lunedì 30 novembre 2015

L'Ego della rete NON prescinde dal merito delle idee!!!



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In nome dell'amicizia si possono sopportare molte cose, perfino tacendo quando invece si dovrebbe parlare. E' quello che ho fatto per quasi un anno e mezzo, da quando, nell'estate del 2014, uscii dall'ARS. Anche in quell'occasione mi comportai come avevo già fatto in un'occasione precedente, il litigio con Bagnai, tacendo e rifuggendo la polemica per così lungo tempo che in molti scambiarono questo atteggiamento per debolezza. Lo stesso ho fatto successivamente, quando sono entrato in conflitto di idee con un altro caro amico: ho preferito tacere per lungo tempo, e ancora mi taccio, per non esacerbare i rapporti.

C'è però un limite, oltre il quale tacere non è più possibile. Accadde con Bagnai, succede di nuovo oggi con l'amico Stefano D'Andrea (SdA nel seguito). Farlo significherebbe non chiarire a sufficienza la distanza ideale che ormai esiste tra alcune posizioni di SdA e la mia visione delle cose. L'occasione è la pubblicazione di uno suo scritto su Appello al Popolo, dal titolo “Antesignani in tempi oscuri della grande riscossa”.

Nell'articolo SdA scrive: «Se dovessi citare un caso italiano di movimento politico-culturale sorto “dal basso”, ma non popolare, bensì borghese, come era naturale ai primi del novecento, movimento portato avanti con capacità, determinazione, pazienza, da un gruppo, che aveva la guida in una specifica personalità, e che tuttavia fondo’ un’associazione dopo sette anni dalla costituzione, associazione che dopo altri tredici confluì in un partito, più popolare, che avrebbe avuto il potere per venti anni (qui si prescinde totalmente dal merito delle idee), direi che esso è il movimento nazionalista di Enrico Corradini. Non a caso, il capo di quel partito che tenne il potere per venti anni  defini’ quel gruppo “antesignani in tempi oscuri della grande riscossa”.» 

SdA sta parlando di Enrico Corradini, un agitatore politico (e scrittore fallito) tra i principali artefici della nascita e sviluppo del nazionalismo. I "tempi oscuri" di cui parla "il capo di quel partito che tenne il potere per venti anni" sono l'età giolittiana, durante la quale furono legiferate norme in favore di anziani, infortunati e invalidi, norme per la protezione di donne e bambini, l'istruzione elementare obbligatoria fino a 12 anni, il diritto al riposo settimanale, provvidenze assistenziali, l'indennità parlamentare, migliori retribuzioni, norme in favore delle condizioni igienico-sanitarie. Il diritto di voto fu esteso a tutti i cittadini di sesso maschile, e venne avviata un'imponente politica di opere pubbliche, in particolare nei trasporti. La società italiana conobbe un periodo di forte crescita economica, di aumento della pace sociale e di crescita della partecipazione alla vita democratica. Infine Giolitti non abbandonò mai una linea di separazione tra Stato e Chiesa, nonostante le aperture nei confronti del mondo cattolico ("Il principio nostro è questo, che lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbono incontrare mai" - Giolitti 1904).

Tutto ciò suscitò la reazione dei settori più reazionari, che vedevano minacciata una supremazia secolare che non era stata intaccata nei primi decenni dall'unità d'Italia. Ad essi le idee dei nazionalisti, Corradini in testa, fornirono il supporto ideologico per la difesa degli interessi minacciati. Il nazionalismo italiano non fu un movimento "dal basso", ma un fenomeno che maturò negli ambienti culturali della borghesia, al quale non mancarono, non appena riuscì a raggiungere un minimo di consistenza, gli appoggi politici e finanziari della grande borghesia, inquieta per il riformismo giolittiano, e dei settori più retrivi del cattolicesimo. Già nel 1913 il Corradini tentò, fallendo, di essere eletto in Parlamento grazie all'appoggio dei cattolici, ma ciò non gli impedì, un anno dopo, di essere uno strenuo sostenitore dell'entrata in guerra contro la cattolicissima Austria, in quanto «ci sono nazioni proletarie come ci sono classi proletarie; nazioni, cioè, le cui condizioni di vita sono con svantaggio sottoposte a quelle di altre nazioni, tali quali le classi ... L'Italia è una nazione materialmente e moralmente proletaria" - Enrico Corradini in "Classi proletarie: socialismo, nazioni proletarie: nazionalismo

L'idea, sostenuta dal Corradini, che esista uno "sfruttamento di classe semplice", operato dalla borghesia ai danni del proletariato in ciascun paese, e uno "sfruttamento di classe composto", che si verifica sul piano internazionale e si concretizza nell'opposizione tra nazioni ricche e nazioni povere, è il nucleo della narrazione nazionalista, la quale si fonda sull'assunzione della concorrenza come valore assoluto, sia che questa si svolga nell'ambito della competizione tra capitali, sia nella guerra tra le nazioni. La conseguenza di questo ordine di idee era che le nazioni povere come l'Italia dovessero dotarsi di una forte statualità, intesa però come strumento per la guerra verso l'esterno attraverso cui assicurare alla nazione le risorse necessarie all'aumento della sua potenza. Inutile aggiungere che, per Corradini e i nazionalisti, lo Stato doveva essere posto sotto la guida di una forte borghesia nazionale. Nulla a che vedere con l'idea sovranista, per la quale è il lavoro la vera e unica fonte della ricchezza di un popolo, e la giusta distribuzione di questa operata dallo Stato democratico.

La chiosa di SdA ("qui si prescinde totalmente dal merito delle idee") non basta a fugare, neppure lontanamente, la perplessità. Non è la prima volta che SdA esprime pubblicamente idee e concetti discutibili, ma finora avevo taciuto per amicizia. Credo che la misura sia colma, ed è questa la ragione di questo scritto. Il sovranismo non ha nulla a che vedere con il nazionalismo espresso dal Corradini e dai suoi accoliti, sebbene esistano certamente diverse declinazioni del significato di questo termine. Fu proprio per evitare ogni possibile confusione che, qualche anno fa, discutendo con lo stesso SdA, si convenne di coniare e introdurre nel lessico politico la parola "sovranismo", nell'attesa e nella speranza che "nazionalismo" tornasse ad avere un'accezione più democratica. Sta accadendo invece il contrario: le due parole vengono, sempre più, sovrapposte, generando così confusione. 

Il fatto che il fondatore e principale esponente di un'associazione politica che si definisce "sovranista", nell'argomentare la necessità della nascita di movimenti dal basso faccia riferimento alla vicenda del nazionalismo italiano, e in particolare a Enrico Corradini, è cosa che lascia stupefatti per il suo carico di ambiguità. Non tanto e non solo per il fatto che il nazionalismo non fu un movimento dal basso, bensì borghese (come riconosce lo stesso SdA) e reazionario (come dimentica di ricordare SdA), ma perché l'accostamento dell'idea sovranista al nazionalismo denuncia una strategia comunicativa che lascia spazio ad una sola e netta alternativa: o SdA non sa comunicare, oppure SdA fa un discorso peloso. E cioè un discorso che mira esclusivamente al proprio tornaconto.

domenica 29 novembre 2015

La rivoluzione sarà trasmessa in diretta?



Andare in televisione, oggi, non solo è inutile ma addirittura dannoso. In questo video Fulvio Grimaldi è costretto a parlare subendo le continue interruzioni, al limite dello sbeffeggiamento, di Luca Telese. Per non dire degli sguardi delle strafighe (certamente grandi storiche e politologhe) presenti in studio, e del "povero Toti" che si perde...

Io credo che tutto ciò, nella situazione attuale, sia del tutto controproducente. Cedere al desiderio di apparire è umano, e ci sarà sempre chi lo farà: se Fulvio Grimaldi avesse rifiutato, ne avrebbero trovato un altro. L'informazione mainstream ha bisogno delle voci dissenzienti perché in tal modo dimostra di essere pluralista, per cui chi si presta a ciò non fa niente di buono salvo soddisfare un proprio bisogno psicologico.

L'informazione di contrasto a quella mainstream deve essere rigorosamente auto-prodotta, e circolare attraverso canali ad essa concorrenti. E siccome in questa mia posizione sono ultra radicale, lasciatemi dire che non vanno bene neanche i social, al limite neppure le grandi piattaforme di condivisione video, e che l'unica cosa da fare è quella di dedicare ogni sforzo alla realizzazione di canali di controinformazione indipendenti.

giovedì 26 novembre 2015

L'Europa e i pirati

Da wikipedia: «Per guerra piratica di Pompeo si intende la fase finale delle campagne condotte dalla Repubblica romana contro i pirati che infestavano le coste del Mediterraneo orientale e danneggiavano le province romane orientali, portate a termine in una quarantina di giorni. Soprattutto i pirati cilici avevano invaso i mari, rendendo impossibili i rapporti tra le diverse popolazioni, portando guerra ovunque e generando pesanti ripercussioni nei traffici commerciali marittimi, compresa la stessa fornitura di grano per la città di Roma.»

E adesso il colpo di scena: dove stava la Cilicia?


Dunque in Turchia. Gneo Pompe Magno risolse il problema in una quarantina di giorni. Il difficile, in effetti, non fu sterminare i pirati, ma convincere il senato ad affidare il comando di un grande esercito a un solo uomo, cioè la guerra civile romana, allora in gestazione.

Da wikipedia: «I pirati erano talmente esaltati dai loro facili guadagni, da aver deciso di non cambiare il loro modo di vita sebbene la guerra fosse terminata. Si paragonavano invece a re, tiranni e grandi eserciti, e credevano che uniti insieme, sarebbero stati invincibili. Costruirono quindi navi ed ogni genere di armi. La loro sede principale si trova in un luogo chiamato Cragus in Cilicia (Coracesium), che avevano scelto come loro ancoraggio comune ed accampamento. Possedevano fortezze con torri, intere isole in tutto il mondo mediterraneo. Scelsero quale loro "quartier generale" le coste della Cilicia, che sono aspre, senza punti di facile attracco, con scogliere a picco sul mare. Questo il motivo principale per cui tutti i pirati erano chiamati con il nome comune di Cilici, sebbene ve ne fossero che provenivano dalla Siria, Cipro, Panfilia, Ponto e da quasi tutte le regioni orientali. Il loro numero è poi aumentato nel tempo ad alcune decine di migliaia, sparso sull'intero Mediterraneo fino alle colonne d'Ercole»

E adesso leggiamo quel che scrive Maurizio Blondet: «Fra i 520 camion-cisterna inceneriti dall’aviazione di Mosca, “circa un quarto erano di una società di facciata finanziata dalla famiglia Erdogan, ed alleata all’ambiente della criminalità organizzata turca (una delle mafie più pericolose del pianeta) e le sue ramificazioni, che arrivano a via Rotshild nel quartiere degli affari di Tel Aviv».

La guerra civile odierna è quella interna all'Occidente. Della lotta di classe, oggi come ai tempi dell'antica Roma, non si parla più. D'altronde Spartaco è morto.

Nota conclusiva


Spegnete la televisione e utilizzate Internet per studiare, in particolare la Storia. Questa, in parte, è già stata riscritta in neolingua, ma non ancora del tutto. Sempre meglio di FB, anyway. E ricordate: il buon senso non spiega la teoria della relatività, né la meccanica quantistica ma, visto il livello cui ci hanno condotto i media mainstream, il buon senso vale oggi più di un dottorato di ricerca. 


martedì 24 novembre 2015

Un'analisi logica della guerra di Siria

Ci sono due condizioni per poter raccontare una guerra: essere a conoscenza di notizie "riservate" oppure, se si dispone solo delle notizie di pubblico dominio, tentare di comporre il puzzle usando la logica, il buon senso e un minimo di conoscenza degli invarianti della storia. Il secondo è l'unico metodo che posso utilizzare.

Io credo che la domanda fondamentale che dobbiamo porci sia: a quale livello è stato deciso l'attacco a Parigi? Ho riflettuto e sono giunto alla conclusione che i livelli possibili siano cinque:
  1. il livello delle singole cellule operanti all'interno dell'Europa
  2. il livello dello stato maggiore dell'Isis
  3. il livello dei finanziatori regionali dell'Isis
  4. il livello della super potenza globale, gli USA
  5. il livello NATO
Tutti i media mainstream sono all'opera per convincere l'opinione pubblica che l'attacco è stato deciso al livello 1. Il racconto dei fatti è già sotto la lente dei debunkers (sia lode a loro), e credo che certe iniziative, tendenti a reprimere la libertà della rete, siano motivate dal timore che il loro lavoro possa giungere a risultati eclatanti. Personalmente non credo che la risposta sia che la decisione di portare l'attacco a Parigi sia stata presa al livello 1, per cui non me ne occuperò. Anche perché i media mainstream stanno già facendo un ottimo lavoro in tal senso. #DAR.

E' possibile che la decisione sia stata presa al livello 2. Ho già esaminato questa possibilità in questo articolo, allorché scrissi: "...un attacco al cuore dell'Europa, a Parigi, implica il rischio di un compattamento di tutti gli attori internazionali, al fine di sterilizzare la situazione e disinnescare una situazione che può sfuggire di mano. Se accadesse ciò, per l'Isis sarebbe la fine. I Kurdi sono lì che aspettano, con ansia, l'occasione di sostituirsi ad esso, garantendo per sovrappiù ben altra affidabilità. In cambio della promessa di un loro Stato, ovviamente. E la Turchia dovrebbe, a quel punto, piegare il capo."

In questo articolo vorrei esaminare meglio l'ipotesi 2, rimandando l'esame delle ipotesi 3, 4 e 5 ad altri articoli. In particolare vorrei spiegare perché, se fosse vera l'ipotesi 2, "per l'Isis sarebbe la fine".

Il punto di partenza è il fatto, che considero indiscutibile, che il conflitto siriano sia qualcosa di più di un conflitto regionale. Certo, gli attori regionali hanno forti interessi e motivazioni, ma le grandi potenze (USA, UE, Russia e Cina) hanno lì interessi di natura strategica. Ora una guerra tra le grandi potenze implica il rischio di una deflagrazione mondiale dalle conseguenze inaccettabili, e tuttavia la guerra è necessaria. Per i loro interessi, ovviamente. Lo dico per i diveramente emotivi.

Ciò vuol dire che oggi, e non è la prima volta che ciò si verifica nella storia, la "guerra inevitabile" impone delle regole il cui fine sia quello di preservare l'esistenza del sistema. Una situazione non nuova, alla quale in Europa siamo ben abituati. Basti pensare al millennio di guerre che hanno insanguinato l'ancien régime allorquando tutte le guerre, con poche eccezioni, si concludevano senza la distruzione e la sottomissione completa dell'avversario, come accadeva ad esempio nell'antichità classica, bensì con cessioni o acquisti di territori, passaggi di mano di corone regali o titoli nobiliari, non di rado addirittura con scambi di territori da un casato all'altro. Perché avveniva ciò? Perché le guerre non si concludevano con la conquista e la riduzione in schiavitù dei vinti, come nell'antichità classica? Per un motivo semplice: l'ancien régime era un sistema di potere la cui conservazione costituiva un vincolo ineludibile, quale che fosse l'asprezza dei contrasti.

Ora questo vincolo imponeva che non fosse consentito a nessuno di muoversi nella più assoluta libertà, soprattutto traendo dalla vittoria un guadagno assoluto, perché un simile comportamento avrebbe esposto il regime feudale a un rischio inaccettabile. Ecco dunque che, quando un attore o coalizione di attori riportava la vittoria, interveniva immediatamente un livello superiore che, agendo sul piano diplomatico, pur riconoscendo l'esito del confronto sul campo, pur tuttavia ne limitava le conseguenze. Nell'articolo "Studiamo la storia" ho ricordato la Grande guerra del nord, un conflitto che vide protagonisti l'impero svedese, la Russia, la Polonia, la Danimarca, alcuni Stati del Sacro Romano Impero, gli ottomani ed altri potentati minori, il cui esito fu la disastrosa sconfitta dell'impero svedese. Ebbene, nonostante la sconfitta, la casa reale di Svezia, della dinastia del Palatinato-Zweibrücken, conservò la corona, come pure non persero il loro rango tutti gli altri casati, che fossero vincitori o sconfitti. La guerra, nell'ancien régime, obbediva a delle regole, la cui ragion d'essere consisteva nel fatto che, quali che fossero le ragioni dei conflitti, esisteva un bene superiore, per l'appunto la sua conservazione.

Tutto ciò è cambiato con la rivoluzione francese. Da allora, e per due secoli, le guerre sono tornate ad essere quello che erano nell'antichità: ai vincitori andava tutto il piatto, agli sconfitti la resa senza condizioni. La seconda guerra mondiale è stato il conflitto moderno che, più di ogni altro, ha avuto questo genere di conseguenze.

Con l'inizio dell'era atomica e dopo che, con la fine dell'URSS, l'equilibrio mondiale ha manifestato una tendenza inarrestabile verso un assetto multipolare a dispetto dei tentativi imperiali degli USA, si è tornati a una concezione della guerra più simile a quella in auge durante l'ancien régime: di nuovo non è possibile una guerra senza regole, perché il rischio per la sopravvivenza del sistema sarebbe inaccettabile per tutti.

Questo fatto ha conseguenze profonde, una delle quali è che agli attori minori del grande gioco, e l'Isis è uno di questi, non può essere consentito di porre in atto azioni che minaccino la sopravvivenza del sistema. La guerra è consentita, d'altronde è necessaria, ma nessuno degli attori minori può pensare di condurla mettendo a rischio questo interesse superiore e, per forza di cose, condiviso. Questa è la ragione per cui, se l'attacco a Parigi è stato deciso, autonomamente, dallo stato maggiore dell'Isis (cioè al livello 2), l'Isis verrà eradicato, e sostituito con un altro attore.

E' possibile che l'Isis, sebbene finanziato e armato dagli Stati del golfo persico (Arabia Saudita, Qatae, Emirati Arabi) e dalla Turchia, abbia potuto agire in modo autonomo, senza concordarlo con i suoi alleati, portando la sfida sul territorio metropolitano di uno degli Stati più importanti dell'occidente, in possesso di un deterrente nucleare? La risposta è sì, ciò è possibile, ma io credo che, se così sono andate le cose, assisteremo a una momentanea tregua per estirparlo. La vera guerra, dunque, riprenderà dopo l'eliminazione dell'Isis dalla scena. Un risultato, per altro, già in gran parte raggiunto con l'intervento russo, e che l'arrivo dei francesi sancirà in modo definitivo.

E se non fosse stato l'Isis a decidere, autonomamente, di attaccare Parigi? Se, cioè, tale decisione fosse stata presa al livello 3, o 4 o 5? In tal caso l'Isis resterà sul campo, ma la situazione diverrebbe molto più grave di quanto non sia già ora. Ne riparleremo nei prossimi giorni.

lunedì 23 novembre 2015

Studiamo la storia


Il penoso livello del dibattito sui social, sulla guerra di Siria, mi spinge a lanciare un appello: studiamo la storia.

Un esempio: quanti, tra i "dotti" commentatori di FB, sanno che all'inizio del 1700 si svolse la "Grande guerra del nord"?

Dice, ma perché lo dici? Lo dico perché, con un minimo di conoscenza della storia, certe elucubrazioni sul grande esercito dello Stato Islamico formato da guerrieri tanto tosti e tanto martiri sarebbero accolte come meritano: con una pernacchia.

Le grandi ideologie, se sono tali, non fanno la guerra, fanno le rivoluzioni. Le guerre, da che mondo è mondo, le fanno gli Stati, non le ideologie. Le grandi ideologie, scusate se mi ripeto, fanno le rivoluzioni. Dentro gli Stati.

p.s. per gli euroidioti: per sognare di costruire un grande Stato distruggendo i piccoli Stati, con l'idea di eliminare le guerre, ci vogliono tanti Spinelli!

sabato 21 novembre 2015

La razionalità della guerra

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Se c'è una cosa che avvicina l'umanità alla durezza del vivere questa è la guerra. Alla fine vince sempre il più forte, anche se chi sia il più forte lo si capisce, quasi sempre, a cose fatte. Ed è per questo che le guerre vengono combattute, perché se si sapesse in anticipo chi è il più forte solo i pazzi combatterebbero. Sfuggono a questa lettura dei fatti le guerre combattute per disperazione da parte di ristrette popolazioni che non accettano le conseguenze della sconfitta. Ma si tratta di eccezioni, che raramente hanno un impatto significativo sul corso reale degli eventi, sebbene possano trasformarsi in eventi simbolici capaci di segnare l'inconscio collettivo nei secoli. Un esempio è la resistenza e il suicidio collettivo dei difensori di Masada.

La guerra di Siria viene descritta dai media mainstream come il confronto tra un esercito di non più di 70mila uomini armati e l'intero occidente. Anche fuori dal mainstream non mancano voci isolate che sostengono che questo tentativo non sia una manifestazione di pura follia, argomentando che i 70mila dell'Isis possono contare su due fattori che ne amplificano il potenziale bellico: un'ideologia che li spinge al martirio e il fatto che si tratta di una guerra asimmetrica. L'intervento russo ha fortemente indebolito questa tesi, che tuttavia continua ad essere sostenuta.


Io però credo nella razionalità della guerra, e dunque per vedere chi ha ragione non resta che attendere gli eventi. L'attesa potrebbe essere lunga, perché forse il teatro siriano potrebbe essere solo il primo di una lunga serie di altri nei quali saranno coinvolti molti attori, un po' come accadde in Europa con la guerra dei trent'anni. Iniziata come conflitto religioso, dopo un po' si trasformò in una guerra che vide coinvolte le grandi potenze dell'epoca: la casa degli Asburgo (Sacro Romano Impero e Spagna) il regno di Svezia, l'Olanda, infine la Francia, solo per ricordare le maggiori.

Il coinvolgimento progressivo di altri attori in un conflitto che, inizialmente, è solo regionale, dipende da due fattori fondamentali: qualcuno coglie opportunità di espansione nell'entrare in guerra (la Svezia in quella dei trent'anni), oppure si interviene per impedire che il vincitore del conflitto diventi troppo potente (la Francia, sempre nella guerra dei trent'anni, per scongiurare il trionfo della Spagna).

Il conflitto siriano nasce su base regionale. Le petromonarchie del golfo, alleate degli USA e storicamente creature inglesi, hanno armato l'Isis con l'intento di rovesciare il regime di Assad in Siria, con l'obiettivo di indebolire l'Iran come già tentarono di fare sostenendo l'invasione di questo paese con il sostegno finanziario a Saddam Hussein. Gli uni sono sunniti (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi); la Siria, a maggioranza sunnita, è governata da un regime sciita, mentre l'Iran è la roccaforte degli sciiti. Gli angloamericani hanno lasciato fare, salvo intervenire marginalmente per limitare i successi dell'Isis, in particolare quando ha sconfinato nei territori controllati dai Kurdi, allorché i bombardamenti di contrasto della cosiddetta "coalizione internazionale" hanno effettuato azioni militari "quanto basta" per contenerne l'avanzata. I Kurdi, un popolo diviso da molte frontiere, sono il loro jolly, proprio per la forte aspirazione a riunirsi in un loro Stato. In particolare, i Kurdi sono utili per tenere a freno le ambizioni di egemonia della Turchia. Questo paese, teniamolo a mente, fa parte della Nato e per lungo tempo ha premuto per entrare nell'Unione Europea.

Tutto è cambiato in seguito all'intervento della Russia, che ha alterato gli equilibri sul campo. Proprio quando gli appetiti, per l'imminente caduta di Assad, stavano crescendo a dismisura, il blitz delle forze aeree russe in appoggio alla Siria ha sostanzialmente distrutto il più che sopravvalutato potenziale bellico dell'Isis. E' difficile pensare che la Russia si sia mossa senza cercare preventivamente degli accordi. Così come è difficile pensare che li abbia cercati a Washington, vista la situazione di crisi in Ucraina e nel Donbass, e la Cina è lontana. Dove li ha cercati, allora?

Forse in Europa, in particolare nel cuore politico dell'Unione Europea: la Francia. In effetti, dopo un'iniziale adesione alla politica USA in Ucraina, l'Unione Europea è diventata più cauta. E dire Unione Europea, in politica estera, significa dire "asse Parigi Berlino".

Questo, a grandi linee, è lo scenario in cui è maturato l'attacco terroristico di Parigi, che fa seguito a quello contro la redazione di Charlie Hebdo. La domanda che dobbiamo porci è chi sia la mente politica che lo ha commissionato. Tralascerò l'ipotesi più complottista (i francesi se lo sono fatti da soli) e restringerò il campo delle ipotesi a due soggetti: l'Isis, e i suoi sostenitori finanziari.

Se è stato l'Isis, ciò vuol dire che questa organizzazione, preso atto della sconfitta sul campo, ha alzato la posta in gioco puntando sul caos. Questa ipotesi presenta due debolezze. La prima è che non spiega la ratio dell'attacco a Charlie Hebdo, quando ancora l'Isis dilagava sul campo. La seconda, ovvia, è che l'Isis non ha alcun interesse razionale a scatenare la reazione della Francia, la quale ha storicamente (dagli accordi Sykes-Picot) forti interessi in Siria, mai minacciati da Assad. Inoltre, un attacco al cuore dell'Europa, a Parigi, implica il rischio di un compattamento di tutti gli attori internazionali, al fine di sterilizzare la situazione e disinnescare una situazione che può sfuggire di mano. Se accadesse ciò, per l'Isis sarebbe la fine. I Kurdi sono lì che aspettano, con ansia, l'occasione di sostituirsi ad esso, garantendo per sovrappiù ben altra affidabilità. In cambio della promessa di un loro Stato, ovviamente. E la Turchia dovrebbe, a quel punto, piegare il capo.

Ma se non sono stati quelli dell'Isis, allora chi è stato ad ordinare l'attacco a Parigi? Forse i suoi finanziatori? Cioè Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi? Ma è possibile anche solo pensare che questi pseudo Stati possano compiere un gesto simile senza un accordo con l'amministrazione americana, o almeno una parte di essa? Più che difficile, lo scenario sembra impossibile.

La razionalità ci porta dunque verso una lettura che appare solo lievemente meno complottista di quella per cui i francesi si sarebbero fatto l'attentato da soli per avere il pretesto di intervenire in Siria. La razionalità ci suggerisce che l'attentato possa essere stato organizzato dai sauditi e dai qatarioti, con l'appoggio (o il consenso) di una parte, almeno, dell'amministrazione USA. Il che ci porta dritti dritti al centro del problema: la crisi dell'egemonia americana nel mondo. E naturalmente non dobbiamo trascurare il ruolo dell'Inghilterra, la cui ambiguità è massima: sono i protettori politici del mondo sunnita (accordi Sykes-Picot), hanno un piede dentro e uno fuori dall'Unione Europea, sono stati i principali fautori della creazione dello Stato di Israele.

Non mi dilungo ulteriormente, anche perché non posso. Sono un dilettante, lo ribadisco per l'ennesima volta, ma una cosa mi è sufficientemente chiara: le spiegazioni "fallaciane" sono una boiata pazzesca, e coloro che le sostengono sono nel migliore dei casi degli stupidi, nel peggiore dei mascalzoni. Che pensare, infine, degli spiriti eletti che, pur occupandosi d'altro, non disdegnano di organizzare convegni con questi personaggi?