giovedì 13 novembre 2014

Tempo di LITOTI nel PD

Esempio di litote: Due ragazzi. Passa una ragazza e uno dei due dice all'altro: "la vedi quella? Ha preso un sacco di cazzoni...!". L'amico lo guarda e dice: "quella è mia sorella!". Il primo, imbarazzato: "sì, ma fini fini..."


Video del ciociaro (con Piddu)


martedì 11 novembre 2014

Non tutte le analogie riescono col buco

Una delle analogie più false, ma ciò nonostante diffusa dai mezzi di informazione, è quella secondo cui lo "Stato è come una famiglia". Questa analogia è totalmente falsa, sempre comunque e a prescindere (come direbbe Totò), ma non è facile farlo capire alle anime semplici e candide.

Si tratta, infatti, di un'analogia rassicurante, e non deve sorprendere il fatto che essa abbia tanta presa tra i più umili (intellettualmente parlando, ovviamente). Quello che mi sconcerta, però, è il fatto che tale analogia sia considerata valida anche in ambienti, se si vuole, "più raffinati", per capirci quei giri di intellettualoidi di provincia (ma anche di città) dove l'enunciato "il tutto è più della somma delle parti" è considerato un'acquisizione pacifica. Ma come? Il tutto è più della somma delle parti.... e poi ce la menate con la storia che il tutto (cioè lo Stato) è in relazione analogica con una delle sue parti (la famiglia)?

Vorrei invitare gli "analogici", per i quali il tutto è più della somma delle parti, e però credono che il tutto (lo Stato) sia come una grande famiglia (cioè una somma di famiglie), a seguirmi lungo un ragionamento rigoroso e pur tuttavia non difficile. Parliamo di economia, sebbene quanto dirò può ben applicarsi a molti altri ambiti della vita sociale.

Domando agli analogici: cos'è il risparmio per una famiglia? La risposta è semplice: il risparmio è costituito dalle risorse monetarie non utilizzate per consumi e investimenti. Dunque si risparmia quando non ci si diverte e quando non si investe, né per manutenzioni né per progettare nuove attività imprenditoriali per il futuro.

Ora domando agli analogici: cos'è il risparmio di uno Stato? E' mai possibile che, per uno Stato, il risparmio possa essere definito come "risorse monetarie non utilizzate", quando è lo Stato stesso che queste risorse le fabbrica a costo zero? Che vo' ddi'? Che ci sono il 42% dei giovani che non lavorano, cioè sono "risorse inutilizzate", perché lo Stato non può dargli un lavoro creando a costo zero le risorse monetarie che servono a pagargli gli stipendi? 

Lo Stato italiano sta risparmiando così? Lo capite quanto è fallace questa sciocca analogia dello Stato come una grande famiglia, cioè una somma di famiglie?

Il fatto è che è vero, assolutamente vero, che "il tutto è più della somma delle parti". Peccato che gli intellettualoidi di provincia, che questa cosa lo sanno... poi non riescano ad applicarla al più importante dei casi concreti. Forse gliela si deve ricordare:

Il tutto è più della somma delle parti... e dunque lo Stato è più della somma delle famiglie!


Il che implica che, mentre per una famiglia risparmiare significa spendere meno di quello che guadagna, per uno Stato risparmiare significa spendere più di quello che incassa con le tasse! E dunque essere in deficit!

Vi siete persi, lo so. Vi capisco; anch'io, quand'ero piddino, restavo stordito davanti a questa affermazione. Per capire bisogna fare un piccolo passo avanti. Bisogna cioè capire che uno Stato può emettere la moneta che le famiglie usano, mentre le famiglie usano la moneta che gli viene imposta dallo Stato. Già questa imponente (ripeto: IMPONENTE) asimmetria dovrebbe far riflettere, e far capire che l'idea che uno Stato possa essere considerato come una sommatoria di famiglie è semplicemente ridicola. Da questa asimmetria discende che, mentre per una singola famiglia arricchirsi significa risparmiare anno dopo anno, e dunque avere un bilancio strutturalmente in surplus, per uno Stato arricchirsi significa avere, anno dopo anno, tutte le risorse reali impegnate nel produrre ricchezza. Ma, per far ciò, il bilancio dello Stato deve essere in deficit!

Ma allora hanno ragione quelli che "basta austerità"?


Dico: ma vogliamo scherzare? Quando io scrivo Stato (notate la maiuscola e il grassetto) intendo un vero Stato, mica le entità amministrative previste dal trattato di Maastricht! Ovvio che uno Stato europeo potrebbe fare quello che ho appena detto, cioè spendere in deficit. Ma non possono farlo quelle entità amministrative che sono ormai gli ex Stati nazionali. Il minimo sindacale è una spesa a deficit di uno Stato europeo (che non c'è), con una Banca Centrale che risponda alla politica, cioè a un parlamento eletto per capita (una testa un voto). Quello che abbiamo, invece, è una BCE dove si vota per quote azionarie.

Io sto cercando di farlo capire ai piddini della mia città, Frosinone, talvolta anche a muso duro. Ma ho poche, pochissime speranze di avere successo. Vuol dire che, se non gli entra in testa, gli entrerà da qualche altra parte. Chissà, a qualcuno potrebbe andar bene così.

Invito i piddini di Frosinone ad ascoltare l'avv. Marco Mori. Magari lui riesce a farglielo entrare in testa. Per quanto mi riguarda... m'arendo (nun c'ariveno).

Piddini di provincia a testa bassa contro il muro dell'euro

Sen. Lucrezia Ricchiuti - PD
Esco dal mio studio e chi ti incontro? Domenico Belli (SEL) che sta andando alla saletta della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori... non Central Intelligence Agency). Gli faccio «dove vai?» «mah, c'è una riunione...» «vengo anch'io». E così sono andato.

Ambient: piddini di rito civatiano. Gente di provincia, brave persone, certo non aquile politiche. Ci sono anche alcuni sellini, qualche ambientalista e un paio di incazzati più di me con i quali mi metto subito a confabulare.

Sembra che parlerà tal senatrice Lucrezia Ricchiuti. Sono senza attrezzatura, per cui tiro fuori il mio cellulare Mediacom (ottimo acquisto di un prodotto italiano) e lo piazzo in modalità ripresa video. Poi mi metto ad ascoltare.


Non vorrei intervenire. Perché dare addosso ai civatiani? In fondo sono bravi ragazzi, animati da buoni sentimenti... certo non sono aquile (questa l'ho già detta); per loro il problema sono gli F35, mica la BCE indipendente! Anche perché dubito che la maggior parte di loro intenda il senso della locuzione "Banca centrale indipendente".

Solo che a star zitto proprio non ci riesco. La Ricchiuti ne spara a raffica, una più demenziale dell'altra: potete godervela nel filmato. Io ho preso un pezzo di carta e me ne sono segnate alcune, una piccola parte delle fesserie propinate alla platea di anime belle (ma anche furbine) del piddinume e sellinume locale. Che è sempre meglio del berluskume locale, questo sia detto senza ombra di dubbio! Il problema è che non ci siamo! Ragazzi, proprio non ci siamo.

E non è che dovete solo mettervi a studiare, questo è il minimo sindacale! Il problema, il vero grosso problema, è che voi, cari amici piddinucci e sellinucci di questa provincia, dovete  fare una cosa preliminare e assolutamente necessaria: accettare di essere onesti con voi stessi. Anche a costo di dover ammettere di non averci capito una mazza di tutto! Praticamente di tutto, dalle famose e mitiche strisce blu fino all'indipendenza della Banca Centrale, passando per lo SME, l'euro e Maastricht.

E fare, di conseguenza, un grosso atto di umiltà.

Lo stesso che ha fatto il vostro umile reporter che, riconoscendo di essere stato egli stesso piddino, e addirittura di aver votato Prodi fino al 2008, ha potuto guardare la realtà incomprensibile che gli si parava dinanzi con occhi nuovi e senza inutili pregiudizi. E oggi si permette di percularvi, sapendo benissimo che i fatti gli daranno ragione (e drammaticamente torto a voi).

Alla fine non ho resistito e ho preso la parola. Purtroppo non sono riuscito a registrare il mio intervento, ma voglio riportarvi una delle cose che ho detto. Ho infatti promesso alla senatrice Ricchiuto, che ha sostenuto (nella marea di stupidaggini che ha detto) che la Germania è una potenza industriale perché ha fatto grossi investimenti in conto capitale negli ultimi quindici anni, di inviarle dati certificati che dimostrano esattamente il contrario.

Ecco il grafico che dimostra la mia affermazione, inserito in un post del maledetto Illo (del quale, mannaggia, nun se po' fa' a meno).


Appello al popolo (piddino)


Piddiniiii, piddiniiiiiiiiiiiiii, c'è qualcuno quiiiiii? Me lo fate il cazzo di piacere di leggere il post del maledetto Illo, e cominciare a preoccuparvi per il vostro culo prima che ve lo sfondino senza pietà? 

Dovreste avere dei figli, immagino. Se non per voi, lo sforzo di attivare il vostro derelitto neurone lo fate almeno per loro?

p.s. per l'amico Benny: ti dispiace spedire questo post alla tua compagna civatiana, la senatrice Lucrezia Ricchiuti? Con l'invito, anche per lei, di mettersi a studiare onestamente la realtà, invece di continuare a sparare cazzate del tipo "la crisi è la conseguenza della corruzione".

Guarda, Benny, che lo ha detto: sta nel filmato.

lunedì 10 novembre 2014

Quando Eltsin bombardò il parlamento russo



Appendice: 

Ombre danzanti sulle macerie
CHE RESTA DELL’89
Dov’è la festa
Luciana Castellina – da il manifesto di sabato 8 novembre 2014 – pag. 1 e 15
L’89 non fu solo gioiosa rivoluzione libertaria, ma un passaggio assai più ambiguo, gravido di conseguenze di portata mondiale, che ha spianato la strada al capitalismo più selvaggio
Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scrivania: un frammento di intonaco colorato che strappai con le mie mani quando accorsi anche io a Berlino mentre ancora, a frotte, quelli dell’est esondavano verso l’agognato Occidente. Furono giornate gioiose attorno a quel simbolo di una guerra – quella fredda – che era scoppiata meno di due anni dopo la fine di quella calda.
Per oltre quarant’anni quella frontiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attraversata solo illegalmente: negli anni ’50 perché il mio governo non mi dava un passaporto valido per i paesi oltre la cortina di ferro (dovevamo rimanere chiusi nell’area della Nato) e perciò per parlarsi con tedeschi della DDR, ungheresi o bulgari si prendeva il metro a Berlino e dall’altra parte ti fornivano una sorta di passaporto posticcio. Poi, dopo la costruzione del muro, quando noi potevamo legalmente andare ad est e invece quelli di Berlino est non potevano più venire a ovest, ridiventammo clandestini: per potere incontrare, senza incappare nella sorveglianza della Stasi, i nostri compagni pacifisti del blocco sovietico, dissidenti rispetto ai loro regimi, ma convinti che a una evoluzione democratica non sarebbero serviti i missili perché solo il disarmo e il dialogo avrebbero potuto facilitarla.
Per questo, gioia in quell’autunno dell’89 e anche un po’ di orgoglio per il merito che per questo esito aveva avuto anche il nostro movimento pacifista, l’End “per un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali”. Avevamo prodotto una deterrenza politica, contribuendo ad isolare chi, per abbattere il muro, avrebbe voluto scegliere la più sbrigativa via delle bombe.
E però l’89 non fu solo gioiosa rivoluzione libertaria. Fu un passaggio assai più ambiguo, gravido di conseguenze, non tutte meravigliose. Oggi è anche più chiaro, e così l’avverto dolorosamente nella memoria che evoca in me. Peraltro quel 9 novembre di 25 anni fa per me, credo per tanti, non è dissociabile dalle date che seguirono di pochi giorni: il 12 novembre, quando Achille Occhetto, alla Bolognina, disse che il Pci andava sciolto; il 14, quando ce lo comunicò ufficialmente alla traumatica riunione della direzione del partito di cui, dopo che il Pdup era confluito nel Pci, ero entrata a far parte. Così imponendoci – a tutti – la vergogna di passare per chi sarebbe stato comunista perché si identificava con l’Unione sovietica e le orribili democrazie popolari che essa aveva creato.
Non c’era bisogno della caduta del muro per convincersi che quello non era più da tempo il modello dell’altro mondo possibile che volevamo, non solo per noi che avevamo dato vita al Manifesto, ovviamente, ma nemmeno più per la stragrande maggioranza degli iscritti al Pci e dei suoi elettori. Ma non si trattava soltanto della sinistra italiana, il mutamento che segnò l’89 ha avuto portata assai più vasta: è in quell’anno che si può datare la vittoria a livello mondiale di questa globalizzazione che tuttora viviamo, accelerata dalla conquista al dominio assoluto del mercato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riuscito a fare il socialismo gli era tuttavia rimasto estraneo.
Ci fu, certo, liberazione da regimi diventati oppressivi, ma solo in piccola parte perché non aveva vinto un largo moto animato da un positivo disegno di cambiamento: c’era stata, piuttosto, la brutale riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Thatcher, Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria.
Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada, arrogante e pervasivo, il capitalismo più selvaggio, sradicando valori e aggregazioni nella società civile, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, corruzione, violenza. Il coraggioso tentativo di Gorbaciov non era riuscito, il suo partito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotte e rimasero passive. E così il paese anziché democratizzarsi divenne preda di un furto storico colossale, ci fu un vero collasso che privò i cittadini dei vantaggi del brutto socialismo che avevano vissuto senza che potessero godere di quelli di cui il capitalismo avrebbe dovuto essere portatore. (A proposito di democrazia: chissà perché nessuno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liquidato Gorbaciov, arrivò a bombardare il suo stesso Parlamento colpevole di non approvare le sue proposte?). Come scrisse Eric Hobsbawm nel ventesimo anniversario del crollo, “il socialismo era fallito, ma il capitalismo si avviava alla bancarotta”.
Avrebbe potuto andare diversamente?
La storia, si sa, non si fa con i se, ma riflettere sul passato si può e si deve ( e purtroppo non lo si è fatto che in minima parte). E allora è lecito dire che c’erano altri possibili scenari e che se la storia ha preso un’altra strada non è perché il “destino è cinico e baro”, ma perché a quell’appuntamento di Berlino si è giunti quando si era già consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale. L’89 è una data che ci ricorda anche questo.
Le responsabilità sono molteplici. Perché se è vero che il campo sovietico non era più riformabile e che una rottura era dunque indispensabile, altro sarebbe stato se i partiti comunisti , in Italia e altrove, avessero avanzato una critica aperta e complessiva di quell’esperienza già vent’anni prima, invece di limitarsi – come avvenne nel ’68 in occasione dell’invasione di Praga – a parlare solo di errori. In quegli anni i rapporti di forza stavano infatti positivamente cambiando in tutti i continenti ed era ancora ipotizzabile una uscita da sinistra dall’esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c’è stata. E così nell’89, anziché avviare finalmente una vera riflessione critica, si scelse l’abiura, che avallò l’idea che era il socialismo che proprio non si poteva fare.
Gorbaciov restò così senza interlocutori per portare avanti il tentativo di dar almeno vita, una volta spezzata la cortina di ferro, a una diversa Europa. Un’ipotesi che aveva perseguito con tenacia, offrendo più volte lui stesso alla Germania la riunificazione in cambio della neutralizzazione e denuclearizzazione del paese. Fu l’Occidente a rifiutare. Mancò all’appello, quando unilateralmente il presidente sovietico diede via libera all’abbattimento della cortina di ferro, il più grande partito comunista d’occidente, quello italiano, frettolosamente approdato all’atlantismo e impegnato ad accantonare, quasi con irrisione, il tentativo di una “terza via” fondata su uno scioglimento dei due blocchi avanzata da Berlinguer alla vigilia della sua morte improvvisa. E mancò la socialdemocrazia, che aveva in quell’ultimo decennio marginalizzato gli uomini che pure si erano con lungimiranza battuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Kreiski. È così che l’89 ci ha consegnato un’altra sconfitta, quella dell’Europa. Che perse l’occasione di costruirsi finalmente un ruolo e una soggettività autonome, quella “Casa comune europea” che Gorbaciov aveva sostenuto e indicato, e che trovò solo un simpatizzante – ma debolissimo – in Jaques Delors, allora presidente della Commissione europea. Nell’89 l’Unione Europea avrebbe finalmente potuto coronare l’ambizione di liberarsi dalla sudditanza americana che l’esistenza dell’altro blocco militare aveva facilitato, e invece si ritrasse quasi spaventata. Avviandosi negli anni successivi lungo la disastrosa strada indicata dalla Nato: ricondurre al vassallaggio le ex democrazie popolari per poter estendere i propri confini militari fino a ridosso della Russia.
Non andò molto meglio neppure in Germania. Anche qui ci fu certo la grande gioia della riunificazione del paese che aveva vissuto la dolorosissima ferita della divisione, ma anche qui, più che di un nuovo inizio, si trattò di una annessione condotta secondo le regole di un brutale vincitore. A 25 anni di distanza la disuguaglianza fra cittadini tedeschi dell’ovest e dell’est è più profonda di quella fra nord e sud d’Italia, perché la “Treuhand” incaricata di privatizzare quanto era pubblico nell’economia della RDT preferì azzerare le imprese per lasciar il campo libero alla conquista di quelle della RFT. Cinque anni fa nel commemorare il crollo del muro il settimanale Spiegel rese noti i risultati di un sondaggio: il 57% degli abitanti della ex Germania dell’est – che dio solo sa quanto era brutta – ne avevano nostalgia. Oggi probabilmente quella che viene chiamata “Ostalgie” è cresciuta. (Fra i miei ricordi c’è anche una cena con Willi Brandt non molto tempo prima della sua scomparsa: tornava da un giro ad est in occasione della prima campagna elettorale del paese riunificato ed era desolato per come la riunificazione era stata condotta. La Spd non aveva del resto nascosto, sin dall’inizio, la sua contrarietà a come era stato avviato il processo).
Per tutte queste ragioni non condivido la spensierata (agiografica) festosità che accompagna, anche a sinistra, la celebrazione del crollo del Muro. Soprattutto perché – e questa è forse la cosa più grave – l’89 è anche il tempo in cui per milioni di persone prende fine la speranza – e persino la voglia – di cambiare il mondo, quasi che il socialismo sovietico fosse stato il solo modello praticabile. E via via è finita per passare anche l’idea che tutto il secolo impegnato a costruirlo anche da noi era stata vana perdita di tempo. Un colpo durissimo inferto alla coscienza e alla memoria collettiva, alla soggettività di donne e uomini che per questo avevano lottato. E nessuno sforzo per riflettere criticamente su cosa era accaduto per trarre forza in vista di un più adeguato nuovo progetto. Non è un caso che anche i posteriori tentativi di dar vita a nuovi partiti di sinistra abbiano prodotto formazioni tanto impasticciate: perché incapaci di fare davvero i conti con la storia. E perciò qualche ristagno ideologico o la resa a un pensiero unico che indica il capitalismo come solo orizzonte della storia.
Nel dire queste parole amare rischio come sempre di fare la nonna noiosa che continua a rimuginare sul passato senza guardare al presente. So bene che ci sono oggi nuovi movimenti animati da generazioni nate ben dopo la famosa storia del Muro che si propongono a loro modo di inventarsi un mondo diverso. Ma non mi rassegno a subire senza reagire il disinteresse che avverto in tanti di loro per il nostro passato, non perché vorrei ci assolvessero dai nostri errori, ma perché non sono convinta si possa andar lontano se non si ha rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c’è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del ‘900; se non si avverte quanto misera sia l’enfasi posta oggi su un’idea di libertà – quella ufficialmente celebrata in questo venticinquennale del Muro – così meschina da apparire arretrata persino rispetto alla rivoluzione francese dove almeno era stato aggiunto uguaglianza e fraternità, ormai considerati obiettivi puerili e controproducenti: il mercato, infatti, non li può sopportare.
Non ho molta credibilità nel proporre la creazione di partiti, l’ho fatto troppe volte nella mia vita e non con straordinario successo. E tuttavia ora ne vorrei davvero fare uno: il partito dei nonni. Non perché insegnino ai giovani cosa devono fare, per carità, ma perché vorrei che almeno due generazioni uscissero dal mutismo in cui hanno finito per rinchiudersi, intimiditi da rottamatori di destra e di sinistra. Vorrei che riprendessero la parola, riacquistassero soggettività: per dire che sulla storia di prima del crollo del muro vale la pena di riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie ( a cominciare dalla rivoluzione d’ottobre di cui giustamente Berlinguer disse che aveva perso la sua spinta propulsiva, non che era meglio non farla). Buttare tutto nel cestino significa incenerire ogni velleità di cambiamento, di futuro.
Per finire: da quando è caduto il muro di Berlino ne sono stati eretti altri mille, materiali (Messico/ Usa; Israele/Palestina, Pakistan/ India …..ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disuguaglianza globale e i muri europei “a mare” nel Mediterraneo e di terra a Melilla, contro i migranti). Non proprio una festa.