Orbene, il MES è come la bella di Torriggia: tutti o vêuan e nisciûn s'o piggia. Nel video vi spiego (egemonicamente) il perché e il percome.
martedì 19 novembre 2019
La bella di Torriggia
La Bella di Torriggia è una figura leggendaria e popolare legata alla cittadina di Torriggia (oggi Torriglia), nel genovese. Secondo un'antica filastrocca, è colei che "tutti la vogliono, ma nessuno se la piglia" (in dialetto genovese: A l'é a bella de Torriggia: tutti a vêuan e nisciûn s'a piggia). La locuzione è divenuta un modo comune per indicare qualcosa di molto ambito solo in apparenza.
Orbene, il MES è come la bella di Torriggia: tutti o vêuan e nisciûn s'o piggia. Nel video vi spiego (egemonicamente) il perché e il percome.
Orbene, il MES è come la bella di Torriggia: tutti o vêuan e nisciûn s'o piggia. Nel video vi spiego (egemonicamente) il perché e il percome.
domenica 17 novembre 2019
Intervista a Lillo Massimiliano Musso
Questioncelle da chiarire nel mondo genuinamente sovranista. Astenersi legaiuoli.
Lillo Massimiliano Musso: "La caduta dei miti è importante perché apre gli occhi e ci fa capire che la strada che si sta seguendo è sbagliata. E' meglio saperlo quando si è in tempo".
Nei prossimi giorni le restanti parti.
sabato 16 novembre 2019
La Tangentopoli che non è mai esplosa: per il bene tedesco e della Ue
In questo video leggo il testo di questo articolo di Mauro Meggiolaro per il sito valori.it - La Tangentopoli che non è mai esplosa: per il bene tedesco e della Ue - e al termine lo commento brevemente.
La borghesia kotoniera
Link correlato: L'UNICA COSA CHE MANCA AL MOSE PER FERMARE LE ACQUE È L' ACCENTO SULLA "E" - Dagospia
Da Enea Boria copio&incollo:
«Il Mose, secondo me, è del tutto paragonabile e assimilabile al Tav in Val di Susa.
Stessa identica cosa.
Si tratta dell'unica forma di politica industriale praticata in Italia da oltre 20 anni qua, con supporto trasversale Forza Italia / Lega / PD.
Opere manifestamente inutili ma ultracostose, decise a Roma spartendo gli appalti, coi quali poi i partiti locali hanno tenuto vivi i legami con le proprio aziendine e cooperative sussidiarie, gestendo quindi cordate di potere, clientele, pacchetti di voti.
Sono due simboli, che raccontano dello stesso identico procedimento.
In alternativa a queste roboanti ipercostose cazzate di mega-opere inutili, avremmo potuto fare tante piccole opere di gestione del territorio.
Sulle quali, certamente, ci sarebbero state anche tante piccole crestarelle.
Ma il controllo centralizzato del truccamento degli appalti non sarebbe stato possibile.
In ogni caso quando una amministrazione locale si mette in ballo per un'opera a 700 metri da casa tua e che serve anche a te, il sindaco e l'assessore li conosci e magari li incontri anche a bere il caffè, e conosci pure chi ci lavora e i proprietari delle due ditte che han preso l'appalto, se entro un tempo ragionevole l'opera non è finita e in funzione qualcuno un prezzo lo paga.
Con le mega opere tutto, invece, si decide sempre in un "altrove" indefinito.
Un po' come la governance multilivello europea: una scelta compiuta precipuamente affinché a te, privato cittadino in forma individuale o associata insieme a chi ti vive a fianco, diventi impossibile pigliare per il bavero e cacciar due dita negli occhi a chi ti sta rifilando una fregatura.
Soprattutto nel momento in cui diventa chiaro che esattamente di fregatura si sta parlando.
Non devi mai sapere esattamente con chi potertela prendere.
A questo c'è poi da aggiungere che qua parliamo del Veneto.
E prima o poi le paillettes dietro le quali varie amministrazioni del Nord hanno mascherato la propria natura, finiranno di cadere.
Se in questo paese è mai esistita una clamorosa truffa ideologica, questa è il "modello Nord-Est" sulla cui narrazione la Lega costruì la propria fortuna 20 anni fa. ( e Salvini ne era già dirigente nazionale )
Prima o poi si dovrà dirlo apertamente che il Veneto è la "Calabria a Nord del Po". ( prima o poi si dovrà anche riconoscere che a Milano c'è più 'ndrangheta che a Locri )
E salterà fuori che il "modello nord est" era un modello di piccola miserrima industria, di padroncini col setto nasale perforato e la schiavitù in capannone, incapace anche solo di concepire innovazione di prodotto e processo, che proprio in ragione della sua estrema frammentazione è in realtà già sostanzialmente estinto.
Hanno una urbanistica surreale, coi centri cittadini polverizzati e sparpagliati su territori giganteschi senza uno straccio di servizio pubblico, le infrastrutture fanno ridere, i capannoni che dovevano trainare il paese 20 anni fa se ne sono in buona parte andati in ruggine, le banche venete sono venute giù in serie come le tessere del gioco del domino.
Il Veneto è una cirrosi epatica vestita a festa.
Un racconto vincente che non è vivo più nemmeno nelle fantasie dei seghisti che lo governano da 25 anni.
La cosa più seria che hanno fatto in vita loro è "il tanko".
( Enea Boria )»
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| La diga di Rotterdam |
Da Enea Boria copio&incollo:
«Il Mose, secondo me, è del tutto paragonabile e assimilabile al Tav in Val di Susa.
Stessa identica cosa.
Si tratta dell'unica forma di politica industriale praticata in Italia da oltre 20 anni qua, con supporto trasversale Forza Italia / Lega / PD.
Opere manifestamente inutili ma ultracostose, decise a Roma spartendo gli appalti, coi quali poi i partiti locali hanno tenuto vivi i legami con le proprio aziendine e cooperative sussidiarie, gestendo quindi cordate di potere, clientele, pacchetti di voti.
Sono due simboli, che raccontano dello stesso identico procedimento.
In alternativa a queste roboanti ipercostose cazzate di mega-opere inutili, avremmo potuto fare tante piccole opere di gestione del territorio.
Sulle quali, certamente, ci sarebbero state anche tante piccole crestarelle.
Ma il controllo centralizzato del truccamento degli appalti non sarebbe stato possibile.
In ogni caso quando una amministrazione locale si mette in ballo per un'opera a 700 metri da casa tua e che serve anche a te, il sindaco e l'assessore li conosci e magari li incontri anche a bere il caffè, e conosci pure chi ci lavora e i proprietari delle due ditte che han preso l'appalto, se entro un tempo ragionevole l'opera non è finita e in funzione qualcuno un prezzo lo paga.
Con le mega opere tutto, invece, si decide sempre in un "altrove" indefinito.
Un po' come la governance multilivello europea: una scelta compiuta precipuamente affinché a te, privato cittadino in forma individuale o associata insieme a chi ti vive a fianco, diventi impossibile pigliare per il bavero e cacciar due dita negli occhi a chi ti sta rifilando una fregatura.
Soprattutto nel momento in cui diventa chiaro che esattamente di fregatura si sta parlando.
Non devi mai sapere esattamente con chi potertela prendere.
A questo c'è poi da aggiungere che qua parliamo del Veneto.
E prima o poi le paillettes dietro le quali varie amministrazioni del Nord hanno mascherato la propria natura, finiranno di cadere.
Se in questo paese è mai esistita una clamorosa truffa ideologica, questa è il "modello Nord-Est" sulla cui narrazione la Lega costruì la propria fortuna 20 anni fa. ( e Salvini ne era già dirigente nazionale )
Prima o poi si dovrà dirlo apertamente che il Veneto è la "Calabria a Nord del Po". ( prima o poi si dovrà anche riconoscere che a Milano c'è più 'ndrangheta che a Locri )
E salterà fuori che il "modello nord est" era un modello di piccola miserrima industria, di padroncini col setto nasale perforato e la schiavitù in capannone, incapace anche solo di concepire innovazione di prodotto e processo, che proprio in ragione della sua estrema frammentazione è in realtà già sostanzialmente estinto.
Hanno una urbanistica surreale, coi centri cittadini polverizzati e sparpagliati su territori giganteschi senza uno straccio di servizio pubblico, le infrastrutture fanno ridere, i capannoni che dovevano trainare il paese 20 anni fa se ne sono in buona parte andati in ruggine, le banche venete sono venute giù in serie come le tessere del gioco del domino.
Il Veneto è una cirrosi epatica vestita a festa.
Un racconto vincente che non è vivo più nemmeno nelle fantasie dei seghisti che lo governano da 25 anni.
La cosa più seria che hanno fatto in vita loro è "il tanko".
( Enea Boria )»
venerdì 15 novembre 2019
Macelleria messicana (I parte)
La prima parte dell'intervista di Leda, per conto del telegiornale dei Sovranisti Arcaici, a Martin Wood - capo editorialista del TINAncial times - sul tema della ricomposizione dell'Unione Europea e dei riflessi che ciò avrà sull'Italia.
Martin Wood: Benvenuta a Londra.
Partiamo da un presupposto fondamentale di ogni discussione sull’entità paneuropea: L’Unione Europea è un atto di fede, perseguìto con fiducia da generazioni di politici della vecchia e nuova Europa. Alti e bassi dell’economia hanno un prezioso significato per i portafogli di noi squali della finanza, ma guardando le cose con l’occhio spietato della geopolitica la distruzione dei patrimoni non modifica la prospettiva storica: l’integrazione europea andrà avanti, le nuove generazioni cambieranno lo storytelling senza deviare dall’obiettivo finale.
La ricomposizione dell’Unione Europea, o per meglio dire il disegno di una nuova geografia della stessa, è una certezza. Stabilire con precisione quando avverrà lo è molto meno, ma non è una domanda da porsi in questi termini. L’UE è in continua evoluzione, non c’è un momento preciso che segna un cambiamento monolitico.
Se guardiamo a cosa è successo solo negli ultimi anni, possiamo vedere che l’Eurozona, il nucleo intra-europeo più importante, ha continuato ad ampliarsi nonostante le crisi (l’ultimo membro a essere entrato nell’euro è la Lituania, nel 2015). Ci sono molteplici livelli di integrazione e sub-integrazione allargata a Stati non membri.
Nel frattempo si è consolidata la sinergia esclusiva tra paesi: il Gruppo di Visegrad di alcuni paesi dell’est, l’asse franco-tedesco celebrato con il trattato di Aquisgrana e la nuova Lega Anseatica che comprende tutti i piccoli paesi nordici.
Allo stato attuale quindi, anche se i paesi dell’UE fanno tutti parte della stessa organizzazione intergovernativa la realtà è fatta di un’integrazione differenziata a più livelli che si nasconde dietro allo storytelling di una convergenza verso un’Europa unita e omogenea.
Un’integrazione differenziata in continuo movimento, che l’Italia (come altri paesi meridionali) sta ignorando completamente perché troppo presa con il proprio conflitto redistributivo nazionale.
Come tutti sanno l’UE è una creazione americana e franco-tedesca, forse benedetta dai primi e accolta con piacere dai secondi, o forse esattamente il contrario. Capirlo non è importante come spesso si vorrebbe credere.
Leda: A giudicare dalle mappe che mi proponi la mia prima impressione, e ti chiedo scusa se dico qualcosa di sbagliato ma ho molto da imparare, è che esse descrivano, più che un processo di integrazione, la costituzione di alleanze che potrebbero essere prodromiche della formazione di grandi blocchi, e quindi di una spaccatura sempre più accentuata, e che i paesi meridionali siano esclusi sia dalla possibilità di aderire ad uno di essi come pure incapaci di coalizzarsi.
Martin Wood: L’osservazione è corretta. Quella europea è una storia di alleanze tra paesi che finiscono con l’andare in guerra tra loro, solo l’arrivo di potenze nettamente più forti ha messo fine a questa storia. Adesso i paesi europei possono finalmente dedicarsi alla competizione che preferiscono: quella commerciale. Tra i paesi importanti solo la Francia e il Regno Unito hanno una visione del mondo che va oltre le logiche economicistiche. Ma il Regno Unito sta uscendo, e la Francia punta a imbracciare la bandiera della UE per usarla come moltiplicatore della sua altrimenti ridotta potenza.
Il resto dei paesi vive in una dimensione post-storica, vedono la politica estera quasi esclusivamente come politica commerciale, affidano alla NATO la sicurezza e vedono nell’orizzonte europeo – che ognuno interpreta a modo suo – l’impresa da consegnare alla storia e alle prossime generazioni.
Queste alleanze intra-europee quindi non servono a costruire blocchi pronti a separarsi, sono segmentazioni interne che servono a competere meglio. Idealmente un’organizzazione come l’Unione Europea ha senso se serve a proteggersi, anche economicamente, ma la parola “protezionismo” è bandita. La parola d’ordine è invece “competizione”.
Nel caso della mappa che ti ho mostrato vediamo che Francia e Germania cercano di aumentare la loro sinergia per diventare egemoni assoluti, quindi i paesi nordici e i paesi dell’est (più piccoli economicamente e demograficamente) hanno deciso di coalizzarsi per adottare strategie unitarie all’interno delle sedi comunitarie. Parigi e Berlino hanno numeri soverchianti, possono modellare l’Unione come vogliono. Adottando strategie comuni i nordici e gli orientali possono contrastare questa egemonia.
Per esempio, l’Irlanda e i Paesi Bassi hanno bisogno di mantenere i propri vantaggi fiscali e insieme al resto della Lega Anseatica un regime di concorrenza che apra spazi per le proprie imprese, mentre il Gruppo di Visegrad ha bisogno di contrastare le contestazioni sui metodi di governo poco liberali e di continuare a godere dei fondi strutturali che servono a costruire il loro sistema industriale subordinato a quello tedesco.
Ecco allora che arriviamo all’Europa mediterranea, di cui in teoria dovrebbe far parte anche la Francia ma che come abbiamo visto gode di una sovranità tutta sua.
Portogallo, Spagna, Italia e Grecia fanno fatica a stare nell’Eurozona, una fatica che non troviamo in Germania e nei paesi nordici. Il problema è che questi paesi non sono in grado di coalizzarsi. Quindi sì, Leda, hai ragione: i paesi meridionali sono esclusi dalla possibilità di aderire ai blocchi di cui abbiamo parlato e sono altrettanto incapaci di coalizzarsi per formarne uno loro.
Se oggi dovessimo suddividere l’Europa in base a questi valori, avremmo: un nucleo franco-tedesco e nordico-anseatico che forma un’eurozona funzionante, un blocco di paesi a basso salario molto competitivi a est (con valute proprie ma agganciate all’euro), e poi un cerchio esterno di satelliti meridionali che va dal Portogallo alla Romania passando per Italia e la Grecia. Un’Europa messicanizzata integrata nel mercato unico ma fuori dall’eurozona, destinata a produzioni diverse, spesso meno pregiate e in contesti di maggiore illegalità. Paesi da cui attingere risorse umane e materiali e su cui scaricare il peso dell’immigrazione non gradita.
Dal mio punto di vista di britannico che non farà altro che guadagnare enormi somme di denaro speculando su questa straordinaria macchina produttiva potrebbe anche andar bene così, ma in questa storia c’è un problema molto grave da risolvere: l’Italia è il paese in cui la frattura interna dell’Eurozona è più visibile e violenta. Se questo scenario dovesse concretizzarsi, il vostro paese così come lo conosciamo non potrebbe sopravvivere.
Leda: Molto bene Martin, siamo arrivati al punto che interessa in particolare noi sovranisti arcaici e per il quale l'editorialista egèmone Fiorenzo Fraioli mi ha mandata a Londra. Nella seconda parte dell'intervista affronteremo in dettaglio gli scenari che si aprono per l'Italia in questa ormai evidente e conclamata fase di ricomposizione dell'Unione Europea.
Martin Wood: Sono d'accordo con te Leda, la vicenda dell'Italia in questo complesso frangente storico merita di essere approfondita con cura. Per oggi possiamo fermarci qui e ti propongo di continuare a parlarne davanti a un buon Yorkshire pudding e a un arrosto di tacchino, ovviamente accompagnati da buon vino italiano. Saluto gli amici sovranisti arcaici con il vostro slogan: viva l'Italia viva il socialismo viva la Costituzione!
mercoledì 13 novembre 2019
ILVA
Per intervenire sull'Ilva serve: 1) trasgredire ai trattati europoidi che proibiscono gli aiuti di Stato 2) trovare le risorse finanziarie, che non ci sono perché non abbiamo più una Banca Centrale 3) disporre di una struttura manageriale tecnico-amministrativa statale, che non esiste più dopo la dismissione dell'IRI e che non si ricostituisce in tempi rapidi. Pertanto l'ILVA ce la siamo giocata, e l'unica residua speranza è che, dopo un simile disastro, ci sia un ripensamento collettivo sulle scelte scellerate poste in essere negli ultimi quaranta anni. Una cosa che i maggiordomi euro-liberisti di ogni razza - in politica le "razze" esistono! - tutti servizio dell'entità europoide, non sono autorizzati a prendere in considerazione. Per questa ragione, al Veltronide che blatera in televisione che "se la sinistra perde la capacità di rappresentare questa gente viene premiata la destra" bisogna rispondere a muso duro "ah pollastrazzo, saremo noi a decidere chi ci rappresenta!"
Viva l'Italia viva il socialismo viva la Costituzione!
Giulio Sapelli sull'Ilva. Parole importanti.
Viva l'Italia viva il socialismo viva la Costituzione!
Addendum
Giulio Sapelli sull'Ilva. Parole importanti.
sabato 9 novembre 2019
Trilogia sovranista: il piano Hari Fraioldon
Ridiamoci un po' su, anche se solo un'eletta minoranza della minoranza della minoranza degli italiani potrà apprezzare, quelli cioè che sono sovranisti (arcaici) conoscono tutta la storia del sovranismo e hanno letto la trilogia galattica di Asimov. Diciamo che questo video è per pochi ma non per tutti.
Però la minoranza della minoranza della minoranza, ne sono certo, apprezzerà.
Però la minoranza della minoranza della minoranza, ne sono certo, apprezzerà.
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