mercoledì 10 febbraio 2016

[Concept Post] - Idolatria


Duchamp suggerì che la "R" indicava la parola "Richard", che nello slang francese fa riferimento ad un sacco contenente denaro; di conseguenza, l'opera diviene, attraverso un gioco di parole concettuale, una sorta di "vitello d'oro scatologico".

Fontana (Duchamp)

 

Che poi io 'sta cosa la conosco perché ho frequentato un po' di studentesse dell'Accademia di belle arti, mica perché sono cólto!

Nota: gli anonimi possono commentare, ma saranno sottoposti alla spietata #censura_preventiva del responsabile del blog. Questa non si applica ai commentatori certificati.

martedì 9 febbraio 2016

Di cosa si occupano i frusinati? (I parte)

E' vero che vivo a Frosinone ma non sono di Frosinone, ma ogni tanto bisogna pur andare a vedere cosa occupa le menti dei miei vicini di casa mentre la guerra si avvicina e l'UE si rivela per quel che è. Lo faremo andando a prendere alcuni screenshot di politici e personaggi pubblici frusinati. Tutto ciò accade a partire dalle ore 23:59 del giorno 8-02-2016. Cominciamo (in ordine casuale, non certo di importanza).

Riccardo Mastrangeli - misticismo/esoterismo



Benny Taormina - critica cinematografica


Anna Rosa Frate - attaccare volantini, sempre!


Filippo Calcagni - la solita "bella vita"


Francesco De Angelis - non scrive: LUI ha l'ufficio stampa


Francesco Scalia - Ufficio stampa pure LUI


Daniela Bianchi - chiacchiere da bar


Maria Spilabotte - diritti civili Über Alles


Domenico Marzi - desaparecido


Gianfranco Schietroma - l'eccezione che conferma la regola


Luca Frusone - Cirinnà Cirinnì l'importante è stare qui


Armando Mirabella - vedi alla voce "Anna Rosa Frate"


Severo Lutrario - la classe non è acqua



Biagio Cacciola - compagno di destra o camerata di sinistra? Un italiano.


Maurizio Federico - Fischia il vento e urla la bufera


Andrea Cristofaro - sempre un compagno


Lorenzo Rea - contro le seghe


Stefano Vona - cattolico Andreattiano


Claudio Martino - il lobbysta



Mi fermo all'amico Claudio. Non si offendano coloro che non sono stati citati, seguirà seconda parte.

lunedì 8 febbraio 2016

Pupazzi che si agitano tra la cattedra e la lavagna (quando c'è)

Link correlato: Passaparola: Un popolo di analfabeti (funzionali), di Tullio De Mauro

Tullio De Mauro
Il prof. Tullio De Mauro ha rilasciato un'intervista a Passaparola nella quale affronta il tema della scarsa preparazione degli studenti italiani, in particolare quelli delle medie superiori. Che sono quelle in cui insegno da molti anni.

Concordo con il prof. De Mauro solo sul dato, incontrovertibile, che denuncia la catastrofe educativa e didattica della scuola media superiore ("Un nostro diplomato nella scuola media superiore ha più o meno lo stesso livello di competenza di un ragazzino di 13 anni, che esce dalla scuola media: i 5 anni di scuola media superiore sembra che in generale girino a vuoto e questo determina un bassissimo livello di quelli che entrano all’università"), ma dissento totalmente dalle spiegazioni che egli ne dà. In particolare quando ricorda, dando l'impressione di condividere la spiegazione, che "Diversi economisti hanno individuato nei bassi livelli di effettiva capacità alfabetico – culturale di manodopera e quadri dirigenti, la causa di questa stagnazione produttiva, non solo economica, ma produttiva nella scarsa capacità di innovazione, nel ritardo dell’accorgimento di nuove tecnologie, nelle capacità di dominarlo".

Nemmeno mi convince la soluzione proposta dal prof. De Mauro ("La scuola media superiore... ...non è stata ripensata perché si mettesse in grado di far crescere effettivamente le capacità e competenze, è mancata questa riorganizzazione, questo ripensamento e riformazione dei docenti sia in missione, sia giovani, sia in servizio, bisogna investire nella formazione degli attuali insegnanti e ragionare su come formare i futuri insegnanti. I nostri laureati come i laureati degli Stati Uniti, hanno un basso livello di competenza rispetto a altri paesi come Gran Bretagna, Olanda, Germania, Finlandia, Svezia, Giappone, Corea").

Parliamone.


Comincio con il riportare un episodio che si è verificato quest'oggi in laboratorio. Ho interrogato alcuni ragazzi (classe IV di un ITIS - corso di telecomunicazioni), e ho posto una prima semplicissima domanda: disegnare un segnale ad onda quadra. Uno di loro ha scarabocchiato una specie di piramide priva di base, senza nemmeno tracciare gli assi. Invitato a farlo, ha disegnato una croce, senza indicare le grandezze in asse, né il verso. Sollecitato di nuovo, sulle ascisse ha scritto "x". Piuttosto turbato (stamane ero nervosetto) ho insistito per sapere quale grandezza sia necessario indicare sulle ascisse se si intende tracciare la forma di un segnale. Nessuna risposta.

Dopo aver chiesto alla classe, finalmente uno di loro ha timidamente suggerito, con tono dubitativo, "il tempo?". Ne è seguita esplosione di disappunto con predica irata, e sono passato alla seconda domanda: cosa indicare sulle ordinate. Risposte varie:

a) la frequenza
b) la velocità
c) la y
d) la posizione

Nuova esplosione di disappunto con super predica irata, ma mi sono rassegnato a fornire (per l'ennennennennesimissima volta) la risposta più generale: una grandezza fisica in grado di rappresentare informazione. Poi ho chiesto di fornirmi un esempio. Nessuna risposta.

Mi sono alzato (nel frattempo erano entrati un paio di colleghi) e ho detto: nell'Africa nera i watussi comunicano usando i tamburi; qual è, in tal caso, la grandezza fisica usata? La risposta del più sveglio è stata "il suono". Al che ho insistito: cos'è il suono? Ne è seguito un profluvio di sinonimi: un rumore, il tam tam, il volume, e Dio solo sa cos'altro. Allora ho battuto forte il pugno sul tavolo e ho chiesto: avete sentito? Quale grandezza fisica ha provocato il "rumore"? Nessuno, ripeto nessuno, ha saputo darmi la risposta corretta (per i diplomati in ascolto: la compressione dell'aria). Resili edotti di ciò, ho insistito: quale tipo di forza ha causato l'onda di pressione? Ho sentito, in fondo, qualcuno che diceva "elettrica" (ti credo: in un corso di telecomunicazioni elettriche!), al che mi sono riaccasciato sulla sedia.

Ho battuto le mani e ho spiegato che il rumore che sentivano era causato dalla compressione meccanica dell'aria, la quale genera un'onda di pressione che si propaga. Alla domanda se sia possibile la propagazione di un'onda di pressione nel vuoto ho sentito rispondere di sì. Ancora più scosso mi sono alzato di nuovo e, dopo una breve spiegazione, ho tagliato la testa al toro affermando che, nelle comunicazioni elettriche, ciò che viene trasmesso è la variazione di una grandezza elettrica. Quindi ho chiesto se sapessero a che velocità viaggia un segnale elettrico. Immediata la risposta "infinita", seguita da "mille all'ora", "diecimila all'ora" e, finalmente, qualcuno ha parlato (almeno) di velocità della luce, di cui però non conosceva il valore. Nuova spiegazione, ma attenzione: questa, come le altre, da me impartita almeno dieci volte in un anno e mezzo, e non oso pensare a quante volte le stesse cose siano state dette da colleghi di altre discipline!

Non pago, ho chiesto al malcapitato che in quel momento era alla lavagna se sapesse dirmi quale sia, più o meno, la circonferenza della terra. La risposta è stata "centomila chilometri". Basito, gli ho domandato a che velocità viaggi, secondo lui, un aereo di linea. Risposta: duecento all'ora.

Disperato sono partito in quarta con una super-arci-predica, al termine della quale, per sottolineare l'importanza dello studio, ho citato la necessità di avere una conoscenza almeno sommaria di tante cose, dalla storia alla letteratura, dalla fisica alla matematica. Sarà perché ieri ho scritto un post sulla battaglia di Canne, fatto è che, per chiuderla lì, ho fatto l'esempio delle guerre puniche. Ma subito sono stato colto dal dubbio: tra chi sono state combattute le guerre puniche? ho chiesto. Silenzio di tomba, spezzato dopo un po' da una vocina: "tra fenici e greci".

A quel punto sono diventato Sgarbi. Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre! Capre!

Poi, rivolto al malcapitato che in quel momento era alla lavagna: Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra! Capra!

Ovviamente il giovanotto se ne è uscito dalla classe sbattendo furiosamente la porta, cosa per la quale ha riacquistato un minimo della mia stima e considerazione. Che diamine! Quando vi si offende, a torto o a ragione, ragazzi sappiate ribellarvi! Domani gli chiederò scusa, ma senza modificare il giudizio: resta una capra!

Perché tutto ciò?


Quasi sempre le mie lezioni sono multidisciplinari, mi piace spaziare da un argomento all'altro pur senza perdere di vista, salvo casi eccezionali, l'argomento principale. Quasi sempre, dopo aver spiegato faccio delle domande per verificare quanto abbiano capito, e devo dire che i risultati sono in tal caso abbastanza soddisfacenti. Il problema è che sanno sì rispondere, almeno quelli che sono stati attenti, ma solo sul momento. Guai a chiedergli di ricordare un argomento vecchio di qualche settimana, sia pure spiegato dieci volte per tre mesi di seguito! Gli puoi dire cento volte che un segnale elettrico è analogico quando può assumere tutti gli infiniti valori in un determinato range, ma se passi al digitale e glielo richiedi dopo una settimana la risposta tipica è: "quando è infinito". Poi dite che uno non si deve incazzare?

Ora, perché accade  tutto ciò? Pensate che io abbia bisogno di corsi di aggiornamento, come dice De Mauro? Perché non ci viene lui a fare la prova, in una delle mie classi? Crede che otterrebbe risultati diversi? Io dico di sì: peggiori!

La mia spiegazione è semplice, da rasoio di Occam: gli studenti non apprendono, certamente, perché non studiano, ma a questo ci siamo rassegnati, ma soprattutto perché non danno alcuna importanza a quello che gli spieghiamo. Il fatto è che spesso ho come l'impressione di essere un pupazzo che si agita tra la cattedra e la lavagna, al quale bisogna lasciar credere che gli si dia retta, ma nulla più.

Ai miei studenti non gliene importa nulla per due ragioni:

a) Sanno che non c'è nessuna correlazione tra ciò che apprendono e ciò che ne ricaveranno. Sanno, cioè, di essere nati per svolgere lavori a bassissima qualificazione, con bassi salari e precari, per i quali conoscere la definizione di "segnale analogico" è del tutto irrilevante. E sanno che le nostre prediche sono pura fuffa, pietose bugie.

b) Sanno che, in ogni caso, è molto difficile che siano bocciati, perché quando ciò accade siamo noi professori ad essere incolpati, non loro! Hai posto in essere tutte le strategie per il recupero didattico? Dove sono le prove scritte, quelle strutturate, le tabelle di valutazione? Hai avvertito per tempo la famiglia, e puoi dimostrarlo carte alla mano? Hai provveduto a chiedere l'assistenza dell'istituzione scolastica, eventualmente redigendo un progetto per il recupero delle carenze sottoponendolo all'attenzione del consiglio di classe? Basta non aver fatto una sola di queste scemenze e sei colpevole, il dirigente scolastico può valutarti negativamente e, se le cose si mettessero male, potresti essere costretto a fare i bagagli per andare a insegnare a 300 km di distanza! Così è, informarsi per credere! E' la scuola tanto buona di Matteo Renzi.

E così noi insegnanti siamo diventati pupazzi che si agitano tra la cattedra e la lavagna, benevolmente sopportati dai nostri studenti. Cosa credete, che non sappia che il giovine che oggi è uscito sbattendo la porta potrebbe farmi passare un guaio? Non lo farà, perché sa che mi arrabbio per il loro bene, ma questa è la mia situazione. Quanto è diversa dai tempi in cui la parola di un professore era legge!

Insomma, non c'è domanda di vera "qualificazione", cioè non abbiamo più la carota, ma ci hanno tolto anche il bastone: poterli almeno bocciare senza timori quando riteniamo che lo meritino. Però il prof. De Mauro sostiene che la causa del declino italiano sia nella carenza di offerta formativa, che si tradurrebbe in debolezza dell'offerta produttiva, cui porre rimedio costringendomi a seguire corsi di aggiornamento e riqualificazione. Ma caro prof. De Mauro, Lei ha preso in considerazione la spiegazione opposta, cioè che sia la carenza di domanda di produzione a determinare lo scadimento della qualità dell'offerta, cui segue l'inutilità di offrire una buona qualificazione professionale? E le è mai passato per la testa che, guarda caso, sono proprio i paesi nei quali il lavoro è merce men rara (Gran Bretagna, Olanda, Germania, Finlandia, Svezia, Giappone, Corea, con l'eccezione degli Stati Uniti che infatti delocalizzano in Cina, dove gli studenti sono bravi), tra l'altro tutti tecnologicamente molto avanzati (con buona pace dei "lavoromerceraristi") quelli nei quali il livello medio degli studenti è più alto?

Lei, prof. De Mauro, è un altro di quelli che vogliono addossare ai professori di scuola le colpe di chi ha fatto le scelte che hanno condotto l'Italia al declino? Io penso, al contrario, che se l'Italia ha resistito così a lungo alle scelleratezze poste in essere dai suoi governanti (l'austerità espansiva, ricorda?) il merito sia anche di noi professori! Che ora, la avviso, stiamo cedendo. Mi mandi pure a seguire un corso di aggiornamento a sessant'anni, poi in classe ci andrò con la bombola d'ossigeno.

Mi stia bene, prof. De Mauro, e mi raccomando: si aggiorni!

La battaglia di Canne

Senato della Repubblica romana (primavera del 216 a.c)


"Patres conscripti" declamò Gaio Terenzio Varrone rivolto ai senatori "è facile, per voi, sostenere la condotta della guerra di Gneo Servilio Gemino e Marco Atilio Regolo, i quali per nulla hanno modificato la strategia del dittatore Quinto Fabio Massimo! E' facile perché ciò non vi reca alcun danno. Le vostre terre continuano ad essere coltivate, le vostre famiglie non soffrono la fame, né devono indebitarsi come invece accade ai plebei, e anzi vi arricchite con i prestiti e non avete scrupolo alcuno nell'appropriarvi dei beni dei debitori, nemmeno quando essi sono soldati che hanno combattuto eroicamente per la repubblica. Ma noi, popolo di Roma, portiamo sulle spalle il peso della guerra, e lo stesso accade ai popoli nostri alleati, tra i quali comincia a serpeggiare il dubbio che la forza di Roma non saprà liberarli dalla minaccia del cartaginese. Per questo io, Gaio Terenzio Varrone, ho posto la mia candidatura al consolato, e vi prometto che, ottenuto il comando delle legioni, affronterò Annibale in battaglia e lo annienterò."

Pianura di Canne - campo di Annibale (estate del 216 a.c.)


"Mio generale, sono una moltitudine. Mai visto un esercito così, schiere e schiere di soldati che marciano ordinatamente sotto la guida dei centurioni: hastati, princeps, triarii, rorarii, velites. Solo i cavalieri ci sono inferiori per numero, ma non di molto.

Da wikipedia: Gli alleati italici di Roma

Un elenco dettagliato delle città e popoli italici che parteciparono alla battaglia di Canne è riportato nel libro VIII del poema Le puniche di Silio Italico (Mai l'itala terra fu scossa da maggiore tempesta di armi e di cavalli, ché si temeva l'ultimo destino di Roma e del popolo, né si aveva più speranza di tentare dopo di questa un'altra battaglia):

Annibale e i suoi ufficiali ascoltavano il racconto dell'italico stando in piedi davanti a un grande tavolo poggiato su assi di legno. Con un cenno della mano lo interruppe e ordinò che fosse allontanato. Volgendosi agli ufficiali spiegò la situazione. "Abbiamo preso la rocca di Canne, e ciò ha causato grande scompiglio nell'esercito nemico, perché non è solo la perdita del posto e delle scorte in essa che li angoscia, ma il fatto che domina tutto il territorio circostante. Questo li indurrà a cercare battaglia, della qual cosa non possiamo che rallegrarci. Ancora pochi mesi di questa tremenda guerra di logoramento, e saremmo costretti ad aprirci la strada verso il ritorno, dovendo comunque combattere per riuscirvi. Ma non abbiate timore del loro numero, perché esso sarà la ragione della loro rovina e del nostro trionfo."

Nella tenda dei consoli


L'uno di fronte all'altro stavano i consoli. Da fuori giungevano le voci e le grida dei legionari che incitavano a inseguire il nemico che aveva abbandonato l'accampamento. Emilio Paolo disse "aspettiamo il ritorno di Marco Statilio e dei suoi lucani, potrebbe essere uno stratagemma".  Stizzito, Terenzio Varrone replicò "sono in territorio nemico, hanno davanti un imponente esercito romano e hanno abbandonato ogni loro bene. Io ti dico, Emilio Paolo, che i mercenari di Annibale si sono ribellati e lo hanno tradito, forse anche ucciso. E' il momento di inseguirli e farne strage, e liberare così i nostri alleati italici dal peso di questa guerra".

La tenda si aprì e comparve Marco Statilio. "E' uno stratagemma", affermò con sicurezza "ci  aspettano nella pianura". Emilio Paolo si rivolse a Varrone "il comando della giornata è tuo, ma ti prego, aspetta a dare battaglia. Lasciamo che, senza riparo e vettovaglie, la loro forza diminuisca, daremo battaglia quando saranno disperati".

 Sul campo di battaglia - dalla parte dei cartaginesi


"Pensi che daranno battaglia?" chiese Asdrubale. "Varrone ci crede sconfitti e non intende correre il rischio di lasciare a Emilio Paolo la gloria della vittoria. Oggi il comando è suo, dunque preparati a combattere", rispose Annibale. Si volse poi ai suoi ufficiali e disse "ricordate gli ordini; la nostra cavalleria pesante iberica attaccherà la loro sul fianco sinistro, ma lo farà scendendo da cavallo così da ostacolare l'ordinata manovra della fanteria romana e spingerla a trovare spazio verso il centro; è essenziale che Asdrubale metta in fuga i cavalieri romani, il che avverrà certamente perché in questo tipo di combattimento siamo superiori; quando la fanteria romana, costretta ad addensarsi al centro, ci attaccherà tu, Magone, dovrai cedere terreno; ma lo farai lentamente, pur dando l'impressione di un progressivo cedimento. I manipoli posti ai lati, invece, resisteranno; nel frattempo tu, Maarbale, darai battaglia sulla destra con i tuoi cavalieri numidi, avendo l'appoggio della cavalleria iberica che, nel frattempo, avrà sconfitto e messo in fuga la cavalleria romana schierata a sinistra; ti chiedo, tuttavia, di manovrare in modo da allontanare il nemico dal campo di battaglia, e di distruggerlo solo quando non sarai più visibile, affinché i romani non conoscano l'esito dello scontro."

 Sul campo di battaglia - al centro dello schieramento romano


"Avanti, uccidiamoli" grida il centurione Labenio. "Sbudelliamo questi porci punici, che i loro corpi marciscano nella terra" gli fa eco il Primus pilus Sertorio. Polvere rumore folla scudi che battono l'uno sull'altro, pressione da terga e spazio libero davanti lasciato dal nemico in fuga, l'idea del bottino, la vittoria è vicina, non s'odono ordini, la confusione è massima ma il nemico è vinto, domani si torna a casa, Annibale è un altro nemico sconfitto dalle invincibili armi romane. E l'onore sarà di Varrone, il nostro conducator, il nemico dei patrizi che ci sfruttano, ma le cose cambieranno perché è il vigore del popolo che ha sconfitto il cartaginese, non la fiacca condotta del Senato!

Sul campo di battaglia - nelle retrovie cartaginesi


"Mio generale, stiamo per cedere. Le nostre schiere sono ormai una riga sottile che solo la polvere nasconde agli occhi del nemico, fuggi, mettiti in salvo". Annibale non lo ascoltava, guardava l'orizzonte oltre la collina dal lato opposto del fiume. Da lì sarebbe giunta la salvezza, oppure la fine. Chiamò due messaggeri e consegnò gli ultimi ordini: la fanteria pesante punica, ai lati dello schieramento, operi una carica, la più poderosa possibile, in diagonale verso il cuore dell'esercito romano! L'obiettivo non è quello di completare l'accerchiamento, questo sarà compito di Maarbale, se tornerà vincitore da dietro la collina.

Sul campo di battaglia - nelle retrovie dello schieramento romano


Emilio Paolo vide lo scompiglio causato dall'attacco della fanteria pesante numida e si lanciò verso il centro dell'esercito, nel tentativo di riportare l'ordine. Non si accorse, per tale ragione, di una nube di polvere che avanzava da dietro la collina. Nessuno lo vide più.

L'attacco della cavalleria numida, di ritorno dal vittorioso confronto con quella romana, si abbatté sulle retrovie dell'esercito romano. Sul lato opposto la pressione delle legioni sull'ormai esigua schiera cartaginese si attenuò. Ebbe inizio il massacro.

Gaio Terenzio Varrone, con poche centinaia di cavalieri, riuscì a fuggire dal campo di battaglia e fu accolto a Roma con rispetto. Il comando delle armi romane sarebbe tornato per sempre, con l'unica eccezione di Caio Mario un secolo dopo, nelle mani degli ottimati.

Sala riunioni di G&S - anno 2016 d.c.


Il vecchio R. prese la parola. "Dobbiamo essere cedevoli sul reddito di cittadinanza, o come diavolo lo chiamano, ma nessun cedimento sui diritti sociali, sul welfare, sullo stato sociale, sulle tutele del lavoro, sulle pensioni. Anzi, se possibile in questi campi si guadagnino posizioni! Nel contempo, si ingaggi battaglia sul piano culturale attraverso i media, anche quelli social, ma è essenziale che questa si svolga ben lontano dal cuore dello scontro; si parli di diritti civili, di quelli delle minoranze, vanno bene anche i diritti degli animali. Quando darò l'ordine, attaccheremo dai lati, con un'avanzata poderosa verso il centro dello schieramento nemico. Ricordate, è essenziale che il centro del nostro fronte tenga le posizioni, mentre il nemico si accalca in un'avanzata che prometta una facile vittoria. La tempistica è fondamentale". L'uditorio, intorno a lui, assentiva in rispettoso silenzio.

venerdì 5 febbraio 2016

Giulio Regeni - Parole di verità

Uno stralcio della tesina che Giulio Regeni, il dottorando italiano ucciso al Cairo, ha scritto nel 2012.
 Introduzione
Gli eventi improvvisi che hanno spazzato via i dittatori del Nord Africa sono oggetto di un intenso dibattito all’interno della comunità accademica internazionale. Invece di definirli come una «primavera araba» o delle «rivoluzioni arabe», il professore di studi islamici dell’Università di Oxford Tariq Ramadan preferisce chiamarli più cautamente delle «rivolte arabe». Questa scelta è dettata dal fatto che i cambiamenti occorsi sin dal gennaio del 2011 lungo le coste meridionali del Mediterraneo rappresentano un processo di cambiamento il cui risultato rimane incerto. Per di più, le cause stesse di queste rivolte sono oggetto di intensi dibattiti. In questo saggio intendo presentare una chiave di lettura delle rivolte in Egitto e Tunisia che prenda in considerazione le realtà storiche di queste società arabe, dalla liberazione dal giogo coloniale europeo all’attuale era della globalizzazione. Il mio obiettivo sarà quello di dimostrare che le recenti rivolte popolari non sono un fenomeno nuovo e che rappresentano la progressiva rottura di un patto sociale tra gli autoritari governanti nordafricani ed i loro popoli sottomessi. Tale spaccatura è dovuta alla trasformazione del ruolo dello Stato da uno di tipo populista (basato sulla distribuzione di benefici sociali alla popolazione) ad uno di stampo neoliberista (basato sulla ritrazione dal ruolo precedente e sulla privatizzazione dell’economia). Quest’analisi è di particolare rilievo per l’Unione Europea e le politiche estere comunitarie, poiché è solamente attraverso la realizzazione di un nuovo patto sociale in grado di affrontare le problematiche sociopolitiche della regione che si getteranno le basi per un rapporto stabile, duraturo e vantaggioso tra i Paesi del bacino del Mediterraneo. 
Conclusioni
Il percorso storico delle recenti rivolte in Tunisia ed Egitto rivela quanto i processi di partecipazione e contestazione popolari siano riconducibili alla trasformazione del ruolo dello Stato nel corso del tempo, e soprattutto al suo abbandono delle fasce più vulnerabili della popolazione. Un elemento che emerge con forza è l’aspirazione del popolo nordafricano ad ottenere conquiste quali la giustizia sociale e la democrazia, soffocate sin dall’era della decolonizzazione dai regimi autoritari. Il momento attuale di ridefinizione degli equilibri sociopolitici del Mediterraneo offre la possibilità di correggere le asimmetrie di potere presenti nella regione che ne limitano lo sviluppo, attraverso un nuovo patto sociale tra le istituzioni ed il popolo che renda il Nord Africa finalmente libero da ingerenze esterne e dittature interne. Con tali considerazioni ben chiare, l’UE dovrebbe cogliere quest’opportunità per correggere tali asimmetrie di forza, in virtù della propria posizione strategica e del suo retaggio culturale. Ciò prevederebbe necessariamente la riconsiderazione di quelle riforme neoliberiste che hanno avuto un effetto così negativo sulla popolazione araba, ai fini di ridarle una maggior autonomia decisionale. La posta in palio è molto alta: si tratta di decidere se il futuro del Mediterraneo sarà di convergenza o di conflitto, di prosperità condivisa o di decadimento. La capacità che l’UE ha saputo finora dimostrare nell’unire popoli in conflitto lascia sperare che la scelta sarà ben ponderata.

giovedì 4 febbraio 2016

[PopulPost] Quelli che il pareggio di bilancio in Costituzione: oh yes!

Io non sono un economista, ma francamente me ne infischio. Così sono andato a gironzolare per banche dati e ho tirato fuori (da Ameco e Eurostat) i dati relativi ai deficit pubblici e ai tassi di crescita del PIL delle quattro maggiori economie dell'eurozona: Germania, Francia, Italia, Spagna.

Questa è la tabella dei deficit (in percentuale del pil):


E questa quella dei tassi di crescita del pil:


L'ultima colonna (Total) riporta la crescita cumulata dei pil [che ovviamente è calcolata applicando iterativamente la formula P(n)=P(n-1)*(1+i) essendo "i" il tasso di crescita del pil per l'i-esimo anno].

Come si vede, la Germania è cresciuta cumulativamente del 13,7% (ma 'sto ramo che sta a sega' quann'è che se rompe?) e l'Italia è scesa del 4,8%. Spagna e Francia, invece, sono cresciute, sia pure meno della Germania. Entrambe, però, hanno fatto deficit molto maggiori di noi.

Poi mi sono ricordato che, per il moltiplicatore keynesiano (K), ogni punto percentuale di deficit comporta una crescita del pil maggiore, cioè K>1. Nulla impedisce, però, di far finta che sia sempre K=1, così facciamo pari e patta con i sostenitori dell'austerità espansiva. A questo punto ho sommato, colonna per colonna e riga per riga, i deficit e i tassi di crescita del pil.

In pratica: prendiamo ad esempio il 2011, anno in cui la Francia ha fatto un deficit del 5,1% e ha avuto un tasso di crescita del pil del 2,1%, e immaginiamo che il deficit fosse stato 0 (pareggio di bilancio). Siccome K=1, il pil sarebbe cresciuto del 5,1% in meno, e quindi nel 2011 la Francia avrebbe avuto un tasso di crescita del pil negativo: -3% (invece che positivo: 2,1%).

Il risultato è questo:


Cioè: la Germania (hiii!!! perfino la Germania) avrebbe avuto un calo cumulato del pil dello 0,7%, la Spagna del 40%, la Francia del 29,7%, l'Italia del 32,8%. In pratica, fare la moneta unica con dentro la Germania è stato come fare una festa di sedicenni invitando Mike Tyson.

Vi è chiaro quale sarebbe stato l'andamento delle economie dei quattro paesi considerati se, piddinamente, avessero veramente adottato il criterio del pareggio di bilancio, lo zero deficit?

Sia ben chiaro, io non sono un economista e ne sono consapevole, però anche facendo due conti della serva si capisce che chi ha votato il pareggio di bilancio in Costituzione è un demente e/o un traditore.

Ma chi lo ha votato questo pareggio di bilancio? Ci rinfreschiamo la memoria?


Io ho già tolto il saluto a un sacco di gente, voi che aspettate a fare altrettanto?

Ameco results