lunedì 8 luglio 2019

La maionese impazzita (parte quarta)

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Siamo arrivati alla quarta parte della nostra saga, il cui scopo è quello di mostrare come la maionese impazzita che è la politica italiana sia il frutto di una strategia di fondo perseguita dalla nostra burghesia compradora y vendedora per deviare il dissenso emergente sulla politica economica, strutturalmente e inevitabilmente connessa alla scelta europeista, e quindi disattivarlo utilizzando un mix micidiale costituito dall'introduzione di nuovi temi di conflitto e polemica (il più importante, non il solo: l'immigrazione) e la nascita/rinascita di nuovi partiti in sostituzione di quelli vecchi e usurati, inizialmente proposti come anti-sistemici ma in realtà saldamente compatibili col concetto di "pilota automatico".

La vignetta a lato è esemplificativa di quanto accaduto, che è ormai sotto gli occhi di tutti. Vorrei chiarire che, a dispetto dell'ira funesta che agita il mio cuore al pensiero del trappolone che ci è stato teso, non penso affatto che Borghi e Bagnai siano dei venduti traditori. So di sorprendervi, e naturalmente potrei anche sbagliarmi, ma l'idea che mi sono fatto del ruolo da essi svolto è diverso, ossia che i primi a cadere nel trappolone siano stati proprio loro. La ben meschina figura che stanno facendo, e sempre più faranno, l'ondata di disprezzo popolare da cui saranno investiti entrambi, sono un prezzo troppo alto perché possa essere giustificato da cadreghe e compensi tutto sommato non eccezionali, e comunque di durata incerta. Sono più propenso a credere che i due dioscuri del sovranismo in salsa leghista se la siano bevuta, credendo davvero di svolgere un ruolo ben più importante nel dipanarsi della grandiosa tragedia nazionale che ci riguarda tutti, e che adesso che si sta profilando all'orizzonte l'inverno del loro scontento non sappiano come cavarsi d'impaccio.

La chiave di lettura che sto usando in questa serie di articoli è costituita dal fatto che l'UE è, ed è sempre stata, un'organizzazione intergovernativa, e non un progetto organico tendente alla nascita di una nuova realtà politica statuale, e che la sua struttura resterà sempre quella di un accordo intergovernativo, per quanto questa realtà possa essere nascosta sotto la maschera di un processo di riforma per la costruzione degli USE. Da ciò non può non discendere, per logica inoppugnabile, il fatto che (almeno) i governi degli Stati più importanti hanno piena libertà d'azione sia sulla politica interna che in campo internazionale, e dunque che quelle che ci vengono rappresentate come imposizioni delle oligarchie di Bruxelles sono, in realtà, il riflesso della volontà delle classi dominanti in ogni singolo Stato.

In altre parole è la burghesia compradora y vendedora nazionale che chiede a Bruxelles il grado di austerità che il paese deve sopportare, e questa viene ritrasmessa ai governi posti a vigilare sul pilota automatico, i quali possono così agire al riparo del processo elettorale. Borghi e Bagnai, con somma ingenuità e pari altezzosità, si erano convinti di poter contare qualcosa, sentendosi protetti dall'usbergo della cosiddetta razionalità economica, ma stanno toccando con mano l'amara realtà: senza una genuina forza politica organizzata a difesa degli interessi danneggiati dalle politiche deflazioniste, fondamento del progetto europeo, e fosse pure questa un'armata Brancaleone, i margini di manovra sono nulli. Purtroppo Borghi e Bagnai sono stati solo l'avanguardia di una vasta schiera di agitati agitatori che sono caduti nello stesso trappolone, i quali oggi sono in difficoltà nell'ammettere quello che è stato un grossolano errore di analisi della situazione reale e concreta, per cui trovano più facile trarsi d'impaccio blaterando di tradimento. Per non parlare degli ultimi giapponesi nella giungla "sovranista", che ancora cianciano di strategggia!

Ho già definito quanto appena riassunto "congettura eretica", che in quanto congettura non deve essere da me dimostrata, quanto piuttosto inverarsi nei fatti. Se ciò avverrà, e nella misura in cui i fatti confermeranno la congettura eretica, sarà necessaria una profonda riflessione su quella che è stata in questi anni la traiettoria del sovranismo correttamente inteso, alla quale io credo dovranno essere tutti invitati. Anche quelli che oggi sono accusati di tradimento, se vorranno e sapranno riconoscere i loro errori e porvi rimedio.

La validazione, che personalmente considero certa, della congettura eretica, avrà come principale conseguenza il riconoscimento che non ci sono solo il nemico vicino (l'asse carolingio) e il nemico lontano (gli USA) ma soprattutto il nemico interno, la cui ferocia e la stessa esistenza abbiamo troppo facilmente posto in ombra. Sconfiggere il nemico interno, camaleonticamente addobbatosi di giallo e di verde dopo la stagione rosa e azzurra, è la condizione necessaria sebbene non sufficiente per la riconquista della sovranità popolare, sancita dalla Costituzione ma sempre combattuta dalla burghesia compradora y vendedora.

domenica 7 luglio 2019

La parola a Romano Prodi

Fa caldo. Spinto come sempre e ancor di più dall'indignazione (mi sto radicalizzando, sapevatelo) vorrei scrivere parole di fuoco, ma fa caldo e rischierei l'ipertermìa. Poi mi sovvien che quando le forze mancano si possono usare quelle del nemico. Signore e signori, vogliate gradire Romano Prodi!

Romano Prodi, L’Italia è diversa e mancano i negri, in «Il Corriere della Sera», 19 Agosto 1977
«Se la gestione dei conflitti della società industriale è stata più difficile in Italia che negli altri paesi europei ciò non è dovuto soltanto agli errori che politici, sindacalisti, imprenditori e economisti hanno copiosamente compiuto negli ultimi anni, ma anche a una natura particolare del sistema economico italiano rispetto a quello delle altre nazioni. L’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a dover gestire il proprio sviluppo senza il determinante contributo di lavoratori stranieri. Detto in linguaggio più semplice l’Italia è stato l’unico paese dell’Occidente a mandare avanti una società industriale senza “negri”, che negli Stati Uniti erano negri nel senso letterale della parola. Nel Nord Europa erano invece emigranti italiani, spagnoli, turchi o nordafricani. Non dovremmo mai sottovalutare questo fatto, non solo perchè nelle maggiori aree industriali della Germania e della Francia i lavoratori stranieri coprono oltre un quarto delle occupazioni di tipo manuale, ma anche perchè sono addetti soprattutto ai mestieri meno graditi. Anche quando non sono discriminati economicamente, essi costituiscono quindi un grandioso ammortizzatore dei conflitti sociali e hanno contribuito a risparmiare alle società industrializzate europee i problemi che anche per l’immaturità politica cui facevamo cenno prima, hanno invece travolto la società italiana.
Almeno dal 1968 in poi il mercato del lavoro nel sistema industriale italiano (trascuriamo in questa occasione il discorso del lavoro nero) si è presentato come unitario sia al Sud che al Nord e anche per gli immigrati da Sud a Nord.
Dopo tre giorni passati a Torino l’operaio siciliano non solo è già sindacalizzato, ma tende a dimostrare la propria definitiva appartenenza alla classe operaia spingendosi spesso verso i limiti più estremi della militanza sindacale. Non abbiamo perciò goduto della possibilità, che hanno avuto gli altri, di scaricare sugli stranieri le professioni che stanno in coda alla gerarchia sociale, cioè quelle da cui nascono le tensioni e dilacerazioni.
Negli ultimi mesi è capitato invece qualcosa d nuovo. Nonostante le difficoltà economiche, nonostante la disoccupazione crescente, non si riesce a ricoprire con cittadini italiani un numero crescente di posti di lavoro manuale nell’industria dell’Italia del Nord. In Emilia sono arrivati i lavoratori arabi. Non sono venuti clandestini, ma solo dopo che le imprese non avevano potuto trovare manodopera italiana di nessun tipo passando per i regolari canali dell’assunzione di manodopera. A Reggio Emilia, ad esempio, sono già 115 i lavoratori arabi. Sono per la quasi totalità egiziani, lavorano circa per la metà nelle fonderie, per l’altra metà nel resto del settore metalmeccanico e solo poche unità fanno i braccianti in un’azienda agricola. Altri cento, almeno, sono inoltre in attesa dello espletamento delle pratiche per seguire i loro compatrioti. Questo fenomeno non si verifica però in una sola città e nemmeno in una sola regione. Molto spesso inoltre questi operai sono bravi e intraprendenti, proprio come erano i nostri lavoratori che all’inizio degli anni Cinquanta emigravano in Francia.
Al di là della limitatezza quantitativa di questi episodi non possiamo esimerci dalla necessità di una scelta riguardo ai problemi che essi aprono. Vogliamo aprire le porte ai lavoratori stranieri, dopo che abbiamo compiuto questo enorme sforzo di unità del paese negli anni trascorsi? E ancora. Come è possibile che tutto questo avvenga mentre esistono tanti disoccupati? Come ogni paese arrivato a un elevato livello di scolarizzazione, l’Italia ha evidentemente bisogno di una legge per l’immigrazione, dato che certe professioni, anche nelle normali aziende industriali, trovano un sempre minore numero di candidati.
Io credo che, al punto in cui siamo, sia una follia ripercorrere la via degli altri paesi europei, aggiungendo ai problemi che abbiamo anche quelli di una difficile convivenza razziale. Credo che ce la dobbiamo ancora una volta cavare da soli, con maggiori e migliori informazioni sul mercato del lavoro, con una più equa distribuzione territoriale delle imprese, con il miglioramento delle condizioni di lavoro e con ulteriori mutamenti dei salari relativi.
Le professioni manuali debbono essere pagate sempre di più. Quanto diceva, con rara preveggenza, Gorrieri, spinto soprattutto da motivazioni di giustizia sociale, sta ora diventando anche una necessità economica. Già una specie di rivoluzione è stata compiuta: basti pensare al fatto che nel 1962 un lavoratore qualificato nel settore della meccanica guadagnava la metà di un insegnante, mentre ora il salario medio ne è diventato addirittura superiore. Ma in molti altri casi questa trasformazione non è ancora avvenuta: ora anche l’Italia si deve rapidamente avviare verso una gerarchia salariale di tipo moderno, dove all’ultimo gradino non troviamo i lavoratori manuali, ma quelli impiegatizi di tipo ripetitivo. I nostri rapporti con i paesi poveri del Mediterraneo non dovranno poi essere di semplici utilizzatori di manodopera nel nostro paese: occorre una politica di investimento in loco e di collaborazione più stretta e coordinata. Non dobbiamo anche in questo caso ripetere gli errori altrui.
Abbiamo fatto (o abbiamo dovuto fare) molti anni fa una scelta di sviluppo fondamentale sulle nostre sole risorse umane. Essa ci ha dato gravi problemi, ma non possiamo ripudiarla ora che abbiamo impiegato anni e anni per risolvere questi stessi problemi e nemmeno possiamo ripudiarla quando tutto il Nord Europa comincia a soffrire di gravissime tensioni razziali. E soprattutto non possiamo ripudiarla quando migliaia di giovani sono alla disperata ricerca di un lavoro. Bisogna invece creare una diversa gerarchia di valori per cui il lavoro manuale sia reso veramente pari agli altri lavori e ne siano perciò riconosciuti vantaggi economici sufficienti a recuperare il maggior disagio e il minor prestigio sociale di cui esso gode. E contemporaneamente occorre un profondo e globale mutamento di mentalità in materia.
Non credo di aver dedotto troppe conclusioni dall’arrivo di alcune centinaia di egiziani in Emilia: forse però queste stesse conclusioni dovevano già essere fatte a proposito delle precedenti ondate migratorie di collaboratrici domestiche e di braccianti.»

sabato 6 luglio 2019

Il debito pubblico da restituire. A chi?

Il mainstream confindustriale - aka burghesia compradora y vendedora - continua a propalare la vergognosa favola del debito pubblico da restituire. Ad uso e consumo delle masse disinformate, incolte e inconsapevoli.

Restituire a chi?

Una cosa deve essere restituita se chi l'ha data la vuole indietro, corigetemi se sbalio. Per esempio, voi depositate in banca i vostri soldini e un giorno chiedete che vi siano restituiti. Potete farlo? Certamente, a meno che non siate in tanti a volere la stessa cosa, nel qual caso si porrebbe un problema di insolvenza della banca. In ogni caso, se togliete i vostri risparmi da una banca alla fine dovrete metterli da qualche altra parte, un'altra banca che vi offre un interesse maggiore, oppure azioni, o magari titoli di stato. Già, perché dal punto di vista del risparmiatore lo stato alla fin fine è una banca, che offre un interesse per i soldi che voi gli prestate, cioè depositate presso il Tesoro.

Chiaro il concetto?

Domanda da un centesimo di euro: se voi togliete i vostri risparmi da una banca, poniamo Intesa San Paolo, per depositarli in un'altra, poniamo Unicredit, quale delle due sarà contenta e quale verserà una lacrimuccia? La risposta è dentro di voi ed è quella giusta.

Domanda da un centesimo di miniBot: se voi togliete i vostri soldi da una banca, poniamo Intesa San Paolo o Unicredit, e li depositate presso il Tesoro acquistando titoli di stato, chi sarà contento e chi verserà una lacrimuccia?

Insomma, per farla breve, chi può avere interesse a spingervi ad investire i vostri soldi nel sistema bancario invece che prestarli al Tesoro, se non lo stesso sistema bancario privato? E qual è la misura del peso del Tesoro nella raccolta del risparmio se non il debito pubblico? Ne consegue che il sistema bancario, concorrente del Tesoro, farà di tutto per convincervi che quella particolare banca detta "Tesoro" è a rischio insolvenza.

Ma perché mai la banca "Tesoro" dovrebbe essere meno affidabile di una qualsiasi banca privata, sia pure nell'assurda e criminale situazione in cui ci troviamo per cui la moneta che utilizziamo, l'euro, non è più creata dalla Banca d'Italia ma dalla BCE? Perché ci sarebbe la mitologica unione bancaria che in realtà ancora non c'è? Risulta a voi che Intesa San Paolo oppure Unicredit o qualsiasi altra banca privata possano, in caso di necessità per tutelare voi risparmiatori, disporre di strumenti potenti come il controllo del prelievo fiscale? Ovvio che no. Ma allora, perché mai i risparmiatori dovrebbero chiedere al Tesoro di restituirgli i loro soldi? Per metterli nelle mani di un sistema bancario privato che offre meno garanzie e, addirittura, interessi più bassi?

Ma allora cos'è questa sesquipedale cazzata per cui il Tesoro dovrebbe restituire soldi a chi non ha alcun interesse a chiederli indietro? Eppure, sul sito dell'Istituto Bruno Leoni, vera centrale ideologica nazionale della confindustria aka burghesia compradora y vendedora, brilla il contatore del debito pubblico in tempo reale.

Paura? Tanta, ma solo se siete irrimediabilmente cretini. Anzi, Gretini.

Quando Orïon dal cielo declinando imperversa

O, se tu sai, più astuto
i cupi sentier trova
colà dove nel muto
aere il destin de' popoli si cova;
e fingendo nova esca
al pubblico guadagno
l'onda sommovi e pesca
insidioso nel turbato stagno.
[Odi (Parini)/La caduta]

Tutti voi avete sicuramente incontrato nella vostra vita quel tipo di soggetti che a Roma si chiamano fregnacciari. Se volete possiamo usare una parola più elegante, declassé, ma la sostanza non cambia. Fregnacciari o declassé, si tratta di gente spaccona, spavalda, contaballe, dotata di scilinguagnolo e di una sorta di sicurezza di sé che brilla però solo quando si rapportano con persone appartenenti a un ceto sociale più basso di quello da cui provengono; un ceto, quest'ultimo, nel quale non sono riusciti a svolgere un ruolo all'altezza del rango ereditato per nascita o che ritengono gli appartenga. I peggiori sono i declassé per frequentazione, cioè non fanno parte di famiglie importanti ma, in gioventù, hanno frequentato i giri dei figli di papà, perché quando gli anni sono pochi queste commistioni interclassiste sono più facili.

Credete che non sia capitato anche a me di frequentare, da giovine, simpatiche ragazze e ragazzi dell'alta borghesia o coetanei appartenenti a illustri famiglie della nobiltà? Tutta gente che mi sono perso per strada perché mi è sempre stato ben chiaro un concetto elementare: una cosa è la promiscua gioventù, ben altra è l'appartenenza di classe. E dunque la scelta era ben chiara: o io ero capace di conquistare potere e ricchezza con i miei soli mezzi (in tal caso oggi sarebbero cazzi vostri perché starei a chiedere un deficit dello 0,0204%), oppure non avrei mai fatto il giullare di corte. Ma siccome conquistare potere e ricchezza coi miei soli mezzi partendo dal basso avrebbe significato vivere da bastardo, oppure leccare culi, ho preferito restare nella mia classe sociale, a parte ovviamente approfittare delle occasioni che la promiscua gioventù mi ha offerto.

I fregnacciari, come i declassé, questa pienezza di sé non ce l'hanno, per cui sono costretti a convivere col bruciante desiderio di essere accolti in mondi ai quali non sono mai appartenuti o, peggio, da cui sono stati messi ai margini. Per chi detiene il vero potere e la vera ricchezza i fregnacciari e i declassé sono il miglior carburante da bruciare quando si tratta di affrontare e risolvere qualche conflitto di classe, sapete quei momenti in cui il popolino comincia ad alzare la testa pretendendo, signora mia, di metter becco nelle questioni importanti. In questi casi, se c'è un certo numero di fregnacciari/declassé che si mettono a pescare nel turbato stagno, su di essi si può contare con assoluta certezza. Ben sapendo che costoro, tutti costoro, seguiranno la seguente via:
  1. Arringheranno il popolino dandogli ragione
  2. Si proporranno come capi carismatici e questo ruolo gli verrà riconosciuto
  3. Saranno avvicinabili con la dovuta discrezione
  4. Denigreranno i veri capi del popolino
  5. A un certo punto affermeranno che "le cose sono cambiate"
  6. Non tradiranno mai la classe in cui agognano entrare o rientrare
  7. Otterranno un buon vitalizio sia pur correndo il rischio marginale di essere linciati per primi
Non è la prima volta che accade, non sarà l'ultima. Ma chi ha ben vissuto, privo di rimorsi col dubitante piè torna al suo tetto.

*** *** *** *** *** *** *** *** *** 

Quando Orïon dal cielo
Declinando imperversa;
E pioggia e nevi e gelo
Sopra la terra ottenebrata versa,

Me spinto ne la iniqua
Stagione, infermo il piede,
Tra il fango e tra l’obliqua
Furia de’ carri la città gir vede;

E per avverso sasso
Mal fra gli altri sorgente,
O per lubrico passo
Lungo il cammino stramazzar sovente.

Ride il fanciullo; e gli occhi
Tosto gonfia commosso,
Che il cubito o i ginocchi
Me scorge o il mento dal cader percosso.

Altri accorre; e: oh infelice
E di men crudo fato
Degno vate! mi dice;
E seguendo il parlar, cinge il mio lato

Con la pietosa mano;
E di terra mi toglie;
E il cappel lordo e il vano
Baston dispersi ne la via raccoglie:

Te ricca di comune
Censo la patria loda;
Te sublime, te immune
Cigno da tempo che il tuo nome roda

Chiama gridando intorno;
E te molesta incìta
Di poner fine al Giorno,
Per cui cercato a lo stranier ti addita.

Ed ecco il debil fianco
Per anni e per natura
Vai nel suolo pur anco
Fra il danno strascinando e la paura:

Nè il sì lodato verso
Vile cocchio ti appresta,
Che te salvi a traverso
De’ trivii dal furor de la tempesta.

Sdegnosa anima! prendi
Prendi novo consiglio,
Se il già canuto intendi
Capo sottrarre a più fatal periglio.

Congiunti tu non hai,
Non amiche, non ville,
Che te far possan mai
Nell’urna del favor preporre a mille.

Dunque per l’erte scale
Arrampica qual puoi; 
E fa gli atrj e le sale
Ogni giorno ulular de’ pianti tuoi.

O non cessar di porte
Fra lo stuol de’ clienti,
Abbracciando le porte 
De gl’imi, che comandano ai potenti;

E lor mercè penètra
Ne’ recessi de’ grandi;
E sopra la lor tetra
Noja le facezie e le novelle spandi.

O, se tu sai, più astuto
I cupi sentier trova
Colà dove nel muto
Aere il destin de’ popoli si cova;

E fingendo nova esca
Al pubblico guadagno,
L’onda sommovi, e pesca
Insidioso nel turbato stagno.

Ma chi giammai potrìa
Guarir tua mente illusa,
O trar per altra via
Te ostinato amator de la tua Musa?

Lasciala: o, pari a vile
Mima, il pudore insulti,
Dilettando scurrile
I bassi genj dietro al fasto occulti.

Mia bile, al fin costretta,
Già troppo, dal profondo
Petto rompendo, getta
Impetuosa gli argini; e rispondo:

Chi sei tu, che sostenti
A me questo vetusto
Pondo, e l’animo tenti
Prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.

Buon cittadino, al segno
Dove natura e i primi
Casi ordinàr, lo ingegno
Guida così, che lui la patria estimi.

Quando poi d’età carco
Il bisogno lo stringe,
Chiede opportuno e parco
Con fronte liberal, che l’alma pinge.

E se i duri mortali
A lui voltano il tergo,
Ei si fa, contro ai mali,
Della costanza sua scudo ed usbergo.

Nè si abbassa per duolo,
Nè s’alza per orgoglio.
E ciò dicendo, solo
Lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio.

Così, grato ai soccorsi,
Ho il consiglio a dispetto;
E privo di rimorsi,
Col dubitante piè torno al mio tetto.

giovedì 4 luglio 2019

La maionese impazzita (parte terza)

Link correlato: La maionese impazzita (parte seconda)

Continuo nello sforzo di trovare una chiave interpretativa, che sia coerente e il più possibile lineare, alternativa alla narrazione secondo cui i poteri oligarchici europei terrebbero l'Italia sotto scacco con l'aiuto di una quinta colonna interna al paese, il cui fulcro sarebbe il Presidente Mattarella. Si tratta di una chiave di lettura perfettamente funzionale alla narrazione gialloverde, in particolare leghista, che trova la sua sintesi nel concetto di "interesse nazionale", che sarebbe stato svenduto dai governi a guida PD e invece difeso dall'attuale governo. Un'interpretazione dei fatti avvalorata da alcuni noti intellettuali no-€uro, e acriticamente accettata anche da molti veri sovranisti trasformatisi in tifosi, dopo aver perduto, semmai lo avessero posseduto, il dono della ragion critica. E' la tesi secondo cui i piddini, dopo aver tradito il loro elettorato di riferimento, avrebbero calato le braghe davanti alla Leuropa, per cui ogni possibilità di riscatto nazionale non poteva che passare per "le persone sbagliate", cioè  le forze di centrodestra, di cui la Lega, rinvigorita dall'arrivo del "Capitano oh mio Capitano!" è il fulcro naturale.

La realtà dei fatti, che ci sta richiamando alla durezza del vivere, ha ormai ampiamente falsificato la teoria dell'interesse nazionale difeso dalle forze di centrodestra a guida leghista. E' il momento di provare a costruire un'ipotesi teorica, che chiamerò della maionese impazzita, che riordini i fatti accaduti e sia in grado di spiegare ciò che sta accadendo.

La teoria della maionese impazzita


E' necessario ripartire, in questo accogliendo in parte il metodo seguito da Paolo Barnard nel suo testo fondamentale "Il più grande crimine", dalla nascita dell'UE, almeno dalla firma del trattato di Maastricht il 7 febbraio del 1992. Come noto il Parlamento italiano lo ratificò alla fine di ottobre del 1992 con un'ampia maggioranza che comprendeva anche i voti della Lega di Bossi, in un clima che è ben descritto dal resoconto di questo articolo del quotidiano Repubblica

«Anche prima che la notizia bomba del ' caso De Lorenzo' facesse irruzione tra i deputati, ieri i parlamentari nei loro capannelli parlavano di tutt' altro. Chi della direzione del proprio partito, (quella Pds del giorno avanti, quella socialista che si tiene oggi, quella democristiana che avrebbe potuto essere e non è stata) chi delle nomine bancarie, chi della Rai da commissariare. La parola ' Maastricht' , era difficile da captare nell' aria, mentre è stato possibile cogliere al volo un "ma che si vota oggi?". E se ieri il voto ha richiamato in Parlamento un numero notevole di deputati, non si può nascondere che nei giorni scorsi, durante il dibattito di merito a qualche deputato è capitato di parlare all' aula deserta.»

Nei dieci mesi intercorsi tra febbraio e Ottobre in Italia era successo di tutto: tangentopoli, le bombe della mafia, la morte di Falcone, l'incontro del Britannia, la morte di Borsellino, la difesa della lira sotto attacco della speculazione di Soros da parte dell'eroico governatore Ciampi (il numismatico posto al governo della BdI), l'assassinio politico del PSI di Craxi (cui avrebbe fatto seguito un anno dopo lo scioglimento della DC). Insomma una maionese impazzita, esattamente come oggi. C'è qualcuno che, onestamente, possa affermare di aver avuto in quel periodo convulso una chiara visione di ciò che stava accadendo? 

Forse Giuseppe Guarino? Cito Guarino perché ieri sono andato ad Avezzano dove, su invito del FSI, il vice direttore del TG1 Angelo Polimeno Bottai ha presentato il suo ultimo libro - Alto tradimento, in cui la figura e il ruolo di Guarino sono esposti con chiarezza. 

Nota: ho filmato l'incontro, di cui pubblicherò a breve i video.

Ebbene Guarino era stato incaricato da Giuliano Amato di seguire la privatizzazione dell'immenso patrimonio pubblico italiano, fatto di cui l'elettorato italiano era tenuto sostanzialmente all'oscuro per mezzo della fitta cortina fumogena innalzata dagli eventi che ho testé ricordato. Guarino dunque condivideva l'impostazione politica che intendeva privatizzare le grandi imprese italiane, sebbene se ne sia tirato fuori quando prevalse la linea della svendita fatta propria dal PDS, il partito che aveva ereditato la guida del sistema politico italiano allo sfascio. Tuttavia la vera domanda che dobbiamo porci è questa: quali forze, nel sostanziale vuoto di potere determinatosi, hanno operato la scelta di procedere alla svendita del patrimonio pubblico? Il PDS può essere stato, al più, un mero esecutore, come pure tutti i partiti allora esistenti. Credo che, a distanza di 27 anni da quegli eventi la risposta possa essere una e soltanto una: la convergenza di interessi tra le grandi famiglie del capitalismo nazionale e la grande finanza anglosassone

Né le cose sarebbero potute andare diversamente, sia per ragioni di natura geopolitica che per la dimensione dei capitali necessari per essere della partita. Dunque vi fu sinergia, di conseguenza accordi sotto banco per abbassare i prezzi, lasciando alla borghesia nazionale il boccone di sua spettanza. Tuttavia, come ebbe a ricordarci Cimaglia con una delle sue celebri battute, "Il costo della politica non sono le auto blu, sono le decisioni sbagliate". Nel caso si trattava della scelta di aderire al trattato di Maastricht, di cui ricopio da wikipedia i punti salienti:
  • Rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%.
  • Rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60% (Belgio e Italia furono esentati).
  • Tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi.
  • Tasso d'interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi.
  • Permanenza negli ultimi 2 anni nello SME senza fluttuazioni della moneta nazionale.
Oltre a questo, come ha scoperto e documentato Giuseppe Guarino, gli accordi prevedevano la possibilità di scorporare dal calcolo del deficit gli investimenti infrastrutturali, come pure le spese straordinarie in occasione di grandi calamità o di gravi fasi recessive del ciclo economico. Tuttavia nel 1997, due anni prima dell'ingresso nell'euro, questi ulteriori patti vennero sconfessati da un consiglio dei ministri europei, senza che tale decisione venisse nemmeno discussa nel parlamento. Era il prezzo che l'Italia dovette pagare per la grande corsa ad entrare sotto la guida del prode Prodi. E senza che nessuna delle forze politiche dell'epoca facesse obiezioni. Ancora una volta dobbiamo chiederci: in quali luoghi fu discussa e presa quella decisione, di cui non abbiamo saputo nulla fino al difficoltoso lavoro di ricostruzione di Giuseppe Guarino?

A questo punto dovrebbe cominciare ad esservi chiaro che un caposaldo della teoria della maionese impazzita consiste nell'assumere come assioma che esistono circoli nei quali vengono prese le decisioni veramente importanti, ben al riparo del processo elettorale. Ma questo lo sappiamo già, per cui da questo punto di vista la teoria della maionese impazzita non aggiunge nulla di nuovo. Dobbiamo tuttavia affinare l'analisi chiedendoci: qual è il peso della borghesia nazionale, quella che io chiamo burghesia compradora y vendedora, all'interno di tali circoli, ed i suoi limiti d'azione?

A questa seconda domanda la teoria della maionese impazzita risponde assumendo come secondo assioma la rilevanza, all'interno di tali circoli, della burghesia compradora y vendedora nella conduzione economica dell'azienda Italia, mentre in ambito geopolitico continuano a valere i vincoli derivanti dagli accordi, anche quelli ancora segreti, pattuiti con l'armistizio di Cassibile del 3 settembre 1943 e il successivo trattato di Parigi del 1947.

Nota: varrebbe la pena chiedersi se il divieto costituzionale di sottoporre i trattati internazionali a referendum possa essere in qualche modo legato alla presenza di clausole segrete.

Ovviamente, primo teorema della teoria della maionese impazzita, la libertà di scelta economica e macroeconomica, vincolata soltanto dai vincoli geopolitici, è riconosciuta non solo all'Italia, ma a tutti i paesi europei. Quanto meno quelli rilevanti, tra i quali c'è anche l'Italia.

In definitiva, e per riassumere, per la teoria della maionese impazzita la conduzione economica e macroeconomica di ogni paese europeo di rilevante importanza è sempre stata, ed è ancora, delegata alle sue classi dirigenti. Il che è esattamente quello che è accaduto; anche nella prima repubblica quando, ad esempio in Italia, non si era ancora verificato il colpo di stato di tangentopoli, per cui questo potere era ancora in capo ai partiti e al Parlamento. Lo stesso può dirsi della Germania, della Francia, a maggior ragione dell'Inghilterra. Provate a cercare un solo caso, prima dell'assassinio di Aldo Moro, in cui non sia stato il libero gioco delle forze sociali rappresentate in Parlamento a determinare gli equilibri economici, sociali, e le scelte macroeconomiche adottate dai governi. 

Ora la piena libertà nelle scelte economiche e macroeconomiche, che sussisteva nella prima repubblica, è stata ovviamente ereditata dalla seconda, con la non lieve differenza che quest'ultima è anticostituzionale, e dunque una vera e propria dittatura della burghesia compradora y vendedora, la quale tiene in vita un simulacro di democrazia nella quale, lo sappiamo tutti, ogni conflitto è solo apparente. Ma se quanto detto è vero, allora possiamo avanzare, sempre nell'ambito della teoria della maionese impazzita, quella che chiamerò:

CONGETTURA ERETICA


La congettura eretica sostiene che non esistono i fantasmagorici poteri oligarchici europei di cui molti parlano, e che siano invece i singoli governi degli Stati a comunicare alla Commissione i parametri europei che essi stessi desiderano rispettare; che la Commissione dovrà semplicemente fingere di imporre, godendo del privilegio di essere lontana dal processo elettorale.

In altre parole, secondo la congettura eretica sono gli stati che si auto-infliggono i tassi di austerità nella esatta misura in cui questi emergono a valle del confronto politico interno. Peccato che, in Italia, questo confronto politico sia ormai del tutto inaccessibile agli interessi organizzati che hanno governato il paese nella prima repubblica. Vogliate gradire, a supporto della congettura eretica, questo meraviglioso passaggio della lettera al sole24ore (oggi scomparsa dall'archivio digitale) scritta da Beniamino Andreatta nel decennale della famosa lite delle comari

"Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, né lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come 'congiura aperta' tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso - soprattutto sul mercato dei cambi - abolire per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato."

Dunque Andreatta parlava apertamente della necessità di agire "prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi", una confessione in piena regola che molto opportunamente il sole24ore ha fatto sparire! Se la congettura eretica è vera, allora ciò significa, ad esempio, che il pareggio di bilancio in Costituzione non ce l'ha imposto l'oligarchia eurista, e infatti siamo il solo paese ad aver costituzionalizzato una simile bestialità, evidentemente per scelta della burghesia compradora y vendedora e non per rispetto di alcun trattato. Vi ricordo che la legge di modifica costituzionale fu votata anche da quella che, all'epoca, si chiamava Lega Nord Padania (era il 30 novembre 2011). Che dire del fatto che le violazioni dei parametri di Maastricht sono stati innumerevoli, da parte di tutti i paesi contraenti? Davvero vogliamo credere che all'Italia, terzo paese dell'UE e dell'eurozona, e solo all'Italia, venga riservato un trattamento vessatorio e contrario a quello che Cimaglia chiama "Interesse nazionale"? 

E perché, visto che oggi tutti i nostri parametri macroeconomici volgono al bello (ad eccezione della ridicola questione del debito pubblico) dalla posizione netta sull'estero (NIIP) al saldo di bilancia dei pagamenti? 

Ditemi, dove potete trovare una spiegazione razionale di tutto ciò se non nella congettura eretica?

Le conseguenze politiche della congettura eretica


Se la congettura eretica è vera allora il governo gialloverde altro non è che l'ennesima trasformazione gattopardesca della burghesia compradora y vendedora, dopo tangentopoli anche golpista.  L'operazione che è stata messa in campo è da manuale di guerra, questo dobbiamo riconoscerlo, e ha replicato alla perfezione quella che ha visto la colonizzazione dei partiti della sinistra in base al principio, ricordato dall'ottimo Cimaglia, che nel 2012 scriveva: "è necessario il macellaio col grembiulino rosa, sul quale gli schizzi di sangue (degli operai) si notano di meno", solo che adesso il grembiulino è gialloverde, cioè color cacarella.

Ma perché la burghesia compradora y vendedora punta a un inasprimento dell'austerità quando, come per anni ci è stato raccontato da Cimaglia&Co, questa danneggia er tessuto produttivo dell'Itaglia? Forse perché la distruzione del tessuto produttivo nazionale finirà con il segare il ramo sul quale è seduta la famosa signora bionda teutonica, e così vinceremo la guerra con la Germagna cattiva al grido "Interesse nazzzionale interesse nazzzionale interesse nazzzionale"? Queste sono scemenze assolute, buone per un elettorato ingenuo e immaturo, che guarda alle classi dirigenti con la stessa fiducia che i bambini nutrono verso i genitori; per il quale le elezioni si riducono a dare la risposta all'eterna domanda che si fa ai bimbetti: vuoi più bene a mamma o a papà?

La verità è che alla burghesia compradora y vendedora non importa un fico secco del tessuto produttivo in termini generali, perché essa è ben capace di costruirselo in gran parte da sé, mentre l'unica cosa che la occupa è concorrere sui mercati internazionali coi suoi pari. E, per vincere questa competizione, provvede a procurarsi le risorse, e solo quelle, di cui ha bisogno, indifferente al fatto che il resto della nazione vada in malora. Oggi essa punta a recuperare le risorse che le servono per infrastrutturare il nord e portarlo al livello della core-Europe con lo strumento dell'autonomia differenziata, al contempo sventolando la riforma del fisco per rafforzare il consenso politico che già raccoglie in quelle regioni. Il progetto politico complessivo, a supporto di questa strategia, prevede una polarizzazione del risultato elettorale, secondo uno schema per altro già a lungo collaudato e soltanto disturbato dalla personalità eccentrica di Berlusconi, con una fortissima maggioranza di consensi al centrodestra al nord mentre il resto del paese viene lasciato a quel che resta dei fedeli piddini e a un m5s fortemente ridimensionato. L'Italia federale, che con l'autonomia differenziata potrà dirsi compiuta, servirà a mantenere una fittizia unità nazionale, in realtà spaccando l'Italia in modo definitivo. A quel punto, come ammette anche Cimaglia, tenersi l'euro sarà il male minore, per non rischiare una secessione vera.

mercoledì 3 luglio 2019

Le enclosures del XXI secolo

Da wikipedia: «Con il termine enclosures ci si riferisce alla recinzione dei terreni comuni (terre demaniali) a favore dei proprietari terrieri della borghesia mercantile avvenuta in Inghilterra tra il XIII ed il XIX secolo. Gli enclosure acts danneggiarono principalmente i contadini, che non potevano più usufruire dei benefici ricavati da quei terreni, a favore dei grandi proprietari: per le recinzioni era necessario sostenere spese di tipo privato ma anche legali, che scoraggiavano i piccoli proprietari. Alla fine del XVIII secolo, tale sistema aveva portato alla concentrazione della proprietà terriera nelle mani dell'aristocrazia inglese e, inoltre, aveva creato una massa di lavoratori disoccupati, la manodopera a basso costo che sarà quindi impiegata nel nuovo ciclo produttivo industriale. Tale sistema però fu reso necessario dal continuo aumento della domanda di beni agricoli - e di lana di pecora destinata all’industria tessile - alla quale il vecchio sistema agricolo non poteva far fronte in quanto i terreni erano coltivati da contadini che si occupavano dello stesso campo solo per un anno e che quindi non erano motivati a migliorare le condizioni del terreno. Con le enclosures i grandi latifondisti affittarono i terreni a coltivatori diretti che se ne occupavano, pagando però affitti molto alti, per diversi anni, apportando miglioramenti quali-quantitativi all'agricoltura inglese. In pratica sono delle recinzioni delle terre comuni (common lands, common wastes) e dei fondi indivisi (open fields).»

La descrizione della voce fornita da wikipedia allude capziosamente ("Tale sistema però fu reso necessario dal continuo aumento della domanda... etc.") al fatto che, in fin dei conti, le enclosures abbiano avuto un esito positivo (al di là dell'ingiustizia subita delle classi perdenti) perché, favorendo la concentrazione dei capitali reali in poche mani, unitamente alla formazione di vaste masse di diseredati, sarebbero state l'impulso per l'industrializzazione dell'Inghilterra, e quindi per il definitivo passaggio all'età industriale. Si tratta di una lettura della vicenda così falsa e ipocrita [dal lat. tardo hypocrĭta, gr. ὑποκριτής «attore», quindi «simulatore»] che non ci perdo tempo. Quello che ci interessa, qui ed ora, è constatare come la pratica delle enclosures venga oggi rovesciata dall'ideologia no-border, ovviamente sempre e comunque a vantaggio della grande concentrazione di potere capitalista, e ancora con lo stesso obiettivo, che è quello di promuovere la formazione di vaste masse di sradicati al servizio delle esigenze dei mercati. Questa volta non vengono alzate recinzioni per costituire immensi fondi privati, ma si abbattono le frontiere tra gli Stati, classico esempio di eterogenesi dei fini che sono sempre gli stessi. Così come il capitalismo inglese si attivò per sottrarre diritti di proprietà collettiva agli abitanti dei piccoli villaggi erigendo confini, oggi lo stesso modello di capitalismo, erede di quello del XVIII secolo, persegue lo stesso obiettivo, questa volta abbattendo le frontiere tra gli stati per sottrarre diritti di proprietà collettiva alle classi medio-basse.

Lo scontro frontale in atto è dunque quello tra il grande capitale internazionale, obbligato per logica interna a rimodellare di continuo il tessuto sociale nella sua folle corsa all'auto-valorizzazione, e gli interessi delle classi medio-basse, costrette a difendersi dal nuovo attacco ai loro diritti di proprietà diffusa e collettiva che erano riuscite a conquistare - ancora eterogenesi dei fini - attraverso le lotte sociali esplose dopo la disintegrazione del vecchio ordine feudale. Quel che è certo è che l'iniziativa di attaccare proviene, ancora una volta, dal grande capitale, il quale non può sopravvivere in una condizione di equilibrio sociale omeostatico ma ha ciclicamente bisogno di romperlo perché il suo habitat naturale è il cambiamento. L'ideologia posta a fondamento di questa necessità assoluta è il progressismo, che è pertanto la grande nemica dei bisogni delle classi medio-basse che aspirano alla stabilità, condizione necessaria per la riproduzione sociale ordinata, e dunque della stessa vita biologica.

Nella battaglia ideologica le parole sono armi, ed ecco che una parola come "progressismo", che solo qualche decennio fa veniva usata per indicare le lotte di emancipazione progressiva delle classi medio-basse nel quadro di una fase di equilibrio raggiunta dopo la disintegrazione del vecchio ordine feudale, oggi viene brandita come una spada per favorire e sostenere la nuova fase dinamica di trasformazione sociale innescata dal nuovo attacco del grande capitale internazionale all'ordine costituito fondato sugli stati nazione. L'armamentario che le classi medio-basse devono utilizzare, se vogliono difendersi nella guerra già scatenata dal grande capitale, è costituita da due vecchie parole: Patria e Socialismo. Che si tratti di "vecchie" parole non deve inquietare, ciò è nell'ordine delle cose, perché si tratta, in effetti, di difendere uno stato delle cose già esistente sebbene minacciato, e dunque sono proprio le vecchie parole le armi necessarie. Patria e Socialismo, cioè un recinto e, all'interno di questo, comunitarismo.

Delle due nessuna è più importante dell'altra, perché sia la difesa del recinto nazionale che il socialismo sono condizioni indispensabili per la difesa delle proprietà delle classi medio-basse. Uso intenzionalmente l'espressione "proprietà delle classi medio-basse" perché di questo si tratta, non di altro. Capisco che il concetto di proprietà possa apparire agli sciocchi come antitetico al socialismo, ma così non è. Anche in questo caso rinuncio ad argomentare perché questo blog non è dedicato agli stupidi, né a chi vuole rimestare nel fango, questo blog è per chi può capire, e ha capito da che parte sono i suoi interessi. Gli altri sono nemici, siano in buona o cattiva fede.

Il clan degli italiani


I residenti in Italia sono circa 60 milioni, di cui 55 circa con cittadinanza italiana. Possiamo dire che gli italiani sono 55 o 60 mln? No, sono molti di meno. Possono dirsi italiani solo quelli che hanno ben compreso che essi sono i comproprietari, se preferite gli azionisti, di un bene collettivo che è il potere di imperio su un territorio ben delimitato, dunque con frontiere invalicabili contro la loro volontà. Questa è la vera sovranità, presupposto di quella monetaria e della stessa democrazia, oggi minacciata dall'ideologia del progressismo no-border. Chi non capisce questo concetto fondamentale e si ritiene cittadino europeo, per non dire dei dementi che si sentono cittadini del mondo, è un illuso che non ha capito assolutamente niente di come va il mondo, ma vive in un universo mentale di favolette. Da che mondo è mondo i diritti di proprietà stabiliscono confini, per cui quando un diritto di proprietà viene ceduto non si abbatte un confine, ma se ne crea un altro. La domanda da fare a costoro è semplice: quale nuovo confine nascerà il giorno in cui sarà abbattuto quello che delimita il diritto di proprietà degli italiani sulla penisola che essi abitano? O ancora, quale nuovo confine nascerebbe il giorno in cui ci fosse un governo mondiale? Credono costoro che non ci sarebbero più confini? Le mie galline, se permettete, sono più intelligenti.

Il diritto di proprietà su un territorio, detenuto e difeso da una collettività, è in ultima analisi una forma di potere mafioso, detta statale per pudicizia, ed è sorprendente che proprio gli italiani, che la mafia (almeno in occidente) l'hanno inventata, non capiscano un dato così elementare. La stessa statualità, all'interno di un territorio ben delimitato, è in fondo un'alleanza delle sotto mafie che vi abitano, alcune delle quali possono decidere di tradire il patto collettivo per stipulare accordi con altre mafie, ottenendone così un vantaggio nei confronti delle altre. Si chiama tradimento, ed è sanzionato con la massima severità. Visto che siete appassionati di storie di mafia, questo dovrebbe essere chiaro.

Ne segue che gli italiani, quelli veri, sono solo quelli che riescono a capire che essi fanno parte di un clan, chiamiamolo il clan degli italiani, la cui disintegrazione non porterà a nessuna libertà bensì all'assoggettamento ad altri clan mafiosi, siano essi francesi, tedeschi, anglosassoni, oppure una super mafia costituita dall'alleanza dei clan più forti all'interno delle suddette statualità, quella che è bene chiamare mafia dei mercati

Ecco perché oggi gli italiani sono una sparuta minoranza, sebbene qualche inquietudine comincia a serpeggiare anche tra gli ignavi. Dobbiamo raccogliere le forze, organizzarci, rinforzare il clan degli italiani, perché detenere il potere di imperio su questa straordinaria penisola è un privilegio immenso che altre mafie, statuali o sovra statuali, vogliono sottrarci. Non c'è molto tempo, l'attacco è già arrivato in profondità, ma una strenua resistenza può ancora assicurarci la vittoria. Cioè, lo ricordo per l'ennesima volta, conservare i nostri diritti di proprietà sul territorio nel quale abitiamo, dove sono vissuti i nostri avi e che abbiamo il dovere, oltre che il diritto, di lasciare in eredità ai nostri figli. 

Io faccio parte del clan degli italiani, e voi?

martedì 2 luglio 2019

Il toto-maggiordomi

Penso che farò una rigorosa cernita di tutti i miei contatti social. Come sapete non mi è mai importato di essere conosciuto, di avere migliaia di "amici" così da allargare la platea delle stronzate che scrivo. Io parto da questa prospettiva: la vita è degna di essere vissuta se la si spende per le idee in cui si crede, a prescindere dal fatto che queste abbiano successo o siano sconfitte e scompaiano dalla Storia - questa breve e altrettanto caduca dilatazione dell'esistenza umana. In questo sono l'anti Bagnai per eccellenza, quel tipo dei Parioli che invece vuole vincere ad ogni costo. Vi dirò di più, non conta molto nemmeno che le idee in cui credo siano corrette o sbagliate, la cosa veramente importante è che siano la mia bandiera, cioè che le creda moralmente giuste. E' la coscienza interiore che guida il mio agire pubblico, le debolezze morali le relego alla sfera privata.

Dicevo che farò una rigorosa cernita dei miei contatti social, fin quasi a sparire dai radar. Toglierò l'amicizia oltre che a piddini, sinistra zodiacale, berluskini, nonché a quelli che sono infatuati di Salvini e ai grilloidi di ogni risma, anche ai patrioti che in questi giorni d'estate hanno dimostrato di avere un così piccolo spessore spirituale, oltre che politico, da farsi risucchiare nelle polemiche su quell'agente provocatrice che risponde al nome di Carola. Una cosa così chiara ed evidente da meritare al massimo un post di derisione. Non mi interessa farmi leggere dai piddini, dai berluskini, dai leghisti, dai grilloidi, da ogni risma di gentucola che merita solo di essere sconfitta e ridotta ai margini; come pure, e anzi di più, da chi, sentendosi un patriota, si lascia inghiottire dal maelstrom delle polemiche imbastite dal sistema dei media che ormai controlla anche il mondo social.

Valuterò anche la posizione dei molti che si stanno appassionando al toto-maggiordomi, cioè alla nomina dei servi del capitale globalista ai vertici della nota montagna di sterco, perdendosi in assurde analisi sul peso del nostro paese in deliberazioni che non dovrebbero minimamente riguardare un vero patriota. L'unico aspetto che possa eventualmente interessarci essendo quello di prendere nota dei loro nomi per citarli nelle nostre preghiere patriottiche, affinché gli spiriti degli antenati li fulminino al più presto.

Sono sinceramente deluso dal fatto che molti, che si ritengono patrioti, non abbiano ancora capito che la sola battaglia che deve impegnarci tutti allo spasimo è quella per la libertà della nostra Patria, e che tutto il resto è noia. Tutto!

Ci sono momenti, e questo è uno di essi, in cui è necessario inabissarsi, sparire, rinunciare alle battaglie inutili per concentrarsi totalmente nel lavoro di costruire la forza politica minima e indispensabile per entrare in partita. Un obiettivo che, dopo i tradimenti degli infami e le defezioni degli spiriti più deboli, è oggi drammaticamente lontano. Dobbiamo, insomma, tornare nelle catacombe da cui siamo nati e usciti ormai dieci anni fa, nel primo ingenuo assalto alle enormemente più potenti forze globaliste, di cui la nota montagna di sterco è solo l'articolazione sub-egemone nel vecchio continente. Pensare di poter svolgere un ruolo di qualche rilievo nello scontro tra le diverse fazioni del globalismo alleandosi con una di esse, sia questa l'America di Trump o l'impero britannico della regina Elisabetta e del suo maggiordomo Farage, oppure cercando di costruire rapporti con i nazionalisti del gruppo di Visegrad, non è solo ingenuo ma anche sbagliato, perché significa non capire che nessuno di costoro ha a cuore il destino dell'Italia, ma anzi sono ben pronti, ove le circostanze lo permettessero, ad avventarsi sulla nostra Patria per sbranarla.

Ve li immaginate i primi cristiani che, per combattere il paganesimo, si alleavano con alcune tra le fedi religiose che a questo si opponevano nella Roma imperiale? Qualunque movimento che abbia davvero intenzione di conquistare il diritto ad esistere, sia esso religioso, ideologico, politico, deve necessariamente attraversare la fase in cui tutti, veramente tutti, sono nemici. Ebbene, la battaglia degli italiani per esistere come popolo è in questa fase: se vogliamo farla dobbiamo metterci bene in testa che tutti sono nemici, che alleanze in questo momento non solo non sono possibili, ma sono inconcepibili. E siccome siamo troppo deboli per affrontare qualsiasi scontro, oggi dobbiamo inabissarci, tornare nelle catacombe. Dobbiamo essere invisibili, usando questa invisibilità come un'arma per crescere senza destare allarme.

Dunque sparirò dai social, smetterò di rilanciare gli articoli di questo blog su FB e TW, chi vorrà leggermi dovrà digitarne l'indirizzo. Inoltre, se vorrà far conoscere qualche articolo, è pregato di farlo inviando discretamente la segnalazione per posta elettronica o con un messaggio diretto.

Il blog egodellarete è il mio strumento di ascesi personale, la mia battaglia politica è per un'Italia libera, forte, rispettata e, quando necessario, temuta.