mercoledì 20 settembre 2017

La domanda di tutte le domande è perché lagggente vogliono uscire dall'euro ma non sanno perché, e la risposta è la prima a sinistra. [post etil politico]

Ci sono degli elettori che vogliono uscire dall'euro? Quanti sono? Lo chiedo perché ho ascoltato Renzi accusare Salvini di voler uscire dall'euro come se costui sostenesse di volersi inchiappettare i pargoli, cosa per altro totalmente, assolutamente, chiaramente non vera (uscire dall'euro of-course, inchiappettarsi i pargoli non so). Salvini questa cosa (voler uscire dall'euro) l'ha detta, ma se l'è rimangiata. Non parliamone più, perché l'argomento è troppo serio, nonché attuale e urgente, per prendere in considerazione chi cambia idea. Uno che si rimangia la parola su questo tema è chiaramente un personaggio che mentiva, perché delle due l'una: o persevera su questa linea, oppure torna a casuccia sua. Salvini non è tornato a casuccia, inde non ce lo caghiamo più. Amen.

Scusate, oltre a Salvini c'è qualcun altro che voleva uscire dall'euro? Ah sì, il m5s (dice la pubblicità). Se voleva, oggi non vuole più! La cosa è chiara e limpida come acqua di sorgente. Peggio per chi se l'è bevuta! Magari se si ridimensiona, e ammette di non essere propriamente un sottile pensatore politico, forse può ricominciare dal consiglio di quartiere. Amen.

La Meloni? Scusate, perdonate, abbiate pazienza, vi ripropongo la domandina: Meloni vuole uscire dall'euro? Fatta la domanda datevi la risposta. Amen.

I sinistrati vogliono uscire dall'euro?


C'è qualcun altro che vuole uscire dall'euro? Yuhuuuu! C'è qualcunooooo?

E io dico di sì, c'è qualcuno che è stato dimenticato: lagggente. Ma lagggente perché vogliono uscire dall'euro? In tanti hanno provato a spiegare allagggente perché è meglio che lasciossero l'euro, pure io, in un paesino della ciociaria saudita. Eccomi qua:



Ora, abbasta confrontare le visualizzazioni della risata diabolica (82k) con quelle del mio video (432) per arrivare alla conclusione che laggente vogliono uscire dall'euro ma però non sanno cazzo perché. D'altronde, se il miglior sito politico d'opinione ai macchianera awards è quello di 'sto cazzo de ragazzotto che fa 30k visualizzazioni in tre ore, allora una conclusione bisogna trarla. E siccome io parto dal postulato assiomatico, che non è una malattia ma forse si, che gli stupidi sono i ciofani, perché ormai so che quando io ero ciofane non ci avevo capito una mazza altrimenti non sarei stato contento per dirne una dell'abolizione dell'equo canone solo per dirne una ma potrei dirne mille, allora la conclusione è una e solo una: lagggente non capiscono una mazza ma non si sa perché hanno ragione loro. 

Ma allora chi è che ha votato il sito del ragazzotto quale miglior sito politico d'opinione ai macchianera awards? Non sono stati lagggente, è ovvio. No dico ma voi ve l'immaginate lagggente che vanno sul sito del macchianera awards a votare per il miglior testa di cetriolo dell'anno? Eh! ma caro Fraioli, tu vivi fuori dal tempo. No signori, non sono io che vivo fuori dal tempo, siete voi che siete fuori di testa. Perché voi scambiate quattro o cinquecentomila blogger malati di mente per lagggente, che invece sono un'altra cosa. Vi dico una cosa: lagggente sono molto peggio di quanto si immaginano 'sti quattro cinquecentomila blogger sostenuti da tutto l'apparato merdiatico di regime, giornaloni e bombardieri televisivi sempre in volo 24h a sganciare letame concettuale. Lagggente vogliono uscire dall'euro e hanno raggione anche se non sanno perché e questo è tutto quello che c'è da capire ed è il motivo per cui non scoppia un quarantotto. 

Ancora. Alias just for now.

La domanda di tutte le domande è perché lagggente vogliono uscire dall'euro ma non sanno perché, e la risposta è la prima a sinistra.

Adesso faccio il serio


Prima però fatemi dire l'ultima. Ogni tanto (ogni tanto guagliò) mi piace ubriacarmi da solo e poi mettermi al computer. Diciamo che è una specie di surrogato compensativo dell'esperienza bacchico-dionisiaca necessaria alla cura dell'incurabile malattia che affligge il maschio italico (italico, solo italico) consistente nella cronica scarsità di fimmine invasate. E allora il vino sostituisce il desiderio orgiastico.

No dai, ci avete creduto che avrei fatto sul serio? Però una cosa, prima di sprofondare nel deliquio etilico (tanto domani entro a terza ora) mi preme dirla. Il punto è sempre la domandona: perché lagggente hanno ragione a voler uscire dall'euro ma non sanno perché? Colpa dei giornaloni e del bombardamento 24h delle televisioni? Visto la Bianca Berlinguer questa sera? No dico, la figlia di Enrico Berlinguer! Ma secondo voi lagggente si facciono imfacocchiare dalla Biancuzza Berlinguera? Nahhh! Lo sapete chi sono quelli che infacocchiano lagggente? No vero? Ve lo dice Fraioli, cari boys. Sono i sinistratelli. Sapete, quella gentucola che hanno sempre raggione quelle faccette da pipistrello col ditino alzato che loro sono i primi della classe tanto carucci gentili democratici contro la violenza tolleranti antifascisti de 'sto cazzo rotti in culo sempre pronti ad afferrare la prima occasione colmi di livore contro chi vive la vita vera che è sangue e merda ma non hanno le palle per farlo. Sono loro. Sono quelli che se gli parli di euro ti dicono "ma ancora con questa storia?", come se fosse una cosa passata di moda. Sono quelli che che due più due fa quattro è vero se non gli tocchi l'euretto, altrimenti fa cinque ma anche tre o sette o il picchio che ti pare purché la divinità cui sono fedeli per averli sodomizzati da piccoli non sia messa in discussione. Perché loro, i sinistrati, non possono sbagliarsi. Loro, i sinistrati, tengono famiglia allargata. Loro, i sinistrati, sono nel giusto assiomatico. Loro non possono ammettere, come faccio io che sono un bifolco di Castro che quando ero contro l'equo canone, perché la mia famiglia aveva due appartamenti in affitto a Roma, mi sbagliavo credendo di difendere i miei interessi e invece mi stavo tagliando le palle da solo! A vabbè, ma allora tu, Fraioli, sei un capitalista!

Questa gentucola che è per il popolo ma non appena il popolo progredisce lo guardano con inquietudine perché non sia mai che il fabbro cafone che non ha fatto il liceo si fa la bella macchina lavorando e li mette in ombra, loro che non hanno mai preso un attrezzo da lavoro in mano. Però nei sindacati comandano loro, nei giornaloni fanno i direttori dopo aver "servito il popolo" da ciofani scapestrati, nella web-economy sguazzano felici tanto pigiar tasti non fa sudare e due più due fa quel che gli pare, miserabili servetti dei servi del potere vero. 

Sono loro, i sinistratelli, i veri garanti dello stato delle cose per cui lagggente vogliono uscire dall'euro ma non sanno perché. Sono le loro menzogne, è la loro corrotta e attiva resistenza, celata dietro le maschere del perbenismo sinistratello e frocesco, le più forti paratie dell'ordine internazionale dei mercati. 

Cazzo, ho detto "frocesco"! Son forse fascista? Forza, presto, immantinente si applichi alla mia condotta la legge Fiano. No cari sinistratelli, non sono fascista, né comunista, sono solo ubriaco. Ma una cosa voglio dirvi, la questione dell'euro non è passata di moda. Fatevene una ragione.

Post scriptum: vi prego di non condividere questo post. Anzi, dimenticatelo se lo avete letto. Sono solo incazzato come non mai, e avevo bisogno di sfogarmi. Lo pubblico perché so che farà bene ai pochi con cui condivido i miei più reconditi e sinceri sentimenti, persone incazzate come me per la viltà di tanti compagni che abbiamo frequentato per una vita e ai quali abbiamo dato credito e donato amicizia, che ci hanno deluso oltre ogni immaginazione. Questa sera mi ubriacherò oltre ogni decenza per dimenticare la loro vile condotta, domani tornerò alla pugna. Con costoro c'è ormai solo inimicizia e disprezzo, Sapesserolo. Due più due fa quattro, stronzi.

mercoledì 13 settembre 2017

Il tallone di ferro (parte I)

La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, lo stesso vale per la politica. Non c'è reale soluzione di continuità tra la guerra e la politica, sebbene ci sia un'asimmetria; nel senso che mentre per imporre la guerra basta la volontà di una sola delle parti, affinché il terreno di scontro sia la politica occorre il consenso di tutte. Ne segue che se oggi in Italia e in Europa non siamo in guerra, ciò accade perché le parti in lotta lo trovano (ancora) conveniente. Corollario di questa constatazione è che nessuna delle parti deve tirare troppo la corda, onde evitare che qualcuno, messo alla disperazione, possa scegliere la guerra. Alcuni sostengono, ad esempio, che sia nella prima che nella seconda guerra mondiale la Germania e il Giappone siano stati costretti a scegliere la guerra. Non so quanto ci sia di vero in ciò, sebbene la logica delle cose umane mi suggerisca che, almeno come ipotesi, non lo si possa escludere a priori.

Il fatto che un conflitto sia giocato sul piano politico non significa che esso non produca disastri, come dimostrato dai dati della produzione economica italiana, che ha subito, in seguito alla crisi dell'eurozona, una contrazione maggiore che nella seconda guerra mondiale. Non mi prendo la briga di riportare i dati perché sono noti, e chi poteva capire ha capito. Gli altri, almeno in questo momento, non contano. Verrà il momento di raccogliere i ritardatari, che dovranno necessariamente mettersi umilmente in fila e a servizio di chi ha già capito. Se vi sembro arrogante non vi state sbagliando: lo sono. Dunque scrivo per i pochi e felici, come ormai faccio da qualche anno, almeno da quando ho smesso di aggiornare il vecchio sito ecodellarete.net con l'apodittica affermazione

Voi fate il c...o che volete, ma non venite a scassarmi la minchia dopo il bombardamento!

Con l'avvicinarsi delle elezioni politiche del 2018 lo scontro politico sta diventando più aspro. Le forze in campo sono, da una parte, tutti i partiti politici presenti in Parlamento, dall'altra tutto il popolo. In teoria il Popolo dovrebbe essere il più forte, e vincere a mani basse, ma mentre il sistema dei partiti è una schiera organizzata che agisce secondo una regia condivisa e, comunque, vigilata dalle grandi concentrazione del potere privatistico, politico, economico e ideologico dell'occidente liberista, il Popolo è del tutto privo di organizzazione e, soprattutto, di una base ideologica comune. Il che ha, come conseguenza, la sua totale incapacità di sfuggire alla polverizzazione individualistica delle posizioni, dei punti di vista, delle visioni particulari. Ciò nonostante, il Popolo è e resta una minaccia perché non si può mai escludere che, d'improvviso, dalle sue viscere risorga, impetuosa e inarrestabile, la capacità di ergersi a schiera in difesa dei suoi interessi.

Se è l'1% che domina il mondo, questo 1% teme che, dalle viscere del Popolo, possa emergere una forza politica organizzata capace di raccogliere l'1% del consenso popolare!

La partita si gioca oggi su questa scommessa. E' sufficiente che una forza politica popolare organizzata riesca a raccogliere l'1% alle prossime elezioni politiche perché lo scenario cambi radicalmente. Il problema è, per noi, di costruirla; per €$$I impedire la sua nascita. E poiché lo scontro è ancora di natura politica, dunque basato sulla conquista del consenso, che passa per la manipolazione del racconto, ecco che si è dato il via alla stagione delle fake-news. Le quali, è bene intendersi, non sono soltanto le notizie false create ad arte, che pure abbondano sia sui media mainstream che sulla miriade di siti direttamente controllati da €$$I o ideologicamente conquistati alla loro visione del mondo! Il grosso del lavoro, se si analizza con attenzione la narrazione mainstream, viene fatto a partire da fatti reali che vengono opportunamente amplificati e riproposti serialmente, così da accendere in basso discussioni interminabili, che favoriscono la segmentazione dell'opinione pubblica generale su una grande quantità di temi altamente divisivi. Si va dai vaccini agli stupri, dalla pretesa emergenza climatica alle scie chimiche, dal femminicidio ai diritti dei finocchi, dai suicidi degli adolescenti alla proposta di legalizzare le droghe leggere, dalle criptomonete ai robot, fino alla messa al bando delle nostalgie popolari e folkloristiche del Duce, e chi più ne ha più ne metta. Tutto, purché non si parli della ciccia del problema, che è una semplice, evidente, chiara e lampante questione di equilibrio dei poteri tra le classi sociali, tale da rendere possibile l'esercizio della democrazia.

Perché è la democrazia, e non altro, la vera posta in gioco dell'età contemporanea. Quella democrazia che è presupposto essenziale affinché la stessa lotta di classe possa svolgere la sua preziosa funzione evolutiva, sia pure tra i mille deprecabili conflitti che conosciamo. Il fatto è che il rapidissimo sviluppo tecnologico ha creato le condizioni di un golpe ultraoligarchico, che ha interessato l'intero occidente, posto operativamente in essere dalla metà degli anni settanta del secolo scorso. C'è stata una vera intenzionalità politica, che ha fatto leva sullo straordinario avanzamento tecnologico degli ultimi decenni come strumento atto a limitare, dapprima, infine comprimere totalmente, la partecipazione alla vita pubblica di tutte le altre classi sociali, consegnando il potere esclusivamente nelle mani di un'élite politica, ideologica, militare e finanziaria numericamente ridottissima. Ci riferiremo a questa super élite mondialista, il complesso militar industriale e finanziario dell'occidente allargato - cioè Stati Uniti e Unione Europea - con un'espressione ben nota: il tallone di ferro.

Non è, si badi bene, un blocco monolitico, sebbene sia unito dall'interesse comune di mantenere sottomesse tutte le altri classi sociali. Anzi, è altamente probabile che al suo interno possano, in futuro, esplodere guerre catastrofiche, senza che noi Popolo si abbia il minimo potere di impedirli, ma che dovremo subire come capi di bestiame destinati all'abbattimento di massa, se ad €$$I converrà.

Dobbiamo rispondere, a questo punto, a due domande: se sia ancora possibile opporsi al tallone di ferro, e quanto ciò sia pericoloso. Partirò dalla seconda questione affermando che sì, in effetti, minacciare seriamente il tallone di ferro è cosa pericolosissima, sia per chi lo fa che per l'intera società nel suo complesso. Ancor più pericoloso sarebbe adottare una strategia sbagliata, ad esempio attaccarlo in campo aperto. I mezzi di cui dispone non sono solo quelli della narrazione dominante - €$$I sono i Padroni del discorso - ma anche della repressione poliziesca e militare. Tali mezzi, però, costituiscono anche il limite della sua forza perché il tallone di ferro non può dominare senza il consenso, a dispetto del suo strapotere militare. Questo è come la bomba atomica, che può essere agitata come minaccia ma mai usata, perché le conseguenze sarebbero imprevedibili anche per le loro menti raffinatissime. Ed è questa la ragione per cui, nonostante tutto, la battaglia si svolge, ancora e speriamo a lungo, sul terreno politico.

In campo politico il tallone di ferro è fortissimo sul piano della narrazione veicolata dagli strumenti tecnologici: televisione, giornali, cinema, editoria tradizionale e online, cui si aggiunge la capacità di costruire frames culturali attraverso il controllo delle carriere universitarie. Tutto ciò si traduce in consenso politico, la qual cosa pone sotto il suo controllo le burocrazie statali nonché, come già detto, gli apparati repressivi. Un suo punto debole, complementare alla problematicità di usare esplicitamente questi ultimi, è costituito dalla fragilità di un consenso fondato su una massa enorme di falsità. Tale consenso, dunque, può essere conservato solo a patto che permanga la condizione di polverizzazione politica di tutte le classi sociali.

Ma il vero tallone d'Achille del tallone di ferro è nella natura teleologica del progetto sottostante. La super élite mondialista dell'occidente allargato pretende di modellare il mondo in funzione della sua necessità di consolidare un potere che è strutturalmente fragile, perché non è la risultante hamiltoniana di un ordinato e regolato conflitto di classe: quello che dovrebbe essere, ed è storicamente stato, il compito naturale delle classi dirigenti. L'impossibilità di controllare la creazione e distribuzione della ricchezza non è nelle possibilità di nessuna super élite numericamente ridottissima, sia essa un partito comunista o la massoneria golpista dell'occidente allargato, ed ecco che costoro hanno adottato una teoria, l'allocazione ottimale dei fattori di produzione ad opera delle sole forze del mercato, la quale oltre ad essere altrettanto folle della pretesa dei comunisti di pianificazione totale, è anche viziata dal fatto che questo mitologico mercato non è a concorrenza perfetta. E non può esserlo per umanissime ragioni: chi, potendo approfittare di una posizione dominante, è disposto ad abbandonarla in ossequio alle regole necessarie alla costruzione di un mercato conforme a questa irenica visione? Ecco allora che si assiste al proliferare di regole, normative e quant'altro che, quando non sono sfacciatamente asimmetriche, e sempre a favore degli interessi delle parti più forti, vengono in ogni caso disattese dalle stesse e subite da quelle più deboli. Anche in questo la super élite mostra la sua incapacità nel perseguire teleologicamente la propria visione, ed è per questa ragione che l'unico e solo modo che ha di mantenere il potere è quello di incrementare la potenza di fuoco della sua narrazione.

Fine parte I

sabato 9 settembre 2017

La sinistra rimasta orfana di un progetto di regolazione progressiva del capitalismo

Pare che sul Manifesto sia apparso il seguente appello (grassetto aggiunto):

«CHIARIAMOCI SU UE, LAVORO E DEMOCRAZIA
Sinistra. Un confronto sabato 9 settembre a Roma
"Non v’è dubbio che la sinistra, ovunque, non solo in Italia, viva l’esaurimento di un lungo ciclo storico.

Il drammatico arretramento delle esperienze nate dal movimento operaio non può essere disgiunto dalla fine del socialismo reale e il conseguente dilagare del «capitalismo scatenato» (Andrew Glyn). Dopo l’89, la sinistra è rimasta orfana di un progetto di regolazione progressiva del capitalismo. Da noi, la marginalità della sinistra, culturale prima che politica e elettorale, è più evidente poiché siamo in un Paese smarrito, dove nessuno schieramento politico riesce a proporre una guida credibile. Di conseguenza, il disagio di gran parte della popolazione si esprime con una disaffezione alla politica e l’affidamento a formazioni dalle dubbie credenziali democratiche e di governo.

Questo disagio va compreso, raccolto e guidato in direzioni progressive.

C’è bisogno di rigenerare una sinistra riformatrice, ancorata al lavoro e all’ambiente, in grado di battersi contro la deriva oligarchica di un potere abbacinato dal miraggio di una «democrazia senza popolo» e l’impoverimento di ceti popolari e classi medie.

Una ricostruzione della sinistra si impone, dunque. A tal fine, prima dell’estate, a Roma, al Teatro Brancaccio e a Piazza SS Apostoli, vi sono stati passaggi importanti. Vogliamo contribuire, sul terreno della cultura politica e del progetto, alla ricostruzione unitaria della sinistra.

La necessità di confrontarsi sui programmi trova formale condivisione. Tuttavia, prima dei programmi, per evitare una inutile lista della spesa che accontenti tutti senza affrontare alcun nodo vero, è utile chiarire il giudizio su alcuni temi di fondo: ruolo dello Stato, globalizzazione e mobilità internazionale del capitale e del lavoro, migrazioni e sicurezza, moneta e integrazione europea. Siamo consapevoli che tale discussione, elusa nel passato, sia ancora più difficile a ridosso di una competizione elettorale.

Eppure, essa ci pare possa distinguere una proposta politica convincente da una improbabile ammucchiata elettoralistica. Anche perché, spesso, la sinistra si ferma agli obiettivi programmatici (lavoro, uguaglianza, inclusione, riconversione ecologica, ecc.), enunciabili con facilità, mentre elude il ben più difficile compito di individuare gli strumenti per realizzarli.

Le indicazioni programmatiche della Costituzione e, in particolare, all’articolo 3 («È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…») sono una bussola imprescindibile, ma vanno articolate in obiettivi e policies.

Il disegno di politiche adeguate a realizzare questi obiettivi richiede, oltre alla rigenerazione morale della sinistra, una elaborazione politica e intellettuale collettiva di grande spessore.

Non si può non prendere le mosse da un giudizio storico-politico sul passato.

La crisi profonda in cui versa il paese non può essere messa tutta sulle spalle di Renzi o della destra. È chiamato in causa anche il centro–sinistra che, in una fase di dissoluzione prima morale poi elettorale dei partiti di governo e di smarrimento post ’89 della sinistra storica, da Andreatta e Ciampi fino ai governi dell’Ulivo, ha cercato nel «vincolo esterno» dell’Ue e dell’euro-zona le condizioni di tenuta dell’unità politica della nazione e la via per disciplinare il conflitto sociale e minimizzare l’intervento pubblico.

Anche in Italia, come ovunque al di là e al di qua dell’Atlantico, il centrosinistra ha scommesso nei frutti di lungo periodo del liberismo economico veicolato dalla Ue e dalla moneta unica.

Oggi, è evidente: la scommessa è stata largamente persa e si è ritorta contro.

Dobbiamo ripartire. L’obiettivo della piena e buona occupazione è centrale e distintivo della sinistra per attuare la democrazia costituzionale, anche perché inscindibile dall’autorealizzazione delle persona nel lavoro, come sempre affermato da Bruno Trentin, e dalla redistribuzione del reddito verso il lavoro, elemento di giustizia e di sostegno alla domanda aggregata.

La sfida è un progetto di riconquista di soggettività sociale e politica del lavoro per declinare in senso progressivo l’interesse nazionale, inteso come tutela delle istituzioni e delle risorse economiche e sociali necessarie a garantire il perseguimento degli obiettivi indicati dalla nostra costituzione, in un orizzonte di cooperazione europea e internazionale.

Tale progetto è la condizione per dare respiro e prospettiva ai singoli conflitti per non rimanere esperienza nobile, ma di pura testimonianza.

Soprattutto, qui e ora, è la condizione per una solida e credibile unità a sinistra del Pd.

Intorno al nodo «Unione Europea, lavoro, democrazia» proponiamo a donne e uomini della cultura, della cittadinanza attiva e dei movimenti e della rappresentanza sociale un confronto programmatico con i protagonisti delle iniziative del Brancaccio e di SS Apostoli.

Ci vediamo sabato 9 settembre al Campidoglio, Sala della Protomoteca (10 -17).»

Applausi

Dunque, riassumendo, i compagni ammettono: "Siamo consapevoli che tale discussione, elusa nel passato, sia ancora più difficile a ridosso di una competizione elettorale". Come andrà a finire? I nostri late comers bruceranno le tappe riuscendo a presentare, in tempo per le politiche del 2018, una proposta organica e coerente di fuoruscita dall'euro e dall'UE, oppure questo è solo l'inizio di un lungo, difficile e tortuoso percorso di autoanalisi e ridefinizione della linea politica?

Anche perché ad uno potrebbe venire il dubbio se i nostri cari late comers debbano ancora leggersi tanti libri senza figure (cit. Bagnai) oppure lo abbiano già fatto ma, finora, sono giunti a conclusioni sbagliate. Nel primo caso gli si può suggerire una bibliografia, nel secondo si potrebbero attivare dei corsi di recupero con esamino finale.

A meno che - a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - la nuova passerella del Brancaccio non sia un modo per inquinare le sorgenti del dibattito politico. Un'operazione, finora solo sul piano della comunicazione politica, che va avanti da tempo nella quale, proprio oggi, si è distinto un noto professionista dell'informazione mainstream, Vittorio Feltri.

Inciso: si può dire "noto professionista dell'informazione mainstream", o si rischia una querela? Sapete, dopo questo: Lorenzin: “E ora con Google ripuliremo la rete dalle fake news” comincio a farmela nelle braghe.

Dicevamo dunque di Vittorio Feltri il quale oggi, commentando la marcetta su Roma di Forza Nuova, ha scritto (link: "Fascisti, la parodia"): "Ma, stai a vedere, sarà anche una grande vittoria fascista, perché questi quattro nerboruti di sovranisti si prenderebbero querela non diciamo da un Benito Mussolini, e neppure da un Italo Balbo, ma almeno da un Farinacci, poiché quella era gente con altre ambizioni che fare i guardiamacchine, o mettere in piedi ronde notturne antitaccheggio".

E così il noto professionista dell'informazione riesce a inanellare ben tre risultati:
  1. si accredita come "democratico" smarcandosi da Forza Nuova
  2. strizza l'occhio ai nostalgici del ventennio suggerendo che i fascisti fossero persone più serie
  3. si allinea alla narrazione dominante proponendo l'equazione fascisti=sovranisti
Ma siccome la favola delle fake news e la falsa equazione fascisti=sovranisti, entrambe propalate a reti unificate dai potenti altoparlanti, insieme a tante altre operazioni di svergognata disinformazione, potrebbero non essere sufficienti per tappare tutti i buchi, ma davvero tutti i buchi perché, in periodo elettorale, non deve trapelare nemmeno un refolo di realtà, ecco che l'operazione dei nostri cari late comers potrebbe fungere all'uopo. So' ggente de sinistra signora mia, e tanto educati, democratici, antifassisti, antirassisti, e criticano pure l'euro. Mica come i sovranisti (=fascisti - afferma il noto professionista dell'informazione)!

Sia ben chiaro, io non sostengo che il noto professionista sia in malafede, anzi! Sono certo, invece, che anch'egli sia una vittima della disinformazione. Cosa volete che ne sappia, il noto professionista, del fatto che nel 2012 un gruppo, ai tempi estremamente ridotto, di italiani (tra i quali il sottoscritto) aprirono una discussione al loro interno per coniare un nuovo termine atto ad indicare le loro posizioni politiche? Oddio, è pur vero che da allora è passato parecchio tempo, ed oggi quello sparuto gruppo si è ampliato, in parte si è scomposto per confluire in nuove organizzazioni, le quali tutte insieme (oltre al gruppo cui va il merito di aver coniato il termine "sovranismo") assommano a qualche migliaio di determinatissimi militanti e attivisti; ma di tutto questo, il noto professionista dell'informazione è, forse, all'oscuro. Legittimamente! Perché, come ben sappiamo, ogni canale di comunicazione dalla base popolare verso le élites è stato accuratamente chiuso, sicché è ben comprensibile che perfino un valido e noto professionista dell'informazione come Vittorio Feltri possa cadere in errore proponendo, magari distrattamente, l'equazione fascisti=sovranisti.

Inciso: che dite, sono stato abbastanza attento? Giuro che ho stima di Vittorio Feltri, e che il mio intento è solo quello di correggere il suo errore. Anche perché, a dispetto di ogni possibile manipolazione della realtà, i fatti hanno la testa dura, e dunque la verità trionferà. Quel giorno il nostro potrebbe trovarsi in difficoltà, casomai gli fosse rinfacciato un simile strafalcione politico.

Ma torniamo all'adunata del Brancaccio del 9 settembre, dove "la sinistra rimasta orfana di un progetto di regolazione progressiva del capitalismo" si è data appuntamento. Bisogna tornare, dicono, al 1989, cioè alla caduta del muro di Berlino, perché tutto è cominciato con quell'evento traumatico. Già, e l'abolizione della scala mobile in Francia ad opera del socialista Jaques Delors nel 1982? E il taglio in Italia della scala mobile introdotto dal socialista Craxi nel 1984, seguito dal referendum del 1985 in cui il solo PCI di Berlinguer si oppose? Un fatto cruciale, quest'ultimo, perché il contenimento del potere d'acquisto dei lavoratori era assolutamente necessario al processo di integrazione monetaria, come dimostra la soppressione definitiva della scala mobile ad opera del socialista Amato nel luglio 1992, due mesi prima dello sganciamento dallo SME per l'impossibilità di mantenere un cambio fisso! Fin dall'inizio era chiaro, ed oggi lo sappiamo anche noi ingegneri, che i costi dell'Unione Europea sarebbero ricaduti tutti sulle spalle dei lavoratori!

Era chiaro, è stato ripetutamente confermato dai fatti, ma alleluia! Finalmente, in vista delle cruciali elezioni del prossimo anno, "la sinistra rimasta orfana di un progetto di regolazione progressiva del capitalismo" rompe gli indugi, pur ammettendo che "tale discussione, elusa nel passato, sia ancora più difficile a ridosso di una competizione elettorale". Fosse arrivato subito dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, questo intento di "chiarire il giudizio su alcuni temi di fondo: ruolo dello Stato, globalizzazione e mobilità internazionale del capitale e del lavoro, migrazioni e sicurezza, moneta e integrazione europea", la musica sarebbe ben altra, ma nulla di ciò è avvenuto. Anzi, nelle numerose assemblee post referendarie, tutti gli sforzi dei sovranisti (per Feltri: coloro che vogliono tornare allo spirito e alla lettera della Costituzione del 1948) di aprire una discussione sui temi predetti si sono infranti contro un muro di indifferenza. Viene il sospetto che, una volta messo Renzi nell'angolo, la nuova strategia sia quella di puntare all'ingovernabilità, tanto ormai c'è il pilota automatico, e dunque che stia venendo meno per il PD l'importanza numerica dei cespuglietti della "sinistra rimasta orfana", il che mette a rischio ogni possibilità di ottenere strapuntini. Cosicché il coraggio, che è mancato dopo la vittoria referendaria, comincia ad essere alimentato dalla paura della fame.

Ecco allora prendere forma la nuova tattica della "sinistra rimasta orfana": agganciare il nascente movimento sovranista e, dopo averlo avviluppato nelle sue spire, strangolarlo. Un preludio della quale, forse, abbiamo visto all'opera in Sicilia dove, in vista delle regionali del 5 novembre, si era profilata la possibilità di un'alleanza tra Risorgimento Socialista, un frammento dell'infinita diaspora socialista, e i sovranisti di Beppe De Santis che sostengono la lista "Noi siciliani con Busalacchi"; operazione tuttavia abortita per il provvidenziale irrigidimento dei sovranisti, che ha costretto al ritiro Risorgimento Socialista il quale, al momento, non sembra aver trovato una collocazione alternativa. La vicenda, che ha coinvolto due realtà minuscole, potrebbe apparire trascurabile, se non fosse che l'idea sovranista, sebbene non abbia ancora trovato espressione in un movimento organizzato in grado di lanciare la sfida elettorale, rappresenta in prospettiva un pericolo per la traballante costruzione europea.

In definitiva, stante il ritardo con cui la "sinistra rimasta orfana" si sta muovendo sui temi dell'Europa, e anche al netto delle più che legittime diffidenze nell'area sovranista, non è il caso di farsi troppe illusioni. I bookmakers di Castro dei Volsci danno alla pari la possibilità che si tratti di pura melina preelettorale e quella di un'operazione di disinnesco della mina sovranista. Io, che ogni volta che ho pensato male ci ho azzeccato, punto una lira sulla seconda ipotesi.

mercoledì 6 settembre 2017

La sezione di palta

Ad ora tarda, riflettendo sulla necessità di agire politicamente dal basso partecipando al confronto elettorale, mi viene in mente un'analogia. E' un discorso un po' strampalato, senza alcuna pretesa, ma può servire per aprire la mente a quanti sono scoraggiati perché pensano che, per fare un partito, ci vogliono gli sghei. E dunque che un movimento dal basso vero e genuino, non finanziato dall'alto, non possa nascere.

Per chiarire cosa intendo con la dizione "movimento dal basso" vi dirò subito che

non è un fronte dei poveri ma belli e buoni contro i ricchi malvagi e senza cuore!

Le cose sono un po' più complicate, perché complicata è la realtà sociale e politica. Tuttavia possiamo semplificare e immaginare di dividerla in due fronti, che chiameremo i "governanti" e i "governati". L'immagine seguente, una leva del primo genere, rappresenta l'equilibrio delle forze tra le due classi:


Il blocco da 10 kg rappresenta i governanti, se preferite le classi dominanti; quello da 1 kg i governati, cioè le classi subalterne. La lunghezza dei bracci, rispetto al fulcro, è inversamente proporzionale ai rispettivi pesi. Nell'analogia il fulcro rappresenta il centro del potere reale, al quale sono ovviamente più vicini i governanti. Orbene, qual è il rapporto ottimale tra i due bracci, cioè quel valore per il quale vengono ad essere massimizzate le opposte esigenze di governabilità e di democrazia?

Mumble che ti mumble oplà!

La sezione aurea


Il segmento totale  sta al segmento più lungo  come quest'ultimo  sta al segmento più corto 

La sezione aurea, o costante di Fidia, è un numero irrazionale il cui valore approssimato è 1,6180339887...

Se assumiamo la sezione aurea come optimum, allora la distanza dei governati dal centro del potere (il fulcro) deve essere circa 1,6 volte la distanza da esso dei governanti. Il che, trasposto sul piano dei risultati elettorali, significa che, fatto 100% il totale dei voti validi, i governanti dovranno ottenere, a conti della serva eseguiti, circa il 61.8%, e i governati il 38.2%. Ovviamente senza premi di maggioranza né soglie di sbarramento.

Stessero così le cose, ovvero se davvero i governati riuscissero ad avere un peso elettorale reale di circa il 40%, allora potremmo affermare che sì, esiste un blocco sociale egemone, al quale si oppone però una sostanziosa minoranza. Il problema, in Italia ma non solo in Italia, è che questa ripartizione della forza politica tra governanti e governati è ben lungi dall'essere conseguita. Come ha giustamente osservato un anonimo commentatore sul blog Sollevazione «Gli euristi hanno già a disposizione il 99% della propaganda mascherata da "informazione", che altro vogliono i corifei di complemento del capitale multinazionale, la lobotomizzazione di massa?». Se quanto afferma il commentatore è vero, allora siamo ben lontani dalla sezione aurea, direi che siamo invece alla sezione di palta. Lascio ai volonterosi il compitino di calcolarla.

Che fare in queste condizioni? Lo capite che, con la sezione di palta, la democrazia è bella che morta? Avete idea di quanto sia rischiosa una cosa così? Vi è chiaro perché, a dispetto del fatto che l'impresa appaia disperata, sostengo la necessità imperativa di agire dal basso per riequilibrare questa drammatica situazione? Guardate, il vero obiettivo non è neanche quello di condurre i governati di oggi a diventare i governanti di domani, ma vivaddio non si può subire, senza reagire, la sezione di palta! E non venitemi a dire che, per fare il partito, ci vogliono i soldi, perché allora non avete capito nulla. Chi pensa che, con la sezione di palta in auge, ci si possa muovere solo se si hanno i soldi, è un perdente ontologico!

Dobbiamo muoverci, agitarci come moscerini impazziti, gridare che no! non si può accettare l'assoluto, totale e paternalistico dominio del pensiero unico, perché questa condizione è mortale per la nostra civiltà. Dobbiamo non dico prendere il potere, ma almeno contrastare l'attuale squilibrio dei rapporti di forza mobilitando tutte le forze sane e razionali della nazione. E non solo della nazione, ma anche di tutta l'Europa, perché se è vero che siamo sovranisti, e dunque ci battiamo per l'autodeterminazione del popolo italiano, questo è un problema anche di tutti gli altri popoli europei, tedeschi compresi che sono seduti, anch'essi, su un vulcano prossimo a eruttare. La lotta per la sovranità popolare, quindi nazionale, è oggi una battaglia per la salvezza della democrazia e della civiltà europea. Nessuno può tirarsene fuori, perché la campana suonerà per tutti.

E il primo passo è questo: avvicinarci almeno al 5%. Lasciare questo piccolo ma importante risultato, dopo anni di controinformazione, di convegni, di discussioni, a chi verrà dopo di noi.





martedì 5 settembre 2017

Sovranisti e indipendentisti (siciliani)

Premessa d'obbligo


Sono stato a Chianciano per il forum internazionale della CLN. In questa occasione ho aderito e sono stato accolto nel Coordinamento Nazionale. Questa circostanza avrà qualche conseguenza sul blog, nel senso che non potrò riferire tutto ciò di cui verrò a conoscenza partecipando alle riunioni, in quanto appunto sono adesso un membro del CN della CLN. Questo perché l'accesso a tali notizie mi è concesso proprio perché sono diventato un membro del CN della CLN. Potrà quindi accadere che io venga a conoscenza di qualche ghiotta anteprima, ma non ve la comunicherò. Sapevatelo. A parte questo limite, mi considero sempre e comunque libero di esprimere la mia opinione sull'universo mondo, CLN compresa, sempre che ciò vi interessi. A dimostrazione di ciò, ecco a voi un post sulle elezioni siciliane, senza peli sulla lingua.

La Sicilia colonia d'Italia, l'Italia colonia dell'UE: l'alleanza è necessaria.


Come sapete il prossimo 5 novembre 2017 si terranno le elezioni regionali in Sicilia e, in questa occasione, la CLN ha scelto di sostenere la candidatura di Franco Busalacchi. Negli ambienti sovranisti veri - non quelli farlocchi alla Grillo&Salvini&Meloni&Alemanno&etcetera - questa scelta sta provocando non poche perplessità. Né vi nascondo che, anch'io, ne nutro. Tra le critiche pervenute, la più pesante è quella del FIS che, in questo articolo dal titolo eloquente "La Sollevazione della grande accozzaglia", richiama alcune esternazioni di Busalacchi risalenti al 2015.

«Chi è Franco Busalacchi? E’ colui che 18 mesi fa scriveva queste righe: “Vi rendete conto di quanto sono bestie i leghisti e chi ci va appresso, che attaccano la Germania e l’Europa? Che vogliono tornare alla Lira? Si dimostra che, purtroppo, non è necessario essere intelligenti per essere ricchi. Basta trovarcisi in mezzo e anche l’ultimo dei cretini fa “i sghei”. Quando dicono che vogliono uscire dall’Europa, ah! Dio, come sarebbe bello farglielo provare! Alle prese con dogane e dazi. Bestie!….  La strada maestra per la nostra Sicilia è l’Europa, senza l’Italia. Noi dobbiamo lottare per lasciare l’Italia e per restare in Europa, Stato tra gli Stati, nazione non più periferica di quanto non lo sia l’Irlanda .” (grassetto nel testo originale).»

E' roba pesante, lo so. Peraltro veicolata attraverso un articolo dai toni particolarmente volgari, come è nel costume del Presidente a vita del FIS Stefano D'Andrea; il quale potrà essere perdonato solo se avrà ragione, dilemma di cui si occuperanno i fatti dandogli torto. Nel frattempo, e almeno fino al 2023, il D'Andrea avrà gioco facile nel dire di avere ragione, visto che sbaglia solo chi si mette in gioco, cosa che lui rifiuta di fare, e passa la mano. In ciò essendo in buona compagnia, visto che l'esimio prof. Bagnai proprio oggi ha scritto nel suo blog "Io continuo a pensare che la cosa migliore da fare ora sia stare calmi, e magari anche fermi". Una posizione, quella di Bagnai e SdA che io, nella mia stronzaggine esegetica, traduco così: siccome non so che cazzo fare, non faccio niente, e guai a chi osa fare qualcosa

Invece la CLN ha scelto di agire perché è l'azione che spariglia le carte, e non l'attesa della mano buona, che potrebbe non arrivare mai; oppure, quando mai arrivasse, trovarci tutti morti. Torniamo a noi, cioè alla scelta dei sovranisti della CLN di allearsi in Sicilia con gli indipendentisti di Busalacchi, che si presentano in coalizione con la lista Sicilia Libera e Sovrana e Noi Mediterranei di Beppe De Santis, Noi Siciliani di Erasmo Vecchio, e altre realtà regionali. La domanda è: come è possibile conciliare l'istanza di riconquista della sovranità nazionale, invocando la Costituzione del 1948, e contemporaneamente allearsi con gli indipendentisti?

Sull'argomento sono intervenuto al forum ricordando che la Sicilia è stata la prima provincia romana, cioè il primo territorio che la repubblica di Roma non ritenne di associare come fece con tutti gli altri popoli italici, istituendo invece una nuova entità amministrativa, la provincia per l'appunto, che fu poi replicata in occasione delle successive conquiste. In altre parole, già i romani ritennero che la Sicilia non fosse Italia! Questa circostanza, confermata dalla storia successiva, ci suggerisce che la Sicilia è una realtà storicamente, politicamente, antropologicamente diversa da tutte le altre regioni italiane, ancor più di altre (Trentino, Val d'Aosta...) cui pure la Costituzione riconosce uno statuto speciale. Possono i sovranisti trascurare questa peculiarità? La mia opinione è che ciò non sia possibile. Il punto è che, sebbene la Sicilia sia altro dall'Italia, e l'Italia altro dalla Sicilia, è un dato di fatto che le due storie sono profondamente intrecciate, in modo indissolubile. Ovvero che le istanze indipendentiste siciliane esprimono, prima ancora che una reale volontà di indipendenza, la richiesta passionale di un rapporto rigorosamente alla pari. Alla base c'è una realtà di fatto che proverò a spiegare.

Gli amici siciliani sostengono che la Sicilia sia, potenzialmente, una terra ricchissima, e che solo una condizione di secolare subalternità la rende, oggi, povera e depressa. In ciò credo abbiano ragione, ma chiedo loro: supponiamo che la Sicilia conquisti la sua indipendenza, e in virtù di ciò diventi ricca e prospera; ebbene, non diverrebbe anche una preda ambita? Sarebbero, i siciliani, in grado di difendere la loro ricchezza e prosperità, senza appoggiarsi a uno Stato più forte? La vedo dura.

E qual è lo Stato che, per mille motivi a cominciare da una storia millenaria, è il candidato naturale per svolgere la funzione di associarsi nel compito di difendere la Sicilia, anzi lo Stato siciliano, da mire di conquista esterne? Non è forse lo Stato italiano? Ne sono convinto, così come sono convinto che le dichiarazioni di Busalacchi, riportate da Stefano D'Andrea, siano assolutamente sbagliate e improvvide, dettate da una insufficiente analisi del problema nonché motivate da un sentimento di delusione e abbandono da parte di uno Stato, quello italiano, il quale, a sua volta, è vittima di un'operazione di colonizzazione ad opera delle potenze dominanti del nord Europa. Se la Sicilia lamenta il fatto di essere una colonia d'Italia, è vero tuttavia che l'Italia è oggi una colonia dell'UE: l'alleanza è dunque necessaria!

Qualche tempo fa ho scritto un articolo (La Patria del Popolo è la Repubblica - 13 luglio 2017) nel quale sostengo che la Patria è un concetto politico, nasce cioè da un patto tra pari che, protraendosi nel tempo, costruisce un'identità de facto e, infine, statuale. Sono gli interessi reali e concreti che tengono insieme i popoli, non le astratte idealità, sempre costruite ex-post come giustificazione ideologica. L'Italia e la Sicilia hanno un interesse reciproco, esorbitante rispetto a qualsiasi altra considerazione, nello stare insieme, ma affinché ciò sia possibile occorrono due condizioni. La prima è che l'Italia si liberi del giogo dell'Unione Europea, il secondo è che venga riconosciuto e rispettato il diritto dei siciliani ad essere un popolo che liberamente scelga, facendosi bene i propri conti di convenienza, se essere una regione periferica dell'UE oppure associarsi con un'Italia sovrana. Abbiamo paura di ciò? Pensiamo veramente che i siciliani possano preferire essere assoggettati all'Unione Europea, un non Stato governato da interessi privatistici sovranazionali, piuttosto che essere sé stessi dentro lo Stato italiano governato secondo i principi della Costituzione del 1948?

Poiché sono certo che, a prescindere dalle idee personali di Busalacchi e a dispetto delle recriminazioni dei meridionalisti rispetto alle modalità di conquista con cui i popoli del sud d'Italia si sono ritrovati dentro uno Stato unitario, l'interesse reale e concreto degli italiani e dei siciliani sia quello di stare insieme, non solo non ho paura degli indipendentisti siciliani, ma anzi ritengo che il più grave degli errori che i sovranisti possano fare sia quello di sbattergli la porta in faccia. Guai a lasciare soli gli indipendentisti siciliani, essi sarebbero facile preda degli pseudo-sovranisti della Lega, promotori, lo ricordo en passant, di un referendum che si terrà il prossimo 22 ottobre avente ad oggetto ulteriori richieste di autonomia per la Padania. Un'entità che non esiste di per sé (trovatemi un solo documento più vecchio di vent'anni in cui se ne parli) artificialmente inventata per sbriciolare la nazione italiana, per meglio centrifugarla in questa demenziale Unione Europea.

E' interesse degli ordoliberisti frantumare gli Stati nazionali facendo leva sulle pulsioni indipendentiste, un'operazione cui la Lega si presta fin dalle sue origini. Anzi, consentitemi di dirlo: la Lega esiste solo in funzione di questo obiettivo! I fatti sono evidenti, e si svolgono giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, ma non vengono percepiti perché sono affogati in un flusso caotico di eventi abilmente orchestrati dal sistema dei media.

Una cosa che mi dispiace e affligge è constatare come tanti sovranisti stiano cadendo in questa trappola, riducendosi a discutere di scemenze tecnico-giuridiche come le monete complementari, i certificati di credito fiscali, i mini bot; guarda caso tutte proposte che hanno un denominatore comune: la Lega e quella volpe di Borghi, che si ammanta di competenze macroeconomiche dopo una vita passata a lavorare per Deutsche Bank, avendo cominciato come fattorino. Delle due l'una: o l'uomo è un genio, oppure un paraculo. Facite vuie.

giovedì 31 agosto 2017

La volpe e l'uva

(EL)
« Ἀλώπηξ λιμώττουσα, ὡς ἐθεάσατο ἀπό τινος ἀναδενδράδος βότρυας κρεμαμένους, ἠβουλήθη αὐτῶν περιγενέσθαι καὶ οὐκ ἠδύνατο. Ἀπαλλαττομένη δὲ πρὸς ἑαυτὴν εἶπεν· «Ὄμφακές εἰσιν.» Oὕτω καὶ τῶν ἀνθρώπων ἔνιοι τῶν πραγμάτων ἐφικέσθαι μὴ δυνάμενοι δι' ἀσθένειαν τοὺς καιροὺς αἰτιῶνται. »
(IT)
« Una volpe affamata, come vide dei grappoli d'uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: «Sono acerbi». Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze. »

Sul blog di 48 ho letto questo paragrafo (tratto da LA TRAPPOLA DELL'ODIO DEGLI "AGENTI DI INFLUENZA". LA MANOVRA DELL'ANTISOVRANO)

E non vuole la democrazia (a meno che non sia "liberale", cioè ridotta a mero processo elettorale idraulico che azzera ogni reale possibilità di scelta popolare dell'indirizzo politico da seguire), perché (come dice Barroso, una volta per tutte, richiamando il ruolo imperituro de L€uropa nelle nostre vite quotidiane) la considera inefficiente dal punto di vista allocativo.
E ciò in quanto, appunto, le risorse (monetarie) sono limitate, corrispondono ad un dato ammontare di terra-oro come fattori primi di ogni possibile attività economica, e la titolarità, preesistente e prestabilita, della proprietà di questi fattori precede ogni calcolo economico: cioè legittima un equilibrio allocativo che riflette una Legge naturale a cui asservire ogni attività normativa e amministrativa dello Stato, e rende un diritto incomprimibile il ritrarre un profitto da questa titolarità incontestabile, anche a scapito dell'interesse di ogni soggetto umano che non sia (già) proprietario di questi fattori della produzione.
Il merito che si autoattribuisce il capitalismo è quello di attivare una capacità di trasformazione delle risorse (limitate) per moltiplicare i beni suscettibili di essere acquisiti in proprietà (questo sarebbe il dispiegarsi dell'ordine del mercato, fin dai tempi della teorizzazione ecclesiastica), essenzialmente oggetto di consumo, e di permettere, nel corso di tale processo, l'impiego lavorativo di moltitudini di esseri umani che, in tal modo, sarebbero in grado automaticamente di procurarsi i mezzi di sostentamento.

Ma se è vero che "le risorse (monetarie) sono limitate, corrispondono ad un dato ammontare di terra-oro come fattori primi di ogni possibile attività economica, e la titolarità, preesistente e prestabilita, della proprietà di questi fattori precede ogni calcolo economico", ciò vuol dire che il motore primo della storia non è la razionalità economica, ma la lotta per il potere. In altri termini, la razionalità economica è sempre e comunque subordinata a un principio di invarianza che non è quello dello scambio, bensì quello del possesso della terra-oro. Un possesso che si difende con le armi, quando la minaccia è tale da rendere necessaria questa scelta - che può rivelarsi tuttavia disastrosa - o con la conquista e il mantenimento del consenso politico. Ora, sebbene di guerre ce ne siano sempre state, è tuttavia evidente che è la politica lo strumento il più delle volte agìto per la risoluzione dei conflitti, non fosse che per il fatto che, se fosse la guerra, la specie si estinguerebbe. A maggior ragione oggi, con l'abbondanza di armi di distruzione di massa in circolazione.

E infatti nelle nazioni dell'occidente democratico fare politica significa lottare per conquistare il consenso, essendo le elezioni il metodo utilizzato per la sua misura. I modi per conquistare il consenso sono i più vari, tanto più diversi quanto più il conflitto sociale è equilibrato, mentre tendono a ridursi allorché una delle parti inizia a prevalere. Ciò accade perché, quando il conflitto è equilibrato, la parti in lotta sono costrette a fare concessioni. Ad esempio, i capitalisti concedono il welfare, mentre i socialisti rinunciano alla conflittualità nei luoghi di lavoro; ovviamente accade che le suddette "concessioni" vengano rivendicate, dalle parti opposte, come "conquiste": dello stato sociale e, simmetricamente, della concertazione sindacale.

Quando l'equilibrio si rompe, e una delle parti inizia a prevalere, le concessioni, alias le conquiste, si riducono, fino a cessare del tutto, sostituite da continue e crescenti pretese. Ecco allora, per fare un esempio, che Macron, dopo aver stravinto la battaglia del consenso in Francia, come certificato dai risultati elettorali, propone una seconda loi travail ben più liberista di quella fatta da Hollande. D'altronde perché non dovrebbe farlo? L'avversario di classe è in rotta e, come accade in guerra, quando il fronte si spezza è allora che inizia il massacro. Ci avete fatto caso alla circostanza, ben nota agli appassionati di storia militare, che il maggior numero di vittime tra i soldati, in guerra, si ha quando uno dei due schieramenti cede?

La guerra si fa costruendo organizzazioni militari, similmente la politica si fa costruendo organizzazioni politiche. Senza organizzazione, o quando questa si sfalda, c'è solo il massacro e la riduzione in schiavitù. Ne segue che oggi, in Italia, alla vigilia delle elezioni politiche del 2018, è necessario costruire un'organizzazione politica che cerchi il consenso e affronti la sfida del voto. Non importa, nell'attuale situazione di sfascio delle organizzazioni del mondo del lavoro, che il risultato sia numericamente rilevante, quel che conta veramente è ricostituire un nucleo dal quale ripartire. Radunare gli uomini (scusate: non scrivo "radunare le donne e gli uomini" perché il politically correct mi fa vomitare) distribuendo ruoli e responsabilità, fissare obiettivi razionali benché minimi, raccogliere il consenso e andare alla conta, questo è quello che si deve fare, oggi e sempre.

L'avversario di classe è così forte da essere diventato strafottente, e questo è il suo punto debole. Se un tempo, per raccogliere il consenso, si piegava a concessioni redistributive, oggi pretende di governare con il solo potere dei media che tutti i giorni, come bombardieri che si alzano in volo al mattino, ininterrottamente scaricano sui lavoratori quantità incommensurabili di falsità. E' un vero e proprio bombardamento, dal quale il popolo si difende ignorandolo e rifugiandosi sui social, ma che sortisce ugualmente il suo effetto perché il rumore non solo copre ogni voce critica, ma ottunde i timpani mentali rendendoli incapaci di svolgere la loro funzione, che è quella di ascoltare con attenzione.

L'intensità e la ferocia del bombardamento quotidiano hanno anche lo scopo di dissuadere da ogni velleità di resistenza. Quante volte abbiamo provato a smentire e rettificare le ignobili falsità che ci vengono propinate? Non è forse vero che, dopo un po', ci si stanca? Ecco, questo è esattamente lo scopo che ESSI si prefiggono: spezzare anche le ultime resistenze prendendoci per stanchezza. Questo accade perché ognuno di noi combatte la battaglia per il consenso isolatamente, incapaci di organizzare una schiera che operi in modo coordinato. Il massacro, pertanto, è in corso.

Ma se un pugno di uomini (scusate: non scrivo "un pugno di donne e uomini" perché il politically correct mi fa vomitare) riuscisse, in questo momento, ad organizzare una linea di resistenza? Se alcuni valorosi testardi oltre ogni misura si mettessero in testa di rinunciare alla lotta individuale e accettassero di aderire a un progetto politico di riscossa? Non sarebbe questo un fatto di straordinaria importanza, di per sé e senza che i risultati siano, per il momento, un aspetto dirimente? Resistere, ma non per ritardare o rallentare la sconfitta, che è già nelle cose che stiamo subendo, bensì per costruire il nucleo iniziale di partigiani in vista di una lunga marcia per la riscossa del mondo del lavoro in Italia. L'avversario, che oggi maramaldeggia, è così sicuro di sé che non se lo aspetta, dunque abbiamo un margine di manovra. Noi siamo così piccoli e insignificanti, così dispersi, da essere fuori dai radar, e questo è un vantaggio da sfruttare. Non dobbiamo vincere le elezioni, ma dar vita a un'organizzazione politica di resistenza, oggi, per continuare la lotta domani.

Le energie che spenderemo per costruire un'organizzazione politica capace di presentarsi alle elezioni sono l'investimento necessario per un progetto di più lunga durata. Non siamo disarmati! Al bombardamento dei media potremo opporre la rinascita della conflittualità sociale dal basso; uno strumento, questo, di conquista del consenso almeno pari all'efficacia dell'apparentemente invincibile grande armada mainstream, ma affinché tutto ciò sia possibile occorre che risorga la capacità del mondo del lavoro italiano di darsi un'organizzazione. Sbaglia chi oggi afferma che "l'uva è acerba", perché se l'ha vista ciò vuol dire che c'è, e se pensa di ripassare in un secondo momento rischia di non trovarla, anche se viene con una lunga scala.

Questo fine settimana sarò all'assemblea della CLN, per ascoltare e fare qualche intervista. Soprattutto, incontrerò uomini e donne (questo non è politically correct, ma semplice presa d'atto) che in questi anni non si sono arresi, a dispetto di tutto (anche del fuoco amico) e spero vivamente di potervi riferire che sì, abbiamo deciso di smettere di agire individualmente per organizzarci collettivamente in vista di un primo momento di lotta organizzata nella battaglia elettorale del 2018.

Noi siamo sovranisti, noi crediamo nelle costituzioni, noi siamo socialisti.

lunedì 28 agosto 2017

L'euro: Ragione e Sentimento


Un post ispirato dalla canzone di Maria Nazionale

Legenda
  • lui è l'euro
  • l'amica è la ragione
  • l'Italia è il sentimento
  • chella là è Angela 

L'amica
Stai chiagnen nata vot ma pekkè nu l'è lassat
Tu si scem si cretin tu si tropp nnamurat
Quanti vot tu l'aspiett ma nun torn manc a nott
Nun t'accuorg ca t mett cumm foss nu cappott
Cagn tutt i ser liett quanta corn ca ta fatt
Ca stai mal se ne fott non u vide ca ta fatt
È arrogante e prepotente chill è n'fam e n'omm e nient
Chill è surd e nun t sent nun i tten i sentiment
L'Italia
Ma io questo €uro lo amo
L'amica
Pur l'uocchio s'a pigliat pe ki st'omm si cecat
L'Italia
E nun ma sent ro perder
L'amica
Man e pied t'ha attaccat stai campann ncatenat
L'Italia
Tutta me stessa lo amo
L'amica
Ora ammen t'è distrutt nun o ten o cor n'piett
L'Italia
Pe chell e' senza na vit
L'amica
Comm foss ciucculat roc roc t'ha mangiat
L'Italia
Terribilmente lo amo
L'amica
Semp ca television t trascur co o pallon
L'Italia
E'fuoc ca m fa ardr
L'amica
Mo t'appicc e mo t'iett comm foss sigarett
L'Italia
Da capo però io l'amo
L'amica
Quanti ser c'hai aspettat quanti pal ca hai pigliat
L'Italia
E nun m vogl stuta'
L'amica
Ma pecchè ci tiena ancor si chist'omm è senza cor...pecchè?
Scema c'aspiett po lassà
L'Italia
Ma io lo amo
L'amica
Chell è tutt'nfamità
L'Italia
So nnammurat
L'amica
Guard mo sta cu chella là
L'Italia
E io o perdon
L'amica
Torn e t torna a tuzzulià
L'Italia
Ma io lo amo
L'amica
Ven fa ammor e se ne va
L'Italia
So nnammurat
L'amica
Corr pecchè ten che fà
L'Italia
E io o perdon
L'amica
Esc e pierd o fiat pò chiammà

T'ha stutat tutte e luc t'ha rubat u segn e croc
Quann parl nun t sent nun t fa nu compliment
Nun t port nu regal perchè è tropp material
Nun sparagn na uaglion è nu piezz e mascalzon
L'Italia
Ma io questo uomo lo amo
L'amica
Tu stai semp trascurat iss semp inculettat
L'Italia
E nun ma sent ro perder
L'amica
Tu nun vuò sentì ragion si na scem nn sì buon
L'Italia
Da capo però io l'amo
L'amica
Mett tropp sentiment ma nun ti riman nient
L'Italia
E nun m vogl stuta'
L'amica
Ogni cos fa guerr e t vott sott terr...pecchè?
Scema c'aspiett po lassà
L'Italia
Ma io lo amo
L'amica
Chell è tutt'nfamità
L'Italia
So nnammurat
L'amica
Guard mo sta cu chella là
L'Italia
E io o perdon
L'amica
Torn e t torna a tuzzulià
L'Italia
Ma io lo amo
L'amica
Ven fa ammor e se ne va
L'Italia
So nnammurat
L'amica
Corr pecchè ten che fà
L'Italia
E io o perdon
L'amica
Esc e pierd o fiat pò chiammà

Stai chiagnen nata vot ma perchè nu l'è lassat
Tu si scem si cretin tu si tropp nnamurat
Quanti vot tu l'aspiett ma nu torn manc a nott
Nun t'accuorg ca t mett cumm foss nu cappott
Cagn tutt i ser liett quanta corn ca ta fatt
Ca stai mal se ne fott non u vide ca ta fatt