martedì 6 gennaio 2015

La rivoluzione sarà dandy


L'albatro

[traduzione dal francese all'italiano a cura di: Marcello Comitini]

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

A peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

Traduzione (a cura di: Marcello Comitini):

L'Albatro

Spesso per divertirsi, gli uomini d’equipaggio
catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari
che seguono indolenti compagni di viaggio,
lo scorrere della nave sugli abissi terribili.

Non appena deposti dai marinai sulle plance,
questi principi dell’aria, maldestri e vergognosi
lasciano cadere le grandi ali bianche
come remi trascinati pietosamente ai fianchi.

Com’è goffo e molle il viaggiatore alato,
Lui, così elegante, com’è comico e brutto!
Uno con la pipa gli stuzzica il becco
l’altro mima zoppicando l’infelice che volava!

Al principe delle nuvole è simile il Poeta
che vive nella tempesta e non si cura dell’arciere;
esiliato sulla terra tra badanai di cacciatori
le sue ali di gigante gl’impediscono di andare.

Urka subdivulgatore! Perché la rivoluzione sarà dandy?


Ma voi credete che un dandy sia un olezzante bipede depilato? Se è così vi sbagliate di grosso. Un dandy, il vero dandy originale, nasce come asceta, in totale ripulsa della nuova società borghese. Alla quale oppone la sola arma veramente efficace: la bellezza. Ma una bellezza ascetica, non quella mercificata e assoggettata alle logiche mercantili che viene proposta dai nuovi padroni, i borghesi.

Cosa voglio dire? Semplice: la rottura fra gli ideali democratici e gli interessi reali della borghesia trionfante avvenne subito... 

Barricate dei cittadini parigini nel 1848
Da wikipedia: «Le forze politiche eterogenee che avevano abbattuto la monarchia si scontrano sul campo delle riforme sociali: il governo conservatore uscito dalle elezioni del 23 aprile 1848 non intende soddisfare le richieste degli operai parigini, che insorgono il 23 giugno 1848, ma la loro rivoluzione è repressa nel sangue dal generale Cavaignac. Il governo, confermando la sua natura anti-operaia, abolisce i laboratori nazionali, innalza l'orario di lavoro e vieta il diritto di sciopero e di associazione.»

Nota a margine: Sta fresco il massone democratico Gioele Magaldi a raccontarci la storiellina di una massoneria buona e una cattiva! La rivoluzione del 1948 in Francia (ma sarebbe più corretto dire "a Parigi"). fu sconfitta dalla prima globalizzazione, di cui i boulevards costruiti da Napoleone III sono un emblema ottocentesco (per capire si deve guardare il video).

Il dandy Baudelaire, che pure era di idee reazionarie, salì sulle barricate al fianco del popolo. Egli si oppose alla borghesia trionfante non perché fosse un uomo d'ordine, ma perché non riusciva a sopportare la bruttezza dei suoi luridi interessi reali. La coscienza infelice della borghesia è dunque figlia dell'amore per la Bellezza.

La Bellezza è la massima aspirazione di ognuno di noi! Ammettiamolo! Ammettetelo! Nessuna rivoluzione, per quanto "buona" possa essere, ha la minima possibilità di successo se non è anche "bella". Anzi, è più importante che "appaia" "bella", prima ancora di essere "buona". Lo sanno bene coloro che hanno alimentato la controffensiva liberista delle ultime decadi. Questa ci è stata falsamente rappresentata come "bella", prima ancora che come "buona", e noi l'abbiamo accettata. Lo abbiamo fatto perché ciò che appare "bello" ci seduce, facendoci dimenticare ciò che è "buono". E mal ce ne incorse.

Voi vi chiederete: ma cche tte sei fumato? Non lo so...

lunedì 5 gennaio 2015

L'urlo del piddino


Alcuni miei amici "piddini" mi chiamano "scienziato", quasi (anzi: niente "quasi") a deridermi! Uno di loro è aTTirriDDura un peZZetto grosso al Messaggero... penZa mo' te...

Ragazzi, qua nel vorticoso transitorio che ci aspetta sarà dura... ma state tranquilli, questo è il nostro momento. Dopo, quando le acque si saranno calmate, le masse fecali solide di forma cilindrica torneranno a galla. Divertiamoci adesso a percularli, questi diversamente umani...

Dilettante allo sbaraglio (#DAR)

Vabbè, ce provo pure io. Negli ultimi due giorni sul sito dell'innominabile sono apparsi due interessanti articoli nei quali, utilizzando il database BIS (Bank for Internazional Settlements), sia un lettore laureato in fisica che (successivamente) Illo di pirsona pirsonalmente, hanno prodotto dei grafici che illustrano molto bene il processo di rientro dai crediti tra banche del centro e della periferia europea.

Sono andato a sbirciare per vedere come sia organizzata l'interfaccia di consultazione del database e l'ho trovata abbastanza amichevole. Ho pensato che possa essere di qualche utilità illustrarne brevemente il funzionamento per cui, dopo essermi esercitato ricavando quattro serie di dati relativi alle esposizioni lorde dei sistemi bancari di Germania, Francia, Italia e Spagna, cioè le quattro maggiori economie dell'eurozona, ho realizzato un breve video che espone il funzionamento dell'interfaccia. Successivamente, partendo dai dati estratti, ho sommato i risultati trimestre per trimestre, ottenendo una singola colonna. A partire da quest'ultima ho ricavato i numeri indice (con base=100 nel 1° trimestre del 1999) relativi all'indebitamento complessivo dei sistemi bancari dei paesi scelti (Germania, Francia, Italia e Spagna), producendo questo grafico.


Nel video qui sotto vi mostro come ho utilizzato il database BIS. A seguire alcune personali considerazioni sui dati.


Considerazioni personali


Come è ormai universalmente noto, ma solo oltre i confini di Piddinia, l'ingresso nell'euro ha generato un clima di fiducia che ha favorito la crescita dei prestiti bancari all'interno dell'eurozona. La ragione è semplice: la moneta unica azzerava il rischio di cambio, ovvero il rischio che una somma X prestata a un'istituzione finanziaria privata estera venisse restituita in valuta svalutata. Questa "rassicurante" circostanza ha reso i mercati finanziari esteri, per ogni istituzione finanziaria dei paesi dell'eurozona, meno rischiosi, e dunque ha favorito comportamenti poco prudenti che hanno generato squilibri eccessivi. Questi si sono ripercossi sulle singole contabilità nazionali, a dimostrazione del fatto che siamo europei a parole ma nazionalisti quando si tratta di quattrini. Oggi l'Europa è attraversata da una linea invisibile (ma insuperabile) che divide i paesi nelle cui contabilità nazionali (private) si sono accumulati debiti, da quelli che sono a credito.

Tutto questo è ben noto, e non vale la pena che mi dilunghi quando c'è chi lo spiega meglio di me. Nel mio piccolo vorrei però focalizzare l'attenzione non sugli squilibri tra creditori e debitori, bensì sulla crescita complessiva delle esposizioni lorde delle banche europee. Per farlo ho scelto le quattro più grandi economie dell'eurozona (Germania, Francia, Italia e Spagna, due delle quali sono creditrici e due debitrici).

Ho utilizzato i numeri indice, dopo aver sommato (primo grafico) i dati per tutti e quattro i paesi scelti. Posta pari a 100 l'esposizione lorda dei loro sistemi bancari nel gennaio 1999, si vede chiaramente come questa salga costantemente a partire dall'avvento dell'euro, mantenendo più o meno lo stesso trend di crescita fino al 1° trimestre 2008. A quel punto il totale delle liabilities del quartetto in osservazione (nel seguito: banda dei quattro) era cresciuto del 241% rispetto al primo trimestre 1999.

Nello stesso periodo (qui i dati) il rapporto debito/PIL della Spagna scendeva dal 62,4% al 36,3%; quello dell'Italia scendeva dal 113,1% al 103,3%; quello della Francia saliva dal 58,9% al 65,2%; quello della Germania saliva dal 61,3% al 65,2%.

Osservando l'andamento delle liabilities, la domanda che mi sono immediatamente posto è: perché queste sono cresciute in maniera così abnorme nel giro di soli 18 mesi (dal 3° trimestre del 2006 al 1° trimestre del 2008), passando da un valore indice di 239 a un valore indice di 341? Per quel poco che so di economia, la propensione al credito dovrebbe dipendere dalla fiducia, o no? E come mai la fiducia delle istituzioni finanziarie della banda dei quattro (Gr, Fr, It, Sp) è cresciuta anche dopo l'esplosione della bolla dei subprime negli USA nell'estate 2007? Le possibili spiegazioni sono, a mio avviso, due:
  1. Errori clamorosi dei responsabili della BCE
  2. Un GomBloDDo
O forse entrambe. Quel che è certo è che l'aumento delle liabilities è stato posto in capo, in ultima analisi, agli Stati nazionali, attraverso la crescita dei depositi TARGET2. Vale a dire: le istituzioni finanziarie della banda dei quattro hanno continuato a prestare, ma cautelandosi chiedendo alla BCE di farsi garante. Si è scelto, insomma, di guadagnare tempo nella speranza che la crisi di panico originatasi negli USA si attenuasse. Come è finita lo sappiamo.

Con il manifestarsi della crisi, a partire dal 1° trimestre del 2008 (si veda il grafico), le liabilities della banda dei quattro sono diminuite. L'andamento è segnato da una prima rapida discesa (1° trimestre 2008 - 1° trimestre 2009), seguita da una relativa stabilizzazione (fino al 2° trimestre 2011). Da quel momento inizia un'ulteriore ripida discesa (fino al 2° trimestre 2012), cui ha fatto seguito una nuova relativa stabilizzazione, che è la fase odierna. E' interessante notare come la seconda forte discesa delle liabilities coincida con l'arrivo di Mario Draghi alla guida del board della BCE (16 maggio 2011), nonché con l'esplosione dei saldi TARGET2.

Per capire meglio ho prodotto una versione più completa del grafico:


La linea rossa indica il numero indice del dato aggregato della banda dei quattro. Le altre i numeri indice dei singoli componenti. Questo grafico ci dice subito una cosa importante: mentre per la Spagna l'indice resta stabile dopo la brusca caduta del 2008-2009, per gli altri tre paesi nel 2011 vi è una seconda rapidissima discesa. Per altro non della stessa misura per tutti: la caduta più brusca si ha per l'Italia, seguita dalla Germania e dalla Francia che si equivalgono. Si noti pure che, nel caso dell'Italia, la prima brusca discesa è shiftata temporalmente rispetto agli altri tre paesi.

In sintesi, si sono avute due fasi di rientro dalle esposizioni lorde, seguite da due fasi di relativa stabilità, l'ultima delle quali è quella che stiamo vivendo. L'impressione che ne ricavo è un'analogia con il guidatore di un'automobile che, avendone perso il controllo, tenta di rimettersi in carreggiata agendo a tratti sul freno, onde evitare una sbandata catastrofica. Rispetto al massimo raggiunto dall'indice, l'esposizione complessiva della banda dei quattro è oggi maggiore del 150% rispetto al 1999, dopo il massimo del 241% raggiunto nel 1° trimestre 2008. Si è dunque più o meno a metà strada per il rientro, almeno dal punto di vista dei banchieri.

Nel frattempo la partita politica si dipana. L'esito dipenderà, in fin dei conti, da due fattori:
  1. La capacità di sopportazione del popolo lavoratore
  2. La capacità delle forze politiche che si oppongono all'UE di organizzarsi
E siccome le rivolte non sono prevedibili (altrimenti non sarebbero rivolte) resta da lavorare sul piano politico. Ad esempio sondando cum grano salis le reali intenzioni di quanti si stanno riposizionando, in primis il M5S e pezzi del PD (forse). Il rischio maggiore essendo, come sempre in politica, quello di cadere vittime di inganni.

Post scriptum: se vi è piaciuto ditelo ai vostri amici, se non vi è piaciuto fatevi li pikki vostri.

domenica 4 gennaio 2015

E' 'na testa de pikkio! Però...


* fatta salva la bizzarra tesi per cui gli USA sono un debitore e dunque ci conviene allearci con loro (poi tutto po' esse, sor'Albè! Puro Stalin fece li patti co'r nazista.)

giovedì 1 gennaio 2015

L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro

L'incontro tra alcune forze sovraniste e l'on. Luca Frusone del m5s, organizzato dalle Brigate Sovraniste per la Costituzione (qui tutti i video), è stato molto interessante e, a tratti, intenso. Sebbene il termine "intenso" non sia, forse, il modo più preciso di descrivere la bagarre scatenatasi verso la fine di una fase del dibattito, in cui si è discusso di occupazione, salario di cittadinanza e reddito minimo garantito.

I video di riferimento sono il IX e seguenti, fino al XIII (i più topici sono proprio il IX e il XIII).

I fatti stilizzati


Prendendo la parola ho chiesto all'on. Frusone chiarimenti sulla base valoriale del m5s. Frusone (giustamente) non capisce dove voglio andare a parare, ragion per cui al minuto 3'38'' lo interrompo citandogli il primo capoverso del primo articolo della Costituzione italiana ("L'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro."). Ne nasce una discussione nella quale interviene anche un giovane amico, Fabrizio e, successivamente, Moreno Pasquinelli. In sintesi (come lo stesso Fabrizio sottolinea), io sostengo la tesi secondo cui il primo articolo della Costituzione deve essere inteso come un principio di politica economica (Keynesianism is Statism!). Questa lettura non veniva condivisa da Frusone e Pasquinelli, entrambi i quali si lanciavano (video dal X al XII) in una discussione sugli aspetti positivi e l'opportunità di forme di sussidio al reddito, nonché su altre questioni.

Dopo una mezz'oretta l'amico Fabrizio, che nel frattempo era uscito a discutere con alcuni dei presenti, rientrando in stato di evidente agitazione interveniva nel dibattito chiedendo a Pasquinelli chiarimenti sul significato dell'espressione "uscita da sinistra". Ne seguiva una fase concitata, causata anche dalla mia brusca richiesta all'amico Fabrizio di non eccedere nella pretesa di accentrare il dibattito su temi da lui stesso proposti e che gli stanno più a cuore. Una modo di fare, questo, che purtroppo caratterizza troppo spesso il suo modo di confrontarsi in pubblico, che io conosco bene; e che in questa circostanza, forse sbagliando, ho inteso reprimere con decisione.

Purtroppo Fabrizio, quando si scalda, tende veramente ad esagerare e, anche in questa circostanza, non si è smentito. Tutti noi che lo conosciamo alla fine lo perdoniamo, proprio perché sappiamo distinguere le sue vere opinioni, e soprattutto i suoi sentimenti, dalle bordate polemiche che gli fuoriescono dalle viscere quando si arrabbia.

In questo post voglio esaminare il punto di vista di Fabrizio (e mio) nella polemica che ci ha visto opposti a Frusone e Pasquinelli, al netto dei suoi eccessi verbali (tipo le grida "voi comunisti" et similia), alle quali non intendo dare, per amicizia e per le ragioni già esposte, un peso eccessivo.

Il primo articolo della Costituzione italiana è un principio di politica economica


Una delle obiezioni di Pasquinelli è stata che "non tutti sono in condizioni di lavorare", unitamente al richiamo al noto slogan “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Non so se sia stato proprio questo il passaggio che ha fatto saltare la mosca al naso di Fabrizio, ma rende bene la natura della contrapposizione ingeneratasi. Né gli argomenti addotti da Frusone sono stati, a mio avviso, più soddisfacenti per me e Fabrizio, sebbene fossero di natura diversa, meno ispirata sul piano morale. 

Ora è ovvio che chi non è in condizioni di lavorare debba ricevere un sussidio dalla collettività, cioè dallo Stato, per cui il punto non è questo. Il punto è un altro, ed ha a che fare con l'obiettivo istituzionale che è possibile assumere, da parte di chi oggi fa politica, come orizzonte del possibile; e non come orizzonte utopico, legittimamente coltivabile da chiunque ma che non è opportuno utilizzare nell'ambito di un confronto basato (si spera) sulla concretezza. Pasquinelli ha tutto il diritto di sognare l'ultima fase della società comunista, tuttavia, da buon politico, dovrebbe sapere che i sogni aiutano a vivere ma la vita non è un sogno.

Questo significa che se, nella fase attuale, egli vuole costruire alleanze, non può proporre uno slogan adatto tutt'al più per l'ultima fase della società comunista; così come non può sottovalutare il fatto che le proposte di reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito evocano le soluzioni immaginate da Von Hayek nella sua visione estrema di un sistema sociale nel quale le pulsioni alla rivolta vengono sopite attraverso l'elemosina. Ciò in quanto uno Stato che si limiti a trasferire reddito ai cittadini più poveri attraverso un prelievo fiscale dalle risorse dei cittadini più ricchi non adempirebbe alla sua funzione democratica! Sarebbe, né più e né meno, uno Stato elemosiniere. 

Per queste ragioni ho sostenuto che al reddito, a ogni forma di reddito  in capo a un cittadino in età e condizioni lavorative, deve corrispondere un lavoro (fa eccezione il caso degli inabili al lavoro, i quali dovrebbero ricevere ben più che sussidi). Ma, obietta Frusone, un certo studio di una tal società prevede che, nei prossimi decenni, il 40% delle attuali mansioni lavorative sarà scomparso. E allora, caro Frusone, cosa vuoi dedurre da ciò? Intanto potrei segnalarti che buona parte dell'attuale disoccupazione cesserebbe immediatamente se si tornasse ai carichi di lavoro di qualche decennio fa. Io, per esempio, con uno stipendio che in termini reali è lo stesso di quando iniziai a lavorare, oggi lavoro il 40% in più. Ma non voglio fare discorsi un tanto al chilo, per cui lasciamo stare.

La verità è che l'affermazione "il lavoro sta scomparendo" sottende una visione della società nella quale il lavoro ha valore solo ed esclusivamente in quanto produce un profitto privato. Cioè a dire che Caio lavora se e solo se c'è un Tizio che, dandogli lavoro, ne estrae un profitto. E ovviamente in una tale società c'è posto, oltre che per un numero decrescente di addetti a una produzione sempre più meccanizzata, solo per gli inservienti dei padroni, mentre la gran parte deve essere tenuta tranquilla e ai margini da benevole elargizioni e divertimenti di massa. Al contrario, il primo articolo della Costituzione afferma che il lavoro ha valore in quanto tutti, dicasi tutti, hanno il diritto, se lo desiderano, di partecipare alla vita economica, in quanto soggetti attivi e protagonisti della produzione e dello scambio, e che lo Stato deve promuovere le condizioni affinché ciò si realizzi.

Il che implica, qualora non fosse chiaro, che anche la scelta di cosa produrre, e come produrlo, deve essere sottratto, nella misura in cui ciò è necessario, all'esclusiva determinazione delle forze di mercato. L'entità dell'intervento statale può essere minore o maggiore, in funzione degli equilibri che storicamente si determinano tra gli interessi privatistici e quelli collettivi, ma il principio non deve mai, giammai, altrimenti detto arci-ultra-giammai, essere dimenticato! L'alternativa essendo tra le vuote chiacchiere sull'ultima fase della società comunista o i deliri alla Von Hayek.

Io credo che l'amico Fabrizio (che ho sentito telefonicamente dopo l'incontro) si sia adirato, eccedendo poi verbalmente, perché si è ritrovato, lui giovane laureato che ha perso il lavoro e non ne trova uno nuovo che non sia ultra precarizzato, proprio perché ha colto, nel dibattito tra Frusone e Pasquinelli, i termini di questa improduttiva e inconsistente alternativa, ammantata dall'una e dall'altra parte di visioni fumose. 

L'Italia è piena di giovani come Fabrizio, che hanno bisogno prima di tutto di proposte chiare sul piano della concretezza, essendo il ricorrere alle utopie il modo peggiore di combattere l'attuale distopia sociale. A mio parere la Costituzione italiana del 1948, proprio perché non è perfetta e dunque non è un'utopia, è una valida guida per orientarci nelle attuali temperie. 

Dedicato a Moreno Pasquinelli


Caro Moreno, tu mi sei simpatico in una misura che trascende la condivisione delle idee. Mi sei simpatico perché la passione che metti nelle cose che fai ti rende, ai miei occhi, simile a un mistico. Vuoi fare la rivoluzione, e sogni che questa possa avvenire nella forma di una sollevazione che tu intendi, coregime se sbalio, come presa di coscienza di gran parte dei ceti sociali dei propri reali interessi, in conseguenza del fallimento dell'attuale assetto capitalistico. Non so se hai ragione o meno, non importa. Il fatto, però, è che una cosa sono le visioni, che non raramente (la storia insegna) possono avverarsi; altro è condurre trattative con le altre forze politiche. Chi ha capacità visionarie, infatti, corre il rischio di essere troppo ottimista concentrandosi sugli aspetti positivi delle controparti, immaginando che questi finiranno, nello svolgersi degli eventi, con il prevalere. Questo, a mio parere, è esattamente l'errore che fai con il m5s.

Detto in altre parole, se io fossi un capo di governo sceglierei per te un ruolo da ministro del lavoro, ma non ti nominerei ministro degli esteri. Così come, e ne hai avuto contezza in più occasioni, il ruolo di "moderatore" non è il più adatto per il mio carattere: io dovrei fare il ministro della propaganda. [Addendum: ma non vorrei mai farlo]

Questo non significa che non si debba dialogare con singoli attivisti del m5s, ma solo nella prospettiva di una riduzione del consenso per questo partito che si verificherà non appena le questioni veramente importanti saranno sul tappeto, e in molti comprenderanno la sua natura intrinsecamente euroliberista. A quel punto, avendo dialogato con essi, sarà possibile per noi sovranisti attrarre nella nostra orbita una parte degli attivisti e del consenso elettorale. Tuttavia mi sembra che tu, al fine di perseguire questa strategia, talvolta tenda a sottostimare la gravità di alcune loro posizioni. Ebbene, al netto della condivisione dell'idea che lo Stato (se preferisci: la collettività) debba svolgere funzioni di sussidio al reddito per gli inabili, trovo che tu stia esagerando in ottimismo. Naturalmente tu potrai obiettare che su molte questioni importantissime le posizioni del m5s sono condivisibili (dalle battaglie referendarie contro il nucleare e per l'acqua pubblica alle più recenti prese di posizione per l'uscita dall'euro), ma io, che sono ciociaro e quindi diffidente come un contadino, non sono convinto.

Sai, spesso mi sono sbagliato sulle persone (spero non sia il tuo caso) ma sulle questioni politiche sono molto più pessimista. Vedremo chi ha ragione.