martedì 2 dicembre 2014

Quelli che "il problema non è l'euro"

Questo è un post inutile perché a quelli che dicono "il problema non è l'euro" ha già risposto il Governatore della BCE Mario Draghi, qualche giorno fa, quando ha ricordato che "in seno all'Ue dobbiamo stare attenti a non lasciare che i salari e i prezzi deviino".

Questa affermazione, che oggi mi dice tante cose, appena qualche anno fa sarebbe stata per me incomprensibile. Come penso lo sia, tuttora, per tantissime ottime e brave persone vittime della propaganda eurista. Spesso queste ottime e brave persone vengono da un lungo impegno a sinistra, e magari rivendicano con orgoglio il fatto di essere stati contrari al trattato di Maastricht. E' il caso, ad esempio, del mio caro amico Maurizio Federico (MF nel seguito), che oggi è uno stimato storico e giornalista della città di Frosinone ma, in passato, è stato assessore regionale all'agricoltura per il PRC nonché membro del Comitato Centrale di quel partito. Ecco, questo post è pensato soprattutto per le persone come Maurizio e lo scriverò come se volessi spiegare a lui, che pure conosce tante cose che io non so, il funzionamento della moneta unica.

Il processo di liberalizzazione dei mercati dei capitali, avviato con l'atto unico del 1986, giunse a compimento nel marzo del 1990 con l'accoglimento da parte italiana delle direttive del Consiglio Europeo. Dal sito www.europarl.europa.eu (grassetto aggiunto):

«Fra tutte le libertà sancite dai trattati, la libera circolazione dei capitali, oltre a essere quella di più recente introduzione, è anche la più ampia in virtù della sua peculiare dimensione extra UE. Inizialmente i trattati non prevedevano la piena liberalizzazione dei movimenti di capitali; gli Stati membri dovevano eliminare le restrizioni limitandosi a quanto necessario ai fini del funzionamento del mercato comune. Tuttavia, in un mutato contesto economico e politico a livello europeo e mondiale, nel 1998 il Consiglio europeo ha confermato la progressiva realizzazione dell'Unione economica e monetaria (UEM). Un simile obiettivo presupponeva un maggior coordinamento delle politiche economiche e monetarie nazionali. Con la prima fase dell'UEM si è quindi raggiunta la piena liberalizzazione delle operazioni su capitali, inizialmente istituita mediante una direttiva del Consiglio e in seguito sancita dal trattato di Maastricht, il quale ha vietato tutte le restrizioni ai movimenti di capitali e sui pagamenti, sia tra gli Stati membri che tra questi ultimi e i paesi terzi. Il principio aveva efficacia diretta e quindi non ha richiesto ulteriori interventi normativi né su scala UE né a livello di Stati membri.»

Dunque tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 del secolo scorso si decise di modificare in profondità la natura del mercato comune così come esso era stato disegnato dagli accordi di Roma del 1957 ("Inizialmente i trattati non prevedevano la piena liberalizzazione dei movimenti di capitali"). Il trattato di Maastricht del 1992 non fece altro che sancire quanto già deciso a livello comunitario, senza ulteriori passaggi normativi a livello nazionale ("Il principio aveva efficacia diretta e quindi non ha richiesto ulteriori interventi normativi né su scala UE né a livello di Stati membri").

Rifondazione Comunista, come ama spesso ricordare MF, votò contro l'approvazione del trattato di Maastricht. Da ciò egli deduce che RC ha fatto la sua parte e che il problema, dunque, è tutto e solo nel trattato di Maastricht, mentre la moneta unica altro non sarebbe che un corollario di secondaria importanza. Un errore che non è del solo MF, ma che è stato riconosciuto anche da Vladimiro Giacchè (22 novembre 2014 - La sinistra e la trappola dell'euro) nel suo intervento, del quale riporto il frammento iniziale:


L'ottimo Giacchè ha alla sua destra Leonardo Mazzei (Sinistra contro l'euro), al quale riconosce di aver ben compreso, prima di lui, la natura dell'euro, e alla sua sinistra Paolo Ferrero. Quest'ultimo, al pari di MF e di tanti altri compagni, continua a sottostimare il ruolo disfunzionale della moneta unica nella crisi che sta impoverendo tutti i lavoratori europei (compresi i tedeschi) e a ritenere che il problema sia tutto e solo nei trattati europei.

E' sempre Giacchè, nel suo intervento, che centra il cuore del problema dell'euro. Ecco il frammento:


Vladimiro Giacchè esprime lo stesso concetto ribadito da Mario Draghi ("in seno all'Ue dobbiamo stare attenti a non lasciare che i salari e i prezzi deviino"), ma lo fa da un'angolatura diversa, quella del livello di disoccupazione compatibile: "In Italia oggi la disoccupazione normale (di equilibrio n.d.r.)", quella che... è il 10,8%, in Spagna è il 20%, ogni Stato... se questi due Stati provano a tirare la disoccupazione al di sotto di questa soglia sforano automaticamente i criteri; voi capite che siamo in un regno surreale, una gabbia di matti da cui da cui prima si esce meglio è!".

Ma perché non si può far scendere la disoccupazione? Perché se la disoccupazione scende i salari cominciano ad aumentare, quindi salgono i prezzi e riparte l'inflazione. Lo ha detto Mario Draghi: "in seno all'Ue dobbiamo stare attenti a non lasciare che i salari e i prezzi deviino".

Ora, quando in un'unione monetaria priva di una fiscalità comune e con libera circolazione dei capitali i diversi paesi che la compongono hanno inflazioni diverse, accade che i paesi a inflazione più alta diventano importatori netti di merci e quelli a inflazione più bassa esportatori netti. A lungo andare ciò crea squilibri nella bilancia commerciale, che a un certo punto i capitali privati smettono di finanziare. Si arriva così alla crisi, che in Europa ha avuto inizio nel 2008. L'unica soluzione per uscirne, mantenendo in vigore sia la moneta unica che la libera circolazione dei capitali, è quella di deprimere le importazioni dei paesi debitori tenendo sotto controllo, o addirittura riducendo, i salari. In Italia il livello di disoccupazione necessario a non far aumentare l'inflazione oltre il limite che farebbe riemergere gli squilibri è del 10,8%.

A ciò si aggiunga che il livello di inflazione necessario per essere in equilibrio con un paese come la Germania (che ha un tasso di inflazione del 1,2%, inferiore perfino al 2% stabilito dai trattati) è così basso da correre il rischio di innescare una spirale deflazionistica.

Quelli sinteticamente esposti sono i dati, per così dire, tecnici. Con i quali MF, e tanti come lui, probabilmente non è a suo agio. Proviamo allora a vedere le cose sotto una diversa angolatura. E' vero che il trattato di Maastricht è del 1992, ma in effetti la libera circolazione dei capitali è in vigore, in tutta Europa, dalla metà degli anni '80 del secolo scorso (in Italia dal marzo 1990). Ebbene, seppure in vigore, la libera circolazione dei capitali, che comunque non ha certo avvantaggiato i lavoratori, in 18 anni (dal 1990 al 2008) non ha generato una crisi catastrofica. Questa, invece, si è palesata nel 2008, ad appena 9 anni dall'introduzione della moneta unica (e 7 anni dopo che questa era arrivata nelle tasche degli italiani).

Una crisi, è bene ricordarlo, favorita e accelerata dalla politica salariale del governo tedesco, che ha costantemente diminuito i salari reali dei suoi lavoratori.

Davanti a questi clamorosi dati di fatto, come si fa a sostenere che il problema sono solo i trattati, e non anche la moneta unica?

Certo, in linea di principio la posizione di MF (e di Paolo Ferrero) per cui vanno denunciati i trattati non è sbagliata. Per altro da ciò deriverebbe, per conseguenza euclidea, anche la fine dell'euro!

Certo, se si uscisse dall'euro non è detto che i trattati che sanciscono la libera circolazione verrebbero automaticamente denunciati. La differenza tra un'uscita da destra e un'uscita da sinistra sta tutta qui. E tuttavia la fine dell'euro aprirebbe una prospettiva in tal senso, oltre ad eliminare un meccanismo monetario che si è dimostrato ben più catastrofico della sola libera circolazione. Al contrario restare nell'euro, continuando ad invocare una riforma dei trattati, in primis l'adozione di una fiscalità comune grazie alla quale i deficit dei paesi meno produttivi sarebbero compensati dai surplus di quelli più competitivi, è una strategia che, dopo sette anni di crisi, non è più minimamente credibile.

Nel frattempo, coerentemente con la richiesta di Mario Draghi ("in seno all'Ue dobbiamo stare attenti a non lasciare che i salari e i prezzi deviino") il bomba procede spedito verso la riforma del mercato del lavoro. Il cui esito, è bene precisarlo, sarà una diminuzione dei salari reali, sia dei neo assunti (da subito) che di tutti gli altri lavoratori, pensionati compresi. Il tutto mentre, attraverso le peggiori diavolerie fiscali e finanziarie, si farà di tutto per riportare l'inflazione media nell'eurozona almeno al 2%. Viene da pensare che, forse, la temuta uscita da destra dall'euro sia il male minore rispetto al restare in un'unione monetaria così di destra!

L'uscita dall'euro deve diventare una battaglia di sinistra


Una premessa:  non me la voglio menare con la dicotomia destra/sinistra. Quando dico che deve diventare una battaglia di sinistra mi riferisco al fatto che deve essere fatta propria da tutti gli italiani che si sentono, a torto o a ragione, di sinistra, anche quando ciò significa che sono dei piddini. Ciò è necessario per evitare che essa diventi il cavallo di battaglia solo di una parte degli italiani, quelli che votano a destra o, peggio mi sento, per la Lega di Salvini. Insomma, l'uscita dall'euro deve diventare una battaglia di tutti.

Se una battaglia è di tutti allora non è né di destra né di sinistra: è di tutti e basta. E poiché l'euro non è tutto (ci sono anche i trattati), ecco che se tutti volessero uscire dall'euro la dicotomia destra/sinistra si sposterebbe su un altro livello, meno demenziale di questo. E' questo il senso dell'appello a far diventare l'uscita dall'euro una battaglia di sinistra, visto che a destra ciò sta già accadendo senza però che si faccia alcun cenno ai trattati che sanciscono la libera circolazione dei capitali. Il rischio, enorme, è quello di restare troppo a lungo nella trappola dell'euro mentre milioni di italiani si impoveriscono nella sua inutile difesa, con il risultato che quando questo salterà, perché salterà, la cosiddetta sinistra non avrà più alcuna voce in capitolo per condurre la battaglia principale, quella di ricusazione dei trattati europei.

In tutto questo marasma, nel quale è difficile orientarsi, resta da prendere atto di un dato di fondamentale importanza: esiste una piccola frazione della sinistra, Sinistra contro l'euro, che prima di tutti ha individuato nell'euro, oltre che nei trattati, un nemico da combattere. Il pubblico ed esplicito riconoscimento di Vladimiro Giacchè dovrebbe indurre molti a riflettere.

E si rifletta anche sul fatto che tutta, ma proprio tutta la battaglia contro l'euro e l'UE, ha avuto inizio in questo paese a partire da un convegno organizzato a Chianciano il 22/23 ottobre 2011 dal titolo "Fuori dall'euro fuori dal debito!" [chiedo scusa per la pubblicità inserita nel vecchio sito da un haker e che non riesco a togliere - n.d.r.]. A quel convegno c'erano, tra gli altri, Leonardo Mazzei e Moreno Pasquinelli (Sinistra contro l'euro), Stefano D'Andrea (ARS), Alberto Bagnai (Goofynomics), Sergio Cesaratto, Ernesto Screpanti, Marino Badiale (Il Main-Stream), Piero Pagliani, Marco Rizzo, Fernando Rossi.

E naturalmente il vostro umile reporter.

lunedì 1 dicembre 2014

Il cristallo appeso serve da nucleo per la successiva cristallizzazione

Sequenza accelerata della cristallizzazione dell'allume (o cristallo) di rocca (solfato di alluminio e potassio dodecaidrato - KAl(SO4)2·12H2O) - Il fenomeno è ottenuto raffreddando una soluzione satura ad alta temperatura.


Qui si scrive di politica, e allora perché un video scientifico? Forse perché si può imparare qualcosa dalla scienza, cioè dalla natura?

Il "cristallo appeso" che serve da nucleo è la metafora dell'offerta politica, prodotta dall'ingegno, dalla tecnica, dalla passione. In presenza del nucleo, e solo perché il nucleo c'è, nella soluzione satura inizia la cristallizzazione di massa. Osservate i cristalli che crescono dal fondo...

Interessante la circostanza per cui la cristallizzazione si verifica nella fase di raffreddamento. Infatti, quando la temperatura è troppo elevata l'agitazione termica si oppone alla nascita del nuovo ordine.

Dunque, se la metafora è azzeccata, il nuovo ordine potrà nascere non nel momento in cui la temperatura sociale è al massimo, ma dopo che tale massimo è stato raggiunto, durante la fase di raffreddamento. Perché ciò sia possibile, però, serve che vi sia un "cristallo appeso" che funga da seme per il processo. Oggi è il tempo, alla vigilia dell'implosione dell'euro, per predisporlo. Adesso, non tra qualche anno! 

Durante il caos della crisi al suo acme le molecole sociali saranno in preda all'agitazione ma, non appena comincerà il raffreddamento, la partita la giocheranno i "cristalli appesi", che fungeranno da nuclei di cristallizzazione.

Chi oggi ostacola, o pospone, il processo di formazione di un nucleo di cristallizzazione sovranista, non ha capito come funzionano le cose. 

Il Partito Sovranista deve nascere ora!

domenica 30 novembre 2014

I vestiti nuovi dell'imperatore

Se la Germania non alza i salari l'euro è finito. Ma il governo tedesco, cioè il board della Bundesbank, non ha alcuna intenzione di farlo. L'unico modo per salvare l'euro se la Germania (cioè il board della Bundesbank) non alza i salari dei suoi lavoratori, è che i paesi meno produttivi abbassino quelli dei loro. Che è quello che Renzi sta tentando di fare con il job's act. Ma l'abbattimento dei salari nei paesi meno produttivi genera deflazione, aumento della disoccupazione e, di conseguenza, reazioni sociali e politiche incontrollabili.

Con ciò dovrebbe essere chiaro che il contenimento delle retribuzioni, cioè l'aumento delle disparità sociali, è un meccanismo cablato a livello hardware nella moneta unica. Ormai lo hanno capito in molti. Ma non tutti, perché la cappa mediatica di disinformazione che controlla i pensieri e le emozioni dei cittadini di tutti gli Stati europei ha lavorato e continua a lavorare a pieno regime. Ma il re è nudo, e si vede.

Un giorno gli storici dell'economia politica ci spiegheranno perché gli idioti di Dusserldof preferiscono la fine dell'euro alla possibilità di mantenerlo in vita attraverso qualche concessione salariale. Magari hanno un piano geniale, ma io non sono in grado di darne conto. Tutto quello che possiamo fare è prendere atto che nell'epoca di Internet, dei telefonini, della Ciiiina, del mantra "oggi è diverso", la politica e l'economia continuano ad obbedire alle due vecchie leggi di sempre: la lotta di classe e la lotta (delle élites) degli Stati per l'egemonia. Insomma, siamo ancora e sempre nell'ottocento.

Ovviamente in questa duplice lotta perdono le classi sociali incapaci di darsi un'organizzazione che ne difenda gli interessi, e gli Stati le cui classi dirigenti sono più inette. In Italia non ci siamo fatti mancare nulla. Invece di credere alla favola secondo la quale se i poveri diventano meno poveri se ne avvantaggiano anche i ricchi (Karl Marx e John Maynard Keynes), milioni di italiani hanno preferito credere alla favola simmetrica secondo cui se i ricchi diventano più ricchi ci guadagnano anche i poveri (Von hayek e Milton Friedman). Che siano due favole è ovvio, ma che almeno ognuno scelga quella che gli conviene di più. O no? No, in Italia no.

Ora, posto che la sinistra italiana, termine ambiguo con il quale viene indicato il PD, è stata la principale sostenitrice del progetto eurista, qual è stato il politico italiano che più di ogni altro è riuscito a convincere gli italiani che "se i ricchi diventano più ricchi ci guadagnano anche i poveri"? Lo vogliamo dire? E diGiamolo! Silvio Berlusconi!

Ecco, per oggi non voglio scrivere altro. Troppe cose stanno accadendo, e rischierei di fare qualche affermazione prematura. Quel che è certo è che è un tempo di grandi cambiamenti. Ma io ce l'avevo detto ai miei amici piddini preferiti, Benny e Filippo! Al primo avevo consigliato, da tempo, di uscire dal PD; al secondo, che è giovane e quindi ha ancora un futuro in politica, di non appiattirsi troppo sulla figura di Renzi. Non mi hanno ascoltato.

sabato 29 novembre 2014

«Mi porta a Palazzo Grazioli?»


L'importante è saperlo. Tutto il resto è politica (altro che razionalità dei mercati).


L'Itaglia può farcela. Gli itagliani chissà.

Notarella: un post-azzo (crasi per "post del cazzo") come questo, lo riconosco, è pura propaganda, che non ha nulla a che vedere con il corretto confronto di idee. Tuttavia non si può continuare a fare i chierichetti con chi gioca sporco, e allora serve scendere sullo stesso terreno. L'amichetto del giaguaro crede di essere più furbo di tutti? La vederemo.

Horror vacui

La crisi del M5S è inarrestabile. Chi mi frequenta sa che lo avevo previsto, sebbene non in questa misura né con tanta rapidità. Pensavo che si sarebbe ridotto ad uno zoccolo duro, non che si sarebbe annichilito. E invece: complici la malattia di Casaleggio, l'insipienza di Grillo, una demenziale selezione dei vertici e, last but not least, un posizionamento sui temi politici del momento - dall'euro alla questione della sovranità nazionale - che definire ondivago e confuso è poco, il M5S si è semplicemente suicidato. Riposi in pace.

Chi se ne spartirà l'eredità? In politica il vuoto viene riempito in fretta, soprattutto se incombono emergenze che valgono la tutela di enormi interessi. Ci siamo dimenticati dei debiti target2 parcheggiati presso la BCE? Ora, che la razionalità economica non sia la sola misura del mondo e della $toria lo hanno capito anche dalle parti di Pescara, ma quando alla tutela di enormi interessi commerciali e finanziari si aggiunge la salvaguardia di un processo politico pluridecennale come la costruzione europea, viene spontaneo supporre che le contromisure non possano essere solo quelle della tecnica monetaria, per altro nemmeno dispiegate del tutto per la contrarietà degli idioti di Dusseldorf.

La parola, dunque, passa alla Politica. Il problema è costituito dal fatto che gli euristi hanno bisogno di tempo, perché la sospirata ripresa non arriva (né può arrivare, come noi happy few ben sappiamo). Ma per comprare tempo serve una vittoria elettorale, in Italia, prima del temuto terremoto oltr'alpe per mano di Marine Le Pen. Ecco dunque che i voti in libera uscita dal M5S sono un boccone pregiato, sia che vadano ad ingrossare il partito dell'astensionismo, sia che finiscano con l'essere catturati dal PD renziano o da altri.

Il punto è allora il seguente: tolti i voti che andranno all'astensionismo, e i pochi che resteranno al M5S, chi riuscirà a beneficiare del riflusso del movimento dei grilli? Per rispondere a questa domanda servirebbe un'analisi seria della composizione sociale, culturale e politica dell'elettorato grillino, che probabilmente nemmeno esiste, ma credo di non sbagliare se affermo che lo sfaldamento del M5S apre una possibilità al successo, sia pur limitato, di un'offerta politica nuova di natura sovranista. Questa "finestra di opportunità" non durerà a lungo: una volta che i voti del M5S si saranno ricollocati, sarà molto difficile riconquistarli alla causa del sovranismo.

Servirebbe dunque uno scatto di opportunismo politico, ma la mia sensazione è che in troppi si stiano cullando nella contemplazione della propria "particulare teoria"; sia questa di natura economica (MMT) o una teoria dell'azione (ARS), o altro.... ... ... ...

Ecco, l'ho fatto! Ho criticato l'ARS, pubblicamente! Posso farlo? Certo che posso farlo, perché sono tornato ad essere un battitore libero.

« Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei tessera rifiuta. »

venerdì 28 novembre 2014

Nonostante i solleciti del capogruppo e dello staff ad attenersi alle regole, come potete verificare, il cittadino deputato Artini continua a non utilizzare il portale online per le rendicontazioni e quindi a non restituire i rimborsi spese.

Nonostante i solleciti del capogruppo e dello staff ad attenersi alle regole, come potete verificare, il cittadino deputato Artini continua a non utilizzare il portale online per le rendicontazioni e quindi a non restituire i rimborsi spese.
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Nonostante i solleciti del capogruppo e dello staff ad attenersi alle regole, come potete verificare, il cittadino deputato Artini continua a non utilizzare il portale online per le rendicontazioni e quindi a non restituire i rimborsi spese. 
Nonostante i solleciti del capogruppo e dello staff ad attenersi alle regole, come potete verificare, il cittadino deputato Artini continua a non utilizzare il portale online per le rendicontazioni e quindi a non restituire i rimborsi spese. 
Nonostante i solleciti del capogruppo e dello staff ad attenersi alle regole, come potete verificare, il cittadino deputato Artini continua a non utilizzare il portale online per le rendicontazioni e quindi a non restituire i rimborsi spese. 
Nonostante i solleciti del capogruppo e dello staff ad attenersi alle regole, come potete verificare, il cittadino deputato Artini continua a non utilizzare il portale online per le rendicontazioni e quindi a non restituire i rimborsi spese. 
Nonostante i solleciti del capogruppo e dello staff ad attenersi alle regole, come potete verificare, il cittadino deputato Artini continua a non utilizzare il portale online per le rendicontazioni e quindi a non restituire i rimborsi spese. 
Nonostante i solleciti del capogruppo e dello staff ad attenersi alle regole, come potete verificare, il cittadino deputato Artini continua a non utilizzare il portale online per le rendicontazioni e quindi a non restituire i rimborsi spese. 
Nonostante i solleciti del capogruppo e dello staff ad attenersi alle regole, come potete verificare, il cittadino deputato Artini continua a non utilizzare il portale online per le rendicontazioni e quindi a non restituire i rimborsi spese.


mercoledì 26 novembre 2014

CLN 2.0 - Appunti per l'incontro del 6 dicembre 2014

Quelle che seguono sono alcune mie personali considerazioni in vista dell'incontro nazionale dei movimenti no-euro promosso dal coordinamento della sinistra contro l'euro. Desidero precisare che parlo a titolo personale, essendomi dimesso qualche giorno fa dal direttivo di ARS ed essendo anche uscito da questa associazione. Nulla di grave, sia ciò ben chiaro, poiché continuo a ritenere quella dell'ARS un'ottima piattaforma, forse la migliore in circolazione, ma in questo momento preferisco muovermi nella più assoluta libertà, principalmente come blogger e come umile operaio delle Brigate Sovraniste per la Costituzione, delle quali sono al momento il "Grande Vecchio" detentore del potere inutile.

L'incontro del 6 dicembre vuole essere un primo momento di confronto tra tutti i movimenti no-euro che aderiranno. Tra i movimenti no-euro vi sono, ovviamente, anche i movimenti espressamente sovranisti, i più importanti dei quali, per numero di militanti e/o autorevolezza, sono la stessa Sinistra no-euro, l'ARS, Riscossa Italiana e i CIPS.

Per come lo intendo personalmente, il sovranismo è un campo politico che pone al primo punto della propria scala di valori i principi della democrazia rappresentativa, dello statalismo inteso come obbligo per lo Stato di operare come agente attivo e redistributore della ricchezza, nonché le libertà individuali e civili riconosciute dalla Costituzione italiana del 1948. Per i sovranisti la triade "Popolo-Stato-moneta pubblica" rappresenta l'elemento invariante di qualsiasi tecnica implementativa, e dunque noi sovranisti preferiamo enunciare gli obiettivi della nostra visione politica piuttosto che concentrarci sulle tecniche per raggiungerli, pur riconoscendo l'ovvio dato di fatto che nessuna "tecnica" è neutrale, e dunque esse devono essere valutate in funzione della loro efficacia in vista del raggiungimento degli obiettivi politici che ci poniamo.

Il liberismo, degenerazione del pensiero liberale, è il nemico politico dei sovranisti. Il pensiero liberale, a sua volta, è un avversario politico che porta sulle sue spalle la responsabilità storica di essere degenerato in liberismo. Analoghe ma non identiche considerazioni i sovranisti svolgono in merito alle degenerazioni della tradizione socialista.

Per quanto detto, il sovranismo può essere definito come la sintesi del meglio della tradizione socialista e liberale, la quale può realizzarsi solo attraverso l'esistenza di uno Stato democratico che agisca attivamente in senso redistributivo e sia garante delle libertà politiche e civili di tutti i cittadini e della loro uguaglianza davanti alla legge.

Essere semplicemente contro l'euro, pertanto, non è condizione sufficiente per potersi definire sovranisti, pur essendo evidentemente una condizione necessaria. Ciò nonostante potrebbero sussistere, in questa fase, le condizioni per un'alleanza di scopo (che qualcuno ama chiamare CLN 2.0) tra forze solamente anti-euro, dunque liberali ma non liberiste, e i sovranisti. Credo che la possibilità di una tale alleanza dipenda soprattutto, per non dire esclusivamente, dalla capacità di tenuta del fronte euroliberista.

A questo proposito mi piace proporre un esempio paradossale ma chiarificatore, sotto forma di una domanda: chi è stato il principale artefice della nascita del CLN nel 1943?

Ebbene, la mia tesi è che il principale artefice della nascita del CLN sia stato il feldmaresciallo Kesserling! Senza l'efficace difesa che Kesserling seppe approntare contro le forze anglo-americane comandate dal generale Clark, coadiuvato dalla squadra navale agli ordini del generale Alexander, i tedeschi sarebbero stati travolti e l'Italia in gran parte liberata in poche settimane. Apparentemente una gran bella cosa, ma se le cose fossero andate così non ci sarebbe stata la resistenza, il ruolo del CLN sarebbe stato del tutto marginale (se pure fosse riuscito a sopravvivere come entità politica), e il contributo dei patrioti italiani inesistente. Fu proprio l'accanita resistenza dei nazifascisti ad aprire gli spazi, politici prima che militari, nei quali seppero inserirsi i capi della resistenza. Se ciò non fosse accaduto, e i tedeschi fossero stati travolti con facilità, noi non avremmo avuto la nostra Costituzione. La quale non fu una concessione degli angloamericani, bensì la conquista, pagata a caro prezzo, di quella parte del paese che prese parte attiva alla lotta contro il nazifascismo.

Ebbene, oggi la situazione è simile. Per quanto paradossale ciò possa apparire, una rapida disgregazione dell'euro favorirebbe quelle forze politiche che, pur avendone riconosciuto più o meno onestamente (ma alcune in modo strumentale) l'insostenibilità, non hanno alcun interesse a che la gran parte del popolo italiano sia coinvolto in questa nuova guerra di liberazione. In tal caso l'ipotesi della formazione di un CLN 2.0, del quale dovrebbero far parte non solo i sovranisti ma tutti i movimenti no-euro (purché non fascisti), perderebbe di significato. La prospettiva di una rapida e vicina fine della moneta unica favorirebbe infatti un riposizionamento delle attuali forze politiche sistemiche, anche attraverso disgustosi trasformismi. Ai sovranisti non resterebbe altra scelta se non quella di tentare di costituire in fretta e furia un fronte sovranista che potrebbe partecipare con scarse possibilità alle prossime, in questo caso vicine, elezioni politiche.

Lo scenario alternativo è quello in cui gli euroliberisti riescano, come i nazifascisti nel 1943, a evitare il tracollo. E poiché il terreno di scontro non è militare ma economico, ciò implica che vi sia, nei prossimi mesi, se non una ripresa almeno una tenuta dell'economia italiana. Ma questo non dipende in alcun modo da noi, né per la parte maggiore da Draghi; dipende invece dalla stessa Germania che potrebbe attuare, nei prossimi mesi, una manovra espansiva mirata a rilanciare le sue importazioni principalmente dall'Italia e dalla Francia. Che tale scenario sia realistico, però, mi sembra un'ipotesi piuttosto improbabile. Non c'è oggi, in Germania, un feldmaresciallo Kesserling!

Pertanto sono propenso a considerare valide le visioni che prospettano una prossima uscita dell'Italia dall'eurozona. Tra quanti reputano questa prospettiva probabile c'è Sapir, un cui articolo in questi giorni è stato rilanciato da diversi blog.

Stando così le cose la prospettiva di un CLN 2.0 si allontanerebbe, mentre diventerebbe di assoluta urgenza cominciare a ragionare sull'ipotesi di un fronte sovranista che si ponga l'obiettivo minimo di raggiungere il quorum alle prossime elezioni. Se questo obiettivo dovesse essere mancato, la vittoria dei gattopardi sarebbe totale.