade, ragion per cui le analisi, gli approfondimenti, le diagnosi elaborate da un piccolo numero di militanti che qui definirò "sovranisti" - pur cosciente dei limiti di questa come di ogni definizione - non riescono ad uscire dalla cerchia ristretta di coloro che, in questi anni, hanno dedicato non poche energie a questo scopo. Certo, non disponiamo di "potenti megafoni", ma non può essere questa la sola spiegazione, c'è dell'altro. Anche perché, se già oggi disponessimo di tali "potenti megafoni", la cosa sarebbe ben sospetta e, giustamente, ci si dovrebbe interrogare sul perché. Pur nella diversità dei contesti, credo che le delusioni provocate dalle esperienze del grillismo, di Syriza e, a breve, di Podemos, siano ben comprensibili alla luce di questo evidente dato di fatto: tutti questi movimenti hanno goduto, nel momento della loro rapida ascesa, dell'appoggio del sistema dei media, messosi al loro servizio nel descriverli come forze di opposizione antisistemica nei momenti più aspri della crisi.

Io credo solo nei movimenti dal basso, quelli veri, che si fanno strada a spintoni e, quando necessario, anche a pugni, selezionando la loro classe dirigente nel fuoco della lotta. Il problema, dunque, è perché, a dispetto della gravissima crisi, nonché dei segnali ormai evidenti dell'impossibilità di risolverla in tempi ragionevoli continuando nell'applicare le ricette dell'euroliberismo, i movimenti dal basso stentino ad acquistare forza. Questa è la domanda, ad essa cercherò di dare una risposta parziale concentrandomi su un aspetto del problema, che chiamerò "il tradimento dei bravi compagni della sinistra cosiddetta radicale".

I "bravi compagni della sinistra cosiddetta radicale" costituiscono un bacino non enorme, e tuttavia sufficientemente grande, la cui mobilitazione sarebbe utilissima per uscire dall'impasse. Ognuno di noi ne conosce molti. Sono quei soggetti che militano nei quadri medio bassi delle formazioni politiche di questa cosiddetta sinistra radicale: PRC e SEL passando per le varie minoranze critiche di altri partiti, dal PD ai socialisti fino alle componenti più a sinistra dei sindacati, non dimenticando ovviamente le sigle più combattive come i Cobas e le USB, che sono, senza ombra di dubbio, delle persone per bene. Nel senso, cioè, che non rubano, non traggono dalla loro militanza grandi vantaggi, non detengono posizioni di potere, sono dei bravi compagni. Se si parla con loro, si scopre che sono contro il liberismo, contro il capitalismo, contro lo sfruttamento, contro la crescita insensata e fine a sé stessa, contro le ingiustizie, per la difesa del lavoro, della dignità sociale, per la scuola pubblica, per la sanità pubblica, per le libertà civili, insomma sono veramente dei bravi compagni. Con i quali è piacevole discutere, bere insieme una birra, parlar male di Renzi ma anche di Berlusconi, che sono contro le guerre di aggressione capitaliste, che hanno letto molti libri e spesso ci sorprendono con la loro preparazione in uno o più campi specifici.

E sono anche per la difesa della Costituzione!

Ma allora, perché non capiscono? Perché non sono al nostro fianco? Forse perché noi sovranisti abbiamo torto? Forse perché la giusta linea è quella di continuare nel processo di integrazione europea, euro compreso, pur battendosi per cambiarne il verso? Non voglio discutere questa tesi cui, per correttezza, non intendo in questa sede negare valore - pur disconoscendone ogni fondamento - perché io so, con certezza assoluta io so, che molti di essi in cuor loro sono su posizioni sovraniste, ma le disconoscono nel dibattito pubblico! In definitiva, non mi occuperò dei cosiddetti "sinistrati", quelli cioè che sono veramente convinti che "un'altra Europa è possibile", ma di quelli che sanno benissimo che ciò non è, e tuttavia non prendono posizione. E cercherò di spiegare perché, a mio modesto avviso, questi bravi compagni, che in privato sono sovranisti, nel dibattito pubblico non schiodano e, anche se lo facessero, sarebbero del tutto inutili.

Il fatto è che i nostri cari "bravi compagni", che non rubano, sono anticapitalisti, antimperialisti eccetera eccetera, sono anche, ahimè, ben inquadrati in un sistema protettivo di nicchia, una specie di riserva indiana graziosamente messa a disposizione dal sistema, nella quale è consentito sopravvivere accontentandosi di poche briciole e senza la necessità, per conservare quei piccoli o piccolissimi privilegi, di rischiare alcunché né sporcarsi le mani. E di ciò essi sono grati, in modo più o meno cosciente, ai capi bastone delle diverse sigle e siglette di riferimento. Essi sono, cioè, liberi di esplicitare le loro convinzioni ideologiche di base, dall'anticapitalismo all'antiimperialismo eccetera eccetera, ma sanno bene, o meglio percepiscono, che ogni deviazione dalla linea ufficiale dettata dai capi bastone, a loro volta cinghia di trasmissione di decisioni prese ancora più in alto nell'ambito della riserva indiana graziosamente concessa, avrebbe la grave conseguenza di privarli del loro ruolo e dei piccoli o piccolissimi privilegi connessi. Per mantenere i quali, in fondo, basta continuare ad essere anticapitalisti, antimperialisti eccetera eccetera.

In definitiva, sono dei bravi compagni vigliacchi.

Il danno che la loro vigliaccheria provoca alla causa della sinistra è straordinariamente grande perché nelle realtà locali, che esistono anche nelle grandi metropoli - poiché i sistemi relazionali di prossimità non cessano di esistere e si riproducono, sia pure in forme diverse, in ogni dove - essi sono l'esempio vivente e concreto di ciò che effettivamente è la sinistra cosiddetta radicale. E queste cose il popolo le vede, le sente, la annusa. Il risultato è che in basso nella scala sociale, laddove si lavora e si cerca di sopravvivere al disastro, insomma nei luoghi in cui noi viviamo, la parola "sinistra" fa ormai rima con vigliaccheria e opportunismo. Con l'aggravante, di non secondaria importanza perché il popolo che si fa il mazzo non ha mai perso la capacità di apprezzare almeno il coraggio e l'audacia, della pidocchieria esistenziale. Come sorprendersi allora se questo popolo preferisce, a queste amebe di terza classe, perfino un Silvio Berlusconi?

Esiste, ed eventualmente qual è, la loro possibile utilità? A mio avviso nessuna. Questo non è il tempo della vigliaccheria, dell'opportunismo, della prudenza, questo è il tempo della lotta, è nulla di buono può venire da gente che, pur consapevole dello stato delle cose, resta in attesa di un segnale di via libera dai propri capi bastone per schierarsi pubblicamente e concretamente, pagandone le inevitabili conseguenze in termini di pur miserrimi privilegi, in difesa della Costituzione italiana. Cioè per essere parte di rilievo nel movimento sovranista che, inevitabilmente, crescerà e si imporrà come sola vera forza di opposizione all'eurismo. Con il tempo alcuni di loro faranno il passo, potremo accoglierli, ma non dovremo mai dimenticare la loro indecisione, la loro prudenza, e non consentire che possano scalare posizioni nel movimento sovranista. Cosa, per altro, improbabile stante il fatto che, già oggi, essi militano nei ranghi più bassi degli ascari dell'eurismo.

La lotta per la riconquista della sovranità e dell'indipendenza del popolo italiano sarà dura, c'è bisogno di spiriti forti e di eroi. Perfino i pezzi grossi dell'eurismo, il giorno che opportunisticamente cambieranno bandiera, saranno più utili di queste amebe di terza classe che non trovano nemmeno la forza, davanti al massacro sociale in atto, di esprimere le loro vere idee, per non rinunciare non dico a benefici materiali - almeno questo - ma semplicemente all'illusione di sentirsi protetti. La campana sta già suonando, per noi tutti ma anche per loro, solo che fanno finta di non sentirla. Per viltà.

lunedì 17 agosto 2015

#Matteostaisereno!

 Riprendo il discorso aperto con il post "Matteo Renzi - Hic Rhodus hic salta". L'occasione mi è data dall'articolo di Giulio Sapelli pubblicato sul Messaggero di oggi 17 agosto 2015 dal titolo "L’Italia chieda più flessibilità, ora Berlino deve cedere". L'articolo non è ancora disponibile gratuitamente, per cui l'ho fotografato e lo riporto qui. Se mi verrà chiesto di rimuovere le foto lo farò, ma non credo che ciò avverrà, stante la natura rigorosamente no-profit del blog.

Ebbi modo di ascoltare Giulio Sapelli in occasione del seminario "CAPITALISMO FINANZIARIO E DEMOCRAZIA del 04/06/2013", ricavandone l'impressione di un uomo profondamente convinto della necessità di continuare sulla via dell'integrazione europea, pur modificandone radicalmente l'architettura economica. Non ero e non sono d'accordo con questa impostazione, che considero velleitaria e non percorribile, e l'intervento odierno conferma il mio scetticismo.

In esso Sapelli invoca un cambio di passo da parte degli Stati nazionali, in primo luogo l'Italia e a seguire la Francia, tale da imporre alle tecnostrutture europeee un profondo cambiamento nelle politiche economiche che "tendano all'autonomia relativa degli Stati" ponendo in secondo piano gli "strumenti automatici di controllo che sempre più concentrano meccanismi servili e vincoli, piuttosto che opportunità di possibili politiche economiche espansive".

 L'appello di Sapelli è analogo a quello di Romano Prodi già segnalato nel post "Matteo Renzi - Hic Rhodus hic salta". Entrambi i contributi possono essere inquadrati all'interno di una strategia di comunicazione tesa a descrivere il fallimento del processo di unificazione europea addossandone la responsabilità alla Germania, con l'evidente fine di smussare le responsabilità della classe politica italiana e del suo establishment politico-economico, del quale sia Sapelli che Prodi fanno parte. E non solo loro! Non sarebbe educato, infatti, trascurare il valido contributo al disastro di personaggi come Paolo Savona e Corrado Passera, per non dire dei vari Napolitano, Monti, Berlusconi, Tremonti e via messa cantando. Non ultimo, infine, il nostro attuale Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al quale Sapelli chiede oggi di fare ciò che sempre si sarebbe dovuto fare, fin da quando la Germania di Schroeder lanciò l'agenda 2010, cui fecero seguito le riforme Hartz - vedi  Mi' cuggino all'abbiemmevvu (prima e seconda parte).
Oggi dunque Matteo Renzi incontrerà la Merkel all'Expo di Milano. Secondo il buon Sapelli i due capi di Stato avrebbero così la possibilità di "parlarsi", come se, nell'era di Internet, fosse necessario incontrarsi di persona come erano costretti a fare i loro analoghi del XIX secolo! Già questo dettaglio è sufficiente per qualificare la sortita di Giulio Sapelli: propaganda ad uso e consumo delle masse semi-acculturate che, sotto il condizionamento dei media, formano l'opinione pubblica cosiddetta "informata" dei fatti. Completano il quadro le citazioni del poeta Heinrich Heine e del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer (il teologo che sfidò Hitler), a rimarcare il concetto che la colpa è dei tedeschi cattivi, la cui icona è naturalmente Wolfgang Schäuble, che del cattivo ha anche l'aspetto truce nonché il fatto che è immobilizzato su una carrozzella, e dunque chissà quanto è sadico!
 La verità è un'altra: la vittoria ha molti padri mentre la sconfitta è orfana! Agli €uristi nostrani serve un capro espiatorio che, per il momento, non può ancora essere Angela Merkel, dalla quale ci si attende non si sa bene quale miracolo. Perché la Merkel dovrebbe, improvvisamente, imprimere una svolta a 180° alla politica del suo paese per salvare le terga della classe politica e dell'establishment politico-economico italiano? E se del caso, in cambio di cosa lo farebbe? Cosa può offrire l'Italia, per contraccambio ad una timida apertura in senso espansivo della politica economica europea, se non una definitiva cessione di sovranità?  Eppure è proprio questo il senso del pigolare dei vari Prodi e Sapelli: concedeteci qualche briciola, incolpiamo di tutto il capro espiatorio, e salvateci! Cioè salvate noi, i responsabili italiani del disastro.
Questo è il mandato di cui è oggi investito Matteo Renzi, il quale però è stato scelto e promosso al ruolo di salvatore d'Italia sulla base di una diversa illusione, quella secondo cui, facendo le riforme, il nostro paese avrebbe rapidamente riguadagnato i margini di competitività necessari per confrontarsi alla pari con la Germania. I risultati economici, però, sono sotto gli occhi di tutti, e qualche nervosismo comincia a manifestarsi. A mio parere, per Renzi è suonata la campana dell'ultimo giro.

All'inevitabile fallimento cui andrà incontro nell'impossibile compito di "cambiare la Germania" farà seguito, alla ripresa autunnale, l'attacco coordinato per sostituirlo con un negoziatore più affidabile e di migliori capacità. Circola il nome di Enrico Letta. #Matteostaisereno!

venerdì 14 agosto 2015

Le dure repliche della storia [dal blog di Badiale&Tringali]

Marco Bersani
Dal blog di Marino Badiale e Fabrizio Tringali un articolo sul dibattito interno al mondo antisistemico sull'euro e l'Unione Europea. Qualcosa si muove, sostengono B&T, seppur lentamente. Personalmente sono amareggiato per la posizione di Marco Bersani (Attac-Italia) che ebbi modo di conoscere in occasione della campagna contro il nucleare (5 novembre 2009), prima che l'incidente di Fukushima mettesse la parola fine (almeno si spera) a quella follia. Trasmettemmo il suo ottimo intervento (parola di ingegnere nucleare) in diretta web e lo ripubblicammo il 6 aprile 2011, dopo l'incidente di Fukushima. Temo che il filosofo Marco Bersani sia molto più preparato in campo nucleare che in economia politica. Ma i fatti hanno la testa dura, e noi sovranisti lo aspettiamo tra le nostre fila.


Come era prevedibile aspettarsi, l'esito infausto della vicenda greca sta cambiando qualcosa, nelle riflessioni interne al variegato mondo “antisistemico”, che è costretto a confrontarsi con quelle che, in altro contesto, Bobbio chiamò “le dure repliche della storia”.
Finalmente una parte di quel mondo sta accettando una delle nostre tesi di fondo: cioè il fatto che mettere sul tavolo l'uscita dall'euro, almeno come “piano B”, è una condizione necessaria (anche se, come abbiamo ripetuto molte volte, non sufficiente) per qualsiasi programma politico di contrasto ai ceti dominanti nazionali e internazionali.
Ci sembra importante segnalare le sempre maggiori aperture che si stanno registrando in questo mondo, perché anche di qui passa la necessaria costruzione di un soggetto politico realmente antagonistico all'attuale organizzazione sociale.
Senza nessuna pretesa di esaustività, indichiamo alcune prese di posizione succedutesi dopo la sconfitta di Syriza (qualcuna l'avevamo già segnalata in post precedenti). [Continua sul blog di B&T]

mercoledì 12 agosto 2015

Proviamo con un ciclo for...


Vorrei sapere quanto ancora più grossa devo scriverla. Sto parlando dell'intestazione:

Questo non è un blog per anonimi

Proviamo con un ciclo for...

For (i=0; i<rotturaDiKazzo.length; i++)
{cervello.writeline("Questo non è un blog per anonimi");}

Ovviamente il frammento di codice dà errore se l'oggetto "cervello" non è stato precedentemente istanziato. La trappola d'errore la lascio a voi per esercizio. Cheese.

martedì 11 agosto 2015

E' imminente la pubblicazione del libro "Costituzione italiana contro Trattati europei" di Vladimiro Giacchè

Segnalo alla vostra attenzione un paio di brani, tratti da questa anteprima.

«Otmar Issing, già capo economista della BCE e membro del suo consiglio di amministrazione: “sebbene la via prescelta per ottenere la denazionalizzazione della moneta sia stata molto differente rispetto a quanto reclamato da Hayek, l’obiettivo finale da egli ricercato, cioè la indipendenza monetaria dall’interferenza politica e la stabilità dei prezzi, sono state, a tutti gli effetti, ottenute.”»

«Per quanto riguarda l’Italia, il ruolo della Banca d’Italia di compratore per eccellenza dei titoli pubblici era cessato molto tempo prima: a seguito del cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, avvenuto nel 1981 ad opera del ministro del Tesoro Andreatta e del governatore della Banca d’Italia Ciampi. La Banca Centrale divenne un acquirente tra gli altri, e in questo modo non esercitò più una funzione calmieratrice sui tassi d’interesse pagati dallo Stato ai suoi creditori.
Questa operazione fu definita dallo stesso Andreatta come “un’inevitabile conseguenza” dell’adesione al Sistema monetario europeo, il progenitore dell’euro. Ed ebbe uno spiacevole (ma prevedibile) effetto collaterale, ammesso dallo stesso Andreatta: quello di gonfiare enormemente il debito pubblico: “naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi d’interesse positivi in termini reali” – ossia maggiori anche dell’inflazione del tempo, che era a due cifre – “si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale”
Escalation è il termine giusto: il rapporto debito/prodotto interno lordo, complici i tassi internazionali elevati degli anni Ottanta, passò in soli 10 anni dal 58 per cento ante-divorzio a oltre il 120 per cento.»

Il quadro è chiaro, ma il problema è spiegarlo ai sub-cittadini. Per questo servono migliaia e migliaia di sub-divulgatori. #eccesemocapiti!