sabato 8 novembre 2014

Contorsionismi

Non ho voglia di leggermi lo "Studio post-elettorale EE 2014". Mi basta la tavola che riporta i risultati del sondaggio sull'UE relativi a una singola domanda: "In generale, Lei penZa che per il (NOSTRO PAESE) far parte dell'Unione Europea sia...?"

In blu la media delle risposte in tutta l'UE, in giallo le risposte degli italiani.

Un commento? Ma è facile! Noi italiani abbiamo capito come stanno realmente le cose, e prima degli altri!

Guardate che non siamo diventati la quinta economia del mondo (dopo una guerra disastrosa) "a botta de culo"! Guardate che non è un caso se le cose più importanti nella storia dell'occidente degli ultimi 25 secoli siano accadute in gran parte in Italia! Lo dico sempre: l'Italia è la Juve (o il Real Madrid, se preferite) nel campionato della civiltà occidentale.

Un giochino per farvelo capire: immaginate di partire dal 500 a.c., e di dover decidere in quale luogo dell'occidente sia stato vinto il campionato secolare della civiltà. Ovvero, secolo dopo secolo, quale luogo sia stato il centro della storia dell'occidente (inteso come Europa + America).

Secondo me è andata così (voi pensateci e fatemi sapere):


A.C.

500, 400 Grecia
300, 200, 100, anno zero Italia

D.C.

100, 200, 300, 400, 500 Italia
600 Turchia (occidente? mah...)
700 Spagna
800 Francia
900, 1000 Germania
1100, 1200, 1300, 1400, 1500 Italia
1600 Spagna
1700 Francia
1800 Inghilterra
1900 Stati Uniti

Ora ditemi: un posto dove il torneo secolare della civiltà è stato vinto per 14 volte su 25, secondo voi è un luogo secondario?

E allora, se è ovvio ed evidente che questo paese non è propriamente un luogo periferico e marginale della storia dell'occidente, com'è che oggi dobbiamo prendere ordini dagli olandesi? Vedete gli olandesi, voi, nella classifica qui sopra? Io no, non li vedo proprio. Ci stanno i tedeschi (2 volte), i francesi (1 volta), gli spagnoli (2 volte), perfino i turchi (1 volta), ma gli olandesi no; e neppure i lettoni, o i polacchi, o i lituani.

Però.... olandesi, e lettoni, e lituani, e polacchi... ci dicono che:


Noi facciamo schifo!

Facciamo talmente schifo da non avere fiducia nell'UE! (PenZa te)!!!!!!!!!!!!!!!!

Ma è proprio perché non hanno fiducia nell'UE che coloro che hanno avuto in sorte di nascere in questo luogo magico e incantato che è l'Italia (dove sono stati vinti più della metà dei campionati secolari della civiltà) hanno capito, prima degli altri, che l'UE è una fregatura!

Questo sondaggio, che ci vede in testa nella classifica degli euroscettici, dimostra una volta di più che in questo luogo magico e incantato chiamato Italia ci abitano persone intelligenti. Che hanno "capito" la truffa, e cominciano ad essere lievemente incazzate.

Ma anche i potenti che incombono su questo luogo meraviglioso e incantato (dove sono stati vinti più della metà dei campionati secolari della civiltà) non sono da meno, perché per ingannare e sottomettere un popolo civile e intelligente bisogna pur avere qualche talento! La partita, come sempre, conosce fasi alterne, perché questo, amici miei, è l'ombelico del mondo.

Godiamoci lo spettacolo degli ultimi contorsionismi di coloro che, immaginando di sottomettere l'Italia, hanno sognato di  dominare il mondo.


mercoledì 5 novembre 2014

La resilienza dell'€uro (15)

La fine del mondo


In pochi anni l’Italia era veramente cambiata. La ripresa dell’economia americana nella seconda metà del decennio, che trainava la domanda mondiale, e la corrispondente crisi dell’Unione Sovietica, avevano accelerato la crisi del PCI. Il partito perdeva voti ad ogni appuntamento con le urne. Il suo tradizionale elettorato in parte si riduceva per effetto delle trasformazioni del tessuto industriale, sempre più caratterizzato da imprese di piccole e medie dimensioni, in parte si imborghesiva. Stava nascendo una nuova figura sociale, l'italiano con il portafoglio a destra e il cuore a sinistra. Molti ex operai, che aprivano imprese familiari o attività commerciali, cominciavano ad accumulare piccoli capitali che trovavano conveniente investire in borsa, nei fondi comuni o direttamente in BOT. Poiché il processo di liberalizzazione dei movimenti di capitali era ancora agli inizi (l’Atto Unico è del 1986) gli alti rendimenti che lo Stato pagava generavano un flusso finanziario che, seppur prelevando risorse dal mondo del lavoro in favore della rendita, rifluiva tuttavia nell’economia domestica contribuendo a sostenere i consumi e la domanda interna. Il prezzo da pagare era però l’inevitabile inasprimento fiscale, necessario per pagare gli alti interessi sul debito pubblico, e una spesa per investimenti stagnante. Una prima conseguenza fu il riemergere della questione meridionale, con il sud e le isole che non riuscirono ad agganciare la ripresa delle aree più ricche. Anche nel nord-est, tuttavia, la mancanza di investimenti, insieme con un fisco percepito come sempre più vorace, contribuiva a generare la sensazione che la crescita fosse effimera.

Il collasso dell’Unione Sovietica, ormai evidente, diede impulso al progetto di unificazione europea, al quale la classe politica italiana voleva partecipare da protagonista. Soprattutto la sinistra, ormai dimentica della sua opposizione, sia pur blanda, all’ingresso nello SME di dieci anni prima. Fu così che, ignorando i segnali di rallentamento della crescita italiana, invece di spingere per un nuovo riallineamento delle parità all’interno dello SME, si giungeva, il 10 gennaio 1990, all’adozione di una banda di oscillazione stretta, del 2.25%. Mai decisione si sarebbe rivelata più avventata, a dimostrazione dell’assoluta insipienza di una classe politica ormai irrimediabilmente avviata al tramonto.

Per il momento la crisi politica sembrava riguardare solo il PCI. La sconfitta nel referendum sulla scala mobile del 9-10 giugno 1985, nel quale il partito si era ritrovato sostanzialmente isolato, appoggiato solo dai verdi, Democrazia Proletaria e MSI, e tiepidamente dalla CGIL, aveva dato origine a un intenso dibattito interno. Guido Carandini, in un articolo su Repubblica dell’agosto 1985, aveva dato il via a un confronto interno imperniato sia sulla forma organizzativa (il centralismo democratico) sia sugli obiettivi politici di fondo, sostenendo l’inattualità della prospettiva di dissoluzione del capitalismo che il partito aveva coltivato negli anni settanta. Quello che stava in effetti accadendo era che la strategia di mettere in competizione i due maggiori partiti della sinistra, usando l’esca dell’ingresso nell’area di governo, cominciava a dare i suoi frutti. Questa sarebbe stata alimentata, negli anni seguenti, dalla crisi inarrestabile dell’Unione Sovietica e dal momento di splendore che viveva l’economia capitalista. Nel PCI l’ascesa di Craxi aveva provocato reazioni al limite dell’isteria, al punto che il segretario del PSI veniva descritto come un “nemico di classe” in un crescendo polemico, abilmente alimentato dalla stampa, che si sarebbe propagato fino alla base dei due partiti. Questa divisione avrebbe finito con l’assumere il carattere di una frattura definitiva tra i rispettivi elettorati, favorendo, qualche anno dopo, la discesa in campo di Silvio Berlusconi, che trovò negli ex socialisti un ampio consenso elettorale, oltre al supporto di una parte rilevante della ex dirigenza del PSI travolta da tangentopoli.

Il dibattito, dopo una fase di stallo dovuta alla decisa resistenza di Giulio Natta, berlingueriano di ferro, si era riacceso con l’elezione alla segreteria di Achille Occhetto, avvenuta nel maggio del 1988. Nel corso del XVIII° congresso del PCI, svoltosi nel marzo del 1989, Occhetto riusciva a far passare l’idea di un profondo rinnovamento del partito, senza tuttavia raccogliere grandi consensi né tra i militanti né tra gli intellettuali di sinistra. A frenare gli entusiasmi concorreva l’atteggiamento del PSI, in quel momento molto legato alla DC, contrario all’ipotesi di una confluenza dei due partiti nell’internazionale socialista, e alla prospettiva di costruire un fronte socialdemocratico in Italia.

In effetti la strategia di Craxi andava nella direzione di approfittare delle difficoltà dei comunisti per sferrar loro il colpo di grazia. La trama del segretario socialista, che puntava all’ipotesi di un accordo con gli oppositori interni del segretario della DC Ciriaco De Mita, suo storico avversario, ebbe successo. Nel corso del XVIII° congresso della DC, celebrato a Roma nel febbraio del 1989, Arnaldo Forlani veniva eletto alla segreteria, mentre De Mita diventava presidente del partito, una carica poco più che onorifica. Successivamente, nel corso del XLV° congresso del PSI, svoltosi a Milano dal 13 al 19 maggio, gli accordi venivano perfezionati all’interno di un camper parcheggiato nel recinto congressuale, segnando la nascita di un’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani passata alla storia con l’acronimo CAF. Coerentemente con gli accordi sottoscritti, dopo le elezioni europee del giugno 1989 il governo De Mita cadde e fu sostituito dal VI° governo Andreotti.

domenica 2 novembre 2014

Per conoscenza

Pubblico il mio commento a questo articolo di Rosanna Spadini su comedonchisciotte sul narcisismo di Alberto Bagnai. Ciò anche alla luce dei commenti della parte sciocca del suo followerame, in particolare questo, che trovo particolarmente ributtante alla luce della banale realtà dei fatti occorsi (or sono due anni).

«Il tuo articolo può essere condiviso o meno (e io lo condivido poco), ma quello che colpisce è la reazione della parte sciocca del followerame: sia tu che io siamo descritti come due persone che lo criticano perché sono state scacciate, quindi in preda a sentimenti di rivalsa. Ora io non so quel che è accaduto a te, ma nel mio caso sono stato io a mandare affanculo il prof e a fare di testa mia.

Ciò non toglie che Bagnai, con l'ausilio della parte sciocca del followerame, di fatto depotenzia ogni possibile critica non solo filtrando legittimamente i commenti sul suo blog, ma anche spargendo nella blogosfera clamorose menzogne tese a screditare chi non la penZa come lui. Potrei dimostrare questa mia affermazione per tabulas, semplicemente pubblicando il corposo archivio di emails private intercorse tra me e lui, ma ovviamente non posso farlo senza il suo consenso. Colgo l'occasione per sfidarlo a concedermi tale consenso: ci sarebbe da ridere.

Il dato solare che la parte sciocca del followerame non riesce a cogliere è che Bagnai, del quale condivido molte posizioni mentre su altre sono in disaccordo, oltre che una persona di indubbie capacità (per le quali provo ammirazione e talvolta perfino invidia) è tuttavia un guitto di incredibile maleducazione.»

In tempi più civili questo non gli sarebbe stato possibile, ed egli avrebbe dovuto correggere questa sua indole o rassegnarsi a perire in uno dei tanti duelli ai quali sarebbe stato sfidato. Quanto mi piacerebbe mandargli i miei testimoni! Una levataccia all'alba risolverebbe la questione.

Mi immagino la scena: gli lascerei sparare il primo colpo, rischiando così la mia stessa vita, solo per il piacere di puntargli la canna della mia pistola e... aspettare di sentire l'odore della merda che gli cola nelle mutande. A quel punto sparerei in alto. Non vorrei mai privare questo paese di una penna del valore di un Felice Cavallotti.

Il pezzodimerdismo

I miserabili e pezzi di merda adesso si stanno fregando anche la parola "sovranismo". Così come gli abietti piddini si definiscono "di sinistra", ora il razzista Salvini si presenta come "sovranista". Ma noi, dico, noi, cosa possiamo fare per trovare parole che non ci vengano rubate dai bastardi armati di potenti altoparlanti mediatici? La parola "sovranismo" in politica non esisteva fino a due anni fa! E' stata introdotta dall'ARS, e adesso viene vergognosamente rubata dal nostro peggior nemico, quel secessionista (lui dice pentito) di Salvini, con l'aiuto dei lacchè di Repubblica.it.

Proposta: chiamiamoci "assassini", e vediamo se ci rubano anche questa! Io dico di sì, perché il significato delle parole cambia, e se la parola "assassini" viene usata da persone di animo nobile, con il tempo assume un valore positivo... e ce la rubano!

Possiamo fare la controprova: chiamiamo Salvini e i suoi amici "pezzi di merda": se sono persone di animo nobile, con il tempo questa locuzione diverrà positiva, e ciò sarà un vanto per loro. O no?

sabato 1 novembre 2014

Beati gli ultimi (perché saranno i primi?)

Link correlato: Fabio Frati - peccati di parole, opere ed omissioni [Brigate Sovraniste per la Costituzione]

Dunque ci sono stati degli scontri di Roma tra gli operai dell'AST e la polizia. Ecco un video che documenta il momento culminate, allorché i manifestanti spintonano un esiguo cordone di poliziotti e questi reagiscono con rudi manganellate.


Rosario Rappa
Tra i feriti c'è anche Rosario Rappa, segretario della Fiom Cgil Sicilia. Se si guarda il video con obiettività saltano agli occhi alcuni fatti:
  1. un gruppo di manifestanti che regge uno striscione devia in direzione di un esiguo schieramento di poliziotti
  2. il resto del corteo sembra preso di sorpresa, tant'è che resta indietro di qualche metro
  3. un più nutrito gruppo di poliziotti entra in scena accerchiando l'avanguardia
Il tutto si vede bene in questo spezzone rimontato al rallentatore.


Se ne ricava l'impressione di un'azione preordinata da parte dei vertici della FIOM, forse bisognosi di accreditarsi presso i lavoratori "lievemente incazzati" dopo che, per anni, gli stessi vertici sono stati incapaci di elaborare una visione di ciò che sta accadendo che andasse oltre le semplici (e pur sacrosante) istanze rivendicative.

Maurizio Landini
Ecco, ad esempio, cosa dichiarava Maurizio Landini ancora nel novembre del 2012 (grassetto aggiunto): "Dopo 20 anni di un’Europa fondata solo sulla moneta senza avere lavorato per costruire una Europa vera, sociale e del lavoro, fondata su regole fiscali comuni, l’Europa rischia semplicemente di esplodere. Io non sono tra quelli che sarebbero contenti se l’Italia uscisse dall’euro. Forse sbaglierò, ma continuo a pensare che ci sarebbe il rischio di pagare un prezzo troppo alto per le persone che noi rappresentiamo se tale questione non si affronta in modo diverso, ma è indubbio che la situazione come oggi rischia di esplodere anche noi non lo vogliamo.
Ci sono allora, delle scelte da fare perché le cose che non funzionano sono che la finanza fa quello che gli pare, ma allora bisogna intervenire, ci vuole un nuovo intervento pubblico e ci vuole anche una nuova forma democratica che estenda davvero le forme di democrazia e di partecipazione in Europa. Penso che sia un errore avere accettato e votato il pareggio di bilancio, credo che sia un errore votare il Patto di Stabilità perchè mai come adesso penso che ci sia bisogno anche di un intervento pubblico per affrontare questa situazione e definire un nuovo modello sociale."

Anche due anni prima (gennaio 2011), davanti ai cancelli di Mirafiori in occasione del referendum, Landini dimostrava di non avere la minima idea della situazione. Non una parola sull'euro e sull'Unione Europea, ma il solito refrain: il padrone che vuole sfruttare gli operai (e questo è vero) ma nulla sul perché il sindacato passava da una sconfitta all'altra. E infatti a Mirafiori i "SI" alle modifiche contrattuali volute da Marchionne furono il 56% dei votanti!

Ancor oggi nulla autorizza a pensare che Maurizio Landini, che giustamente denuncia con parole di fuoco la carica della polizia, sia pur sorvolando sul fatto che questa è stata innescata dagli stessi sindacalisti che presumibilmente reggevano lo striscione, abbia compreso il quadro politico ed economico nel quale sono iscritte le ripetute sconfitte del mondo del lavoro.

Eppure, complici i media, Landini sembra assurgere al rango di icona della resistenza degli operai. Quasi che un leader dalle idee obiettivamente confuse sia, in fondo, il male minore che le élites finanziarie che li controllano si augurano di incontrare sulla loro strada.

Noi tutti vogliamo bene a Maurizio Landini, ne apprezziamo la passione e contiamo sulla sua onestà, ma è un dato oggettivo il suo ritardo nel comprendere la situazione, e cioè che la crisi devastante dell'economia italiana, e dei paesi della periferia dell'europa, è l'ovvia conseguenza del trattato di Maastricht. Ci auguriamo che Landini sappia colmare, al più presto, questo ritardo, anche perché ci dispiacerebbe moltissimo dovergli rispondere come Totò a Peppino.