mercoledì 12 aprile 2017

Il sovranismo è statalista e antiliberista

Francesco Maimone ha pubblicato un commento a un post di Orizzonte48 nel quale riporta questo testo di Luigi Einaudi:

«Quando l’uomo socialista (o laburista o, nelle sue sottospecie deteriori, giustizionalista e simigliante varietà in ista) pensa ai monopolisti, il pensiero è ristretto ai monopoli detti capitalistici. Non si ha, invero, notizia di disegni di legge o di proposte o di campagne promosse dai socialisti contro i monopoli operai; non cadendo in mente ad essi che le leghe, o sindacati di lavoratori possano dar luogo a monopoli degni di essere controllati od osservati, al par dei monopoli detti capitalistici, per il danno che possono recare alla collettività.

Eppure non v’ha ragione di escludere che leghe, sindacati od associazioni di lavoratori possano formare monopoli… Gli istituti della assicurazione contro la disoccupazione e della piena occupazione, quando superino il punto critico, sono invero arma potentissima per creare e saldare monopoli operai; ed in primo luogo l’assicurazione contro la disoccupazione. Se l’ammontare del sussidio contro la disoccupazione è tale che il lavoratore preferisca l’ozio al lavoro od il lavoro nascosto, o per frode non denunciato e non smascherato, al lavoro ufficialmente noto, quale probabilità vi è che il salario degli occupati sia quello di mercato, che si verificherebbe se non esistesse il sussidio artificioso dato a coloro che prediligono vivere senza faticare?

Quale limite vi è all’aumento delle remunerazioni, se esiste un meccanismo grazie al quale le leghe operaie possono affrontare i rischi dello sciopero senza svuotare normalmente le loro casse di resistenza, perché l’onere di mantenere gli scioperanti è posto a carico delle casse di disoccupazione?...

Se poi, in virtù della politica della piena occupazione la percentuale dei disoccupati scende all’1 per cento, ossia al disotto di quel 3 o 4 per cento della popolazione lavoratrice per l’esperienza dimostra necessaria per assicurare la mobilità del lavoro, ossia il trasferimento dei lavoratori dalle industrie decadenti a quelle progressive, qual limite vi è alle richieste delle leghe monopoliste? Se la legislazione sui minimi di salario fissa minimi siffatti da cancellare l’interesse dei lavoratori, contenti della sorte garantita dal minimo, a mutare stato, a cercare nuove e migliori occupazioni; non si provoca la cristallizzazione sociale e non si distruggono gli incitamenti a salire ed a migliorare?

Ma, nel mondo degli uomini socialisti, esistono idoli che si chiamano unità della classe lavoratrice, conquiste di orario unico, conquista di diritti all’organico, vincoli alle migrazioni interne, diritto al posto, diritto alla occupazione, divieti di licenziamento, che in linguaggio volgare, equivalgono a monopolio di coloro che sono forniti di occupazione ed obbligo dello stato di sussidiare e dar mezzo di vita a coloro che dalle leggi e dall’opera delle leghe sono privati di occupazione. Tutto ciò vuol dire aumenti inutili di costo, diminuzione della produzione, riduzione della capacità di esportare, difficoltà di importare; creazione di miseria. Ma l’uomo socialista adora gli idoli popolari e l’uomo liberale è peritante nel denunciare monopoli supposti vantaggiosi ai lavoratori.
In verità la lotta contro i monopoli dei lavoratori è ardua forse più di quella contro i monopoli degli imprenditori; ma la difficoltà di affrontare il problema non toglie il dovere di affermare la esistenza…” [L. EINAUDI, Intervento statale nell’economia e lotta ai monopoli secondo “l’uomo liberale” e secondo “l’uomo socialista”, in La Tribuna, 5 maggio 1957, 10-19].»

Consiglio di leggerlo con estrema attenzione, soprattutto sforzandosi di inquadrare la visione sottesa. Che è questa: i lavoratori sono cittadini politicamente subordinati. Essi possono sì partecipare alla vita democratica, ma solo restando confinati all'interno di un recinto di compatibilità economiche tali da non compromettere la valorizzazione del capitale in un regime di concorrenza internazionale. La qual cosa implica che l'obiettivo primario debba essere la stabilità dei prezzi, o addirittura la deflazione salariale quando il sistema paese, delimitato dalla contabilità nazionale, è perdente in termini concorrenziali. In sintesi: quando le cose vanno bene - ovvero il sistema paese è vincente - i prezzi e i salari devono restare stabili, e diminuire quando si è perdenti.

Ora, se i lavoratori sono cittadini subordinati, ciò implica che esistono cittadini sovraordinati: tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri! La logica del dominio di classi sociali su altre è sempre all'opera, che si tratti della degenerazione di una rivoluzione socialista o del modello liberista al culmine del suo potere. Attenzione! Non sto parlando del fatto che vi sono sempre, quale che sia l'architettura istituzionale vigente, individui con maggiori responsabilità e ruoli più importanti che costituiscono una élite con redditi più alti - un fenomeno che ha afflitto tutti i tentativi di costruzione del socialismo - ma del fatto puro e semplice che quando la proprietà collettiva è distribuita in modo diseguale, e nella misura in cui questa disuguaglianza cresce, allora la società è divisa in classi destinate ad essere in lotta. Orbene, la lotta di classe conduce, prima o poi, al predominio di alcune su altre, al limite una sola su tutte le altre, e questo è pacifico. Meno pacifico, e affatto compreso dai più, a mio modesto avviso, è che gli avverbi temporali "prima o poi" non devono essere sottovalutati, perché l'intervallo entro il quale il "prima o poi" non si è ancora avverato è esattamente lo spazio di vita nel quale una civiltà riesce ad esprimersi.

Occorre dunque che il conflitto di classe venga riconosciuto, non già sterilizzato attraverso una dittatura che, dietro una facciata interclassista, finirebbe con il comprimere le libertà politiche e la vitalità sociale, e regolato. Questo miracolo è stato compiuto dalla nostra Costituzione, ed esso è alla base del successivo miracolo economico italiano. L'obiettivo fondamentale è già chiaro dal primo articolo: "l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", ed è confermato in tutto l'impianto, ad esempio dall'articolo 47 che recita "La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese."

L'articolo 47 della Costituzione sottolinea ed enfatizza il legame profondo che esiste tra democrazia e proprietà privata diffusa, nella forma di risparmio, proprietà dell'abitazione, della terra coltivata e della partecipazione azionaria all'industria, da perseguire attraverso la disciplina, il coordinamento e il controllo dell'attività creditizia.

L'articolo 47 sostanzia l'affermazione di carattere generale contenuta nell'articolo 3 comma 2 ("E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese") perché la qualifica nel senso del dovere della repubblica di promuovere la proprietà diffusa, e non in quello, caritatevole, del dovere di correre in soccorso di quanti sono in condizioni di bisogno per ragioni economiche. L'idea di proprietà diffusa, non già della collettivizzazione, è l'asse portante della Costituzione del 1948. Una proprietà diffusa che, per realizzarsi, necessita del controllo dell'attività creditizia, dell'intervento diretto dello Stato nell'economia, e, in particolare, di un'azione costante di promozione e ampliamento del welfare, poiché questo è un meccanismo fondamentale attraverso il quale è arginata la tendenza alla concentrazione della proprietà: quando frazioni rilevanti del reddito nazionale sono utilizzate per garantire prestazioni pensionistiche, sanità, assicurazione contro gli infortuni, scuola pubblica, trasporti, energia, telecomunicazioni, gestione del territorio, sicurezza dei cittadini, difesa, tutela della maternità, sicurezza sociale, anche una tendenza all'accentramento della frazione residua del reddito nazionale risulta più facilmente controllabile politicamente. In altre parole, il welfare diffuso costituisce una forma di proprietà, sebbene diffusa, grazie alla quale nessun cittadino è realmente un nullatenente.

Al contrario, un regime economico fondato sull'esaltazione della proprietà privata, oltre ad essere manifestamente contrario alla lettera e allo spirito della Costituzione del 1948, produce masse crescenti di nullatenenti, cittadini al limite della sopravvivenza perché privi delle più elementari tutele. La conseguenza di ciò è, in primo luogo, la fine dell'uguaglianza sostanziale dei cittadini, e dunque la morte della democrazia. Ed è a questa massa di cittadini non proprietari che si applicano le sprezzanti riflessioni di Luigi Einaudi quando afferma "quale probabilità vi è che il salario degli occupati sia quello di mercato, che si verificherebbe se non esistesse il sussidio artificioso dato a coloro che prediligono vivere senza faticare?"; laddove per "sussidio artificioso" egli intende l'insieme dei diritti conquistati dai cittadini lavoratori grazie alla loro capacità di organizzarsi politicamente. Da qui a pensare di sostituire il suddetto "sussidio artificioso" con un'elemosina benevolmente calata dall'alto, quel tanto che basti per tenerli in vita (hai visto mai che potrebbero servire?) il passo è breve, anzi immediato: e fu il reddito della gleba. Ma anche "reddito di inclusione", per la pudicizia piddina. E naturalmente "reddito di cittadinanza" per gli àscari grillini del liberismo.

I sovranisti, che sono antiliberisti, si distinguono dai socialisti, e ancor più dai comunisti, perché pongono l'accento sulla necessità di promuovere la proprietà diffusa facendo leva sull'interventismo statale. Il cuore dell'idea sovranista consiste nell'affermare che la proprietà diffusa è un bene, e che nessun privato, o gruppo di privati, debba diventare così ricco e influente da condizionare e distorcere l'azione dello Stato per la promozione e difesa di una sua ripartizione che sia la più uniforme possibile.

Coloro che confondono l'idea di proprietà diffusa con i modelli collettivistici fanno opera di disinformazione. Coloro che derubricano il sovranismo alla sola sfera monetaria fanno opera di disinformazione. Sia che si tratti dei sostenitori dei modelli collettivistici, i quali magari sperano di poter sussumere, in un secondo tempo, la spinta sovranista, sia che si tratti di liberisti desiderosi di stemperare gli effetti più nefasti della concorrenza, in ogni caso deve essere chiaro che il sovranismo non è riducibile né agli uni né agli altri. Il sovranismo è costituzionale.
 

martedì 4 aprile 2017

In viaggio con Scardovelli

Densità. La parola giusta è "densità". Un'intervista di quasi un'ora e mezza da seguire con attenzione e concentrazione. Non per tutti, perché oggi, in troppi, non dispongono dei concetti fondamentali per capire, ma per molti. L'augurio è che i molti, col tempo, diventino la maggioranza. Di una cosa sono certo: morirò prima che l'aberrazione del neoliberismo sarà sconfitta, ma alla fine il neoliberismo sarà sconfitto. Quando l'umanità avrà vinto, il neoliberismo sarà ricordato come una cosa peggiore del nazismo.

mercoledì 29 marzo 2017

domenica 19 marzo 2017

Quanti sono i sette re di Roma?

Gira questo filmato sulla politica economica del nazionalisocialismo. Va chiarito che i sovranisti non hanno nulla a che vedere con qualsiasi tentativo di ridurre tutto alle sole scelte di politica economica: ci sono più cose tra cielo e terra che in qualsiasi sistemino di equazioncine.

Siccome è bene non dimenticare quanti sono i sette re di Roma, conviene ricordare la semplice cronologia dei fatti.

giovedì 16 marzo 2017

Pensierini notturni: il teorema del dentifricio

L'aver svuotato di sovranità effettiva gli Stati nazionali per trasferirla al livello dell'Unione Europea ha avuto l'effetto di sterilizzare la dialettica destra-sinistra. Questa si è ormai trasformata in un confronto tra europeisti e anti-europeisti: un dato di fatto che avrà l'effetto, finché resterà in primo piano, di trasfigurare il conflitto di classe, occultandolo. Ne abbiamo conferma ogni giorno. Il dibattito politico verte in gran parte sui problemi dell'immigrazione, intesa come fenomeno di ordine pubblico e di stravolgimento dell'identità culturale dell'occidente, quest'ultima fatta percepire dalla vulgata dei media nei termini di commistione di costumi di vita. Nel frattempo, e paradossalmente, assistiamo ad un furibondo attacco laicista alle fondamenta antropologiche di questa stessa identità.

Il piddino Emiliano, intervistato alla Gabbia, ha la faccia tosta di affermare che senza gli immigrati l'agricoltura del sud non sopravviverebbe alla concorrenza, glissando sul fatto che la disoccupazione giovanile in quelle regioni è al 60%! Il bello (si fa per dire) è che ha ragione! La moneta unica, il principio della libera circolazione dei fattori produttivi (su cui è costruita l'UE), tutto l'impianto dei trattati edificato sull'ossessione della stabilità dei prezzi da perseguire ad ogni costo, nonché il divieto di intervento degli ex Stati nazionali nell'economia - un principio quest'ultimo che si applica ai concorrenti (l'Italia) ma si "interpreta" per sé stessi (la Germania) - tutto ciò e altro ancora concorre a dare ragione al piddino Emiliano. In altre parole: c'è il pilota automatico! Che poi di "automatico" ha solo la provinciale e miope volontà imperiale della nazione che ha fatto più danni negli ultimi cento anni: la Germania. Sì, proprio il paese dove un imbianchino trovò l'appoggio della grande industria, e quello dei circoli massoni antidemocratici di oltre oceano prima che da quel versante si mobilitasse una reazione che, tuttavia, riuscì a vincere la sfida solo grazie al contributo decisivo dell'Unione Sovietica.

La conseguenza di tutto ciò è che, invece che tra destra e sinistra, la dialettica politica ha, in questa temperie storico-politica, una nuova polarizzazione: pilota automatico sì o no. Le alleanze politiche tradizionali ne risultano sconvolte. In altre parole la genesi del progetto europeo, nella versione nata a partire dal trattato di Maastricht (sebbene preceduta da una lunga serie di altri trattati, uno su tutti l'Atto Unico Europeo del 1986) ha avuto l'effetto, previsto e voluto, di frantumare la tradizionale polarizzazione destra-sinistra, mentre la sua crisi ne ha fatto nascere una nuova che è destinata a rimanere in vita finché l'esito dello scontro fra gli Stati nazione e il tentativo di imporre un Nuovo Ordine Mondiale resterà irrisolto.

Lo scontro ha dimensioni planetarie, fino a coinvolgere il cuore dell'Impero, gli Stati Uniti d'America. Giova ricordare che questi ultimi, contrariamente a quanto circola sul web, non sono mai stati compattamente a favore dell'unione politica dell'Europa, ma hanno in realtà assecondato una precisa volontà di rinascita dell'influenza politica del vecchio continente che si manifestò a partire dal vertice di Rambouillet nel 1975, alimentata dalle nostalgie di grande potenza della Francia che sognava di imbrigliare la potenza economica tedesca ponendola al servizio delle sue mire.

E' l'asse franco-tedesco che ha voluto, fortissimamente voluto, l'Unione Europea, non gli Usa. Per i quali il progetto ha avuto, al più, un valore strumentale da usare finché c'era convenienza, e da abbandonare, se non combattere, quando questa fosse terminata.

Da "la resilienza dell'euro": "Il vertice di Rambouillet del 1975 (Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone) poneva momentaneamente in secondo piano il processo di integrazione europea, sia economica che politica, promuovendo una strategia trilaterale mirante a coordinare le politiche delle aree industrializzate (USA, Europa e Giappone). La partecipazione dell’Italia (che inizialmente era stata esclusa) rappresentata da Aldo Moro, fu infine accolta perché il nostro Paese aveva, in quel momento, la Presidenza di turno della Comunità Europea, e anche per volontà degli Stati Uniti, ben al corrente del sostanziale disinteresse della DC dell’epoca, e in particolare proprio di Moro, per un’accelerazione del processo di integrazione europea. Ciò nonostante, per volontà della Francia e della Germania, il progetto non venne abbandonato.  Le ragioni furono di natura sia politica che economica. L’interesse politico era soprattutto dalla Francia, un paese che non si rassegnava al ruolo subalterno assunto dopo la fine della guerra mondiale, mentre la Germania coltivava un interesse soprattutto economico."

Accade così che, essendo la sinistra ad avere il monopolio della dialettica destra-sinistra, ovvero del conflitto tra Capitale e Lavoro, oggi questa famiglia politica - almeno la sua articolazione nobile impegnata nell'analisi concettuale del divenire - è profondamente divisa. Una parte ha scelto di vivere la contraddizione del presente gettandosi anima e corpo nella battaglia tra Stati nazionali e Nuovo Ordine Mondiale, ovviamente dalla parte degli Stati nazionali, mentre un'altra, ancora maggioritaria, ha sposato la tesi secondo cui "il dentifricio ormai è uscito dal tubetto", e dunque che la dialettica Capitale-Lavoro debba inevitabilmente essere agìta nella cornice del nuovo scenario mondialista.


Lo scontro ideologico interno alla sinistra è tutt'ora in corso senza vinti né vincitori. Finché durerà, questa parte politica, che detiene la golden share della dialettica Capitale-Lavoro, resterà fuori gioco. Pertanto è la destra politica, oggi, a condurre la battaglia contro il pilota automatico, con tutto l'inevitabile ciarpame che è necessario sopportare da parte di chi ne condivide l'obiettivo politico congiunturale ma si trova a disagio con tutto il resto. Tutto ciò provoca un silenzioso quanto consistente fenomeno di migrazione politica di molti che, rifiutando il teorema del dentifricio, ritengono (da sinistra) che l'obiettivo prioritario sia quello di distruggere l'Unione Europea, e solo in un secondo tempo tornare al conflitto tradizionale tra destra e sinistra, imperniato sulla dialettica Capitale-Lavoro.

La mia previsione è che la battaglia a sinistra sarà vinta, purtroppo, dai sostenitori del teorema del dentifricio, e quella contro il pilota automatico dalle destre. Come al solito...

sempre in culo agli operai!

mercoledì 15 marzo 2017

Convergenza, democrazia, sovranità - Vladimiro Giacchè


Quelle he seguono sono mie personali considerazioni, sebbene ispirate dall'intervento di Vladimiro Giacchè


Affinché un'unione monetaria, costruita politicamente secondo i principi del federalismo europeo, possa durare nel tempo senza compromettere la libertà e la democrazia negli Stati aderenti (prima i più deboli, a seguire tutti gli altri), è necessario che vi sia convergenza dei tassi di interesse, quindi dell'inflazione, tra gli Stati aderenti. Questa convergenza può essere di due tipi:
  1. I differenziali sono costantemente nulli o di entità irrilevante
  2. I differenziali cambiano di segno nel corso del tempo
La prima possibilità non si è verificata perché, a meno che non vi sia una politica concertata di tipo monetario e fiscale, nonché investimenti pubblici - e dunque uno Stato centrale forte dotato di capacità di spesa - essa non può che manifestarsi casualmente per una favorevole quanto occasionale e transitoria congiuntura.

Resta la seconda possibilità: ad un periodo nel corso del quale in un gruppo di paesi si instaura una fase di crescita - e negli altri una fase restrittiva, deve seguirne una nella quale la polarità si inverte. Nell'eurozona è accaduto che durante la prima fase, dal 1999 al 2007, c'è stata espansione nella periferia e contrazione al centro. A quel punto - a maggior ragione per la concomitante crisi dei subprime in America, si sarebbe dovuta instaurare una polarità inversa: i paesi della periferia avrebbero dovuto attuare una politica restrittiva e, soprattutto, i paesi del centro entrare in una fase espansiva. Insomma toccava alla Germania!

Ma la Germania, che per farlo avrebbe dovuto favorire una sostenuta crescita salariale, con essa i consumi e quindi le importazioni, accettando una perdita di competitività di prezzo dei suoi prodotti, ha invece continuato imperterrita sulla strada di una politica restrittiva. In tal modo ha spostato tutto l'onere dell'aggiustamento sulle spalle dei paesi che, precedentemente, avevano condotto una politica espansiva, ovviamente indebitandosi. Non avendolo fatto, poiché in Germania i salari sono restati sostanzialmente fermi, nei paesi indebitati essi sono crollati, la disoccupazione è cresciuta e il Pil si è contratto.

Tutto questo ci consegna un problema che è eminentemente politico. La domanda è se quanto accaduto sia l'esito della pianificazione politica di un gruppo di paesi - ovvero delle élites di tutti, oppure di un grave e sconcertante errore di progettazione economico sociale della zona euro. Si può essere cioè "complottisti" - c'è stato un piano di un gruppo di paesi: la Germania e i suoi satelliti, "super complottisti" - c'è stato un piano delle élites di tutti i paesi, oppure "economisti" - c'è stato un errore di progettazione.

Non sono vietate interpretazioni che siano una combinazione lineare delle predette. Credo ci sia un po' di verità nel pensare ad un coordinamento delle élites di tutti i paesi, dell'altra nel constatare gli errori di progettazione, e altra infine nel sospettare che fin dall'inizio la Germania abbia finto di accettare regole del gioco che ha subito trasgredito. Quest'ultimo, a mio avviso, è oggi l'aspetto cruciale della situazione dal punto di vista politico. Non i tecnici (gli economisti), non la Koinè del capitalismo europeo, ma solo la Germania ha la forza per affrontare, almeno nel breve periodo, la crisi dell'eurozona. Pur considerando valide tutte le altre ragioni di crisi, con il peso diverso che ognuno è libero di dare ad ognuna di esse, in questo momento le scelte di politica economica della Germania sono l'aut-aut del destino dell'euro. Senza l'avvio di una vigorosa politica espansiva in quel paese la situazione rischia di precipitare. E oggi si vota in Olanda.

domenica 12 marzo 2017

Il "post dedicato"

Questo post è una risposta alla sollecitazione dell'amico Ippolito Grimaldi ("queste considerazioni di Fiorenzo e PaMar meriterebbero un post dedicato").

Vyšinskij:

Eleonora Forenza

«Il diritto è un insieme di regole della condotta umana stabilite dal potere statuale in quanto potere della classe che domina la società, nonché delle consuetudini e delle regole di convivenza sanzionate dal potere statuale e attuate coercitivamente con l'ausilio dell'apparato statuale al fine di tutelare, consolidare e sviluppare i rapporti e l'ordinamento vantaggiosi e favorevoli alla classe dominante.»

Orizzonte48:
«Le Istituzioni riflettono la società o esse "conformano" la società e ne inducono la struttura? In democrazia, la risposta dovrebbe essere la prima. Ma c’è sempre l'ombra della seconda...il "potere" tende a perpetuarsi, forzando le regole che, nello Stato "democratico di diritto" ne disciplinano la legittimazione.»

Eleonora Forenza:
«Per riaprire lo spazio di una sinistra politica occorre riaprire lo spazio del conflitto sociale, se non si riapre tale spazio non può esserci una sinistra degna di questo nome.»

Questo è, per l'appunto, il "post dedicato". Ed è aperto ai commenti degli esecrati anonimi. C'è di tutto:

  • L'idea che la "classe dominante" abbia il diritto di imporre il Diritto (Vyšinskij)
  • L'idea che il Diritto, in democrazia, debba comunque e sempre promanare dal basso (Orizzonte48)
  • L'idea che il conflitto sociale sia necessario per "riaprire lo spazio di una sinistra politica".
Che dite, giochiamo a farfallina?