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| La nuova sede della Link Campus University |
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| Susanna Turco |
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Il dato politico che è emerso, sia dalla scelta del luogo dell'incontro, sia dai nomi dei partecipanti come dalle tesi da essi sostenute, è che una parte del mondo politico in cui tutto nacque, sette anni fa, ha scelto una linea di sostegno critico al governo gialloverde, facendo sua la lettura dell'attuale fase come quella di uno scontro tra due visioni del capitalismo occidentale, l'una a guida americana, l'altra che ha il suo centro propulsore nel progetto di unificazione europea. Si tratta di una tesi abbastanza condivisa, in parte anche da me, ma ciò che colpisce, nel caso di P101, è un'enfasi eccessiva nello schierarsi dalla parte del governo gialloverde, unita alla evidente mancanza di consapevolezza del ruolo marginale cui questa organizzazione è destinata stante la sua inconsistenza numerica. Qualcuno definisce questa tattica come "entrismo", altri come "codismo". Sabato ho chiesto ad un dirigente di P101 di darmi una definizione di "codismo" e mi sono sentito rispondere (excusatio non petita accusatio manifesta) che loro non sono "codisti" perché mantengono autonomia di pensiero e azione.
Emiliano Brancaccio, in un breve intervento pubblicato sul sito Megachip, descrive lo scontro tra il liberismo di matrice americana e quello di matrice franco-tedesca nei termini di un processo di «centralizzazione dei capitali. La centralizzazione è l’esito di una incessante lotta tra capitali per la conquista dei mercati, che porta al fallimento dei più deboli o alla loro acquisizione da parte dei più forti, sfocia nella “espropriazione del capitalista da parte del capitalista” e alla fine determina una concentrazione del capitale in sempre meno mani».
Paolo Barnard, uno dei protagonisti di maggior rilievo del settennio passato, ha aspramente criticato la deriva di questa frazione di mondo (ex?) sovranista pubblicando un tweet al vetriolo:
Il cuore del problema politico è, in definitiva, il modo e il grado di vicinanza al tentativo del governo gialloverde di invertire una tendenza pluridecennale di assoluta adesione al progetto unionista da parte di tutti i governi precedenti, sia di centrosinistra che di centrodestra. Ciò che colpisce nella linea - che ormai possiamo considerare consolidata - scelta da P101, è la convinzione che questo governo abbia intenzione di fare di più ma che non può farlo a causa dei pericoli insiti in un'aperta ribellione all'Europa, ragion per cui, qualora si arrivasse ad uno scontro in campo aperto, sarà necessario sostenerlo senza esitazioni anche sollecitando una mobilitazione di piazza. Da ciò discende la costruzione di una narrazione politica, esplicitatasi nel corso di numerosi articoli pubblicati sul blog sollevazione, che pone in secondo piano le pur riconosciute perplessità sulla natura del m5s e della Lega, considerate secondarie rispetto a quello che viene considerato il fronte principale: lo scontro con Bruxelles.
Il dissenso rispetto a questa narrazione si sta sviluppando, per ora, sotto traccia, perché tutti condividono il timore di rafforzare il fronte eurista, che trarrebbe evidente giovamento da una spaccatura esplicita in quello eurocritico, o sovranista, o sovranista costituzionale. La critica più netta alla linea di P101 proviene da quanti sostengono che la reale intenzione del governo gialloverde non sia, come molti continuano a sperare, quella di agire seguendo una tattica prudente in attesa che le contraddizioni della costruzione unionista esplodano, bensì quella di rafforzare il processo unionista emendandolo dei suoi difetti più dannosi, soprattutto di natura economica, proseguendo al contempo la sua costruzione sul piano giuridico fino a realizzare una gabbia dalla quale sarà impossibile liberarsi. Il più noto e determinato nel sostenere quest'ultima lettura dei fatti è l'avv. Marco Mori il quale, però, predica da un pulpito screditato essendo entrato in CasaPound Italia, ragione per la quale paga uno stato di isolamento del quale può incolpare solo sé stesso. Per quanto mi riguarda considero questa tesi errata e, se non la sostengo, non è certamente perché è quella di Marco Mori iscritto a CPI. Come sa bene chi mi conosce da tempo, non avrei alcun timore a farla mia se la ritenessi corretta.
Il mio punto di vista è che il bivio davanti al quale ci troviamo è la scelta tra una trasformazione dell'eurozona nella direzione di una politica più espansiva sostenuta sia dalla BCE che da passi verso un maggior coordinamento fiscale, di cui la Germania però non vuol sentir parlare, e l'avvio di un processo di dissoluzione. In entrambi gli scenari gli opposti contendenti - centro e periferia per dirla in due parole - vorrebbero preservare il mercato unico. In estrema sintesi sia i governi del centro che quelli della periferia, tutti in mano a forze politiche liberiste e dunque antipopolari per definizione, hanno interesse ad attenuare le tensioni tra gli Stati dell'eurozona, mantenendo però intatta la natura classista del progetto unionista. Questo interesse comune, a mio parere preminente, mi porta a concludere che al momento, e fin quando non si imporranno nuove forze popolari dal basso, nessuno ha interesse a varcare il punto di rottura: non l'Italia, il cui sistema bancario sarebbe travolto col rischio che debba essere nazionalizzato, ma nemmeno la Germania che ha interesse a mantenere l'euro, che è una moneta per lei sottovalutata che ne sostiene le esportazioni; e tanto più vantaggiosa quanto più riesce a mantenere bassa la dinamica di crescita dei paesi dell'eurozona, in primis l'Italia, dalle cui importazioni a buon prezzo dipende la profittabilità complessiva della sua filiera produttiva.
Quello verso cui si sta andando, quindi, non è, come crede Marco Mori, la costruzione di un impossibile e altamente instabile superstato federale, bensì la correzione degli squilibri più macroscopici attraverso una trattativa certamente dura ma che esclude a priori, salvo incidenti di percorso - ad esempio un grave shock esterno - la rottura dell'eurozona.
Il punto centrale è la teoria dei vantaggi comparati.
Da wikipedia: «La teoria dei vantaggi comparati (o modello ricardiano) è stata concepita a partire dai concetti essenziali dall'economista inglese David Ricardo e si inserisce nel contesto delle teorie riguardanti il commercio internazionale. L'assunto su cui si basa è che un paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un vantaggio comparato (cioè la cui produzione ha un costo opportunità, in termini di altri beni, minore che negli altri paesi)».
Sembra una constatazione di buon senso e in effetti lo è, ma solo a patto di intendersi sul significato di "vantaggio comparato". Se lo si intende nel senso, ad esempio, che la Sicilia si specializzerà nella filiera degli agrumi mentre la Norvegia in quella del salmone, allora non ci sono obiezioni. Ma il fatto è che la visione liberista non considera i "vantaggi comparati" nel senso di "costo opportunità", bensì quasi esclusivamente, e sempre di più, in quello di "costo del lavoro". Non è una differenza da poco. Una conseguenza, ad esempio, è che pur essendo sia la Sicilia che il Marocco dotati di risorse naturali equivalenti per la profittabilità della filiera degli agrumi, così non è dal punto di vista del costo del lavoro, ragion per cui gli accordi di libero scambio tra l'Unione Europea e il Marocco hanno determinato il collasso dei coltivatori di agrumi in Sicilia. Questi accordi di libero scambio non possono essere impugnati perché i trattati europei lo vietano. Dunque il Mercato Unico, che il governo gialloverde non contesta minimamente, anzi non ne parla proprio, è un "bene comune" di tutte le forze politiche liberiste - sia quelle eurocritiche che quelle eurofile - al potere in tutta l'Unione Europea.
Ebbene, sia il m5s che la Lega sono forze politiche liberiste, come si comprende bene non appena si guarda oltre la polemica sull'euro, una moneta disfunzionale che non potrà non essere corretta, per puntare l'attenzione verso altre questioni. Sorvoliamo sul fatto che il cosiddetto reddito di cittadinanza è la risposta italiana alle riforme hartz in Germania, oggi possibile grazie all'avanzo di partite correnti ottenuto con la cura Monti, e pensiamo alla proposta - già depositata - di ridurre di 345 unità il numero di parlamentari col pretesto di un risibile risparmio. Oppure facciamo mente locale al fatto che Salvini, dopo aver ridimensionato il flusso migratorio onde evitare che fosse solo il nostro paese ad accollarsi i costi di un'immigrazione che, in ogni caso, tutta l'Unione Europea a trazione liberista desidera, sebbene cercando di scaricarne i costi sociali e politici sui paesi vicini (ricordate il tentativo della Merkel di aprire le frontiere e il suo precipitoso dietrofront davanti alle proteste popolari) ben si guarda dal fare la dichiarazione più logica: la stretta si applica ai migranti, e non agli immigrati, per cui tutti quelli che sono già in Italia avranno gli stessi diritti e lo stesso trattamento di chi è italiano per nascita. Al contrario Salvini prosegue nella sua politica basata sulla paura, pur avendo già risolto l'ovviamente risolvibile problema dei migranti come il buon senso ha sempre saputo che fosse, a dispetto delle fanfaluche piddine sulla natura epocale e non contenibile del fenomeno; e lo fa sia perché questo gli rende elettoralmente ma, soprattutto, perché è perfettamente coerente con la natura liberista della Lega, quella per cui gli immigrati che sono già in Italia devono continuare a fare i domestici, le badanti, i braccianti nei campi, i lavoratori mal pagati e senza tutele, contribuendo non già alla crescita della ricchezza della Patria (ormai) comune, bensì a mantenere basso il costo del lavoro così come richiesto dalle compatibilità della filiera produttiva europea, sia quella dei paesi core che della periferia.
Tutto il quadro testé sommariamente descritto conduce ad una sola possibile conclusione: non c'è alcuno scontro in atto, al massimo una trattativa più o meno dura giocata sui decimali di deficit con in mente preoccupazioni propagandistiche in vista delle future elezioni, a partire da quelle europee del 2019, mentre prosegue indisturbata l'avanzata oligarchica a danno del principio democratico. Lo scontro, questo sì cruento, è lo stesso da millenni: oligarchia contro democrazia. Le carte pesanti del fronte oligarchico sono, come sempre, la libera circolazione dei fattori produttivi al riparo da ogni possibile condizionamento delle istanze del mondo del lavoro politicamente organizzate nella forma Stato, e dunque la riduzione, ovunque ciò sia possibile, degli spazi di partecipazione dal basso alla vita politica.
Sorprendentemente, però, P101 sta costruendo una narrazione in cui questi aspetti vengono ricordati in sordina, perlopiù con la ripetizione di giaculatorie tipo "Io sono vetero e penso invece che, per non farla troppo lunga, la soluzione sia non l'uscita dall'euro ma l'uscita dal capitalismo: non credo che questo sia nei pensieri nè di di Di Maio nè tantomeno di Salvini" cui fanno seguito, però, azioni e gesti politici come quello di organizzare un convegno nella sede della Link Campus University, invitando come relatori, nell'ordine:
- Un funzionario del governo (LBC) il quale, non si sa se parlando a titolo personale o a nome del governo, ci ha ricordato la sua vecchia teoria frattalica secondo la quale oggi staremmo vivendo una replica delle vicende che sconvolsero l'Italia e l'Europa nel 1943, con lo sbarco degli americani e l'inizio del declino della potenza tedesca.
- Uno dei fondatori di Euroexit, Francesca Donato, che ci ha allietati parlando dei suoi progetti di riforma istituzionale dell'UE.
- Un politico, Stefano Fassina, eletto nelle file di LEU, che quando parla dice cose condivisibili ma non ha mai trovato il coraggio di agire di conseguenza.
- Il teorico della Sollevazione, Moreno Pasquinelli, che sogna la discesa in campo di masse del tutto impreparate e prive di guida politica che, se chiamate in piazza, non potrebbero che realizzare lo scenario che egli stesso indicava ancora pochi anni fa, quello di una loro mobilitazione reazionaria, oggi all'insegna della caccia allo straniero e del grido honestà honestà.
Come se non bastasse in sala erano presenti, con un banchetto di pubblicazioni, esponenti dei Carc - aka nPCI - vale a dire gli stessi che, nei loro documenti strategici, parlano continuamente di "Repubblica Pontificia": «L’Italia non è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, ma una Repubblica Pontificia basata sulla commistione di affari e interessi e sugli intrighi di potere fra Vaticano, Organizzazioni Criminali (Mafia, Camorra, ‘ndrangheta, ecc.), imperialisti USA (e sionisti) e capitalisti». La circostanza potrebbe essere interpretata come un coraggioso atto di sfida, ma il fatto è che le loro posizioni politiche sono abbastanza simili a quelle che, da qualche tempo, sono state sposate da P101. Non so voi, ma io ho trovato bizzarra la loro presenza in quella che è una delle sedi in cui - voce de relato - si incontrano e collaborano a studi strategici, "Vaticano, Organizzazioni Criminali (Mafia, Camorra, ‘ndrangheta, ecc.), imperialisti USA (e sionisti) e capitalisti".
Mi è sembrato di capire che l'opzione politica preferenziale di P101 sia quella della costituzione di una lista patriottica e socialista, anche in vista delle prossime elezioni europee, il cui perno dovrebbe essere costituito dalla partecipazione di qualche esponente di calibro, ad esempio Stefano Fassina, Alfredo D'Attorre e, nel caso di una sua definitiva discesa in campo, l'illustre giurista Luciano Barra Caracciolo. Personalmente ne sarei ben lieto, ed anche disposto a dare una mano dall'esterno. Rigorosamente dall'esterno: parteciperei alle elezioni solo in una lista sovranista e costituzionale, oltre che costruita dal basso anche con il mio contributo. A proposito, mi piacerebbe si chiamasse "Assalto alla diligenza", ad indicare che la redistribuzione passa, inevitabilmente, attraverso una competizione tra forze politiche popolari che traggono linfa dalla partecipazione degli elettori alla vita politica, e dunque guidate da una molteplicità di capi che devono rispondere, concretamente, ai bisogni dei loro elettori.
Se leggete con attenzione uno degli articoli linkati (M5S, chi sono i nuovi grillini eletti: basta disoccupati, ecco notabili e professionisti) potrete constatare che il m5s sembra essersi avviato nella direzione di un'organizzazione di natura simile a quella che ho chiamato, scherzosamente ma non troppo, "Assalto alla diligenza", con la non lieve differenza di promanare dall'alto, non dal basso. Credete forse che i notabili citati da Susanna Turco si siano presentati agli incontri grillini senza alcuna chiamata preventiva da parte del misterioso staff, con tanto di rassicurazioni e garanzie sotto banco? L'operazione posta in campo dal m5s, sotto la guida di Di Maio, somiglia molto ad una versione ammodernata della vecchia DC dorotea, mentre la Lega, incassato l'appoggio di Confindustria, potrebbe puntare ad occupare lo spazio politico che le forze liberali italiane del dopoguerra tentarono, inutilmente, di costruire. Un'operazione che oggi sembra essere riuscita, grazie al carisma di Matteo Salvini e alla sua capacità di mobilitare rabbiosamente le masse elettorali.
Dalla Link Campus University, per ora, è tutto. Presto vi parlerò dell'altro convegno, quello organizzato dal movimento Patriottismo Costituzionale. Stay tuned e commenti liberi, anche ai vituperati anonimi, così diamo spazio a quelli del blog Sollevazione che parlano di politica senza farsi riconoscere da noi, mentre chi sono lo sa anche la più infima piattaforma di e-commerce.






