venerdì 10 aprile 2015

La "reconquista" dei diritti del lavoro

La democrazia è sostanziale quando tutti i corpi sociali sono capaci di esprimere una propria genuina rappresentanza politica. Ciò può non accadere per molte ragioni, la più comune delle quali è la conquista dell'egemonia culturale da parte di alcuni settori della società; sia perché detengono gran parte della ricchezza, e dunque del potere di influenza, ma anche per responsabilità degli stessi esclusi. Poiché sono un pragmatico, sebbene ad alcuni appaia come un sognatore, preferisco concentrare l'attenzione sulle responsabilità degli esclusi, dato che considero normale che chi può vincere vinca. Perché mai dovrebbe astenersene? Per amore del prossimo? Sono un sognatore ma conosco la durezza del vivere.

La responsabilità delle scelte politiche che, negli ultimi decenni, hanno svantaggiato ampi settori della società italiana, è dunque di coloro che ne fanno parte. L'avversario di classe ha giocato la sua partita, e noi no.

Non v'è che una via d'uscita: rientrare in partita. Se la crisi dell'euro verrà risolta (si fa per dire) da quelli che ci hanno trascinato nell'Unione Europea, nulla cambierà. La prima cosa che dobbiamo capire, e far capire ai corpi sociali che l'hanno subita, è la ragione vera per cui è stata edificata l'Unione Europea, smontando l'insieme delle narrazioni favolistiche di cui questa scelta politica è stata ammantata. E dobbiamo farlo in modo semplice, per essere capiti da tutti.

Ebbene, la vera ragione di questa scelta è stata quella di mettere i lavoratori in competizione tra loro. Questa ragione di fondo è stata abilmente mascherata, a tal punto che nemmeno la realtà concreta, sotto gli occhi di tutti, è sufficiente per smontarla. Nella mente di centinaia di milioni di lavoratori è stata inculcata l'idea che la mobilità delle merci e dei capitali sia un dato di natura: è così perché è così e non può che essere così. E invece non è così!

Non è affatto vero che se un investitore privato trova conveniente delocalizzare in un paese in cui il costo del lavoro è più basso ciò sia un vantaggio per tutti perché, nel lungo periodo, il sistema produttivo diventerebbe più efficiente e dunque, aumentando la produzione, ognuno se ne avvantaggerebbe. Non è vero perché quello che accade, nella realtà, è che i gruppi sociali che si arricchiscono grazie a ciò non hanno alcun interesse a redistribuire, in qualsiasi forma, la loro maggiore ricchezza e il loro maggior potere. La soluzione che viene in mente, a chi non vuole cambiare questo stato delle cose, è al più il reddito di cittadinanza. Una forma di elemosina necessaria per tenere buoni gli esclusi affinché, spinti dalla disperazione, non diventino un problema.

La sola via d'uscita è la lotta politica. Ma non nella forma elaborata dal M5S, fatta di vuoto attivismo su una miriade di temi parziali, dagli inceneritori agli ogm passando per la favoletta della corruzione; bensì organizzando strutture politiche con il compito di rappresentare e difendere gli interessi dei ceti esclusi, con l'obiettivo di conquistare il potere e far diventare "esclusi" i padroni di oggi. Piaccia o no, la politica è questo, da che mondo è mondo.

Dunque un blocco sociale, costituito da interessi non identici ma capaci di cogliere il vantaggio e la necessità di costituirsi come soggetto politico mettendo in secondo piano le differenze. La sfida è di quelle che fanno tremare i polsi, ma non vi sono alternative.

Occorre anche superare un ostacolo di non poco conto, rappresentato dalla confusione che, a mio avviso, molti fanno tra piattaforma politica e ideologia. L'ideologia è un progetto compiuto, una specie di visione teleologica di come dovrebbe essere organizzata la società, e pertanto è una gabbia. Una piattaforma politica è invece un metodo euristico, necessariamente approssimato e compromissorio, il cui perno è l'idea di conflitto. Al centro della lotta politica c'è, da sempre, il conflitto. E infatti la prima preoccupazione di chi vince la battaglia politica è quella di sopirlo, creando narrazioni che ne sanciscano la fine. Chi vince ha sempre interesse a dire che "è la fine della Storia"; chi perde, se vuole ricominciare la partita, deve affermare, con forza, che la Storia non è affatto finita.

Questa piattaforma politica, che non può essere ideologica senza per questo demonizzare le ideologie dei contraenti, che anzi sono una ricchezza, deve tuttavia individuare alcune proposizioni che siano ampiamente condivise. Ebbene, non v'è dubbio che la prima di tali proposizioni deve essere la fine del regime di concorrenza con il quale è stato aggiogato il mondo del lavoro. La "concorrenza" se la facciano i capitali! Il mondo del lavoro deve tornare ad esigere che la retribuzione di ogni attività lavorativa, da quella salariata a quella della piccola impresa o derivante da attività professionali, sia soggetta ad un regime amministrato. E dunque tariffe stabilite per legge, contratti del lavoro nazionali, tutele per i lavoratori, intervento diretto dello Stato a difesa dei livelli occupazionali.

E' del tutto evidente che un tale stato di cose sarebbe assolutamente e totalmente incompatibile con una moneta unica senza uno Stato, come è l'euro, oltre che con tutti i trattati europei. Non può dunque essere l'uscita dall'euro il cuore di una piattaforma politica in difesa degli interessi del mondo del lavoro! L'uscita dall'euro è  nient'altro che l'ovvio corollario di un diverso equilibrio di forze tra il capitale e il lavoro, che potrà essere raggiunto solo riaccendendo il conflitto sociale e vincendo la battaglia politica. Questa, a sua volta, presuppone la formazione di un esercito politico, cioè la nascita di nuove forze politiche che siano espressione genuina del mondo del lavoro.

Dopo decenni di arretramenti e sconfitte, la campana è suonata: alcuni hanno già fatto i primi passi, altri si stanno aggiungendo. L'esercito che porterà a compimento la "reconquista" dei diritti del lavoro apparirà presto, e sarà visibile a tutti.

giovedì 9 aprile 2015

La carta igienica c'è... - il sequel

Domenico Marzi
detto Memmonne
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Pierre Cambronne
Selon une légende très populaire, commandant le dernier carré de la Vieille Garde à Waterloo, sommé de se rendre par le général britannique Colville, Cambronne aurait répondu :

«La garde meurt mais ne se rend pas!»

Puis, devant l'insistance du Britannique, il aurait eu une réponse aussi énergique que concise, aujourd'hui connue comme le «mot de Cambronne (alias de Memmone)», qu'il nia cependant tout le reste de sa vie avoir prononcé: «Merde!»

Nota: Alcuni concetti sono evidenti e comprensibili anche a chi capita per caso su questa pagina, altri sono per gli "intenditori". Il fatto è che stanno accadendo cose che solo gli "intenditori" possono capire. Per tutti gli altri si tratta solo di aspettare un po'. Se così non fosse, la classe degli imbecilli sarebbe un insieme vuoto, invece è un insieme denso... 

martedì 7 aprile 2015

Cari piddini, se non vi vergognate di Monti vergognatevi almeno per questo!

Link correlato: Pd-Milano e l'expo

Cari piddini (questa volta nel senso di iscritti al PD), lontani e vicini, questa ve la sbatto in faccia con rabbia. Non solo avete ballato come ebeti per la cacciata di Berlusconi (che io non ho mai votato - n.d.r.) e l'arrivo di Monti, l'uomo in loden tanto sobrio che, secondo voi, avrebbe rimesso a posto le cose; non solo avete fatto le larghe intese; non solo vi siete fatti soffiare il partito (l'ex PCI!) dal giullare di Rignano sull'Arno; Non solo continuate a stare in un partito che ha cambiato la Costituzione introducendo il famigerato pareggio di bilancio; non solo non siete ancora in grado di capire che il suddetto famigerato pareggio di bilancio è una cosa che non ha niente a che fare con il bilancio familiare gestito dal buon genitore_1 (o genitore 2, 3, 4... fate voi); non solo farete finta di niente davanti alla nuova legge elettorale che il giullare di Rignano si appresta a farvi ingoiare (lo farete giulivi) distruggendo così definitivamente il principio di rappresentanza;

No, tutto questo non basta. Adesso vi mettete pure a vendere le tessere del vostro (si fa per dire) partito! Guardate, vi faccio un favore: mi vergogno io per voi, che tanto ho capito che non ne siete più capaci.

Ve lo dico con franchezza: solo per amicizia, perché conosco tanti di voi, ho represso il senso di schifo che mi avete fatto sorgere, ma questa è la goccia che fa traboccare il vaso. E dunque:

Mi fate schifo! Se non vi vergognate di Monti, vergognatevi almeno per questo! E traetene le moralmente obbligate conseguenze!

lunedì 6 aprile 2015

Un curioso accento ciociaro


In occasione dei 100 anni di Pietro Ingrao, Presidente della Camera dei deputati nella VII legislatura, presso la Nuova Aula dei Gruppi parlamentari di Palazzo Montecitorio, alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, si è svolto il Convegno dal titolo “Perché la politica”. Ha aperto l’iniziativa il saluto della Presidente della Camera, Laura Boldrini. Sono intervenuti Leonardo Paggi, Alfredo Reichlin, Rossana Rossanda, Gustavo Zagrebelsky. Moderatore Mario Tronti.

Nel video l'intervento di Alfredo Reichlin

Indirizzarsi verso una politica economica alternativa che tenda al superamento dell’ordinamento capitalistico

Una chicca per palati fini. Il compagno Pier Carlo Padoan (sì, proprio lui, il ministro dell'economia del governo Renzi) nel numero di gennaio-febbraio 1975 di "Critica Marxista" metteva la freccia e superava Keynes a sinistra, cioè da posizioni marxiste, sostenendo che "nel momento in cui si punti ad un avanzamento della classe operaia e della democrazia occorre rifiutare questa logica [keynesiana (cioé borghese)], e con questa logica le risposte che da essa scaturiscono, per indirizzarsi verso una politica economica alternativa che tenda al superamento dell'ordinamento capitalistico".

Riconoscente, gli dedico queste immortali strophe:

«O de li altri poeti onore e lume
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».


Ed ecco a voi il CUOMPAGNO PIER GIORGIO PADOAN!


Alcune considerazioni conclusive — Abbiamo visto che in Keynes il capitalismo ha trovato una risposta sia alla crisi del meccanismo tradizionale di mercato sia alla sua incapacità di risolvere i problemi della difesa dell’occupazione posti con sempre maggior insistenza dalla crescente spinta della classe operaia, senza dover per questo uscire dal sistema economico-sociale del capitalismo stesso.
Questa risposta si basa sul riconoscimento del ruolo centrale del livello del reddito nazionale come determinante del volume di occupazione; il reddito, a sua volta, viene fatto dipendere dal livello della domanda aggregata ed è perciò su questa che è necessario agire tramite una politica di spesa pubblica (generalmente in deficit) per sostenere l’occupazione, in quanto la domanda aggregata si pone generalmente ad un livello inferiore della offerta che garantisce la piena occupazione.
La domanda rilevante ai fini della determinazione del reddito è la domanda effettiva, cioè monetaria, che nel mercato ca¬pitalistico è una domanda individuale, ed è solo in presenza di questa domanda che le imprese accetteranno di produrre facendo si che l’occupazione si mantenga devata; obiettivo della politica economica è allora quello di sostenere la domanda effettiva immettendo generico potere d’acquisto nel sistema. Questa concezione basilare ha fatto sorgere anche delle politiche di carattere egalitaristico di tipo redistributivo (soprattutto dopo l’accoglimento nel corpus della teoria tradizionale dell’esistenza del contrasto tra salario e profitto) indicando nell’aumento delle retribuzioni monetarie dei lavoratori l’obiettivo di una politica favorevole ai lavoratori stessi, la quale soddisfacesse anche la esigenza di un aumento del livello della domanda. All’aumento della domanda non corrisponde però sempre un adeguamento della struttura produttiva (una volta raggiunto il tetto della capacità produttiva esistente, oppure anche prima, se si tiene conto di strozzature dovute alla presenza di monopoli o di posizioni di rendita) e si hanno cosi dei persistenti fenomeni inflazionistici.
Ora, occorre tener presente che la classe operaia, essendo antagonista del capitale, non potrà mai accettare una distribuzione data del reddito, tendendo anzi ad aumentare la quota del reddito monetario ad essa spettante, e questo obiettivo sarà tanto maggiormente conseguibile quanto più forte sarà la classe operaia grazie al mantenimento dei livelli di piena occupazione.
Da questa situazione di conflittualità consegue che sul mercato del lavoro si produrranno continue tensioni dovute alle risposte delle imprese alle rivendicazioni operaie per tentare di ricostituire i margini di profitto tramite aumenti di prezzo, alimentando ulteriormente il processo inflazionistico.
Come abbiamo visto l’inflazione era teorizzata dai primi teorici keynesiani, come strumento di riequilibrio del sistema. Tale ipotesi era completamente proponibile negli anni trenta in quanto allora la «grande crisi» non si presentava con i forti fenomeni inflazionistici che oggi conosciamo, anzi quel periodo storico fu probabilmente l’ultimo che vide forti cadute dei prezzi industriali. Nel dopoguerra invece le cose mutarono; le imprese, e si trattava di imprese di tipo oligopolistico, tendevano, grazie ad una domanda crescente garantita dallo sviluppo della spesa pubblica e grazie al loro potere di mercato a scaricare sui prezzi sia gli aumenti di domanda a cui non si poteva rispondere con aumenti della produzione e sia gli aumenti di costo derivati dall’aumento dei salari che seguivano a tali aumenti di prezzo rinunciando in genere a rispondere a questi aumenti con innovazioni tecnologiche che, aumentando la produttività, avrebbero fatto calare i prezzi unitari dei prodotti. La presenza di una domanda crescente, che cioè eliminava i problemi di sbocco, alimentava la crescita dell’inflazione in quanto agli aumenti dei prezzi seguivano necessariamente aumenti dei salari. Questa situazione inoltre alimentava le posizioni di rendita e i cosiddetti profitti di monopolio provocando un progressivo decadimento della produttività e della capacità competitiva delle imprese. In conclusione quindi l’esistenza di un crescente sostegno pubblico della domanda immetteva sul mercato un potere d’acquisto a cui le imprese rispondevano non con aumenti della produttività tramite innovazioni ed investimenti tesi ad aumentare l’offerta, ma con aumenti dei prezzi: l’inflazione da domanda era causata dall’impatto di questo potere d’acquisto su una base produttiva che non veniva allargata e a cui seguiva una inflazione da costi. L’inflazione quindi, oltre che come potente strumento redistributìvo, si poneva come drammatica elusione della esigenza di un allargamento della capacità produttiva delle economie occidentali, di un aumento delle risorse disponibili e di un miglior uso di quelle esistenti (la politica keynesiana per sua natura ha bisogno dello spreco) che la lotta della classe operaia per una migliore soddisfazione dei bisogni andava sempre più affermando.
È da questa situazione che deriveranno allora gli altri tipi di intervento nell’economia (come la politica dei redditi) con cui si passa dal tentativo di sostenere il livello della domanda globale a un tentativo di regolare la domanda attraverso la regolamentazione del livello del salario. In questo senso quindi si può parlare di derivazione keynesiana delle politiche diverse dal generico sostegno della domanda (o, meglio, politica keynesiana «rovesciata»); l’intervento dello Stato è infatti sempre più necessario per mantenere in piedi il meccanismo di mercato in presenza della spinta della classe operaia. Ci si deve allora chiedere se questo tentativo di salvaguardare il livello dell’occupazione compatibilmente con una data struttura della distribuzione sia veramente possibile. La risposta è negativa, in quanto la lotta all’inflazione e il mantenimento di una data struttura della distribuzione possono essere ottenute all’interno del mercato capitalistico solo tramite una diminuzione dei livelli di occupazione cioè ricorrendo a situazioni prekeynesiane e quindi segnando il limite della intera esperienza keynesiana.
In conclusione si può affermare che la risposta keynesiana ha portato, nel tentativo di porre fine al problema della disoccupazione, a delle tensioni insostenibili per il sistema capitalistico compatibilmente con il quadro democratico e non ha neanche risolto il problema (che pur voleva affrontare con politiche redistributive) della soddisfazione dei bisogni delle masse. Non si è risolto inoltre il problema costituito dal fatto che l’unico elemento di riferimento per la produzione, il consumo, è un elemento all’interno del mercato capitalistico fonte di grande incertezza e che rimane succube al momento della produzione; abbiamo visto infatti che sia le soluzioni keynesiane «pure» sia altri tipi di intervento più diretto nel sistema produttivo da parte dello Stato non vanno nella direzione di risolvere questa contraddizione.
Ricordiamo qui quanto si era affermato nella premessa e cioè che queste conclusioni sono quelle che si possono trarre restando all’interno della logica keynesiana (cioè borghese). Non a caso queste risposte implicano oggi una soluzione della crisi che presuppone un mantenimento del quadro capitalistico al prezzo di un arretramento della classe operaia e di un indebolimento della democrazia. È chiaro quindi che nel momento in cui si punti ad un avanzamento della classe operaia e della democrazia occorre rifiutare questa logica, e con questa logica le risposte che da essa scaturiscono, per indirizzarsi verso una politica economica alternativa che tenda al superamento dell’ordinamento capitalistico.
Pier Carlo Padoan

Postilla


Che je famo ar compagno Padoan, dopo? Avanzo una modesta proposta. Io lo metterebbe a fa' er guardia macchine ar parcheggio de l'Olimpico, da lunedì ar venerdì, quanno nun ce sta nessuno. Vojo vede si è bòno a tirà su du' lire co 'na politica arternativa che tenne ar superamento de l'ordinamento capitalistico. Ma li mortacci...

sabato 4 aprile 2015

Noi statali

Soldati di leva nel 1984
Il mio primo lavoro è stato da "statale": una supplenza annuale nel 1983 per insegnare elettronica. Feci anche il commissario d'esame. Di ritorno dal militare, mentre pensavo al da farsi, mi arrivò una proposta di lavoro dalla Nira (gruppo Ansaldo). Me lo ricordo come fosse ora. Fine settembre, ero nella mia bellissima casa in affitto in un palazzotto del '600 di un paese vicino. Di lavoro come supplente ce n'era quanto ne volevo, ma fare l'insegnante per un neolaureato in ingegneria era considerato, anche da me, un ripiego. Per questa ragione quando, quel pomeriggio di fine settembre, lessi la lettera che mi era arrivata (all'epoca mi svegliavo molto tardi) nella quale mi si offriva un lavoro da ingegnere a Genova per partecipare allo sviluppo della prima delle sei centrali nucleari previste dal PEN (Piano Energetico Nazionale) non stetti su a pensarci e telefonai subito. Mi risposero e mi dissero che avrei potuto presentarmi il lunedì successivo, cioè tre giorni dopo, per un colloquio.

Non solo fui assunto senza problemi, ma la mia richiesta di quattro milioni di lire di buon'entrata, per potermi stabilire a Genova, fu immediatamente accolta senza resistenza alcuna. Quando un paio di anni dopo cambiai idea sul nucleare, dopo la tragedia di Chernobyl, e decisi di cambiare lavoro, mi bastarono un paio di telefonate. La nuova azienda, di Pomezia, non si rivelò un buon affare perché qualche mese dopo il mio arrivo entrò in crisi e finì per chiudere. Non solo non ne ebbi alcun danno, ma ci guadagnai. Per finire l'ultima commessa nella quale ero stato impiegato, dopo la chiusura dell'azienda fui chiamato come consulente e staccai un buon assegno. Finito quel lavoro ne trovai un altro, sempre come consulente, in meno di 24 ore: mi fu offerto di recarmi a Milano per due settimane, vitto alloggio e viaggio a rimborso spese, per studiare un sistema sul campo e, al mio ritorno, tirar fuori un documento di specifiche. Chiesi ed ottenni sette milioni sull'unghia, in anticipo, e fui prontamente accontentato. Negli anni successivi continuai a lavorare per quell'azienda e per altre del settore, con retribuzioni che non scesero mai sotto i cinque milioni al mese.

Il ciclone tangentopoli e la crisi economica del 1992 cambiarono lo scenario e cominciai e veder scendere le retribuzioni proposte ai miei colleghi che, terminata una commessa, andavano al rinnovo dei contratti. Per questa ragione decisi di fare nuovamente domanda di supplenza e, terminata la mia di commessa, non andai neppure in cerca di un nuovo contratto ma tornai a insegnare. Per una decina d'anni mi trovai benissimo. Non ero di ruolo ma, in pratica, non perdevo nemmeno un giorno di retribuzione perché i periodi in cui non lavoravo erano coperti dalla cassa integrazione. Anzi, in pratica mi facevo quasi cinque mesi di vacanza all'anno, e guadagnavo come se fossi stato di ruolo. Non solo! Poiché la mia classe di concorso era in eccesso di offerta di posti, ogni anno potevo scegliere in assoluta libertà la scuola per l'anno successivo. Naturalmente ne approfittai, cosicché girai un bel po' di istituti scolastici. Si aggiunga a ciò che ero un raro (all'epoca) esperto di informatica e, come potete ben immaginare, mi divertii moltissimo.

I primi segnali che qualcosa non andava li ebbi con l'arrivo di Letizia Moratti al ministero dell'istruzione. Ci fu una cosa che mi colpì molto e che voglio raccontare perché ha a che fare con una tesi cara all'economista Luigi Zingales, secondo il quale una delle ragioni della bassa produttività italiana sarebbe da ricercarsi nel fatto che il nostro paese non è stato capace di "agganciare" la rivoluzione informatica. A mio parere questa circostanza è vera, sebbene non creda minimamente (come lo stesso Zingales, per altro) che ciò sia stato determinante nell'eziologia della crisi dell'euro. Però, visto che qualcuno ancora pensa che la spiegazione principale, se non l'unica, dei nostri problemi siano questi o altri analoghi casi, consentitemi di raccontarvi brevemente come fu che andò la rivoluzione informatica nella scuola.

Negli anni precedenti, proprio a causa della crisi del 1992, molti ingegneri e tecnici, impiegati come me a livello medio-alto nello sviluppo di sistemi informatici, optarono per l'insegnamento, magari in contemporanea allo svolgimento della libera professione a tempo parziale. Feci la stessa cosa anch'io, per altro, cosicché in quegli anni continuavo ad avere bei soldini in tasca. Nella scuola questo input di competenze fece sì che in moltissimi istituti si cominciarono a proporre progetti informatici che, rapidamente, evolsero verso la realizzazione di reti informatiche di istituto. Furono anni entusiasmanti perché, come può ben capire chi mi conosce, mi gettai con passione in questo genere di attività, ricavandone anche qualche soldino. Non molti, a dire il vero, ma solo perché non volevo lavorare troppo. Insomma il discorso è chiaro: lavoravo quando volevo, quanto volevo, facendo quel che mi piaceva, senza problemi di sorta. 

In quegli anni la scuola italiana, soprattutto gli istituti tecnici, era su buoni livelli. Ogni anno avevo molti studenti che andavano all'università, molti dei quali sono oggi miei colleghi. Mi aspettavo, a quel punto, che il Ministero della Pubblica Istruzione facesse la cosa giusta, ovvero definire un nuovo ruolo lavorativo negli organigrammi scolastici istituendo la figura di responsabili dei sistemi informatici, e che lo facesse indicendo un concorso. Ma il nuovo ministro dell'istruzione fu di diverso avviso e promosse, invece, un mega progetto formativo rivolto a tutti gli insegnanti, suddiviso in tre categorie di crescente difficoltà: dai corsi di tipo A, riservati ai principianti, fino a quelli più avanzati di tipo C, con una tipologia B intermedia. I corsi erano di diverse centinaia di ore (se la memoria non mi inganna, il corso C ne prevedeva 500), si svolgevano nelle principali città e tutte le spese erano a carico dei partecipanti.

Fui uno dei pochi, tra gli "esperti" di informatica locali, a non abboccare. Il fatto è che il ministro non aveva preso alcun impegno in merito a coloro che avessero superato gli esami finali, nemmeno la promessa di un concorso. Tra l'altro erano già alcuni anni che i concorsi ordinari, per legge obbligatori ogni biennio, non si svolgevano. Inoltre, c'era da considerare il fatto che avrei dovuto perdere centinaia di ore di tempo per ascoltare cose che conoscevo benissimo, da formatori più giovani di me in gran parte diplomati. E qui, se mi volete bene, lasciatemi gonfiare il petto, come si confà a ogni ingegnere quando si parla di ciò che sa fare bene!

Non ci fu nessun concorso, quei pezzi di carta non hanno mai avuto alcun riconoscimento e le reti di istituto sono finite nelle mani di tecnici di laboratorio diplomati perché liberi dall'insegnamento frontale, se non addirittura di ex-bidelli perdenti posto! Ora vi domando: secondo voi funzionano decentemente (ho scritto: decentemente) le reti di istituto? La domanda è (volutamente) pleonastica.

Da allora anche la mia vita cominciò a cambiare. Concorsi non se ne facevano, le retribuzioni, già stagnanti, continuarono a stagnare; il lavoro come libero professionista iniziò a diradarsi e ci ritrovammo nell'euro. Nel 2001 feci il primo concorso per il passaggio in ruolo ma fui respinto alla prova pratica perché l'oscilloscopio che mi misero tra le mani non rispose correttamente alle mie manipolazioni. Certamente perché ero un esperto di informatica, non di misure elettriche! Riuscii ugualmente ad entrare di ruolo per il rotto della cuffia, grazie a un corso-concorso, e piano piano mollai anche l'informatica.

Il destino volle, però, regalarmi una luminosa "estate di San Martino" perché, ormai occupato dal solo insegnamento ed essendo ancora giovane, passai alcuni anni di ottimo umore, circondato da moltissimi amici con i quali tiravo tardi discutendo oziosamente di Prodi&berlusconi.

Ma qualcosa mi rodeva dentro. Era una specie di scontentezza, che si palesava non appena mi ritrovavo solo. Vedevo degli emeriti imbecilli declamare nelle pubbliche piazze le magnifiche sorti e progressive, mentre tutto, intorno a me, aveva un sapore diverso dagli anni precedenti. E questi emeriti imbecilli erano i politici. Cominciai a detestarli, ma senza una ragione particolare. Certo, mi indignava sapere quanto guadagnassero per fare quei discorsi vuoti, ma in fondo, mi dicevo, ero stato io che non avevo più avuto voglia di darmi da fare! Mi ero stancato alle prime difficoltà. Riprovai con la libera professione, ma l'impegno si rivelò maggiore del previsto, mentre le retribuzioni non erano più granché. E inoltre, trovare qualche commessa diventava sempre più difficile. Anche i miei colleghi non se la passavano più tanto bene. Ero abituato ad andarli a trovare dai tempi delle vacche grasse, quando ognuno di loro mi mostrava orgoglioso i nuovi computer che aveva acquistato, i software (spesso italiani), i progetti di espansione dell'attività dello studio. Ora era diverso. Quegli studi professionali sembravano città in via di svuotamento. 

Una decina di anni fa, piuttosto indignato per quello che vedevo progettare dai politici locali, fondai un giornale cartaceo con l'amico di sempre Claudio Martino. Da allora, con crescente intensità, continuai ad occuparmi di politica. Ricordo che, inizialmente, la mia indignazione fu enorme. Non riuscivo a credere a quello che scoprivo leggendo i progetti proposti, tutti con un denominatore comune: fare spazio ai privati a condizioni scandalosamente favorevoli per essi. Ed erano anche forze di sinistra, a fare tutto ciò!

Dalla carta passammo al web. Partecipammo a due elezioni amministrative locali con scarsi risultati. Fummo i primi, in Italia, a riprendere in video le sedute del consiglio comunale e a metterle su Internet. Diventai un grillino della prima ora.

Poi arrivò la crisi dell'estate del 2007. Cominciai a "studiare economia". Scoprii che in tanti lo facevano ed entrai in contatto con idee nuove. All'inizio la mia confusione fu grande, ma ne capii abbastanza per sospettare che quella non era una congiuntura, bensì una crisi di ben altra portata. E per una seconda volta, dopo lo sconcerto provato nell'informarmi sui progetti dei politici locali, restai basito da ciò che scoprii. Lo dico con semplicità: avevano giocato con le nostre vite.

E ho scoperto che il problema non è la corruzione, per quanto grande possa essere, ma il fatto che hanno distrutto un modello sociale che funzionava, che poteva permettersi perfino il lusso della loro corruzione, con un altro, inedito, che non funziona.

Oggi, quando racconto il mondo come era una volta, almeno per un giovane laureato come ero io, mi accorgo di non essere creduto. La disoccupazione ha reso tutti più deboli, anche la mia posizione lo è. Certo, sono un dipendente statale, ho il posto fisso, ma ci sono inchiodato. Il mio salario è stagnante, il momento di andare in pensione si è spostato in avanti verso un futuro indefinito e, soprattutto, se perdessi questo lavoro non ne troverei facilmente un altro. Nemmeno, direi certamente, a condizioni peggiori.

Sono diventato uno statale improduttivo, sebbene pur sempre un privilegiato. Guardo i giovani intorno a me e tremo per loro. Si rendono conto della situazione in cui sono stati messi? Oppure pensano di poter stare meglio togliendo qualcosa a me e a quelli come me? Parlo spesso con loro, ma da quello che sanno della crisi e capiscono della situazione credo che siano a notte fonda, anche quelli che, più o meno confusamente, hanno capito qualcosa dell'euro e dei trattati europei. La cosa più difficile da spiegargli è che questo stato di cose non è una crisi temporanea dalla quale in qualche modo si uscirà, ma una condizione stabile per rovesciare la quale sarà necessaria una grande battaglia politica. Una battaglia che, se non sarà fatta, lo farà diventare secolare e che, seppure verrà fatta, rischia comunque di essere persa e, di sicuro, farci vivere tempi molto duri.

mercoledì 1 aprile 2015

Vexata quaestio

Post correlato: To sue or not to sue, that is the question

Premessa


La polemica con Alberto Bagnai, innescata da una frase lievemente imprecisa che mi riguardava (comunque rimossa), non può continuare sul suo blog, come egli mi fa chiaramente capire nell'ultima replica che termina con la frase: "E comunque ora ti cancello". Poiché l'invadenza non è un dato del mio carattere tolgo il disturbo e vengo a scrivere qui, sul mio blogghettino seguito da quattro gatti. Prendo comunque atto della rimozione della frase incriminata, probabilmente sfuggita dalla tastiera in un momento di foga. Una cosa che, talvolta, capita anche a me, specialmente post coenam...

Spero che in futuro, putacasomai dovesse esserci ancora un confronto tra me e Alberto Bagnai, questo possa svilupparsi sul piano dialettico e non degli insulti gratuiti. Anche perché, se come economista mi sopravanza di sette volte sette lunghezze, quanto a capacità di ferire con le parole troverebbe pane per i suoi dentini. Rilevo, per altro, una strana a/simmetria tra la frequenza con cui mi ha citato insultandomi, e il fatto che, bontà sua, non ritiene di dover spendere tempo a confrontarsi con me. Ora delle due l'una: o il sottoscritto è una voce ininfluente, e allora non si capisce perché ogni tre passi mi tira in ballo, oppure ciò che faccio conta qualcosa, e allora si potrebbe dialogare. La risposta è nella sua coscienza ed è quella giusta.

La vexata quaestio


Nell'ultima replica Alberto Bagnai mi rimprovera, per l'ennesima volta, una presunta contiguità con quanti sostengono la tesi di un'uscita da sinistra dall'euro. Sul punto bisogna chiarirsi, perché quando Bagnai sostiene che questa posizione «serve solo a offuscare il "peccato originale"... di essere partiti con un certo ritardo, cercando di azzoppare con l'accusa di leghismo chi invece è partito prima e ha ottenuto dei risultati» dice una cosa che è talmente evidente da non poter essere contestata. E infatti non l'ho mai fatto, e lo sfido a dimostrare il contrario! Tra i suoi tanti followers non avrà difficoltà a trovare quanti potranno confermare questa mia affermazione. E' così, e carta canta! (nota: sempre che si prendano in considerazione i miei scritti e i miei interventi video, non il fatto che vada in giro a riprendere questo o quell'altro!)

Tuttavia il fatto che molti (ma non tutti) stiano utilizzando la carta dell'uscita da sinistra per le ragioni (giustamente) lamentate da Alberto Bagnai, non significa che questa non abbia fondamento. Sarò ancora più chiaro: non solo la tesi dell'uscita da sinistra è fondata, ma addirittura ne esistono molte! La qual cosa, conoscendo la particolare capacità della sinistra nel dividersi, non dovrebbe sorprendere...

Non basta. Esiste anche una posizione simmetrica: l'uscita da destra. E anche questa è una cosa talmente evidente da non poter essere contestata. Non mi risulta, per il momento, che esistano sostenitori dell'uscita da destra che facciano uso di ciò per «offuscare il "peccato originale"... di essere partiti con un certo ritardo...», ma non pongo limiti alla provvidenza. Questo è uno strano paese.

La situazione è dunque la seguente: che si debba uscire dall'euro è un passo che molti riconoscono come necessario. Che molti stiano tentando, a sinistra, si salvare la faccia è un fatto incontestabile. Che lo stesso avverrà presto anche tra i "governativi", è cosa alla quale dovremo far buon viso a cattiva sorte, se vogliamo sperare in una qualche forma di pacificazione nazionale. 

Il problema è che, mentre a destra ci sono due forze già presenti in parlamento, la Lega di Salvini e Fratelli d'Italia, che hanno preso posizione sul tema, ciò non è ancora avvenuto a sinistra, dove al massimo si possono ascoltare esternazioni di singoli o osservare l'agitarsi di piccoli movimenti dal basso, che però hanno ben poco peso.

Siamo così giunti alla vexata quaestio, la ragione politica che sta dietro al mio litigio con Alberto Bagnai. Io penso, e questa se permettete è un'opinione legittima, che sarebbe cosa di gravità inaudita, dagli effetti duraturi, una transizione fuori dall'euro senza che, dal basso, si formino nuovi partiti capaci di approdare in parlamento con una rappresentanza significativa. 

Per questa ragione quando Alberto Bagnai mi chiese di scrivere due righe che descrivessero in che modo io pensassi si dovesse divulgare il suo Tramonto dell'euro, sostenni la necessità di agire in tal senso. Ora, al netto del litigio esploso causa stress di Alberto Bagnai, e continuato per colpa del mio carattere (d'altra parte sono, come dice Bagnai, un po' "arcaico"), nulla avrebbe impedito che io lavorassi per questo mio obiettivo pur continuando ad aiutarlo nella sua divulgazione. Cosa che ho anche fatto per molto tempo, e posso dimostrarlo per tabulas, anche dopo aver ricevuto pesantissimi insulti. Ma sia, transeat!

Quello che, invece, mi è molto dispiaciuto, e 'l modo ancor m'offende, è stato il misurare l'estrema ostilità che Alberto Bagnai ha manifestato verso tutti i movimenti dal basso, ma proprio tutti! Movimenti formati da persone di diverso valore, spesso confuse, ma tutte animate da buona volontà e dal sincero desiderio di tornare all'impegno politico attivo. Persone che, pur esponendo talvolta tesi strampalate (vogliamo parlare dei cosiddetti "signoraggisti"?) hanno bisogno, eventualmente, di essere formate, non trattate come inutili quando non addirittura dannose. Come se solo chi vive ai piani alti della società abbia il diritto di organizzarsi politicamente, anche quando dicono fesserie non meno clamorose dei signoraggisti! Ne vogliamo parlare?

Certo, Alberto Bagnai può giustamente obiettare che una persona come lui non può perdere tempo con persone che non capiscono nulla e, per sovrappiù, non hanno alcun potere. Questo è giusto e comprensibile, ma quello che non può fare lui, perché ciò costituirebbe una poco efficiente allocazione delle risorse, possono farlo molti altri che non sanno agire ai suoi livelli. E dunque, perché tanta animosità? Cosa avrebbe impedito, ad esempio, che io continuassi a dargli una mano, anche stando nell'ombra (anzi: soprattutto stando nell'ombra), mentre continuavo ad agire politicamente dal basso, come per altro ho continuato e continuo a fare?

Qualcuno potrebbe argomentare che "se un uomo ha un carattere, allora ha un cattivo carattere". Lo diceva Sandro Pertini. Chi meglio di me può capire questa spiegazione? Penso che ormai sia chiaro quanto sia "reattivo", ma una cosa è andar fuori di testa per qualche tempo, ben altro è incaponirsi in un'ostilità preconcetta e senza scampo. E ancor peggio è seminare confusione. Questa è un'accusa grave, ne sono consapevole, per cui argomenterò.

Chi sono i "marxisti dell'Illinois"?


Questa di definire così i compagni del Movimento Popolare di Liberazione è stata una delle più grandi genialate di Alberto Bagnai. E' così bella che gli stessi "marxisti dell'Illinois" sono stati al gioco e spesso si autodefiniscono così. Il problema è che Alberto Bagnai, di solito così attento nell'uso del linguaggio, usa questo meraviglioso neologismo alla penis canis. Accade così che "marxisti dell'Illinois" siano chiamati anche molti "de sinistra" con i quali i veri marxisti dell'Illinois polemizzano con estrema durezza e per le stesse ragioni di Alberto Bagnai. Perché tutto ciò? Semplice distrazione, o intento offensivo? O, peggio, una lucida strategia comunicativa che obbedisce a un obiettivo di natura politica? E' così difficile da capire che, con il perdurare di questo atteggiamento, i marxisti dell'Illinois si siano dati quest'ultima spiegazione?

E' normale, io credo, che i marxisti dell'Illinois, come pure altri movimenti dal basso di ispirazione e tradizione socialista, abbiano un'idea del modello di società che dovrà emergere dalla fine dell'euro un po' diversa da quella di Fratelli d'Italia e, ancor più, della Lega! Sto parlando, è ovvio, dei "marxisti dell'Illinois original", non dei vari Ferrero, Landini e compagnia di giro! Perché alla proposta di Borghi di introdurre una flat tax si risponde con un cinguettio, mentre i "marxisti dell'Illinois original" vengono non solo derisi, ma addirittura spacciati per quello che non sono? E ciò accade, si rifletta, non su un blogghettino di provincia come il mio, ma sul più prestigioso blog di economia politica oggi attivo in Italia! Come si fa a non pensar male? Caro Alberto Bagnai, tu che capisci tante cose più di me, me lo sai spiegare?

Chi sono io?


Alberto Bagnai domanda: "perché uno onesto come te si fa megafono di chi trucca i dati?". La risposta è banale: perché esiste il piano delle proprie opinioni e quello del diritto/dovere di cronaca politica! Chi sono io, ma anche chi sei tu Alberto Bagnai, per decidere chi dice il giusto e chi il falso? Un blogger politico, come io mi considero, ha il dovere di portare alla conoscenza di tutti gli aspetti salienti del dibattito, come pure il diritto di dire la propria. Punto. Forse che, nel periodo in cui ti ho seguito con la telecamera, ho dato voce solo a te? E non è forse vero che tu, Alberto Bagnai, sei diventato popolare, mentre di altri il ricordo si sta perdendo? Su questa storia dacci un taglio perché non c'è trippa per gatti.

Ora quello che io penso, nel mio piccolo e con riserva di sbagliarmi (sempre con la mia testa), lo si può capire leggendo questo piccolo blog seguito da quattro gatti. E lo posso sintetizzare in breve: fuori dall'euro, fuori dall'Unione Europea, pacificazione nazionale. Cioè uniti si vince! Adesso, che stiamo ancora con la corda al collo, e dopo, quando ci saremo liberati. Ove per "uniti" non si intende che di notte tutti i gatti sono neri.

Capisco che Alberto Bagnai non abbia tempo per seguire uno che fa sub-divulgazione, per altro di cose che spesso ha appreso da lui. Lo capisco e non me ne cruccio. E allora provo ad aiutarlo. Caro Alberto, guardati questo video (tratto dal post "Blitz sovranista"), nel quale in quattro minuti mi sono preso il piacere di "rettificare" quelli che, come giustamente sostieni, propugnano l'uscita da sinistra per «offuscare il "peccato originale"... di essere partiti con un certo ritardo...».



A Libero Vichi...


...che scrive: "Finalmente si è capito cosa è successo. Finalmente, spero, la questione sarà chiusa. Sono anni che vi seguo e vi ammiro tutti e due. Passiamo ad altro. Mi raccomando niente pesci di aprile! Grazie."

Carissimo, sono ben a conoscenza del "grido di dolore che da tanti blog d'Italia si leva verso di noi", ma devo purtroppo deluderti. Una collaborazione tra me e Bagnai non sarà più possibile. Il fatto è che io sono ciociaro, una terra in cui è sedimentato un archetipo antichissimo, frutto di una terribile tragedia. Questa.

Rovine di Fregellae
A pochi chilometri da casa mia (e da Ceprano - n.d.r.) sorgeva un tempo una città, Fregellae, che nel 125 a.c. fu distrutta dai romani per essersi opposta alla loro prepotenza, a dispetto del fatto che quando Annibale era sceso in Italia (212 a.c.) fosse rimasta fedele a Roma subendo l'assalto dei Cartaginesi. Ebbene, sai cosa fecero i romani? Non solo la distrussero, ma sparsero sale sulle sue rovine (lo fecero solo con un'altra città: Cartagine), e inoltre, dopo la conquista, ne massacrarono gli abitanti, bambini e donne incinte comprese, e gozzovigliarono tra i loro corpi ancora caldi. I pochi sopravvissuti furono deportati a Roma e ridotti in schiavitù.

Che c'entra Fregellae con Bagnai? C'entra, perché l'archetipo che si è sedimentato in questa terra, dopo quei tragici fatti, è quello del rispetto. Il rispetto lo si deve a tutti, anche ai nemici. Ciò perché il nemico deve essere sconfitto, non distrutto. La distruzione del nemico è un atto inumano, che noi ciociari rifiutiamo.

Chi ci manca di rispetto, con noi ha chiuso. Bagnai, che è fiorentino (e trapiantato ai Parioli) mi ha mancato di rispetto. Dunque si potrà dialogare, polemizzare, mai più collaborare.

Sono "arcaico", lo so.