venerdì 16 novembre 2018

Yellowgreenology


C'è una domanda che ogni yellogreenologo che si rispetti dovrebbe porsi: come ci sono finiti Paolo Savona, Alberto Bagnai e Luciano Barra Caracciolo (LBC) nel governo gialloverde?

E' credibile una ricostruzione che veda, dopo il 4 marzo, i vertici del M5S e della Lega andare alla ricerca di personalità prestigiose da inserire nel governo, oppure ciò che è avvenuto non è altro che l'esito di un processo in incubazione da anni? Per quel che so, esiste una connessione diretta tra Savona e Bagnai già dall'estate del 2012, allorché i due si incontrarono a Roma. La mia impressione è che, prima di quella data, tra Bagnai e Savona non vi fossero legami di particolare importanza. Eppure, appena un anno dopo, Bagnai venne insignito del premio Canova. Si segua questo link per l'elenco dei vincitori. Si noti anche il fatto che nel 2012 ad essere premiato era stato lo stesso Savona.

Una ricostruzione alternativa - emersa dal confronto con altri osservatori politici e che mi appare convincente - è che a partire dal 2011, cioè dall'estromissione di Berlusconi con l'arrivo di Monti, pezzi importanti dell'establishment italiano si siano mossi, trovando in Paolo Savona il loro uomo di riferimento e nella Link University di Vincenzo Scotti la struttura relazionale necessaria per condurre in porto un'operazione politica di supporto alla crescita del M5S, concepito anni prima in ambienti atlantici con funzioni di controllo della politica Italiana. Sto parlando di ciò che resta dell'ex IRI, ad esempio ENI e Finmeccanica, di settori dei servizi e di una parte della gerarchia vaticana. In base a questa ermeneutica, tali ambienti avrebbero trovato in Bagnai uno dei possibili strumenti di penetrazione di quella parte dell'opinione pubblica più politicizzata e già critica dell'UE, a patto che egli cominciasse a prendere le distanze dai settori più radicali e propensi all'azione politica autonoma. Cosa che, in effetti, avvenne dalla fine del 2012 in poi. Contemporaneamente, nel febbraio del 2013, fu lanciato il manifesto di solidarietà europea la cui sottoscrizione ad opera di Bagnai segnò una prima e importante rottura con gli ambienti radicalizzati che lo stavano supportando nella sua ascesa come blogger di fama. Bagnai sottoscrisse il manifesto di solidarietà europea già alla data della sua pubblicazione, cioè il 24 gennaio 2013, dandone notizia ai suoi followers solo il 25 maggio successivo. Ciò provocò l'accesa reazione di Sollevazione, con un post del 28 maggio 2013 dal titolo: A BRACCETTO CON SOROS. Il salto della quaglia del Prof. Bagnai - di Moreno Pasquinelli.

Come ricorderete nel febbraio 2013 il M5S ottenne un buon successo alle elezioni politiche al punto che fu tentato un governo M5S-PD, quest'ultimo all'epoca guidato da Bersani, ma l'operazione fallì per l'opposizione dei settori più eurofanatici di quel partito (Rosy Bindi e Massimo D'Alema) come pure per l'indisponibilità assoluta dell'area dei "sinistrati", all'epoca ancora egemonizzata da Nichi Vendola. Pochi mesi più tardi, però, Matteo Renzi venne eletto segretario del Partito Democratico con il 67,5% dei voti. Matteo Renzi, che non è un eurofanatico, è stato l'uomo che ha tentato di riposizionare il PD sulle tematiche europee, con l'obiettivo di formulare una nuova politica, più attenta alla difesa dell'interesse nazionale. L'operazione fallì sia per la strenua resistenza del vecchio apparato del PD, sia per gli errori dello stesso Renzi, primo fra tutti il referendum del 4 dicembre 2016.

E' possibile che, nel periodo che va dall'inizio del 2013 al 2015/2016, ad Alberto Bagnai sia stata prospettata la possibilità di diventare il terminale di un'operazione politica tesa alla nascita di una nuova forza politica euroscettica, ma che successivamente le difficoltà e, soprattutto, i tempi lunghi necessari quanto incompatibili con i ritmi degli eventi, abbiano consigliato un approccio diverso. Contemporaneamente si era fatto avanti un nuovo personaggio, Matteo Salvini, molto più abile nell'arte di costruire una connessione sentimentale con l'elettorato, sul quale si decise di puntare l'attenzione.

Si arriva così alle elezioni del 4 marzo 2018 che hanno visto lo straordinario successo del M5S e della Lega. In quest'ultimo partito era stato posizionato, appena all'inizio del 2018, lo stesso Bagnai, sia per compensarlo delle mancate promesse e dell'impegno profuso, sia come presidio al fianco di Claudio Borghi Aquilini. Personalmente ritengo che la prima scelta fosse quella di un governo M5S-PD, con la Lega in posizione di riserva a controllare l'agonia di Forza Italia e con l'obiettivo di medio termine di fagocitarla dopo la fine di Berlusconi, ma che i numeri abbiano infine imposto, dopo due mesi di estenuanti trattative, il governo yellogreen.

Se questa ricostruzione è corretta, allora nel campo da gioco della politica c'è un inaspettato player nazionale sul quale occorre fare qualche riflessione. Una forza, cioè, priva di consenso diretto di massa, ma capace di suggerire e indirizzare le scelte del M5S e della Lega, fornendo il know-how e le relazioni internazionali di cui entrambi necessitano. L'attuale leader di questa task-force è, senza dubbio, Paolo Savona, mentore e promotore di un asse strategico il cui fine ultimo non è tanto la dissoluzione dell'UE, quanto una sua profonda trasformazione. L'obiettivo sembra essere quello di ottenere, da un lato, un allentamento strutturale dei vincoli di bilancio al fine di costringere, nel medio periodo, la Germania a compiere una scelta tra un modello di banca centrale che svolga il suo compito di garante dei debiti sovrani degli Stati o la sua fuoruscita dall'eurozona, dall'altro quello di arrestare ogni ipotesi di rafforzamento politico dell'UE, in particolare la paventata costituzione di un esercito europeo basato sulla forza dell'asse franco-tedesco.

Lo scenario testé delineato è coerente con il passo indietro del M5S su un'opera strategica che aveva sempre combattuto, il gasdotto TAP di grande interesse per gli USA, come pure con la reiterata opposizione nei confronti del passaggio della TAV in Val di Susa. Anche il MUOS non sembra più nel mirino di questo partito. Sul piano internazionale all'Italia viene restituito un ruolo in Libia, ed ha ottenuto di essere l'unico paese europeo esentato dalle sanzioni all'Iran.

La discesa in campo del player nazionale guidato da Savona ha provocato il progressivo sfaldamento del tentativo di mobilitazione dal basso del mondo sovranista costituzionale. Ciò è avvenuto sia perché molti dei suoi esponenti di punta, fin dall'inizio, facevano parte dell'operazione, oppure vi sono stati successivamente cooptati - penso ad esempio a LBC - ma soprattutto per la lunga serie di errori che questo mondo ha commesso. In particolare, quello più esiziale è stato porsi un obiettivo di gran lunga superiore alle risorse intellettuali e politiche disponibili, sdegnando invece il perseguimento dell'unico possibile, quello di costruire una federazione di associazioni sorelle capace di puntare ad un risultato elettorale di qualche punto percentuale, e solo a quel punto (per raggiungere il quale sarebbero serviti almeno dieci anni) pensare al passo successivo. Ammalatosi di protagonismo individualistico e, allo stesso tempo, sottoposto all'attrazione del player nazionale, questo mondo ha finito con il frantumarsi dopo aver speso le sue migliori energie sostenendo, di fatto, la crescita di quest'ultimo. Ciò ha generato un senso di frustrazione e un latente risentimento che, a mio avviso, è all'origine degli attacchi, spesso eccessivi, rivolti ad alcuni soggetti che erano stati erroneamente percepiti come compagni di viaggio.

Vi è poi un ulteriore circostanza che paralizza l'azione del mondo sovranista costituzionale, costituita dalla contraddizione di dover scegliere tra una posizione di sostegno, o almeno di non aperta conflittualità con l'azione del governo gialloverde, e quindi del player nazionale, e il fatto che l'asse strategico sul quale questo si muove sia quello del solo interesse nazionale, che non coincide affatto con l'interesse popolare e anzi vi confligge apertamente, almeno nel breve periodo. Giova qui ricordare che in una situazione simile a quella attuale, sebbene di gran lunga meno problematica - lo sganciamento della lira dallo SME nel 1992 - il costo dell'aggiustamento venne scaricato sui salari che, infatti, subirono una flessione. Alcune prese di posizione dello stesso Savona, soprattutto in tempi precedenti all'attuale governo quando poteva esprimersi più liberamente, sembrano suggerire che la cosa possa ripetersi, finendo così con lo scaricare sui lavoratori i costi degli errori commessi dalla classe dirigente - di cui faceva parte lo stesso Savona insieme con altri esponenti del player nazionale - che ha condotto l'Italia ad aderire al processo unionista.

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