Poiché il mio intervento al simposio di Camogli non è stato correttamente inteso (me ne assumo la responsabilità: non sempre si riesce a comunicare in modo efficace), ho pensato di chiarire il mio pensiero con questo scritto, confidando sull’ospitalità di Fiorenzo.
Voglio subito ribadire che non considero il dott. Luciano Barra Caracciolo soltanto un maestro. E’ lo studioso che ha risvegliato in me la passione, all’età di 60 anni, per lo studio e l’approfondimento del diritto costituzionale ed è il giurista che mi ha reso facile “decifrare” i noiosi trattati europei, testi scritti per non essere compresi. Credo sia l’unico giurista italiano in grado di elaborare una precisa e pertinente analisi economica del diritto, possedendo egli competenze non comuni anche in materia economica. La mia ammirazione e la mia gratitudine nei suoi confronti sono perciò fuori discussione. Menzionando il suo articolo, ho precisato che il contenuto dello stesso, restando sul piano delle “alleanze” tra entità assimilabili a partiti, era assolutamente condivisibile. Mi sono solo stupito che il dott. Barra Caracciolo ragionasse solo in termini di alleanze. Rileggendo più attentamente il suo articolo, mi sono tuttavia accorto di essermi sbagliato. L’ipotesi della creazione di “un partito di massa, a orientamento legalitario-costituzionale” (come potrebbe essere un partito unitario sovranista) è parimenti considerata, ma ritenuta irrealizzabile - in quanto “irrealistica aspirazione teorica” - sulla base di un motivato e ragionevole pessimismo.
Chiedo venia per l’errore e passo a precisare il mio pensiero in argomento, fondato invece su “un’ottimismo della volontà” (o, forse, della disperazione?) che potrebbe rivelarsi - almeno questo è il mio auspicio - altrettanto ragionevole.
Un lettore del blog, il sig. Claudio Silvis, contesta l’idea che l’alleanza tra esseri umani per raggiungere obiettivi comuni risponda ad “un’istanza neoliberista”. Il problema non consisterebbe nell’alleanza in sé, ma “nella qualità intrinseca delle motivazioni” che ne animano il progetto. D’altra parte, osserva il medesimo lettore, “la nostra Costituzione non è forse il frutto di un’alleanza fra forze politiche diverse e per molti versi contrapposte?”
Orbene, premesso che non ho parlato, durante il simposio, di alleanze “tra esseri umani” in genere, bensì di alleanze “tra sovranisti” (ed il particolare è determinante, come vedremo tra poco), la risposta alla domanda del sig. Claudio, per quanto posta come interrogazione retorica, non può essere che no.
La nostra Costituzione è una legge. E’ la Legge fondamentale, formulata ed approvata, con una maggioranza di 453 voti favorevoli e 62 contrari su 515 presenti e votanti, da un’assemblea parlamentare (la Costituente) eletta con sistema rigorosamente proporzionale (e quindi massimamente rappresentativo della volontà del Popolo italiano).
Le elezioni dell’Assemblea Costituente furono dominate da tre grandi partiti: la DC, che ottenne il 35,2% dei voti e 207 seggi; il Partito Socialista, che ottenne il 20,7% dei voti e 115 seggi; il PC, che ottenne il 18,9% dei voti e 104 seggi. La tradizione liberale che era stata la protagonista della politica nell’Italia prefascista, ottenne invece il 6,8% dei consensi e 41 deputati.
Nell’Assemblea Costituente si confrontarono dunque idee, valori, modelli sociali, concezioni costituzionali (ad una concezione “atomista, individualista, di tipo occidentale, rousseauiana”, si contrapponeva, notoriamente, una concezione costituzionale “statalista, di tipo hegeliano”) e concezioni politiche diverse e, per molti aspetti, diametralmente opposte.
Il confronto fu acceso, a tratti molto aspro, con profondi dissensi e lacerazioni. Il lavoro fu instancabile. Oltre alle fatiche della Commissione dei 75 (testimoniato dai resoconti delle vivaci, polemiche e combattute discussioni sui singoli articoli proposti: http://www.nascitacostituzione.it/ ), lo testimoniano le 347 sedute assembleari, i 1663 emendamenti che furono presentati sui 140 articoli del progetto di Costituzione (dei quali 292 approvati, 314 respinti, 1057 ritirati od assorbiti), i 1090 interventi in discussione da parte di 275 oratori, i 44 appelli nominali ed i 109 scrutini segreti, i 40 ordini del giorno votati, gli 828 schemi di provvedimenti legislativi trasmessi dal Governo all’esame delle Commissioni permanenti ed i 61 disegni di legge deferiti all’Assemblea, le 23 mozioni presentate (delle quali 7 svolte), le 166 interpellanze (di cui 22 discusse), le 1409 interrogazioni (492 delle quali trattate in seduta), più le 2161con domanda di risposta scritta (che furono soddisfatte per oltre tre quarti dai rispettivi Dicasteri).
La Costituzione non fu il frutto di alleanze, bensì il frutto di “un processo di formazione democratica, cioè collettiva” (Meuccio Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione, 22 dicembre 1947, Seduta antimeridiana dell’Assemblea Costituente). Fu il prodotto di una discussione (“che è il mezzo più razionale e più elevato per raggiungere quella verità relativa, che agli uomini può essere consentita”: Vittorio Emanuele Orlando, stessa Seduta antimeridiana dell’Assemblea Costituente) che vide le tesi più diverse e più opposte confrontarsi duramente su quasi tutti gli articoli. Alcuni di essi furono discussi da più di una Sottocommissione, o furono concepiti inizialmente come articoli differenti, diventando poi articoli unici o viceversa. Molti articoli furono trattati nelle discussioni generali in Assemblea, altri nacquero dagli emendamenti proposti. Come opera collettiva la Costituzione fu “transazione” ed “equilibrio” realizzato, con pazienza, intelligenza sopraffina e con eccellente tecnicismo giuridico-costituzionale, “fra le idee e le correnti diverse” (Meuccio Ruini, ibidem).
Il prodotto di quel processo, lo sappiamo, fu una rivoluzione epocale: l’avvento delle Costituzioni democratiche del secondo dopoguerra e, in particolare, della nostra, segnò il passaggio dallo Stato liberale (quello “aristocratico, espressione di liberismo individualistico” e di “dittatura della borghesia”, rivelatosi “impotente a mantenere un minimo di coesione sociale, perché l’abissale ineguaglianza delle posizioni di effettivo potere determinatasi fra i cittadini rendeva apparente la parità che la legge assicurava alle parti dei rapporti sociali , e privava la massa della popolazione del godimento delle libertà astrattamente riconosciute”, senza riuscire “a conseguire il fine del massimo benessere collettivo invocato a giustificare la pienezza della libertà concessa alla proprietà ed all’iniziativa economica privata”: così Mortati, voce “Costituzione”, Parte II – La Costituzione Italiana, Enciclopedia del Diritto, Giuffrè Ed., Vol. XI, 214 e ss.) allo Stato democratico, ovvero il passaggio dalla libertà-autonomia alla libertà-partecipazione (“la trasformazione del concetto di libertà - il quale, dalla idea della libertà dell’individuo dal dominio dello Stato, si trasforma in partecipazione dell’individuo al potere dello Stato - segna contemporaneamente la separazione della democrazia dal liberalismo”: Kelsen, Democrazia e cultura, 1955, 32), con la totale inversione del “valore attribuito ai due termini del rapporto proprietà-lavoro, conferendo la preminenza a quest’ultimo sul primo” (Mortati, ibidem).
Il passaggio dallo Stato liberale allo Stato democratico è un moto che i nostri Padri costituenti avevano immaginato come assolutamente irreversibile nel nostro sistema costituzionale e, dunque, chiuso - data l’immutabilità dei suoi principi fondamentali - ad ogni tentativo di ritorno al passato e di restaurazione di quel modello liberale-liberista che aveva generato miseria, sofferenze, differenze sociali, conflitto di classe, esclusione delle classi subalterne da qualsiasi funzione di governo, ed il cui fallimento era stato storicamente sanzionato con la grande crisi del 1929-1932.
Abbiamo purtroppo constatato che le previsioni dei Padri costituenti erano errate. La rivoluzione durò - malgrado i sabotaggi, le difficoltà, le inerzie e gli ostacoli di ogni genere interposti dalle forze conservatrici - lo spazio di un trentennio, sino alla fine degli anni ’70, quando, con il famigerato “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, la restaurazione liberale-liberista assestò un colpo letale allo Stato democratico.
I fatti, esterni ed interni allo Stato, che agevolarono la “controrivoluzione” liberista sono noti. Ho cercato di riassumerli qui https://www.youtube.com/watch?list=PLEEY0XES7Zsue0XLg_vefPIzRmXtYlz9k&v=pPxH7sUNqj8 (dal min. 5:16) e qui: https://www.youtube.com/watch?v=78qB-jhgwBU&index=9&list=PLEEY0XES7Zsue0XLg_vefPIzRmXtYlz9k.
Ritengo peraltro assai fondata l’analisi svolta sul differente, ma non meno interessante e concreto piano psicologico-sociale da Mauro Scardovelli, secondo il quale “la grande illusione della modernità è stata quella di creare la democrazia politica, l’autogoverno del popolo, la pace e la giustizia tra le nazioni, senza promuovere con altrettanto impegno la democrazia interiore, ovvero l’autogoverno di sé”. Osserva efficacemente tale autore che “il neoliberismo, nonostante le catastrofi che produce, continua a imporsi come pensiero dominante. Questo non solo grazie alla perdita di memoria storica, all’arretramento culturale dei popoli, alla propaganda mediatica, al marketing delle idee, agli intellettuali servi dei potenti, ma anche soprattutto perché, facendo leva sulla facile propensione umana alla comodità, all’egoismo, all’avidità, e agli altri inquinanti della mente, ha promosso una regressione psichica di dimensioni ormai endemiche. Pompando il narcisismo, l’infantilizzazione, l’individualismo, la prolificazione dei desideri, ha generato una nuova forma di vita, basata sulla competizione generalizzata in ogni relazione umana, compresa quella con se stessi. In altri termini, ha elevato a valore universale l’ultima forma storica di etica autoritaria, materialistica, oligarchica, competitiva, bellica, diffondendo due patologie strettamente connesse: lo sfruttamento delle debolezze altrui (struttura narcisistica) o l’implacabile persecuzione delle proprie debolezze (struttura depressiva-ansiosa). In altre parole, il neoliberismo promuove la concentrazione della ricchezza e la distruzione della cultura, conduce alla proletarizzazione del mondo e alla distruzione dell’ambiente. Questo progetto diabolico può realizzarsi solo con la complicità delle vittime che, avendo interiorizzato - a livello di inconscio sociale - il pensiero bellico neoliberista, anziché unire le forze contro il comune nemico, sono spinte a lottare tra loro e al loro interno, rendendo quasi nulla ogni possibilità di resistenza. […] Gli intellettuali critici più accorti sono concordi sull’inderogabile e prioritaria necessità di diffondere con tutti i mezzi una nuova consapevolezza, in grado di smascherare la menzogna mediatica, e un nuovo tipo di pensiero in grado di liberarci dalla patologia neoliberista interiorizzata, ripristinando il cammino verso la libertà interiore e la giustizia sociale. Svolta culturale indispensabile a ridare vita alla nostra Costituzione e a ridare forza al suo progetto di società libera ed equa, per la quale tanto sangue innocente è stato versato. [...] A quest’opera di risveglio tutti siamo chiamati a partecipare, ciascuno con le proprie competenze, risorse, energie disponibili. Avendo ben chiaro che il lavoro più grosso e difficile è quello interiore". Senza più cadere “nell’illusione, e nella trappola più insidiosa, di poter agire sul mondo esterno senza aver trasformato le convinzioni e le programmazioni mentali, egoiche e neoliberiste. Convinzioni e programmazioni che ci rendono inconsciamente e strutturalmente adesivi allo stesso modello neoliberista che crediamo di combattere, facilmente polemici e conflittuali tra noi, anziché empatici, solidali e costruttivi. Quindi individui propensi a dividersi e a scannarsi nella lotta orizzontale tra portatori di idee diverse, nelle quali ci identifichiamo, alimentando il conflitto tra poveri e sfruttati, anziché pronti ad unire le forze nella lotta contro il nemico comune, la lotta verticale contro i veri oppressori: gli oligarchi della finanza internazionale” (https://drive.google.com/drive/folders/0B4fo9SXBK4fTZzVIVm9FT1JYRVU).
L’articolo del presidente “a vita” del FSI, che ho citato durante il simposio di Camogli, dimostra in pieno la correttezza di questa analisi. In quello scritto vi è l’apologia della competizione (anche tra soggetti che non dovrebbero affatto competere, ma collaborare, unire le forze “per allargare il proprio territorio di idee arricchendolo del contributo degli altri, sino a condividere un territorio comune”, costruendo così una comunità in grado di opporsi al nemico comune); vi è una chiara propensione al conflitto ed alla disgregazione (laddove si pretende di escludere da una molto futura alleanza sovranista tutti coloro - fossero anche raffinati intellettuali, efficaci divulgatori, ecc. - che non avranno dimostrato una vocazione paramilitare sapendo organizzarsi in associazioni o piccoli partiti, “crescere per qualità e quantità di militanti”, marciare compatti “sulle strade”, organizzare “eventi sul territorio”, evitare le scissioni e via dicendo. Casi, “da sottoporre addirittura agli psicologi”, secondo l’improvvisato psicanalista “fissino”); vi è l’ossessivo attaccamento alle proprie ragioni ed un’evidente propensione alla polemica difensiva del proprio (limitatissimo) territorio privato di idee (“chi non ci stima si sbaglia o peggio... non è in grado di apprezzarci” e, in ogni caso, “la nostra stima non è eterna”); vi è dunque una (forse) inconsapevole, ma strutturale adesione al modello liberista che si crede di combattere, ma che, in realtà, si riproduce goffamente all’interno del proprio (aggettivo possessivo) gruppo sovranista.
Apro una parentesi. Il precitato soggetto ha reagito con malcelato rancore alla mia critica: dopo avermi definito, con sarcasmo, un “genio” per aver sostenuto che lo schema dell’alleanza (che presuppone logicamente una divisione e, quindi, un potenziale conflitto, tra soggetti politici, per diversità di tradizioni o di indirizzi) è coerente alla logica liberista della competizione e del conflitto ed è quindi da evitare nell’ambito di un processo di unificazione sovranista, mi ha pure “psicanalizzato”, affermando che dietro le mie posizioni “vi è probabilmente una debolezza psicologica” che spiegherebbe “la debolezza logica delle medesime”, “un blocco psicologico che conduce ad un moralismo da strapazzo”, aggiungendo – con un tono derisorio che inconsapevolmente tradisce un processo cognitivo distorto (noto come “etichettatura globale”) - che “non a caso parliamo di un astemio” (ebbene si… ho questo gravissimo difetto). Non pago di ciò, ha altresì psicanalizzato lo psicoterapeuta, l’amico Mauro Scardovelli, descrivendolo come una persona “non cresciuta caratterialmente, essendo rimasto un bambino fortemente egocentrico, fino a una forma di narcisismo patologico, con l’aggiunta di un tratto di modesto moralismo”. E ciò per il fatto di aver sostenuto che, “per attuare la Costituzione, riportandola al centro dell’agenda politica, è indispensabile una prassi trasformativa che agisca non solo sul piano esterno, delle istituzioni liberticide, ma anche sul piano interiore delle istanze psichiche distorte - rese distruttive dall’educazione e dalla cultura competitiva - che ci alienano dal nostro vero sé e dalla nostra più profonda essenza di esseri relazionali, naturalmente socievoli e collaborativi” e che, “recuperare la nostra autenticità, la nostra salute e la nostra propensione empatica, è un passo necessario per formare, a tutti i livelli, gruppi di lavoro realmente sinergici, efficienti e creativi, dei quali abbiamo sommamente bisogno”.
Sorvolo sugli attacchi personali di chi - senza conoscere nulla della mia vita sociale, lavorativa, familiare (o di quella dell’amico Scardovelli), dell’educazione che ho ricevuto e che ho trasmesso ai miei figli, delle discipline e delle arti che ho praticato e pratico tutt’ora, dei principi etici che hanno sempre guidato i miei pensieri e le mie azioni – esprime, senza possedere alcun titolo o competenza per farlo, giudizi un tantino grotteschi sulla mia psiche. Valuterà il lettore se tali giudizi siano da ascrivere ad occasionali alzate di gomito (pratica che tempo fa il soggetto in questione rivendicava con orgoglio), o ad altri fattori causali (malevolenza? Orgoglio? Presunzione? Arroganza? Permalosità? Dispatia? Risentimento?). Inquinanti del pensiero da disattivare con la compassione, sentimento che, come insegna l’amico Scardovelli, appartiene alla sfera delle “qualità dell’essere, o qualità dell’amore: le qualità o virtù che generano senso, orientamento e felicità durevole in una vita pienamente vissuta”.
Mi limito soltanto ad osservare che gli attacchi sul piano personale confermano, ancora una volta, quanto sia corretta l’analisi di Mauro Scardovelli (invito a leggere attentamente, sul punto, il paragrafo 12 del primo capitolo dello scritto “Economia e Psiche”, sopra “linkato”) e rivelano quanta strada, purtroppo, dobbiamo ancora percorrere, a livello interiore, per poter realizzare, sul piano esteriore, la rivoluzione solidaristica concepita dalla nostra Costituzione.
Chiudo la parentesi e torno al discorso originario.
Per quanto detto, il paragone con la Costituzione non è calzante. Sia perché la Costituzione, come abbiamo visto, non è frutto di un’alleanza tra forze politiche diverse, ma di un processo di formazione democratica, sia perché il compito dell’universo sovranista non è quello di confrontarsi, come avvenne in Assemblea Costituente, su idee, valori, modelli sociali diversi e contrapposti per darsi una Costituzione.
Il mondo sovranista possiede già un territorio comune di idee e di valori che vuole riaffermare ed attuare, ovvero quello consacrato nella nostra Costituzione del 1948. E’ la volontà di attuare i principi fondamentali della Costituzione la base comune ed il collante del mondo sovranista. Al cui interno non v’è ragione di stringere alleanze. Ci si allea, per perseguire uno scopo comune, se si è divisi e potenzialmente in competizione (non è un’affermazione aprioristica, bensì la realtà insita nel concetto stesso di “alleanza”). Erano divisi ed in competizione il PCI ed i socialisti che pure sia allearono dando vita al Fronte Popolare nel 1948 o, successivamente, alle giunte di sinistra. Erano divisi ed in competizione il PSI, il PSDI, il PRI e la DC che diedero vita, alleandosi, al Governo Moro nel 1963. Si allearono, fondamentalmente, per prevalere in una competizione elettorale, o per dare vita ad una maggioranza di governo, cioè per sostituire un gruppo di potere ad un altro gruppo di potere. E’ ovvio che non tutti i gruppi di potere siano uguali e che alcuni siano preferibili ad altri, in quanto più vicini all’ideologia accolta dalla Costituzione. Ma cosa produssero, alla lunga, le citate alleanze? Furono forse in grado di impedire la restaurazione liberale-liberista? Se aspiriamo ad un vero cambiamento, che ponga per sempre fine all’oppressione dell’uomo sull’uomo, dobbiamo prima di tutto unire le forze e costruire una comunità politica.
Sono divisi ed in competizione tra loro i vari frammenti del mondo sovranista? Non dovrebbero esserlo, condividendo tutti l’ideologia accolta dalla nostra Costituzione del 1948 ed il desiderio di attuarla. Se sono divisi, non lo sono sulle idee e sui valori, ma per futili questioni egemoniche, come chiaramente traspare dal citato articolo del presidente del FSI (ove, addirittura, si pretende di stabilire, unilateralmente ed in base a parametri numerici di tipo autoreferenziale, chi potrà partecipare e chi no alla costruzione della più che futura alleanza sovranista e chi avrà titolo per dirigerla). Lo sono perché “la distorsione egoico-competitiva dell’io umano relazionale e socievole” è divenuta “totalizzante, planetaria, endemica, come unica forma di io”, contaminando, in modo evidente, molte figure di spicco dei frammenti sovranisti, condizionandone il pensiero e l’azione.
I veri sovranisti non devono stringere alleanze a fini elettorali. Devono prima di tutto costituire una loro comunità politica attorno ai grandi valori condivisi. Per farlo, devono ripartire dalle qualità affettive ed amichevoli con cui è fondamentale vivere le relazioni quotidiane, a partire dalle riunioni del movimento. Devono aprirsi al dialogo, ricordando sempre che “la relazione e la sintonizzazione con l’altro vengono prima della parola e dell’azione comune che vuole essere retta e giusta”. Devono darsi regole democratiche che garantiscano una regolare alternanza alla guida del movimento. Costruita la comunità, i sovranisti dovranno poi individuare i loro esponenti politici e guadagnare progressivamente consenso con la grande forza degli ideali predicati, evitando - quantomeno nella fase della crescita e dell’affermazione - di inquinarsi stringendo alleanze (elettorali) con partiti o movimenti non autenticamente sovranisti.
Questa, a mio avviso, è la strada da seguire per cercare di riportare la Costituzione del 1948 al centro del programma di sviluppo sociale ed economico del Paese. Tra alleanza ed unità non vi è soltanto una differenza terminologica, ma sostanziale. Non vi è futuro per il sovranismo democratico e popolare senza l’unità dei sovranisti. Ma l’unità presuppone un lavoro, una prassi trasformativa interiore del nostro io che ci consenta di recuperare la nostra naturale propensione empatica, relazionale e comunitaria, contaminata, come abbiamo visto, dal pensiero neoliberista. E, non di meno, un’adeguata formazione “sulle tecnologie psicologiche più efficaci di mediazione, intese come competenze democratiche di base”.
Che poi sia o meno corretto “ridurre sic et simpliciter ad un’istanza neoliberista il fatto che gli esseri umani si alleino per raggiungere obiettivi comuni” poco importa. In linea generale, parlando di esseri umani, può effettivamente apparire scorretto (anche se, come ho cercato di spiegare, lo schema dell’alleanza, a prescindere dalle sue contingenti motivazioni, è coerente alla dimensione conflittuale orizzontale della società neoliberista) e l’accostamento può sembrare una forzatura. Tuttavia qui non si discute di alleanze tra esseri umani in genere, o tra soggetti politici differenti per ideologie, tradizioni o indirizzi, bensì del processo di unificazione sovranista, per realizzare il quale è assolutamente necessario abbandonare ogni propensione al conflitto e, quindi, l’utilizzo di schemi che lo presuppongano. Che l’accostamento sia o meno una forzatura è perciò irrilevante. Conta solo che il processo unificante si compia, prendendo coscienza, magari anche grazie ad una forzatura, che lo stesso potrà risultare vincente solo partendo dalle qualità dell’essere e delle relazioni umane, dall’etica del dialogo e della collaborazione. E conta che si compia al più presto. Mentre vi è chi straparla di alleanze elettorali per il 2023 e di chi avrà titolo per dirigerle, la tecnica di condizionamento mentale nota come finestra di Overton (http://www.lastoriavariscritta.it/la-finestra-di-overton/#sthash.HfW7g3Fc.dpbs) – volta, nella fattispecie, a veicolare il concetto che siano i principi fondamentali della Costituzione (“frutto di compromessi fra alcune forze, democristiani, socialisti e comunisti, che all’epoca non brillavano per adesione ai principi liberali”) ad ostacolare le riforme di cui necessiterebbe il Paese e che, pertanto, essi siano da cambiare (ovviamente ristabilendo la preminenza del capitale, “la proprietà privata”, sul lavoro, così come prevedevano le costituzioni ottocentesche) – è ormai approdata alla sua terza o quarta fase (“idea accettabile” o addirittura “sensata, razionale”): http://www.corriere.it/opinioni/17_luglio_21/costituzione-2ba03ff2-6d83-11e7-8b64-8c2227f4edc4.shtml .
Di questo passo, nel 2023 non stringeremo alleanze elettorali, perché saranno definitivamente estinti gli ormai “inutili” riti elettorali.
Auguro perciò a tutti noi un buon lavoro, aderendo senza riserve all’appello di Fiorenzo: Un imperativo morale.
Mario Giambelli





